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Il 1800: l'età postunitaria

L'unificazione e la crisi del ceto medio

La conclusione del Risorgimento, con l'unificazione (1861) del Regno d'Italia che divenne una monarchia costituzionale, vide il nuovo Stato diventare rigidamente accentratore. Il ceto medio ben presto entrò in crisi a causa dei numerosi cambiamenti economici in atto e del grave disagio intellettuale per speranze deluse ed emarginazione sociale dell'artista. Questa delusione si concretizzò in una radicale critica al Romanticismo attraverso sia il disimpegno della Scapigliatura, sia il classicismo critico di Carducci.

Giosuè Carducci

Giosuè Carducci è il rappresentante più grande della nuova poesia italiana sulla fine del secolo, nonché un testimone di grande ricerca storiografica e poetica. L'evoluzione ideologica lo vide avvicinarsi dapprima al Positivismo, nell'esaltazione della scienza e del progresso materiale, successivamente il suo patriottismo si colorò di Nazionalismo. L'evoluzione letteraria lo vide passare da "scudiero dei classici" polemico verso il Romanticismo a un classicismo estetizzante, più rivolto all'intimo e al tedio esistenziale, alle tendenze evasive e alla fantasticheria.

Le prime raccolte segnano un ritorno al classicismo, fino ad arrivare alle Odi barbare (da lui così definite perché composte con l'intento di riprodurvi tramite gli accenti il metro classico, per cui barbare sarebbero sembrate al giudizio dei greci) del 1877, in cui vige il tema della memoria storica che si arricchisce con la memoria personale del poeta. Nelle Odi barbare, si ritrovano i motivi delle "Rime nuove" - volontà di fuggire in un'Ellade mitizzata, rievocazione infanzia come momento libero e gioioso in contrapposizione a un presente grigio e deludente - ma vi si accentuano le tendenze evasive, a rifugiarsi nel passato come paradiso perduto di bellezza e forza, per dimenticare il presente.

Nella piazza di San Petronio (dalle Odi barbare)

La piazza di San Petronio è la piazza centrale di Bologna, antistante la chiesa omonima, ed è circondata da palazzi medievali e rinascimentali. La struttura ricorrente della poesia carducciana: dalla descrizione di una realtà presente prende avvio una "fantasia", che rievoca un mondo passato. Qui i palazzi antichi trasportano il poeta nel Medioevo. L'opposizione presente/passato è costante:

  • Il presente: è connotato dall'inverno, dalla luce chiara e fredda, aria rigida. Vi è sia un'immagine di bellezza, grazia e gentilezza sia di una forza ed eroismo guerriero.
  • Il passato: è connotato dal colore rosso dei tramonti di maggio (primavera), calore, profumi primaverili. Restano impliciti i termini antitetici del presente ma che sarebbero lo squallore e la viltà dell'età contemporanea.

L'esotismo romantico. Come in "Fantasia", il passato è una sorta di paradiso perduto, verso cui si protende la nostalgia del poeta. Il sogno esotivo evasivo, trasmesso dal verso finale ("un desiderio vano de la bellezza antica"), si può rivolgere sia all'Ellade classica che al Medio Evo comunale. Il lessico aulico e l'opposizione anche luci/ombre accentuano la volontà di fuga del poeta.

Alla stazione in una mattina d'autunno (dalle Odi barbare)

Il poeta, in una cupa mattina autunnale, accompagna alla stazione la donna amata, che si allontana da lui. Se "Nella piazza di San Petronio" il termine di confronto metrico era il distico elegiaco classico, in "Alla stazione in una mattina d’autunno" (frutto dell’unione di due testi successivamente composti dall’autore) il modello ispiratore è l’ode alcaica, che Carducci mima nel verso italiano attraverso una combinazione di endecasillabi appunto "alcaici" (nei primi due versi di ogni strofa, e composti con due quinari, di cui il primo ad accentuazione piana, il secondo sdrucciola), un novenario al terzo verso, un decasillabo al quarto verso (e sempre accentato sulla terza, sesta e nona sillaba).

Il testo è, in un certo senso, una summa della poetica carducciana. Sul piano tematico, infatti, si affacciano gli argomenti tipici di Carducci, che narra la separazione, alla stazione di Bologna (emblema della modernità!), da "Lidia", nascondimento poetico di Caterina Cristofori Piva, conosciuta nel 1871. La sofferenza del poeta introduce così, nella seconda parte del testo, la "fantasia", il sogno quindi la rievocazione dei tempi felici trascorsi con l’amata, caratterizzate da immagini solari, ed apre il campo alla carducciana trasfigurazione vitale del paesaggio come conseguenza della propria gioia. Dopo la parentesi del "sogno", il poeta torna al presente piovoso che diviene lo "spleen" baudeleriano, cioè quell'ebbrezza di annientamento, quella tristezza meditativa.

Anche dal punto di vista stilistico, "Alla stazione in una mattina d’autunno" presenta alcune caratteristiche ricorrenti del Carducci poeta: se da un lato è importante l’aspetto impressionistico della descrizione spaziale e paesaggistica, dall’altro prosegue la ricerca fonico-onomatopeica per "tradurre" in parole le immagini della modernità. Si vedano, ad esempio, le quartine introduttive, dove l’arrivo del treno in stazione acquista i toni, nell’ottica del poeta ed amante sofferente, della deformazione grottesca. Il tutto, ovviamente, condito dalla retorica classicheggiante (e nobilitante) del verso carducciano: enjambements, lessico colto, sintassi sostenuta ed elaborata.

Nevicata (dalle Odi barbare)

Questa poesia, scritta nel 1889, rivela un Carducci un po' diverso da quello combattivo e vitale che la tradizione privilegiata: l'autore appare qui ripiegato su se stesso, in una meditazione sulla morte e sulla fugacità della vita, con una presenza quasi ossessiva della memoria dei cari defunti. A questo stato d'animo fa da sfondo la città coperta dalla neve.

Il significato: Il poeta si trova nella propria casa a Bologna, forse nello studio. Fuori nevica, una nevicata continua e lenta che viene giù da un cielo color della cenere. La neve attutisce ogni rumore e dalla città non arrivano i suoni soliti della vita quotidiana: il grido della fruttivendola e il cigolio dei carri che passano. Anche i rintocchi dell'orologio della torre sono smorzati dalla neve, così che sembrano sospiri provenienti da un altro mondo. L'attenzione viene quindi attirata da un rumore: gli uccelli che vanno errando alla ricerca di cibo e di un riparo picchiano al vetro e riscuotono il poeta dal torpore della meditazione; quel battere insistito è come un richiamo che le anime degli amici che non ci sono più fanno al poeta: il richiamo al destino di morte che lo attende e al quale il poeta, nonostante la vitalità del suo animo, si dice pronto.

I temi: Il tema centrale della lirica è quello del pensiero della morte, che caratterizza una parte dell'opera di Carducci; in molte sue liriche si trova la contrapposizione fra la vita e la morte, fra la luce e le tenebre, fra la vita e il sole da una parte e il freddo della morte e l'ombra dall'altra. In questo testo sembra predominare solo il pensiero della morte, che acquista la forma simbolica, per altro dichiarata dal poeta, degli uccelli che picchiano con il becco sul vetro. Si può rintracciare però ancora un'eco della vita e della gioia che essa suscita in quel grido della fruttivendola, nel carro che corre e nell'accenno all'indomito cuore. Ma questi richiami sono come smorzati e attutiti dalla neve, dalla situazione di pesante tristezza che grava sulla città e sul poeta.

È significativo che la poesia si apra con l'immagine della neve che scende sullo sfondo di un cielo grigio e con l'idea del silenzio che si chiuda ancora con le parole silenzio e ombra, a definire il regno dei morti.

Giovanni Verga e il Verismo

Il Verismo trae origine dalle teorie del naturalismo francese e dalle condizioni storiche italiane come la grave crisi delle regioni meridionali, l'esistenza di una consuetudine linguistica e dialettale di carattere regionale. Verga rivela grande apertura alle novità europee, ma, a differenza di Zola (naturalista per eccellenza), ritiene che lo scrittore non potrà mai agire con il rigore dello scienziato, perché "il processo di creazione rimarrà un mistero": il verismo si propone di offrire al lettore la fotografia della realtà senza che l'autore interferisca con essa. Verga cerca maggiore autenticità di vita tra gli umili, ma non vuole affatto abbandonare gli ambienti dell'alta società per quelli popolari, anzi si propone di tornare a studiarli con gli strumenti più incisivi di cui si è impadronito: le "basse sfere" non sono che il punto di partenza del suo studio dei meccanismi della società.

L'ideologia verghiana: posizioni radicalmente pessimistiche. Generosità e altruismo sono valori ideali che non trovano posto nella realtà effettiva, mossa dalla ricerca dell'utile, dall'egoismo, e dalla volontà di sopraffare gli altri. Solo la fiducia nella possibilità di modificare il reale può giustificare l'intervento esterno sulla materia, il giudizio correttivo. La letteratura può solo studiare ciò che è dato e riprodurlo fedelmente. Ma proprio il pessimismo conservatore di Verga gli assicura l'immunità dai miti moderni del progresso e del popolo.

La teoria dell'impersonalità

La posizione di Verga nell'ambito delle poetiche del vero è il "metodo dell'impersonalità", lasciare che sia il "fatto nudo e schietto" e non le valutazioni dell'autore, il centro della narrazione. A tal fine egli deve essere introdotto nel mezzo degli avvenimenti, senza che nessuno spieghi gli antefatti. Evitando l'intromissione dell'autore, si può creare l'illusione completa della realtà, eliminando l'artificiosità letteraria. La "voce" che racconta non è il tradizionale narratore onnisciente, si colloca invece tutta all'interno del mondo rappresentato, allo stesso livello dei personaggi, tra i quali si mimetizza.

  • Vita dei campi è caratterizzata dalla presenza di indimenticabili personaggi della vita contadina siciliana dominati da una tragica condizione di violenza che diviene brutalità nei rapporti umani (Rosso Malpelo) o crudeltà nella vita sociale ecc. Accanto alla scabra rappresentazione veristica e pessimistica del mondo rurale, si può trovare ancora traccia di un atteggiamento romantico nell'ambiente arcaico come paradiso di autenticità e innocenza perdute.
  • Novelle rusticane ripropongono i personaggi e ambienti della campagna siciliana, in una prospettiva però più amara e pessimistica e prediligendo quadri d'assieme, segnati da un immutabile destino di sconfitta sia nel confronto con la natura, sia con quello con la storia. Dominano morte e il fattore economico, che in questo contesto acquista un aspetto particolare, di mezzo per la sopravvivenza e idolo del possesso (la Roba).

Rosso Malpelo (da Vita dei Campi)

Il racconto fu pubblicato per la prima volta sul "Fanfulla" nell'agosto del 1878, e nel febbraio 1880, in forma di opuscolo nella "Biblioteca" dell'Artigiano", edita dalla Lega italiana del "Patto di fratellanza per la diffusione di buone letture fra gli operai". Fu poi raccolto nella Vita dei campi nel 1880. Lo presentiamo nella redazione offerta dall'edizione definitiva in Vita dei campi -1887- più matura.

Il personaggio di Malpelo: Rosso Malpelo è un ragazzo di cui quasi tutti ignorano il vero nome al punto che persino la mamma lo ha quasi dimenticato. Tutti, infatti, lo chiamano Malpelo per via dei suoi capelli rossi che gli sono valsi non solo questo spiacevole soprannome, ma anche una pessima nomina. Stando alle credenze popolari, infatti, i capelli rossi sono indice di cattiveria. Trascurato e maltrattato da tutti, madre e sorella comprese, Malpelo cresce "torvo, ringhioso, e selvatico" rassicurato solo dal padre, che lo difende spesso, con cui lavora presso una cava di rena.

La morte del padre: Le cose precipitano quando l’uomo, Mastro Misciu detto Bestia, accetta di abbattere un pilastro considerato ormai inutile. Si tratta di un incarico molto pericoloso, accettato solo per bisogno di denaro, che finisce con il costargli la vita malgrado gli sforzi compiuti dal figlio per liberarlo dalle macerie. Il lutto segna profondamente Malpelo che decide di meritarsi definitivamente la nomina dovuta al suo aspetto e inizia effettivamente a comportarsi in modo cattivo con tutti e ad avere comportamenti violenti di vario tipo arrivando anche a picchiare il proprio vecchi asino.

Il rapporto con Ranocchio: La sua solitudine fatta solo di duro lavoro, però, non è destinata a durare perché alla cava arriva Ranocchio: un ragazzo con un femore lussato molto gracile e inesperto. Tra i due nasce uno strano legame: Malpelo maltratta il nuovo arrivato e si rivolge spesso a lui in modo violento ma, d’altro canto, fa di tutto per proteggerlo dandogli il proprio cibo e svolgendo al suo posto le mansioni più pesanti. Il tempo trascorre in questo modo fino a che il cadavere di Mastro Misciu non viene ritrovato consentendo al ragazzo di recuperare almeno gli attrezzi da lavoro del padre, che decide di tenere come ricordo. Si tratta di una magra quanto temporanea consolazione: Ranocchio, malato di tisi, dopo essere finito a terra per via di una spinta del suo compagno di lavoro peggiora e, nonostante gli sforzi dell’amico che gli porta vino e minestra nel tentativo di farlo riprendere, muore.

La conclusione: Ora Malpelo è definitivamente solo. La madre e la sorella sono andate a vivere altrove e a lui non resta che lavorare nella cava dove le giornate sono talmente dure da spingere addirittura un evaso, che lì aveva trovato un impiego e un rifugio, a cercare una soluzione migliore. Senza nessuno che si prende cura di lui, il ragazzo accetta di svolgere le mansioni più ingrate e rischiose al punto che un giorno, portando con sé gli attrezzi del padre, scompare durante un’esplorazione del sottosuolo alla ricerca di un pozzo. Inghiottito dalla terra Malpelo scompare lasciando ai ragazzi una pesante eredità: la paura che il suo fantasma si aggiri per la cava "coi capelli rossi e gli occhiacci grigi".

È ambientata nella Sicilia del 1876, con la legge sul lavoro minorile.

Impostazione narrativa rivoluzionaria

Il primo testo verista di Verga: Il racconto inaugura la fase verista dello scrittore: subito la frase iniziale evidenzia la rivoluzionaria novità dell'impostazione narrativa nell'affermare che Malpelo ha i capelli rossi "perché è un ragazzo malizioso e cattivo" rivela un pregiudizio superstizioso, di una mentalità primitiva. Il narratore è al livello del personaggio, quindi anche inattendibile poiché.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alex1395 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Oliva Gianni.
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