Presentazione
Storie di museo alla prova dell'etnografia. Il libro di Emanuela Rossi racconta le vicende di uno dei più importanti e vitali musei del Nord America: il Museum of Anthropology della University of British Columbia di Vancouver.
Il Museum of Anthropology: un esempio di importanza fondamentale
Per chi si occupi di musei o di musei viva, la motivazione all'impresa in fondo è in quella passione da museo. Nel panorama della museografia internazionale, il Museum of Anthropology non è certo tra i musei di etnografia più antichi. È un museo universitario, e la sua storia più recente costituisce per chiunque si occupi di museografia etnografica un esempio di importanza fondamentale.
Sotto la direzione esercitata da Michael Ames, il museo ha reagito con grande liberalità alla pressione delle culture native del suo territorio. Quando il testimone passa a Ruth Philips, il lavoro di apertura alle culture locali si radica nelle strategie di comunicazione con il pubblico e dà corpo a quell’idea di “museo collaborativo” che è ormai un modello riconosciuto a livello internazionale.
Per di più, il Museum of Anthropology già negli anni Sessanta aveva cominciato a proporsi non solo in termini di luogo privilegiato dagli stessi Nativi per la valorizzazione del proprio patrimonio culturale e artistico, ma anche come spazio espositivo dell'arte indigena contemporanea.
Il processo di formazione delle collezioni
L'intento del volume è di ricostruire il processo di formazione delle collezione del museo della Columbia Britannica attraverso la minuziosa analisi della corrispondenza tenuta da Harry Hawthorn. Emanuela Rossi segnala due percorsi che vale la pena di ricordare: l'analisi dei diversi nomi attribuiti agli oggetti da parte dei raccoglitori; la convinzione di questi ultimi di lavorare a un progetto di non rinviabile salvataggio del patrimonio indigeno.
Scopriamo così che il museo è un “modo di vedere” non solo nel senso che veicola interpretazioni di saperi attraverso oggetti e fatti, ma anche nel senso che la prospettiva del raccogliere e dell’ordinare indica una certa “visione” culturale. Soffermarsi a registrare le voci dei raccoglitori di oggetti, come l'autrice di questo libro fa negli archivi del museo canadese, ridà vitalità all'anacronismo che è proprio di ogni museo.
Una nota su questioni di nomi
Il processo attraverso il quale si attribuiscono nomi alle cose, ai luoghi, ai gruppi etnici è un potente meccanismo del potere che se sottoposto ad un lavoro di decostruzione o ad una indagine anatomica svela teorie, pregiudizi, modi di pensare di chi quei nomi ha attribuito. Toponimi ed etnonimi si possono considerare “manufatti” storicamente determinati.
Il governo canadese ha definito “banda” l’unità di base di organizzazione politica, mentre il governo statunitense ha usato la parola “tribù”, una nozione che gli antropologi usano per definire una più complessa forma organizzativa. Entrambi implicano sottili gerarchie evoluzioniste che collocano le popolazioni indigene in posizione subordinata agli stati-nazione canadese e americano. Il progetto indigeno di decolonizzazione in atto da anni prevede la riappropriazione della possibilità di definire se stessi e conseguentemente di ridefinire la natura delle forme governative indigene.
Come nota Michael Ames: "i termini di autoriferimento e di indirizzo cambiano nei tempi. “Nativo” e “aborigeno” sono a volte usati in Canada, come termini di autoriferimento e di indirizzo; attualmente è più comunemente accettato il termine “primi popoli”.
Per tornare alla Columbia Britannica va segnalato che in tutta l’isola di Vancouver si sta assistendo a grandi cambiamenti nell’uso di certi etnonimi e toponimi. Il nome “Kwakiutl” ha una sua tradizione e consuetudine nella letteratura antropologia, soprattutto per l’uso fattone da Franz Boas. Attualmente però questo termine è stato fortemente contestato perché come segnala Clifford: "il termine “kwagiulth” indica propriamente solo una delle tante piccole comunità appartenenti ai popoli chiamati in precedenza “kwakiutl meridionali”. Di recente, l’Umista Cultural Society di Alert Bay ha proposto il nome “kwakwaka ‘wakw”
Il museo di antropologia dell’università della Columbia Britannica
Al Museum of Anthropology dell’UB, gli oggetti in mostra sembrano talvolta passare in secondo piano rispetto all’edificio di Arthur Erickson e alla sua posizione in cima a una collina. La struttura è dominata dalla Great Hall, una sala imponente le cui massicce travi di cemento evocano le caratteristiche di una grande casa tradizionale. La Great Hall, priva di vetri che separino i visitatori dai manufatti, riproduce in parte questa intima monumentalità.
L’Università della Columbia Britannica ha cominciato ad acquisire materiali etnografici dal 1927. Nel 1947 questo materiale è stato messo insieme a formare la collezione iniziale del Museo di Antropologia che aprì due anni dopo nel piano interrato della biblioteca centrale dell’università. Inizialmente il MoA fu diretto da Harry Hawthorn. Sua moglie, Audrey Hawthorn, fu la prima curatrice. La collezione del MoA rimase nella biblioteca dell’università fino al 1976 quando fu spostata nell’attuale costruzione.
Questo è il più grande museo didattico del Canada ed è collocato in un edificio che guarda le montagne e il mare. La costruzione, ispirata all’architettura tradizionale "a palo e trave", fu disegnata dall’architetto Arthur Erickson che la realizzò in cemento armato e cristallo. La collezione etnografia del museo è costituita di oggetti provenienti dalla costa Nordoccidentale della Columbia Britannica. La collezione include inoltre collezioni di oggetti del sud-est asiatico e del sud Pacifico, delle Americhe, dell’Africa e dell’Europa. In quanto museo didattico il MoA ha una funzione principalmente formativa. Offre infatti corsi interdisciplinari in Museum Studies.
Con le parole di Audrey
Ho voluto cominciare a raccontare la storia del Museo di Antropologia usando le parole di Audrey Hawthorn in primo luogo perché sono parole significative e poi perché mostrano il ruolo che gli individui possono giocare nel determinare il destino delle cose: in questo caso un museo di antropologia.
La mia ricerca del MoA è cominciata con un rituale di cordoglio proprio dentro il museo, nel gennaio 2001. Quel giorno una comunità commemorava la perdita di Audrey e commemorando dava così modo a chi non l’aveva mai vista di immaginarla. Penso che durante quella commemorazione io abbia deciso di concentrare quasi esclusivamente la mia ricerca sul lavoro compiuto dai coniugi Hawthorn, ricercando storie e memorie che contribuiscono a dare un senso al museo.
Nel 1999 il MoA aveva festeggiato i suoi cinquant’anni con una mostra che si intitolava: Exhibit A: Objects of Intrigue. Le mostre organizzate per festeggiare gli anniversari sono significative perché sono eventi attraverso i quali istituzioni come i musei presentano se stessi al pubblico. La mostra era stata pensata come una sorta di album di famiglia, con tanto di immagini dei “genitori” Hawthorn e delle generazioni successive. Lo spettatore è stato dunque invitato a condividere proprie memorie di famiglia. Gli oggetti d’affezione di Harry, un maglione di lana realizzato negli anni Cinquanta per lui da Christine Charles e quello di Audreu un cucchiaio di corno:
Harry Hawthorn dice: "io l’ho scelto per un motivo, mi ricorda due buoni amici: Andrew e Christine Charles, che ci invitarono ad entrare e ci offrirono una tazza di tè. Più tardi Christine mi regalò questo maglione che aveva lavorato ai ferri per me".
Audrey così scrive del “suo” cucchiaio di corno: "Tra i pezzi del museo che preferisco ci sono i cucchiai di corno di capra di montagna. Erano utilizzati durante le cerimonie e gli ospiti potevano presentarsi con uno di questi cucchiai in dono. La qualità dell’intaglio con animali mitici in miniatura è eccezionale".
Come si può vedere da questi brevi racconti, gli oggetti si sono fatti occasione per raccontare storie e così "hanno offerto una immagine del museo come esperienza vissuta e come luogo di continuità interazione tra persone".
Anatomia delle collezioni
Le categorie del bello, del culturale e dell’autentico sono cambiate e continuano a cambiare. È perciò importante contrastare la tendenza delle collezioni a essere autosufficienti, a sopprimere i loro particolari processi storici economici e politici di produzione. L’ideale sarebbe che la storia della collezione e della esposizione fosse un aspetto visibile di ogni mostra (James Clifford).
La formazione della collezione del museo di antropologia
Nel 1947 il Dr. Cowan, curatore al dipartimento di zoologia dell’università di Columbia riceveva una lettera datata 13 settembre nella quale Harvey Reginald MacMillan, un ricco industriale di Vancouver scriveva di aver inviato alcuni resti Indiani dati a lui da Bert Robson, una guida che lo accompagnava quando andava a caccia. I resti in questione si scoprono essere dei bastoni da gioco di legno. Quasi un mese dopo MacMillan invia a Cowan un anello da naso di ferro e una fune di fibre di cedro intrecciate. La lettera di risposta questa volta è di Harry Hawthorn al quale gli oggetti sono stati inviati da Cowan, che oltre a ringraziare H.R. per i pezzi scrive: "spero che lei potrà venire a vederli in mostra".
È l’inizio di una costruzione della collezione di oggetti dei Nativi della costa Nordoccidentale del Canada. A parte questi occasionali invii di manufatti, MacMillan donò nel tempo diverse centinaia di migliaia di dollari che resero possibile l’acquisto di molti oggetti e collezioni di oggetti. Ci sono persone, rapporti tra queste e oggetti che vengono spediti, indicati significativamente con nomi diversi: a volte come “resti”, altre come “articoli”, altre ancora come “pezzi”. Della storia della raccolta c’è poco. E un museo è anche la storia delle sue collezioni, degli “autori” che le hanno realizzate.
Anatomie di collezione e documenti d’archivio
Se si lavora allo studio della formazione delle collezioni con l’intenzione di svelarne l’anatomia, se ne mette in risalto la natura di prodotto storicamente determinato che molto ha da raccontare su chi quella collezione ha formato. Sottoponendo la collezione a questa indagine anatomica si possono individuare i “pregiudizi” che hanno guidato la raccolta degli oggetti. Questi “pregiudizi” si fanno manifesti, in un primo momento, nella fase di raccolta sul terreno e trasporto al museo della collezione; in un secondo momento, quando questa viene catalogata, immagazzinata, usata e spesso smembrata.
Secondo questa prospettiva è l’atto del collezionare che attribuisce le caratteristiche e le qualità che sono associate in un certo periodo storico e dunque per una più corretta interpretazione degli oggetti è necessario "disfare il bagaglio prodotto dall’incontro transculturale con il quale essi viaggiano e andare alla ricerca dei significati e delle memorie depositati al loro interno".
Se è dunque l’intero processo collezionistico ad attribuire valori e proprietà agli oggetti, allora i raccoglitori/collezionisti di reperti etnografici con il loro operare producono oggetti etnografici. In questo modo gli oggetti nativi dentro i musei dicono molto di più sugli occidentali che sui Nativi stessi.
Douglas Cole, autore della prima storia sistematica del collezionismo in Columbia Britannica, mostra come l’invenzione da parte degli occidentali di un Altro “primitivo” e dei musei a questo connessi servì a costruire stereotipi delle culture indiane e una identità occidentale che si andava definendo in opposizione a tutto ciò che era considerato nativo e primitivo.
È stato il direttore “storico” del MoA Michael M. Ames, successore e collaboratore di Harry Hawthorn, a teorizzare una decostruzione della nozione di museo, per mettere in evidenza la sua natura di manufatto prodotto da una certa società. Un museo di antropologia non è solo una "finestra" sulle culture altre, ma anche uno "specchio" che ci riflette.
Non è più possibile affermare che l’oggetto etnografico una volta estrapolato dal suo contesto e inserito in un contenitore museale acquisti lo statuto di documento. Ed è la storia del collezionismo a rappresentare una buona prospettiva per cogliere le stratificazioni di significati che un oggetto etnografico reca su di sé una volta introdotto in un museo.
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