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Riassunti Latino

Riassunti dettagliati di letteratura latina sulla base dello studio autonomo dei 3 volumi di "Lezioni di Letteratura Latina" - Conte.

Alcuni degli argomenti trattati sono: Livio Andronico, Nevio, Ennio, Plauto, Terenzio, Pacuvio, Accio, Lucilio, Cesare, Cicerone, Lucrezio, Sallustio, Varrone Reatino, Virgilio, Properzio, Tito Livio, Ovidio, Tibullo, Orazio, Seneca, Persio, Petronio, Lucano,Giovenale,... Vedi di più

Esame di Letteratura latina docente Prof. P. Domenicucci

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Proprio perchè Nevio qui fonde mito e storia ( Non si limita a trattare leggende mitiche

come aveva fatto Livio Andronico, ma racconta una storia da lui vissuta colorandola di

mitologia, connette il mito alla storia) ecco che, grazie al suo lavoro,nasce un nuovo genere:

l’epica storica (poema storico), quasi sconosciuta e poi trattata anche da Ennio, autore degli

Annales. ENNIO E GLI ANNALES: UN POETA NAZIONALE

Autore di epica, ma anche di teatro, epigrammi, satire ( caratterizzate da 1.Soggettività: l'io

del poeta è costantemente in primo piano; 2. Varietà dei temi; 3. Finalità etica ). La sua

opera epica principale sono gli Annales ( storia di Roma dalla partenza di Enea fino a eventi

contemporanei all'autore come la battaglia di Ambracia ) : 18 libri ; abbandono del saturnio

e utilizzo dell'esametro ( forse lo aveva già utilizzato nella traduzione latina di un poemetto

greco di gastronomia), cosa che implica la creazione di combinazioni di termini ( agg + sost.

O sost+ vb) da utilizzare nei vari punti dell'esametro. Crea la lingua poetica latina. Il

ruolo riservato al mito e agli dei è importante: sono presenti anche nella parte storica:

presenti almeno 2 concili degli dei ( il primo in onore della guerra contro Pirro , il secondo

in occasione della 2a guerra Punica.). Gli Annales saranno un modello ad es. per Lucrezio,

la cui ispirazione si nota nel De Rerum Natura.

Rapporto tra Ennio e modelli greci:

come nel caso di Nevio, il mod. è sia quello omerico ( riproposizione di temi come quello

del concilio) sia dell'epos ellenistico

Elementi del codice epico presenti nella sua opera:

- esametro

- argomento bellico ( storia di Roma, fatta per lo più di guerre)

- presenza apparato divino

Meno rispettoso dell'oggettività epica

VITA Quinto Ennio nacque nel 239 a.C. a Rudiae (presso Lecce) nella Magna Grecia. Svetonio definisce

Ennio semigraecus, il poeta stesso amava sottolineare la sua natura “trilngue”, divisa tra il Latino, il Greco, e

‟ ‟

l Osco. Nel 189 accompagna il generale Marco Fulvio Nobiliore in Grecia, con l incombenza di illustrare con

i suoi versi la campagna militare: l operazione propagandistica sara duramente criticata da Catone. Sara

‟ ‟

favorito dalla famiglia di Nobiliore e dagli Scipioni; ricevera tra l atro la cittadinanza romana. Nell ultima

parte della sua vita si dedicò alla fatica degli Annales, il poema epico che gli dara fama perpetua a Roma.

OPERE Di tutti i suoi testi abbiamo solo frammenti di tradizione indiretta. Delle sue tragedie ci restano 200

frammenti, circa 400 versi. Ma il capolavoro di Ennio sono gli Annales, poema epico in esametri che, in 18

libri, narrava la storia di Roma: ce ne restano 437 frammenti per un totale di 600 versi.

FONTI Per gran parte della storia letteraria romana Ennio è il piu citato, ammirato, criticato e riesumato. Il

dato piu interessante è la probabilita che molte notizie riprese da autori piu tardi siano autobiografiche. E

significativo che di lui esista una tradizione figurativa: statue e pitture che lo effigiavano.

Il merito di Ennio fu di dar vita ad un capolavoro dell’epica romana, prima di Virgilio.

Gli Annales ( poema epico in 18 libri, pubblicato dall’autore a mano a mano che veniva

scritto) continuano la tradizione del poema epico-storico di Nevio narrando la storia di

Roma mescolando fatti storici (tra cui le due guerre Puniche contro Cartagine) con le

origini mitiche della città, collegate al leggendario racconto dell’arrivo di Enea in Italia

dopo la distruzione di Troia. Mentre Nevio, col suo Bellum poenicum, trattava un unico

fatto storico intriso di mito (ritenendo quell’evento il momento peculiare della romanità),

Ennio con la sua opera (15 libri, poi 18) tratta la storia di Roma anno per anno, in ordine

cronologico, attingendo anche lui dalla mitologia.

Usa l’esametro come ripudio del metro italico del saturnio e come emulazione e ripresa

del verso omerico.Nel proemio degli Annales Ennio narra di essersi addormentato; in sogno

giunge sull’Olimpo e gli appare il fantasma di Omero che gli rivela che la propria anima è

trasmigrata in lui: ecco la solenne investitura poetica, per cui Ennio è il “nuovo Omero”

(“alter Homerus”, come lo chiamerà Orazio): Ennio si pone come suo erede spirituale : egli

si definiva DICTI STUDIOSUS, cioè fornito di una raffinata preparazione linguistica e

lettera. Collegato a ciò è anche il volere di dare a Roma il suo poema nazionale, una

nuova Iliade. Ennio può essere per questo considerato il primo poeta “nazionale”.

Rispetto agli altri due poemi precedenti degli autori qui sopra (Odusia e Bellum Poenicum),

questa è molto più curata e notiamo qualcosa di straordinario: l’autocoscienza del poeta.

Ennio ama parlare di sé, un po’ in tutte le sue opere, e ha piena coscienza del suo ruolo di

intellettuale (segno di un clima culturale ormai evoluto) come visto dall'autoproclamazione

STILE e LINGUA: Ennio adotta uno stile elevato e solenne ricorrendo ad arcaismi per

conferire una patina di antichità all’opera. Egli punta sulle figure di suono come le

allitterazioni (spesso per accentuare il pathos es. << O TITE TUTE TATI, TIBI TANTA,

TIRANNE TULISTI>>). In alcuni frammenti di episodi bellicosi si nota un certo gusto del

macabro (particolari raccapriccianti). IL TEATRO

Risale agli albori della società umana.

Mentre quello greco era legato a finalità religiose e civili, il teatro romano era inteso come

spettacolo di intrattenimento ed evasione.

La prima rappresentazione teatrale fu allestita da Livio Andronico, dando il via alla

storia del teatro letterario a Roma.

LA TRAGEDIA A ROMA

Ha due sottogeneri:

- Cothurnata: tragedia di argomento greco

- Praetexta: tragedia di argomento romano

Era un genere prediletto dai nobili.

I PRINCIPALI SCRITTORI DELLA TRAGEDIA (II secolo a.C.)

- Livio Andronico: considerato il padre della drammaturgia letteraria latina; delle

sue cothurnate ci rimane poco; interpreta in modo creativo (già visto con la sua

Odusìa) le fonti greche, modificandole e interpretandole.

- Nevio: scrisse cothurnatae ma ha inaugurato il genere delle tragedie di argomento

romano, ovvero le praetextae, ad esempio scrisse un “Romulus” e un “Lupus” che

erano incentrate sul mito di Romolo e Remo allevati dalla lupa e potevano forse

costituire un unico testo.

- Ennio: scrisse cothurnatae e pretextae, lavorando sulla psicologia dei personaggi,

soprattutto quelli femminili, meno eroici e più umani. La sua ricca produzione

risponde alla volontà di farsi diffusore della nuova cultura greco-romana.

- Pacuvio: discepolo e nipote di Ennio, è il suo erede nel campo della tragedia. Scrisse

per la maggiore tragedie grecizzanti, guardando al ciclo troiano legato alle mitiche

origini di Roma. Valorizza l’elemento romanzesco, sviluppando il pàthos degli

affetti già caro a Ennio. È un poeta sperimentale, che usa neologismi e calchi dal

greco.

- Accio: coltivò diversi generi, sulla scia di Ennio. Ma di lui brillano le tragedie

cothurnatae, per la maggiore ispirate al ciclo troiano, altre a quello tebano o

spaziando un po’ su tutto il patrimonio mitico greco. Dopo di lui la tragedia a

Roma subì un declino, a causa del carattere elitario del genere della tragedia e

della sua distanza dalla vita reale unita ad un certo conformismo.

LA COMMEDIA A ROMA

- Palliata: a carattere greco. Dopo Plauto e Terenzio subì un declino, riportando alla

luce il genere della togata e il sottogenere della tabernaria (quello della bottega e

dell’osteria; genere plebeo).

- Togata: a carattere romano, dalla parola “toga”, tipico abito romano. Era ambientata

a Roma e ne rifletteva la vita e i costumi. Forse ne fu iniziatore Nevio. Non ebbe mai

successo come la palliata, a causa del genio comico di Plauto che scrisse solo palliate

impedendo alla togata un vero sviluppo.

GLI AUTORI DELLA COMMEDIA (II secolo a.C.)

- Nevio: per noi il più antico autore di commedie letterarie. Riscosse molto successo

e ricordiamo la sua “Tarentilla” (la ragazza di Taranto). Le sue commedie erano

ricche di spirito polemico contro gli uomini politici.

- Plauto: il re della poesia comica latina. Introdusse delle novità drammaturgiche,

come la presenza della musica, introducendo i cantica (parti interamente cantate).

- Cecilio Stazio: come Plauto, autore di sole palliate. Primo autore che veniva

dall’Italia del nord (infatti proveniva da Milano).

- Terenzio: motivo prevalente del suo teatro è dato dai rapporti interpersonali

(soprattutto tra padri e figli).

PLAUTO – LE COMMEDIE GRECIZZANTI

Si rifà a modelli greci, praticando la contaminatio, come anche Terenzio. In Plauto avviene

però una romanizzazione culturale-ideologica che prevede una traduzione non letterale,

ma in cui egli entra in competizione con il modello → una traduzione basata

sull'emulazione. La riproposizione di originali greci qui però non esclude una grande

creatività (es. nei “cantica”, le parti liriche molto ricche metricamente...)

VITA Plauto, come del resto quasi tutti i letterati latini di eta repubblicana, non era di origine romana:

certamente cittadino libero. La data di morte, il 184 a.C., è sicura; la data di nascita da una notizia di

Cicerone: probabile una nascita tra il 255 e 250 a.C..

OPERE E FONTI Plauto fu autore di enorme successo, immediato e postumo. Di Plauto furono condotte

vere “edizioni” ispirate ai criteri di filologia alessandrina: le commedie

furono dotate di didascalie, di sigle dei personaggi; i versi scenici furono impaginati da competenti, in modo

che ne fosse riconducibile la natura. La fase critica nella trasmissione del corpus dell opera pluatina fa

‟ ‟

segnata dell intervento di Varrone, il quale, nel De comoediis Plautinis, ritagliò nell imponente corpus un

certo numero di commedie (21, quelle giunte fino a noi), sulla cui autenticita c era generale consenso.

Queste sono opere da Varrone accettate totalmente e sicuramente genuine. La cronologia: alcune

presuppongono vicende storiche: Casina allude chiaramente alla repressione dei Baccanali del 186.

È la punta di diamante della produzione letteraria nella commedia.

Le commedie di Plauto sono tutte palliatae, essendo ambientate tutte in Grecia. Però, gli usi

e costumi rappresentati sono tutti tipici della società romana contemporanea.

Non tratta di eventi politici contemporanei ma nelle sue opere si riscontrano i riflessi delle

problematiche della sua epoca.

Nelle sue commedie troviamo spunti satirici come critiche al lusso sfrenato, ma anche

riflessioni pessimistiche sull’amore.

Le sue commedie sono luogo di dibattito di idee, e anche per questo Plauto ebbe molta

fortuna come autore.

Delle sue 130 commedie ce ne sono giunte solo 21, tra cui Asinaria (la commedia degli

asini) e Amphitruo (Anfitrione). Queste commedie sono riferibili all’ultima fase della

produzione dell’autore, la più matura e artisticamente felice.

TRAME: (commedie più rappresentative)

<<AMPHITRUO>>: (Anfitrione) è una tragicommedia, ha per protagonisti dei e personaggi del

mito; Giove è innamorato di Alcmena e assume le sembianze del marito Anfitrione per unirsi con

lei. La comicità sta negli equivoci degli scambi di persona perché anche Mercurio, servo di Giove,

assume le sembianze di Sosia, servo di Anfitrione.

<<AULULARIA>>: protagonista l’avaro Euclione che trova una pentola d’oro e vive nella

paura ossessiva di perderla. Gliela ruba il servo di un giovane innamorato della figlia, promessa

sposa di Megadoro. La restituzione del tesoro consentirà al giovane di sposare la ragazza.

<<MILES GLORIOSUS>>: un giovane, innamorato di una cortigiana, riesce a sottrarla ad un

soldato con l’aiuto di un servo scaltro; il soldato verrà continuamente ingannato.

<< ASINARIA >> «La commedia degli asini». Argirippo è innamorato di Filenio, una

cortigiana, ma gli occorrono venti mine per liberarla. Con l'aiuto del padre Demeneto e dei

servi Libano e Leonida, egli riesce ad impadronirsi di una grossa somma, destinata

all'acquisto di certi asini (da cui il titolo) che l'incaricato di un mercante reca a Saurea, il

servo che amministra i beni di casa per conto della madre Artemona. La donna, tipica uxor

dotata, assolve in famiglia funzioni paterne e regola lei l'amministrazione della casa. Liberata

la cortigiana, padre e figlio si trovano rivali in amore ad un convito: Demeneto ha “vincolato”

(v. 850) Argirippo con i favori che gli ha concesso e l'affetto che gli ha dimostrato. Il giovane

pare costretto a cedere temporaneamente l'amata quando arriva Artemona e mette

bruscamente fine ai desideri del marito, svergognandolo e trascinandolo quasi di peso a casa.

fitta di riferimenti al mondo degli animali:

La commedia è dal titolo al nome del giovane

innamorato, Argirippo («Cavallo d'argento»).

Struttura e tema delle commedie:

una serie sempre simile di casi (clichè) quei casi e quelle situazioni già conosciute che il

pubblico romano voleva ritrovare sulla scena (il pubblico non voleva sviluppi imprevedibili,

ma situazioni e tipi già conosciuti). La base della trama è il contrasto tra due

personaggi: uno cerca di sottrarre un bene (del denaro, una donna…) all’altro. Lo

schema è molto semplice ma può dar luogo a diverse varianti.

Nonostante il tema dell’amore ostacolato, nell'Aulularia il vero protagonista è il vecchio,

raffigurazione dell’avaro, tanto che l’Aulularia viene definita come <<commedia di

carattere>>; in effetti Euclione non è solo una caricatura o una semplice macchietta: il

personaggio dell’avaro appare vivo e reale ed è reso credibile grazie all’arte del poeta

Plauto amava anche gli equivoci (commedia degli equivoci) che si creavano grazie ai

simillimi, ovvero due personaggi praticamente uguali che venivano confusi e scambiati

l’uno per l’altro (come avviene ad esempio nell’Amphitruo, in cui Giove prende le

sembianze di Anfitrione → il tema dell’equivoco è affiancato da quello dello

sdoppiamento dell’io)

Alla fine, dopo molte peripezie, si giunge al lieto fine.

Lo scontro nelle commedie di Plauto: avviene per la maggiore tra due personaggi maschili,

uno giovane e l’altro vecchio. Il vecchio di solito è il padre e alla fine il giovane trionfa e

lo sconfigge. Questo va a svuotare di importanza e autorità la figura di padre esposta sulla

scena in una Roma che era una società patriarcale; in tal senso l’ambientazione greca salva

la situazione, allontanando da Roma queste vicende che alla città sarebbero risultate

moralmente scabrose.

La figura delle donne: a volte l’ingannatore della situazione è una donna, ma raramente

perché Plauto usa le donne quasi solo come aiutanti dell’ingannatore (mentre nella

commedia greca l’inganno femminile era un tema ricorrente). [Nell’ Asinaria il ruolo

paterno è vestito da una madre, che smaschera e punisce].

Inoltre, importante é la figura del servo nella commedia plautina: c’è un servo furbo e

scaltro che inganna il padrone e ha la meglio ( va anche detto che il servo non è mai

romano, perchè una condizione sociale troppo bassa) → IL SERVUS CALLIDUS (servo

furbo): in quattro commedie vi è la stessa struttura; gli antagonisti sono di volta in volta il padre, il

lenone, il soldato e sono perdonati dai padri che perdonano anche il servo. Proprio il servo è il

protagonista, il personaggio che Plauto sente più congeniale e a cui affida tutte le risorse della

sua comicità: il <<servus callidus>> è l’eroe comico su cui si concentrano l’attenzione e la

simpatia dell’autore.

Non meno divertenti sono gli antagonisti, in particolare personaggi come il <<miles

gloriosus>> o, come nello Pseodolus, coloro che si mostrano spudorati, veri e propri

capolavori di esagerazione grottesca. Un altro protagonista è il <<senex libidinosus>>, il

vecchio vergognosamente innamorato che si fa rivale del figlio per la conquista della stessa

donna; questo personaggio si trova nella <<Casina>> o <<commedia della beffa>> in cui la

comicità è licenziosa.

Va detto poi che Plauto sacrifica il caratteri psicologici dei personaggi per esaltare la

comicità sbrigliata incentrata sull’azione, sulla beffa e l’inganno, sui motivi del corpo, del

cibo, del sesso e i suoi ingredienti dunque scurrili e osceni. Ma, notare bene, privi di

sciatteria, anche nel linguaggio.

Plauto comunica col suo pubblico e per questo cerca immediatezza, anche se è ben

consapevole del suo status di poeta. Spesso l’attore si rivolge al pubblico per coinvolgerlo

nell’azione.

Rapporti con i modelli greci:

gli autori da cui attinge Plauto sono i maggiori rappresentanti della nuova commedia greca:

Menandro, Demofilo. E' vero che Plauto si mantenne fedele agli originali conservando

l’ambientazione greca, ma non si fece scrupolo nell’apportare modifiche per raggiungere

con maggior efficacia lo scopo di divertire il pubblico.

Usa la <<contaminazione>> (o contaminatio) che indica l’inserzione di una commedia (o di

scene) in un’altra commedia tratta da un originale greco.

Dà molto più spazio alla musica e al canto (suono del flauto)

Elementi originali in Plauto:

- intrecci complessi (intrecciava anche diverse trame di commedie greche)

- motivo della beffa e dell’inganno

- ruolo preponderante del servo, che vince contro il padrone antagonista

- scarsezza di donne ingannatrici

- pochi ingredienti che danno vita a infinite varianti

- rapporto col pubblico: rapporto quotidiano e comprensibile (a diff. Di Terenzio, che

usa un linguaggio aulico)

- la musica: introduce i cantica, ovvero sequenze cantate

Lo stile: L’apporto più originale di Plauto alla commedia è lo STILE. Egli non mira, come

Menandro, alla riproduzione fedele, ma crea uno stile artefatto e ricco di <<effetti speciali>>.

Il sermo familiaris costituisce il punto di partenza ma viene trasformato dalla creatività

del poeta ne risulta uno stile vario e brillante.

- giochi di parole

- neologismi

- dialoghi fluidi

- parole greche

- grande inventore di immagini, similitudini e metafore (metafore soprattutto

militaresche, come l’assalto inteso in ambito amoroso per conquistare la donna, che è

la preda inseguita)

- linguaggio pittoresco e bizzarro, comico e spassoso

- lingua vera ma degna d’arte

Ricordiamo che la commedia deve far divertire!!! → IL TEATRO COME GIOCO:Plauto

ama svelare esplicitamente la finzione teatrale; lo si vede per esempio negli inviti rivolti

al pubblico ad intervenire nell’azione. Un’altra forma di rottura dell’illusione scenica è

costituita dal <<METATEATRO>>, cioè il teatro nel teatro. Oppure il pubblico viene messo

a parte dei segreti e trucchi di scena; in altri casi si ride dei luoghi comuni, come gli insulti.

Un altro procedimento è l’inserzione di riferimenti romani in commedie di ambientazione

greca. TERENZIO – LE COMMEDIE PALLIATAE

Di Terenzio ci sono giunte sei commedie intere, tutte palliatae, tra cui ricordiamo la prima

“Andria” (la fanciulla di Andro) e “Eununchus” (l’eununco), il successo più grande.L’

“Hecyra” del 165 a.C., fu un fiasco al punto che gli spettatori abbandonarono il teatro per

trasferirsi verso altri spettacoli; sono di titolo e ambientazione greci e derivate da modelli

greci, soprattutto Menandro.

Novità del teatro di Terenzio:

- l’importanza del prologo: il prologo viene recitato da un apposito personaggio e

ha il fine di riflettere sulle intenzioni dell’autore (dunque ha carattere metaletterario).

Il prologo ha anche un tono polemico ed è volto a difendere Terenzio stesso dalle

accuse dei rivali, che tra le cose lo accusavano d’imitazione, ravvicinata sino al

plagio, dei modelli greci e latini (tra i latini, Plauto) e di appropriazione indebita del

lavoro altrui (non sarebbe lui l’autore delle commedie che passano per sue!).

Terenzio elimina il vecchio prologo teatrale che dava anticipazioni agli spettatori

(come faceva invece Plauto, in cui il prologo aveva una funzione informativa); il

pubblico non riesce più a prevedere le reazioni dei diversi personaggi, ma viene

in un certo senso pareggiato ad essi e così può vivere e soffrire con loro.

La commedia di Terenzio è stataria: punta sui caratteri e non sull’intreccio,

contrapponendosi così alla commedia motoria di Plauto, tutta brio e comicità in un vivo

dinamismo scenico.

Terenzio studia l’animo dei personaggi (cosa che non faceva Plauto), mettendo a

confronto caratteri diversi, o opposti (tecnica del contrasto drammatico), per sottolineare le

diverse connotazioni dell’animo umano. Perciò sono pg psicologicamente credibili e lo

spettatore può identificarsi in essi; i protagonisti non sono più servi sfacciati e imbroglioni:

il ruolo del servo viene ridimensionato e in primo piano vi sono padri e figli che non sono

nemici ma sono legati da affetti e rispetto reciproco.

Il problema dell’educazione dei figli è presente in numerosi drammi terenziani e viene dibattuto e

approfondito soprattutto negli Adelphoe.

La tesi che l’autore si propone di dimostrare è che è preferibile che i padri assumano verso i figli un

atteggiamento non severo ma indulgente e comprensivo.

Terenzio riflette la crisi del modello patriarcale educativo per indicare la meta a cui tendere nella

solidarietà tra generazioni. Tutto ciò corrisponde alle posizioni di Menandro, solo che Terenzio le

rivista in chiave romana.

Il messaggio centrale è la PHILANTROPIA, cioè l’amore ed il rispetto degli altri. Non vi è

alcun intento rivoluzionario in Terenzio, in quanto non sono messi in discussione i ruoli sociali

tradizionali né le norme che regolano i rapporti all’interno della famiglia; vuole solo invitare il

pubblico a riflettere sulla complessità delle relazioni interpersonali.

Non esistono modi di agire in assoluto e la moralità di un’azione dev’essere valutata in

rapporto all’individuo che la compie e alle circostanze (RELATIVISMO ETICO).

COMMEDIE RILEVANTI:

<<HEUTONTIMORUMENOS>>: il titolo si riferisce al vecchio Menedemo che conduce una vita

di privazioni e fatiche per punirsi di aver ostacolato il figlio Clinia nel suo amore per una ragazza

povera, causando l’arruolamento del figlio. Clinia torna e viene ospitato da un amico innamorato di

una cortigiana. Dopo vari equivoci in cui sono coinvolti i due padri, la vicenda si scioglie grazie al

riconoscimento: la fanciulla amata da Clinia si scopre essere sorella dell’amico e si andrà

celebrando un doppio matrimonio perché l’amico di Clinia sposerà una ragazza di buona famiglia.

<<ADELPHOE>>: i fratelli sono due senes, Demea e Micione, che hanno cresciuto i figli con due

diverse educazioni. Demea è severo e Micione è affettuoso. Alla fine Demea si adeguerà ai metodi

di Micione.

<<HECYRA>>: Panfilo, dopo una lunga relazione con la cortigiana Bacchide, per obbedire al

padre, sposa Filumena; al ritorno da un viaggio d’affari, Panfilo scopre che la sua sposa è tornata a

casa dei suoi per alcuni screzi con la suocera. In realtà è perché Filumena sta per partorire un

bambino nato dalla violenza subita da un uomo prima delle nozze. Panfilo vuole allora lasciare

Filumena ma, con l’aiuto di Bacchide, il matrimonio viene ristabilito.

L’Hecyra è una commedia anomala rispetto alle altre perché presenta personaggi e risoluzione

diversi.

Tipica di Terenzio è la ricerca di effetti di sospensione o di sorpresa in quanto egli esige

l’attenzione degli spettatori e li fa partecipare allo svolgimento, per scoprire gradualmente la verità.

L’accurata costruzione dell’intreccio è funzionale, da un lato per perseguire effetti di suspanse,

dall’altro per la trasmissione di un messaggio morale.

Per favorire il coinvolgimento del pubblico Terenzio elimina le forme di rottura dell’illusione

scenica, care a Plauto; compie così un passo verso la commedia chiusa, cioè una costruzione

unitaria e compiuta in se stessa.

Lo stile: manca della fantasia musicale di Plauto. Il linguaggio è teatrale, elegante e

misurato, forse elitario. Puntava sulla tecnica e sull’etica. Terenzio tende a riprodurre il

linguaggio della conversazione ordinaria e sceglie un livello medio e sobrio. Il suo stile

è pacato ed elegante ma un po’ dimesso ed era destinato ad apparire scialbo e debole se

paragonato a quello di Plauto. Fu apprezzato però per la sua <<purezza>> è

considerato modello di <<Latinitas>>, un linguaggio semplice, nei limiti della

correttezza e del buon gusto. Lo stile non manca di vivacità soprattutto nei

monologhi “patetici”, cioè quando tratteggia la psicologia del personaggio.

TRAGEDIA arcaica: Pacuvio, Accio

PACUVIO

Dopo Ennio, la tragedia a Roma fu rappresentata da Pacuvio; figlio di una sorella di Ennio,

nacque a Brindisi nel 220 a.C.; negli ultimi anni della sua vita si ritirò a Taranto dove morì nel 130

a.C.Si conservano 12 titoli di tragedie d’imitazione greca, tratte da modelli dei grandi tragici

ateniesi del V sec.Conosciamo anche il titolo di una praetexta, <<Paulus>>, relativa ad un

avvenimento di storia contemporanea, la grande vittoria di Lucio Emilio Paolo sul re macedone

Perseo nel 168 a.C. I frammenti costituiscono 400 versi; da questi risultano caratteristiche simili a

quelle del teatro tragico enniano; nell’adattamento dei modelli greci si tende ad accrescere e a

caricare il pathos e la sublimità. Privilegia infatti l’eccezionale, lo straordinario, ed accentua

le emozioni e i sentimenti.

Pacuvio eccelleva nelle scene ad affetto, dotate di una forte carica drammatica; l’accentuazione del

pathos si manifestava talora con l’insistenza su particolari orridi e raccapriccianti, destinati a

comunicare e ad impressionare il pubblico, come nell’Antiopa.

Un altro esempio di scena ad effetto, molto patetica, era l’apparizione di Deifilo ucciso e rimasto

insepolto, alla madre dormiente, nella tragedia Iliona. Cicerone attesta che le parole di Deifilo

provocarono nel pubblico forti emozioni e commozione.

Sul piano stilistico, la ricerca della sublimità si spingeva sino ad ardite sperimentazioni. Anche in

Pacuvio erano presenti le <<GNOMAI>> o <<SENTENTIAE>>, cioè le massime di carattere

generale. ACCIO

Accio, secondo i posteri,contese a Pacuvio la palma di massimo poeta tragico latino. Nato a

Pesaro nel 170 a.C., figlio di un liberto, visse a Roma dedicandosi alla letteratura sotto la protezione

di uomini illustri. Non si conosce la data della morte ma sappiamo che visse a lungo in quanto

conobbe Cicerone e vi parlò di argomenti letterari. Perciò la morte può risalire all’85 a.C.

Ci sono pervenuti 45 titoli per un totale di 750 versi. Scrisse anche 2 praetextae: <<Brutus>>, in

cui esalta il primo console romano, e <<Gli Eneadi ovvero Decio>>, dedicata a un altro eroe della

storia antica di Roma.

Nei frammenti si ritrovano le caratteristiche della tragedia romana: ricerca della sublimità

magniloquente, enfasi retorica, gusto dell’orrido e del truculento. Quest’ultimo si manifestò sicuro

in 2 tragedie: l’<<AtreusA>> e <<Tereus>>, che metteva in scena vicende mitiche di cannibalismo.

Per quanto riguarda il rapporto con i modelli greci, Accio s’ispirava ai criteri della <<traduzione

artistica>>. La solennità è ricercata con l’ampiezza dei membri del periodo, con l’abbondanza

e quasi il cumulo degli attributi e con le figure di suono, come le allitterazioni.

Il tiranno spietato, protagonista di tante tragedie greche e latine, in Accio è rappresentato in

modo esemplare dalla figura di Atreo, dell’omonima tragedia.

Un tiranno era anche l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, nella tragedia Brutus: essa

comprende il racconto di un sogno fatto dal re e l’interpretazione che ne dà il consigliere,

ricavandone il presagio di un imminente rivolgimento politico: il passaggio da monarchia a

repubblica. LUCILIO E LA NASCITA DELLA SATIRA

VITA La data di morte 102 a.C. è sicura. Nato presumibilmente tra il167/168. Era i un distinta famiglia

“ ‟

originaria della Campania settentrionale: la sua biografia giovanile è legata al circolo scipionico”. E il

primo letterato di buona famiglia che conduce una vita da scrittore, volontariamente appartata dalla vita

politica. ‟

OPERE Trenta libri di satire, di cui abbiamo i frammenti per circa 1300 versi. L ordine era dato da un criterio

metrico e non coincideva con quello cronologico di composizione. Così Lucilio si orientò progressivamente

‟ ‟

verso l esametro (segno di provocazione ironica, vista che era il “verso eroico”); e l esametro diventera da

Orazio in poi l unico verso prescritto per la satira. Non è affatto sicura che il termine Saturae risalga a Lucilio

stesso, ma Orazio usa il termine per designare quel genere di poesia inaugurata da Lucilio.

FONTI Numero citazioni di grammatici e commentatori tardi. Cospicue allusioni nelle opere di Orazio. Fu

letto con interesse in eta imperiale; l abbondanza di parole rarissime e difficili nella sua opera offrì molto

materiale ai grammatici tra il II e il V sec. d.C.

Nacque a Suessa Aurunca da una ricca famiglia dell’ordine equestre. Non si conosce bene la data di

nascita; fu amico di Scipione Emiliano e Gaio Lelio: con la sua opera li sostenne contro gli

avversari, senza mai impegnarsi davvero nell’attività pubblica. Rappresenta un uomo di cultura che

è più interessato alla letteratura che alla politica. Scrisse 30 libri di satire e ci sono pervenuti 1370

versi sottoforma di frammenti; l’ordine seguito nella raccolta non è cronologico: i primi 21 si

distinguono perché scritti in esametri; nel passaggio dai libri più antichi a quelli più recenti vi è

l’abbandono dei metri della commedia e la decisione di usare l’esametro. Con Lucilio la satira

assume una fisionomia ben precisa.

LA SATURA: GENERE SOLO LATINO

La satira è l’unico genere latino che non ha un diretto corrispondente nel mondo greco. Per

quanto riguarda l’origine del genere, una serie di etimologie la riconnettono a: 1. i satiri, 2. un

piatto di primizie offerto agli dei (“satura lanx”), 3. un particolare ripieno (“satura”), 4. una

proposta di legge (“lex satura”). La prima etimologia sottolinea l’aspetto burlesco del genere, le

altre tre pongono in risalto l’aspetto complesso della tematica che tratta.

Lucilio viene considerato l’iniziatore del genere della satira; all’interno del genere vengono

distinte due fasi: una iniziale, rappresentata da Ennio e Pacuvio, e una successiva,

rappresentata da Lucilio, Orazio e successivi autori.

LA TEMATICA:

in Lucilio vi è una vasta gamma di argomenti; si può comunque indicare come nucleo centrale di

una tematica, l’attenzione divertita agli aspetti quotidiani della vita.

Ampiamente trattato è il settore dell’eros e del sesso: ci è stato tramandato che il libro XVI fosse

dedicato ad una donna di nome Collyra, ma non ci è pervenuto alcun frammento quindi non

sappiamo come fosse stato svolto il tema. In altri frammenti però vediamo le schermaglie di un

uomo con una ragazza vivace e indipendente.

Alcuni frammenti rimandano al mondo della commedia, altri presentano spunti relativi all’amore

per i fanciulli e alla vita coniugale Lucilio infatti non esitava ad affrontare il tema

dell’infedeltà femminile. Una quantità di frammenti mostra interesse per gli aspetti più concreti

del vivere quotidiano anche le occasioni mondane erano oggetto di interesse; tra queste la

“cena” era la più importante. Spesso il banchetto serviva ad introdurre la conversazione tra

convitati o costituiva il punto di partenza per considerazioni moralistiche sugli eccessi della

gastronomia romana.

Altri frammenti trattano di eventi sportivi o di fatti di cronaca che avevano destato scalpore.

Altrove la vena moralistica di Lucilio si manifesta nell’osservazione della vita politica.

CARATTERISTICHE DELLA POESIA DI LUCILIO:

Lucilio riunisce temi e motivi molto diversi tra loro. Alla varietà tematica si devono associare altri

elementi che emergono dai frammenti.

Il primo è l’aggressività che esprime negli attacchi personali: l’impegno morale si traduce in

un atteggiamento da censore è possibile ricostruire la satira in cui Lucilio muove un

attacco scoperto e feroce contro Lucio Cornelio Lentulo Lupo costruendo una vicenda

immaginaria: in un concilio degli dei si discute la situazione di Roma con l ‘intento di trovare

un mezzo per porre rimedio alla corruzione. Dopo vari interventi qualcuno osserva che la

massima responsabilità della corruzione ricade sulla classe dirigente, ovvero Lentulo Lupo

(PRINCEPS SENATUS). La satira è comunque rivolta contro un defunto perché fu scritta dopo

la morte di Lupo.

Il meccanismo su cui si basa l’invenzione di Lucilio è la PARODIA LETTERARIA.

Un altro aspetto importante è il CARATTERE SOGGETTIVO di molti componimenti: il poeta

si atteggia a spettatore e narratore dei casi trattati il libro III per esempio, si presentava come

il resoconto poetico, rivolto ad un amico, di un viaggio che l’autore aveva compiuto da Roma alla

Sicilia (“iter siculum”). Un altro aspetto autobiografico si deduce da un frammento del libro V: una

grande malattia ha portato vicino alla morte Lucilio che si vede abbandonato da un amico.

Anche nelle satire “personali”, il poeta mostra di saper sfruttare le possibilità di intrattenere

piacevolmente il lettore; lo SPIRITO è una delle componenti primarie nella sua poesia e si

presenta come scherno o beffa.

LINGUA, STILE, POETICA:

la lingua è uno degli aspetti più appariscenti della poesia di Lucilio; sono molto frequenti termini

tecnici, grecismi e vocaboli greci di uso corrente.

Il livello linguistico è quello del <<SERMO>> (bilinguismo): è una scelta che comunque non

comporta una scarsa sensibilità per i problemi stilistici in quanto Lucilio è interessato ad argomenti

grammaticali e letterari. Egli risulta informato delle dottrine greche: è a suo modo un <<poeta

doctus>> che unisce poesia e cultura e ciò si riflette nelle satire.

L’interesse per i fatti stilistici e letterari favorisce una consapevolezza critica che induce l’autore

a definire gli aspetti principali della sua poetica egli destinava le sue opere ad un pubblico ben

preciso, di lettori né troppo ignoranti né troppo colti.

Inoltre egli dichiara la superiorità della sua condizione di intellettuale rispetto alle lucrose attività

normalmente praticate da chi apparteneva al ceto equestre: una posizione tutt’altro che ovvia nella

società romana. Lucilio prende le distanze dalla tragedie rimproverando ai tragediografi di non

saper comporre nulla se non prodigi e serpenti volanti e con le ali. Questa svalutazione è l’altra

faccia della poetica che assume come argomento l’esperienza quotidiana.

Viene introdotto il concetto di VERUM le cui concretezza e autorità svuotano e privano di

ogni attendibilità le credenze popolari. 

Si sfalda anche il patrimonio mitologico, riducendosi ad una raccolta di fiabe puerili

l’adesione al reale si esprime anzitutto in negativo, con il rifiuto di contenuti inverosimili,

nonché di argomenti solenni ed eccezionali.

La novità consiste nel carattere realistico e nell’apertura alla vita quotidiana: è un tipo di

letteratura nuovo importante il carattere soggettivo.

---------------------------FINE PERIODO ARCAICO (240-78 a.C.)------------------------------

----------------------PERIODO CLASSICO o AUREO (78 a.C. - 14 d.C.)----------------------

1) CICERONIANO o CESARIANO (78-31 a.C.)

Morte del dictator Lucio Cornelio Silla – Fine repubblica romana con Battaglia di Azio

IL PRIMO SECOLO a.C.

È segnato dalla crisi della res publica tradizionale. Si impose il potere di Augusto, con il

principato. Questa è “l’età di Cesare”, poiché egli fu la figura centrale dell’ultima fase

della repubblica romana (la tarda repubblica).

LUCREZIO – DE RERUM NATURA

VITA E TESTIMONIANZE La notizia biografica piu ampia su Lucrezio compare nella traduzione del

Chronicon di Eusebio fatta da S. Girolamo: Titus Lucretius poeta nascitur: qui postea amatorio poculo in

furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit,

propria se manu interfecit anno aetatis XLIV. Non è facile datare questa notizia, e neppure accordarla con

quella fornita da Donato: si può affermare con certezza solo che il poeta nacque negli anni 90, morì verso la

meta degli anni 50. Oggi 98 e 55 sono generalmente ritenute le date pi verosimili, ma permangono notevoli

incertezze. Va respinta la notizia geronimiana sulla follia di Lucrezio: l accusa dovrebbe essere nata in

ambiente cristiano nel IV secolo al fine di screditare la polemica di Lucrezio. L unico riferimento a Lucrezio

nell opera di Cicerone è una lettera al fratello Quinto del 54.

OPERE Il poema in esametri De rerum natura, in 6 libri (un totale di 7415 esametri); dedicato a Memmio,

verosimilmente Caio Memmio, amico e patrono di Cinna e Catullo. Il testo del De rerum natura è conservato

integralmente da due codici del secolo IX (ora conservati a Leida). La prima edizione a stampa fu eseguita

nel 1473 da Ferrando da Brescia.

Leggenda: Lucrezio bevve un filtro d’amore, divenne pazzo e morì suicida.

Lucrezio scrisse una sola opera, il poema epico- didascalico in esametri De rerum natura

(composto di sei libri), lasciato incompiuto dall’autore. [ Il titolo è la traduzione latina del

greco “PERI PHYSEOS” (<<sulla natura>>), titolo dell’opera di Epicuro che però era solo

un trattato in prosa]

Lo scopo dell’opera era quello di divulgare a Roma i precetti dell’epicureismo, che

l’autore stesso abbracciava. Nell’opera espone dunque la dottrina epicurea, dando una

visione negativa dell’esistenza umana forse per convincere i lettori di quanto sia urgente e

indispensabile aderire alla liberatoria filosofia di Epicuro.

[Epicureismo a Roma: non era accolto con gioia, perché era la filosofia che meno si poteva

conciliare con la mentalità tradizionale romana. Infatti, secondo Epicuro, il saggio si deve

allontanare da ogni negotium civile o sociale e vivere nella natura, tra gli amici,

inseguendo un piacere individuale.]

Lucrezio tenta di convincere il suo pubblico di lettori della bontà di questa dottrina

liberatoria. Il suo è un poema didascalico, con la funzione di insegnare, di comunicare

verità decisive per la vita dei suoi lettori (oggetto è l’esposizione della filosofia epicurea che

il poeta si pone di diffondere poiché certo che solo quella potesse assicurare gli uomini la

soluzione dei loro problemi esistenziali.). L’aggettivo <<epico>> rimanda ai toni

entusiastici con cui Lucrezio celebra Epicuro, il filosofo-eroe che ha dato agli uomini un

messaggio di salvezza. La sua poesia è intrisa di passione filosofica e morale: lui vuole

spronare ad agire.

CONTENUTI DELL'OPERA:

l’originalità di Lucrezio emerge fin dal proemio dell’opera che si apre con una preghiera

rivolta a Venere, protettrice dei romani. Vi è quindi la concessione fatta alle convenzioni

del genere ma anche nuovi significati: Venere è il simbolo della forza generatrice della

natura e della felicità dell’uomo ( consapevole delle legge naturali ). La richiesta alla dea

di assicurare pace ai romani sembra in contraddizione con la teologia epicurea ma si spiega

come un omaggio alla tradizione letteraria la dea è simbolo della <<rerum natura>> e

della VOLUPTAS.

Dopo l’inno a Venere, vi è un elogio di Epicuro, l’eroe salvatore dell’umanità che sconfisse il

mostro della <<religio>>. Qui il poeta narra l’episodio del sacrificio di Ifigenia e sottolinea che la

religione è spesso causa di empi fatti. Lucrezio quindi dà risalto alla polemica antireligiosa.

Ha poi inizio la trattazione di argomenti fisici, antropologici e cosmologici; l’opera è strutturata

in 3 gruppi di 2 libri (in cui l’epica epicurea viene sempre richiamata).

Il libro I tratta delle teoria degli atomi (perì fiuseos) e spiega come riescono ad aggregarsi

per formare corpi e poi disgregarsi. Il libro II si apre con un proemio in cui l’<<atarassia>>,

serenità imperturbabile del saggio, viene contrapposta all’infelicità dell’uomo travagliato dalle

passioni. Il libro III si apre con una celebrazione di Epicuro; tratta poi dell’anima e del corpo, o

meglio, dell’anima e dell’animus, composti di atomi: il poeta vuole liberare l’uomo dalla

paura della morte. Il libro IV tratta la teoria delle sensazioni e vengono illustrati i sensi ed il

loro funzionamento; il finale tratta della fisiologia del sesso e della psicologia dell’amore. Il libro

V tratta dell’universo, che non è eterno. Anche l’ultimo libro si apre con un elogio, quello di

Atene ed Epicuro, il suo figlio più grande; sono descritti poi i fenomeni meteorologici che

provocano nell’uomo il timore superstizioso degli dei. L’ultima parte del libro è dedicata alle

epidemie e alle loro cause e il poema si chiude con una descrizione della terribile peste di Atene

del 430 a.C.

La struttura compositiva del poema è chiara e ordinata, caratterizzata dal fatto che i libri sono

raggruppati a due a due: la prima coppia tratta degli atomi , la seconda dell’uomo e del

funzionamento del suo organismo, la terza del mondo. Ogni libro ha un finale o un proemio che

acquista un suo autonomo rilievo. Nell’importanza data ai proemi e ai finali, Lucrezio si atteneva

all’uso dei poeti didascalici greci.

Sono frequenti le ripetizioni di versi e gruppi di versi che ritornano immutati in due o più

luoghi: sono ripetizioni volute che assumono una funzione didascalica, cioè quella di

ricordare al lettore punti già svolti in precedenza e porre l’accento su alcuni concetti.

Lucrezio poeta della ragione:

Molti interpreti gli attribuiscono una visione pessimistica dell’esistenza; in realtà

l’accentuazione di motivi negativi persegue un fine polemico: il poeta intende confutare

non solo la fede in un dio creatore, ma anche l’ottimismo naturalistico e

l’antropocentrismo di altre scuole filosofiche. La tesi del pessimismo è sostenuta da molti

studiosi ma sta di fatto che Lucrezio afferma la possibilità di trasformare positivamente una

situazione negativa conquistando la felicità.

Comunque vi è una sottile inquietudine di fronte allo spettacolo desolante del mondo;

l’impressione di un equilibrio instabile sembra accentuarsi a fine poema, nella descrizione della

peste alcuni studiosi vedono l’incompiutezza dell’opera, altri un aggravamento del malessere

psichico del poeta, altri ancora una metafora della vita non epicurea.

La conclusione però appare fin dall’inizio, cioè la verità epicurea di cui su banditore il

poeta, convinto che l’unica luce di salvezza sia la ragione.

Lo stile: è quello dell’epica arcaica (specie di Ennio), ricco di figure retoriche, immagini,

pàthos ed una eloquenza solenne. . La presenza di vocaboli d’uso quotidiano è coerente

con l’intento divulgativo, nonostante un tratto caratteristico sia una patina arcaicizzante (su

modello enniano) il lessico scientifico e filosofico si serve soprattutto di calchi di parole

greche.

Il De rerum natura, malgrado i pregi letterari, ha dovuto fare i conti con la condanna dei

suoi contenuti filosofici. LA LIRICA (I secolo a.C)

Caratteristiche: brevità (a differenza del poema epico). Temi: attenzione all’io soggettivo

del poeta, amore, paesaggio, occasioni della vita quotidiana.

Gli esordi a Roma: la lirica entrò come genere di importazione, come era avvenuto con

l’epica. CATULLO E LA SUA LIRICA

VITA Gaio Valerio Catullo nasce a Verona da un famiglia agiata/ di alto rango provinciale. La data di nascita,

‟ ‟

Svetonio, è nell 87 a. C. A Roma conobbe e frequentò personaggi di spicco nell ambiente politico e

letterario ed ebbe una relazione d amore con Clodia (la Lesbia dei suoi versi), quasi certamente sorella del

tribuno P. Clodio Pulcro e moglie di Q. Cecilio Metello, console nel 60. Morì sui trent anni.

OPERE Di Catullo abbiamo 116 carmi (2300 versi) raccolti in un liber, diviso sommariamente su base

metrica. Il gruppo primo (1-60) è costituito da componi_ menti di carattere leggero (le nugae bagattelle”). Il

secondo gruppo (61-68) abbraccia una seria di carmi di maggiore estensione e impegno stilistico: i cosiddetti

carmina docta. La terza sezione (69-116) comprende carmi generalmente brevi in distici elegiaci, i cosiddetti

“ ‟

epigrammi”. I piu credono che l ordinamento della raccolta (secondo un criterio, non cronologico, ma

metrico: un criterio da filologi) sia opera di altri, dopo la morte del poeta, quando sara approntata

un edizione postuma dei suoi carmi (alcuni devono essere rimasti esclusi). Quindi, forse, il libellus dedicato

a Catullo da Cornelio Nepote non corrisponde esattamente al liber rimastoci, ma ne costituisce solo una

parte.

FONTI Le notizie biografiche ci vengono soprattutto dai suoi carmi; sulle relazioni della famiglia con Cesare

ci informa Svetonio. Che Lesbia fosse uno pseudonimo per Clodia la sappiamo da Apulieo; e sulla Clodia

con cui abitualmente la si identifica molto ci dice Cicerone, che ne traccia un ritratto nella Pro Caelio,

l orazione in difesa di Celio Rufo, ex amante della donna e da lei tardi tratto in giudizio per veneficio.

Catullo diede un enorme contributo all’evoluzione della lirica latina, specie per la grande

attenzione all’io interiore. Il canto d’amore per la sua Lesbia diventa un modo per

scavare in profondità nell’animo e scrutarsi.

È il più importante tra i poetae novi, i nuovi lirici latini che nel I secolo a.C. introdussero

a Roma l’imitazione della lirica greco-ellenistica. Catullo però portò nel genere

un’inconfondibile nota personale; con lui, la lirica divenne potentemente soggettiva e

autobiografica.

Il “Liber” è l’unica opera pervenutaci di Catullo nonché la raccolta della maggior parte

delle sue poesie. IL LIBER CATULLIANO è organizzato sulla base dei metri usati: sono 116

carmi in tutto divisi in 3 sezioni: da 1-60 vi sono metri vari; 61-68 (“carmina docta”) sono più

impegnati stilisticamente; 69-116 sono in distici elegiaci (quasi tutti epigrammi).

Il carme 1 è dedicato a Cronelio Nepote: Catullo definisce <<libellus>> l’operetta offerta

all’amico e indica le sue poesie come <<nugae>>, cioè sciocchezze. È una dedica da associare

non a tutto il liber ma ad una sola parte che si distingue dai carmina docta ( così sono chiamati i

componimenti che occupano la parte centrale del liber, caratterizzati da maggiore ampiezza, dalla

presenza del mito e da una lingua più ricercata, dal gusto alessandrino.)

Il libellus è definito: 1. <<lepidus>>: piacevole e 2. <<novus>>: nuovo perché ispirato a una

nuova concezione della poesia. La poesia è un gioco raffinato ed elegante che può essere

apprezzato solo da chi ne conosce e condivide i presupposto ideali e artistici.

Anche Catullo, come altri <<poetae novi>>, è dipendente dalla poesia ellenistica del

tempo, soprattutto nel culto del <<labor limae>> (elaborazione formale accurata).

LE NUGAE: VITA MONDANA E VITA INTERIORE:

nella crisi politica del I sec a.C. si affermano, nella letteratura, le esigenze individuali, con un

distacco ora implicito ora sottolineato dalla storia e dall’impegno politico. Catullo s’immerge

invece nella vita mondana e si spende per amicizia e amore.

Nella crisi delle istituzioni repubblicane era difficile orientarsi nel caos delle lotte civili. Catullo e

gli amici del circolo letterario erano per educazione e tradizione familiare conservatori. E infatti

Catullo sceglie come bersagli della sua poesia epigrammatica, Giulio Cesare e altri a lui

legati. Non vi sono comunque tracce di un vero impegno politico: la sua <<indignatio>> è umana

e morale, astratta da posizioni ideologiche.

Nella sua poesia trovano posto gli insulti contro la corruzione dei potenti, ma anche il rifiuto del

tradizionalismo dei vecchi moralisti Catullo mostra la sua irriverenza non solo verso Cesare,

ma anche verso Cicerone.

Molti componimenti prendono spunto da situazioni concrete che attestano un’intensa vita

mondana; ne emerge un mosaico di frammenti di “vissuto”, elaborati letterariamente.

Frequenti sono lo scherno e la derisione, ma non manca la garbata presa in giro, come

nell’epigramma contro un parvenu che vorrebbe atteggiarsi a raffinato parlatore e che rivela invece

una ridicola ignoranza. Né si può tacere una vena provocatoria di oscenità che si rivela nei

riferimenti alle equivoche abitudini sessuali degli avversari del poeta, bollati come incestuosi. Si

trovano anche alcune brevi poesie in cui il poeta canta l’amore per un ragazzo (Giovenzio:

Iuventus) toccando temi che ritornano nei carmi per Lesbia. Grande importanza ha la cerchia

degli amici, destinatari di carmi nati da esperienze comuni di vita.

Temi del Liber: in primis, l’amore per Lesbia (il vero nome era Clodia), donna di elevata

posizione sociale, ma frivola, leggera e traditrice. Catullo canta le gioie e gli struggimenti

di questo rapporto, che purtroppo ha valore solo per lui. Un altro aspetto significativo è il

tentativo di voler recuperare uno dei valori più sacri, la <<fides>>, trasferito dalla sfera

sociale a quella passionale e sentimentale: Catullo sperò infatti che quel rapporto con una

donna che non era legata a lui da un vincolo matrimoniale potesse fondarsi, attraverso un

patto liberamente accettato da entrambi, su un impegno responsabile di affetto e di fedeltà

reciproci. Ma l’appello alla fides non fu raccolto da Lesbia.

Tramontata l’illusione della fedeltà, il giovane innamorato dimostra il suo bisogno vitale

della donna nell’umiltà, con cui si dichiara disposto ad accettare i tradimenti. Nel carme

“Odio et amo” entra in gioco il tema del conflitto interiore, perché Catullo sente di amare

e odiare contemporaneamente (Odi et amo). L’infedeltà fa sì che si diminuiscano stima ed

affetto ma comunque rende più ardente il desiderio (il dolore è espresso anche con ingiurie

rivolte all’amata) Soffre per l’amore non corrisposto che lo strazia.Il carme 51, modellato

sulla lirica di Saffo, descrive gli effetti sconvolgenti destati nell’innamorato dalla vista

della donna è un’ode saffica, come il carme 11, che contiene un messaggio d’addio.

Siccome solo questi due carmina presentano tale metro, si pensa che la corrispondenza non

sia casuale: il poeta avrebbe usato il metro tipico della poetessa greca per i due carmi che

segnano il sorgere e il tramontare dell’amore.

Ricorrente è anche il dialogo dell’anima con se stessa; vediamo come Catullo scavi dentro

di sé e questa è una cosa molto innovativa e “moderna”.

Altro tema importante riguarda le occasioni della vita quotidiana: piccoli e grandi fatti

della vita sociale e personale. Ad esempio, Catullo piange la morte del fratello nel carme

101 , epigramma funerario per il fratello morto in terra straniera→ dove la ricca affettività

del poeta che include anche una vena malinconica partecipe e riflessiva della sorte

propria e altrui raggiunge i suoi esiti più alti

Lo stile: linguaggio sperimentale in cui ritroviamo elementi molto diversi, che vanno da

elementi più elevati, come eleganti similitudini e arcaismi letterari, a riferimenti alla vita

quotidiana. Usa anche molti diminutivi e termini affettuosi e grecismi, attinti dalla

lingua parlata e dai dotti. Lo stile colloquiale è frutto di un’elaborazione stilistica (labor

limae) tipico degli alessandrini

Catullo è divenuto una figura-simbolo, l’incarnazione stessa dell’amore, della giovinezza e

della poesia. Il suo Liber è un modello per i moderni poeti d’amore.

CESARE – DE BELLO GALLICO E DE BELLO CIVILI

Opere storiografiche

[storiografia: genere che tramanda ai posteri le vicende storiche e funge da maestro di vita]

VITA (IMP) Nasce a Roma nel 100 a.C. Apparteneva alla gens Iulia, di origine patrizia;

era legato anche a Mario e Cinna, cioè gli esponenti maggiori dei <<populares>>. Dopo la

morte di Silla, intraprese l’attività forense, impegnandosi nella battaglia per la

restaurazione della <<tribuna potestas>>, cioè delle prerogative dei tribuni della plebe.

Questore nel 68 a.C., edile nel 65 a.C., nell’anno 63 riuscì ad assicurarsi la carica di pontefice

massimo, battendo competitori più anziani e influenti fu pretore nel 62 in Spagna e riuscì a

pacificare la provincia con spedizioni vittoriose contro le popolazioni confinanti.

Tornò a Roma nel 60 a.C. e stipulò con Pompeo e Crasso un accordo privato di collaborazione

politica (primo triumvirato) fu eletto nel 59 a.C. console. Cesare si fece assegnare per 5 anni il

governo proconsolare della Gallia e dell’Illiria.

Nel 58 partì per la Gallia ed intraprese una serie di spedizioni vittoriose; si conclusero nel 52 a.C.

con la sottomissione di tutta la Gallia.

Intanto a Roma, la reazione contro il partito di Cesare, iniziata nel 57 a.C., acquistò maggiore

forza per l’improvvisa scomparsa di Crasso e l’uccisione di Clodio poiché era evidente che

Cesare mirava ad un governo assoluto fondato sull’esercito, Pompeo si fece campione della

legalità repubblicana e dell’autorità del Senato. Il Senato nel 49 intimò a Cesare l’ultimatum: se

non avesse congedato l’esercito, sarebbe stato considerato “nemico pubblico”; Cesare non

obbedì e diede inizio alla guerra civile: assicuratosi il controllo di Roma e dell’Italia, Cesare

affrontò Pompeo e lo sconfisse a Farsalo nel 48 a.C.

Dopo la vittoria, fu mite con gli avversari; non compilò liste di proscrizione, impedì ai suoi

seguaci ogni forma di vendetta e concesse il perdono. La fama che acquistò grazie alla clemenza

non fu sufficiente a far accettare il programma di riorganizzazione dello stato.

La reazione della nobilitas senatoria gli costò la vita nel 44 a.C., congiura che non

fermò il processo di trasformazione da res publica ad impero.

I COMMENTARII: 

sono 7 libri di <<Commentarii de bello Gallico>> e 3 di <<Commentarii de bello civili>>

<<Commentarii rerum gestarum>>

Non appartengono al genere storiografico vero e proprio né l’autore aspirava ad inserirsi in quella

tradizione. “Commentarii” indicava anche la raccolta di materiale non elaborato che costituiva la

fase preparatoria alla stesura finale dell’opera storica.

A giudizio di Cicerone, i Commentarii sono “appunti” che risultano pregiati

stilisticamente da rendere superflua ogni correzione; essi sono più che un promemoria dato

che possiedono dati formali. Caratteristica è il fatto che lo scrittore sia anche il

protagonista dei fatti: per questo aspetto sono accostabili al filone memorialistico e

autobiografico.

Il De bello Gallico (o Commentarii de bello Gallico) è composto di sette libri, uno per

ogni anno di guerra, nei quali Cesare narra le vicende della guerra da lui condotta in

Gallia durante i suoi due proconsolati (dal 58 al 52 a.C.). Dunque abbiamo una struttura

annalistica.

Cesare presenta la guerra in Gallia come necessaria per impedire che nemici pericolosi

possano costituire una minaccia per l’impero romano; cerca così di smentire le voci

provenienti dal ceto aristocratico, secondo cui l’agire di Cesare in Gallia è determinato dalle

sue ambizioni di potere.

La narrazione e la lettura che Cesare dà degli eventi sembra oggettiva, anche grazie

all’astuzia di parlare di sé in terza persona, però egli tenta di orientare il giudizio del

pubblico, a sostegno della propria immagine e della propria carriera politica.

Particolarmente interessanti sono gli excursus dedicati ad usi e costumi dei popoli della

Gallia, Britannia e Germania. Cesare descrive luoghi, popoli e costumi. Questi excursus

però sembrano avere lo scopo di sviare l’attenzione del lettore dai poco felici esiti di

queste spedizioni; inoltre danno un’immagine bellicosa e violenta dei popoli nemici, così

da giustificare le difficoltà nel batterli e gli insuccessi a cui l’esercito era andato incontro.

CONTENUTI:

libro I: il libro si apre con la descrizione geografica della Gallia. L’attenzione è sugli Elvezi;

libro II: vi sono le campagne vittoriose del 57 a.C.: prima affronta i Belgi, poi muove contro i

Nervi ed infine sconfigge gli Aduatuci;

libro III: sono gli eventi del 56 a.C.: mentre Cesare si trova il Illiria, in Gallia scoppia una

guerra tra romani e veneti; il condottiero raggiunge il suo esercito ed ottiene un’altra vittoria;

libro IV: libro dedicato alle spedizioni del 55 contro tribù germaniche: vi è prima un excursus su

i loro costumi e sul carattere bellicoso della loro popolazione più numerosa, gli svevi;

libro V: vi è il racconto della spedizione in Britannia dell’anno 54 a.C. I romani affrontano le

popolazioni costiere, guidate da Cassivellauno e le costringono a chiedere la pace;

libro VI: prosegue il racconto della repressione di popolazioni galliche in rivolta;

libro VII: il libro è dedicato al resoconto della rivolta generale dei Galli del 52 a.C. sotto la

guida di Vercingetorige.

Oggettività o propaganda? Nel De bello Gallico, Cesare:

- Aggiunge agli intenti memorialistici delle finalità politiche; basti pensare che i suoi

contemporanei lo accusavano infatti di aver scritto delle falsità a sostegno della

propria immagine e carriera politica

- Tace sul tornaconto economico (e soprattutto in termini di prestigio personale) che

avrebbe potuto ricavare dal successo dell’impresa una volta tornato a Roma

- Sottolinea i valori della romanità che muovono e giustificano le sue azioni e

descrive i suoi avversari deformandone le immagini, amplificando la loro

bellicosità e sminuendo le ragioni del loro agire

Cesare non nutre grande stima nei confronti dei Galli. Li ritiene incostanti, incapaci di

gestire le vittorie e reagire in modo positivo alle sconfitte, deboli di fronte alle ambizioni di

egemonia dei singoli capi.

Il De bello civili (o Commentarii de bello civili), è composto di tre libri che riferiscono i

fatti dei primi 2 anni di guerra contro Pompeo, il 49 e 48 a.C. L’opera è incompiuta e

fu pubblicata dopo la morte di Cesare.

Cesare lo scrisse per giustificare la scelta di scatenare una guerra civile, proponendosi come

il difensore delle istituzioni. I responsabili del conflitto sono per Cesare gli aristocratici,

una classe dirigente ormai incapace di governare e interessata solo a mantenere i propri

privilegi.

Qui viene abbandonata la struttura annalistica e gli interventi del narratore sono più

frequenti, con lo scopo di giustificare determinate scelte.

Lo stile di Cesare: semplice e breve, per una massima funzionalità comunicativa con il

minor impiego di risorse espressive. Chiarezza, precisione ed essenzialità. Le scelte

letterarie sono ispirate al purismo lessicale e alla concisione e sobrietà dello stile. La

lingua è una lingua regolare, strutturata secondo norme precise e coerenti (lingua letteraria).

Il lessico è selezionato in base a una volontà semplificatrice e uni formatrice ne deriva

una sintassi semplice e rigorosamente logica.

È assente l’<<ornatus>> e il pathos è sobrio. I discorsi sono quasi tutti indiretti: l’oratio

obliqua concede di enunciare più rapidamente i concetti.

VARRONE REATINO

VITA Nacque da una ricca e nobile famiglia di possidenti terrieri nel 116 a.C. a Rieti. Viene

chiamato “reatino” per distinguerlo da un altro letterato di nome Varrone. Fece studi accurati sia a

Roma sia ad Atene, dove frequentò le maggiori scuole filosofiche; nel campo della filosofia assunse

una posizione non diversa da quella di Cicerone. Intraprese la carriera politica aderendo alla parte

degli ottimati e legandosi a Pompeo, di cui fu collaboratore nelle campagne militari in Spagna e in

Oriente. Nel 49 a.C. era propretore di Pompeo nella Spagna Ulteriore; dopo la sconfitta della parte

pompeiana, fu in ottimi rapporti von Cesare, che rese omaggio alla sua competenza culturale

affidandogli il compito di sovraintendere all’organizzazione di due grandi biblioteche pubbliche: il

progetto però rimase incompiuto per la morte di Cesare. Varrone si ingraziò Ottaviano con l’opera

<<De gente populi Romani>>, in cui confermava con la sua autorità di antiquario l’origine divina

della gens Iulia. Morì nel 27 a.C.

OPERE Di Varrone le fonti antiche ricordano un numero imponente di opere. Di esse una

sola, il <<De re rustica>>, ci è pervenuta integralmente; parzialmente conservato è il trattato

grammaticale <<De lingua latina>>; di altre opere possediamo solo frammenti.

È il più grande erudito della latinità, insuperato. Si assunse il compito di raccogliere e

tramandare tutto il patrimonio culturale del mondo romano. Scrisse una grande

quantità di opere, di cui ci sono pervenuti frammenti ed un solo trattato.

Egli si presenta come uno dei primi e, forse, il più completo degli enciclopedisti romani:

dall'antichità in poi, ha costituito la fonte inesauribile delle informazioni, cui hanno attinto

tutti gli autori successivi e in particolare sant'Agostino, che da lui ha ricavato moltissimi

elementi relativi alla religione romana.Virgilio , da parte sua, ha molto utilizzato il suo

trattato sull'agricoltura (che è fra le fonti delle Georgiche).

Il suo sembra essere il progetto di un intellettuale che vuole conservare e tramandare ai

posteri il patrimonio culturale di tutta un'epoca. La sua riflessione si estese a tutti i campi

che si presentavano agli "antiquari" del suo secolo, in una sorta di "summa"

enciclopedica del sapere in lingua latina dagli inizi della storia di Roma fino all'età

repubblicana.

Tra le opere ricordiamo:

- De lingua latina: primo trattato sistematico di grammatica latina. è un’opera di

argomento grammaticale in 25 libri di cui se ne conservano 6: 3 sull’etimologia e 3

sulla morfologia. Egli si propone di studiare l’origine del latino e di ritrovare la

connessione tra le parole e le cose. Procede all’esame di numerosi vocaboli, ripercorrendo

a ritroso anche la storia della civiltà romana; distingue fra termini indigeni e stranieri

tenendo conto dei vari mutamenti della forma. Non sempre però il suo sforzo di

ricostruzione lo porta a risultati persuasivi: spesso le etimologie sono fantasiose ed errate.

- De rustica: in 3 libri: il I tratta dell’agricoltura in generale; il II dell’allevamento

del bestiame; il III degli animali da villa e da cortile, ponendosi sulla linea di una

tradizione inaugurata da Catone il censore con il suo De agri cultura egli aveva indicato

nell’agricoltura l’attività economica moralmente e socialmente più degna.

Con il suo trattato tecnico, Varrone afferma i valori genuinamente romani. Infatti il

patriottismo, il nazionalismo e il richiamo alle tradizioni antiche sono gli ideali a cui egli

s’ispira in tutta la sua produzione letteraria.

L’opera fu pubblicata nel 37 a.C. Nonostante lo stile semplice, vi è una certa ambizione

letteraria nella scelta del genere dialogico Varrone scrive infatti un dialogo in cui parlano

vari personaggi contemporanei.

Se da un lato egli rimpiange il buon tempo antico ed esprime la nostalgia per i semplici e

sobri costumi del passato, dall’altro non può non tenere conto delle nuove abitudini di vita.

Un passo in cui il presente è contrapposto al passato per deplorare il decadimento

morale e anche economico, è il proemio del libro II, in cui il moderno modo di vivere dei

ricchi possidenti è condiviso da Varrone stesso.

Si rileva comunque un trattamento degli schiavi più civile. Varrone mantiene la

distinzione fra tre tipi di strumenti di lavoro: vocale, semivocale, mutum, spiegando

che al primo appartengono i servi, al secondo i buoi, al terzo i carri; ma più avanti

raccomanda, nei confronti degli schiavi, un atteggiamento umano.

- LOGISTORICI E SATURAE MENIPPAE:

tra le opere perdute, 2 si distinguono per il loro carattere letterario.

La prima è in prosa ed è intitolata Logistorici; composta da 76 libri, ognuno aveva un titolo

composto dal nome di un personaggio storico seguito dall’argomento per il quale forniva

l’exeplum più appropriato i titoli richiamano le operette Ciceroniane De amicitia e De

senectute.

Le Saturae Menippae le conosciamo meglio: si sono conservati 90 titoli e 600 frammenti.

Era una raccolta di componimenti dotati di un proprio titolo e caratterizzati dalla

mescolanza di prosa e versi, cosa che da una parte lo allontana da Lucilio, dall’altro lo

avvicina a Menippo di Gadara, scrittore greco che vive in età ellenistica. Alcuni frammenti

riportano alle caratteristiche della diatriba: temi di filosofia morale, l’adozione di uno

stile duttile e vario. Alcuni titoli sono modi di dire o proverbi; riaffiora il tema della

contrapposizione tra passato felice e presente corrotto. Vengono inserite sententiae e la

polemica contro i filosofi.

Lo stile: utilizza grecismi e arcaismi. SALLUSTIO

Le due monografie (de Catlinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum)

e un’opera annalistica (le Historiae)

[monografia: si occupa di un solo evento ed è quindi più breve ed elaborata (richiesta

dell’epoca)]

VITA Nacque probabilmente nell’86 a.C. ad Amiterno da una famiglia plebea abbastanza

agiata. A Roma intraprese la carriera politica, con l’appoggio, indispensabile per un homo

novus, di qualche importante personaggio, come Cesare. Nel 50 a.C. fu espulso dal Senato

per <<probrum>>, cioè per vita scostumata. Fu poi reintegrato nel 49 a.C. grazie a

Cesare; Sallustio lo aveva raggiunto in Gallia.

Dopo la battaglia di Tapso, Cesare scelse Sallustio come governatore della nuova provincia

Africa Nova tornato a Roma arricchito, fu accusato nel 45 a.C. di concussione e fu salvato

da Cesare.

Alla morte di quest’ultimo si ritirò dalla vita politica; le ricchezze accumulate gli

permisero di comprare la villa di Cesare ed un palazzo a Roma dove visse fino al 35 a.C.,

anno della sua morte, dedicandosi all’attività storiografica:

Egli segue la prassi della storiografia greca, cioè esordisce svolgendo alcuni temi di

carattere generale e affermando l’utilità della storia essa è per lo storico latino tanto più

importante in quanto la mentalità romana considerava primaria la partecipazione alla vita

pubblica e guardava con sospetto alle attività intellettuali che comportassero il distacco dalla

res publica.

Sallustio vuole rivendicare l’importanza dell’opera dello storico; egli parte da premesse

filosofiche, dal tema platonico del dualismo dell’essere umano, composto da anima e corpo: l’anima

è di origine divina, il corpo deve essere guidato dall’anima in quanto mortale. Si definisce così la

superiorità dell’animus, a cui Sallustio collega tutte le nobili attività tra queste vi è quella

politica, non più praticabile a Roma a causa della corruzione del MOS MAIORUM (costume

antichi)

In una situazione simile, la storiografia appare un’occupazione dignitosa e utile per i suoi

riflessi sulla società; esse viene presentata come la prosecuzione dell’azione politica prescritta dal

mos maoirum. Viene sublimata così l’immagine dello storico: Sallustio sente il bisogno di creare

un personaggio al quale affidare la valutazione ed interpretazione dei fatti. È un personaggio del cui

giudizio i lettori possono fidarsi senza esitazioni.

La legittimazione della storia e la dimostrazione della dignità del narratore sono

quindi i principali obiettivi.

De Catilinae coniuratione: è la prima opera storica di Sallustio. È una monografia, cioè un

racconto di un fatto ben definito, svoltosi in un periodo di tempo limitato. Narra della

congiura di Catilina scoperta da Cicerone. Catilina aveva tentato di accedere al consolato

(si era candidato) per vie legali ma aveva per due volte fallito, così ordì un colpo di stato.

L’opera narra dall’inizio della congiura fino alla morte di Catilina a Pistoia, a seguito

di uno scontro finale.Sembra che qui Sallustio voglia pulire da ogni sospetto di

coinvolgimento nel progetto di Catilina. Sembra voler coprire le responsabilità di Cesare, di

cui era un sostenitore.Sallustio esalta il contesto storico e politico, macchiato di

corruzione e abusi della nobilitas ai danni della plebe.

L’autore si inserisce nel filone monografico dichiarando di voler scrivere <<res gesta populi

romani carptim>> scegliendo episodi memorabili. Sottolinea l’importanza della sua opera rilevando

che la congiura di Catilina è stato un fatto degno di memoria.

Lo storico imposta il resoconto secondo una prospettiva più ampia, capace di trascendere il

singolo episodio e di cogliere nella cospirazione la crisi della res publica (prospettiva che percorre

tutta l’opera conferendo profondità al racconto) tutto ciò emerge soprattutto negli excursus,

anche se non hanno carattere digressivo.

L’excursus centrale divide l’opera in 2 parti: la prima si estende fino al momento in cui Catilina

viene messi fuori legge, la seconda narra gli avvenimenti successivi Sallustio delinea la

corruzione della res publica in termini di malattia spirituale.

L’autore narra gli antecedenti del fatto che è oggetto specifico del suo racconto, rievocando il

passato di Roma dalle origini alla congiura. Non ci offre una sintesi storica ma una valutazione

complessiva, ai cui fini applica gli schemi e le categorie che individuavano nei mores il fulcro

dell’agire individuale e collettiva.

L’impostazione è moralistica: centrale è la contrapposizione tra la corrotta età moderna e il buon

tempo antico la decadenza dell’impero ha il punto di partenza nel 146 a.C., la distruzione di

Cartagine: i fattori che hanno contribuito sono il desiderio eccessivo di ricchezza e la brama di

potere.

La vicenda di Catilina diviene il sintomo allarmante di una malattia incurabile dello stato

romano. La parte iniziale delinea lo sfondo della storia del complotto: il racconto segue un

andamento selettivo alcuni avvenimenti vengono liquidati, mentre altri vengono trattati con

grande ampiezza.

Nella seconda sezione prevale il racconto che si articola in 2 momenti distinti: la repressione

della congiura a Roma e l’annientamento dell’esercito dei congiurati in Etruria. 

Elemento essenziale sono i personaggi, ai quali viene affidata la responsabilità degli eventi

l’analisi psicologica diviene così parte integrante dell’indagine storica. Tra i personaggi spicca

particolarmente Catilina, figura negativa ma vigorosa che viene presentata come di indole

malvagia. La sua figura non mostra alcuna evoluzione: è raffigurato come un fenomeno

eccezionale a patologico. Nella monografia gode di centralità, dimostrata dal fatto che gli viene data

direttamente la parola in 2 ampi discorsi.

Attorno a Catilina ruotano figure: i complici e gli avversari; tra questi troviamo Cicerone che

viene raffigurato come il magistrato che sa scoprire e reprimere le trame sovversive

Sallustio quindi lo apprezza e lo definisce <<optimus consul>>.

Cesare e Catone invece non partecipano all’azione, ma compaiono nell’opera solo per

pronunciare i loro discorsi appaiono come figure emblematiche delle posizioni che

si fronteggiano a Roma.

Il Bellum Iugurthinum: narra della guerra (di sette anni) che Roma combatté in Africa

contro Giugurta, re di Numidia. Era una guerra non voluta dalla nobilitas, ma piuttosto

dal ceto dei cavalieri (interessati a sfruttare le risorse nel Mediterraneo), dai ricchi

mercanti italici e dalla plebe romana e italica (che sperava in una distribuzione delle terre

africane). In un simile contesto, non è uno di quei generali aristocratici (che tanto Sallustio

condanna e accusa di corruzione, incapacità e superbia) a portare alla vittoria Roma, ma

l’homo novus Gaio Mario (rappresentante delle forze interessate alla conquista ed eroe dei

populares). è la sua seconda monografia e narra un evento storico precedente rispetto

all’argomento della prima: la guerra dei romani in Africa della durata di 6 anni, dal

111 a.C. al 105 a.C. I n quest’opera questi due aspetti tendono a divaricarsi e a fissarsi in una serie

di fatti diversi. È narrata la lunga guerriglia nel lontano paese africano e la lotta tra le varie

componenti della società romana; proprio questa impedisce una rapida conclusione della guerra.

Viene individuato con precisione il fattore della decadenza dello stato romani, non più

attribuita alla corruzione ma alla discordia interna, ai conflitti tra popolo e senato; questa

discordia deriva dalla scomparsa di quel <<metus hostilis>> che costituisce l’altra novità di questo

passo e che chiarisce i motivi per cui la rilassatezza morale non ha più trovato argini dopo la

distruzione di Cartagine l’opera è pervasa dal pessimismo sallustiano.

Viene impiegata la tecnica del ritratto. Sallustio pone in risalto Giugurta, definito nel corso

dell’opera: prima abbiamo un giovane di grande energia fisica e intellettuale; le uniche ombre

che sfumano quest’immagine positiva provengono dai sospetti e dalle insinuazioni di altri

personaggi. A differenza di Catilina, Giugurta ha una personalità dinamica, che si adatta

all’evoluzione della vicenda.

Tra gli avversari troviamo un’intera gamma di personaggi con caratteristiche diverse: un

esempio è Metello o Mario, homo novus su cui si fissano le simpatie di Sallustio perché

ne apprezza la capacità di rinnovamento.

Le Historiae: opera annalistica che narra la storia di Roma dall’anno della morte di Silla

fino all’anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i pirati. Dell’opera ci restano

solo frammenti. Sallustio abbandonò lo schema monografico per cimentarsi in quello

annalistico. Tranne una silloge di 4 discorsi, due lettere e alcuni frammenti, le Historiae

sono andate perdute dai frammenti si deduce che il testo abbracciava il periodo dal 78 al

67 a.C. Nel proemio valutava la tradizione storiografica precedente e poi tratta della corruzione

della res publica. Abbandona il mito della perfezione della repubblica, affermando che la decadenza

era iniziata molto presto e che le discordie c’erano prima della II guerra punica.

Sviluppa il concetto del metus hostilis e modifica in senso pessimistico la sua concezione etico-

politica della storia di Roma. L’opera manteneva le caratteristiche peculiari della monografia: la

narrazione selettiva, il dramma, il grande rilievo dato ai personaggi.

Il documento più interessante è il discorso di Mitridate, re del Ponto, in cui trovano

espressione i temi dell’opposizione all’imperialismo romano Mitridate scrive una

lettera ad Arsace re dei Parti per indurlo all’alleanza contro i romani. Sallustio gli attribuisce

una lettera in cui il re espone all’alleato tutti i motivi e i vantaggi che deriverebbero da

questa alleanza. Nonostante ciò, la lettera non vuole essere una condanna di Sallustio ma

solo il punto di vista di Mitridate.

L’ideologia sallustiana:

il lavoro storico di Sallustio serve anche a mettere in luce i problemi della res publica

oligarchica e a ricercare le cause della sua crisi. Nelle monografie l’autore rappresenta i

mali di una società divenuta ricca e potente dopo aver vinto contro i nemici ma che ha

poi abbandonato i valori del mos maiorum che erano stati alla base di quei successi.

Nelle Historie il processo di disgregazione della res publica si carica di una maro

pessimismo cosmico.

Politicamente, Sallustio è un moderato. Non vuole il sovvertimento, ma augura

l’avvento di un potere, quello di Cesare, che porti a riordinare lo stato e a rinforzare le

sue strutture.

Lo stile:

- essenzialità dell’espressione

- eloquio solenne

- lingua a volte severa a volte popolare, ruvida nelle forme, dalla patina arcaica

Vi sono anche vocaboli elevati oltre che neologismi. Le 2 maggiori istanze sono:

<<brevitas>> e <<variatio>>. La brevitas fonde insieme concisione e pregnanza; la

propensione alla variatio lo spinge ad evitare ogni esito scontato e a rifiutare

l’armonia troppo prevedibile che proviene dalla concinnitas preferisce la tensione

del brusco cambiamento.

- È uno stile quindi pregnante, energico, asimmetrico e inquieto verso la ricerca di

una scabra solennità e di un’austera sublimità.

CICERONE, il grande oratore

( IMP )La vita: dagli inizi al consolato:

Nacque nel 106 a.C. ad Arpino, da una famiglia di possidenti terrieri dell’ordine equestre:

famiglia non nobile ma economicamente agiata. Cicerone studiò a Roma e frequentò il Foro, sotto

la guida di illustri oratori. Al ritorno da un soggiorno di studi in Grecia, intraprese la carriera

politica: nel 75 a.C. fu questore in Sicilia e l’anno dopo entrò in Senato. Nel frattempo sposò

Terenzia da cui ebbe 2 figli. Nel 70 a.C. la stima di cui godeva si consolidò in seguito al processo di

Gaio Verre: Cicerone accettò di assumere il ruolo di accusatore e ottenne vittoria su Ortalo, l’oratore

più famoso del tempo la carriera politica culminò nell’elezione al consolato per l’anno 63 a.C.

che lo contrappose a Catilina.

Dal consolato all’esilio: durante il consolato si impegnò su posizioni conservatrici; si schiera con

gli <<optimates>>, contro i <<populares>> di Cesare. La questione più spinosa che dovette

affrontare, fu la congiura di Catilina. Questo, presentatosi di nuovo come candidato al consolato

per l’anno successivo con un programma popolare, di nuovo sconfitto si preparava a

impadronirsi del potere con un’azione di forza. Le sue trame furono sventate da Cicerone che lo

costrinse a lasciare Roma ai primi di Dicembre furono arrestati altri 5 capi della congiura e si

discusse se condannarli a morte o all’esilio: Giulio Cesare si pronunciò contro la pena di morte;

Cicerone non nascose la sua propensione per la pena capitale. A favore di questa parlò poi Catone e

la sua proposta fu accolta a larga maggioranza. Negli anni successivi il peso politico di Cicerone

declinò, mentre si rafforzava la parte popolare. Nel 60 a.C., con Pompeo e Crasso, Cesare costituì il

primo triumvirato, che indebolì l’autorità del Senato.

Nel 58 a.C., Clodio fece condannare all’esilio Cicerone per aver mandato a morte cittadini romani

con procedure sommarie; fece confiscare i suoi beni e demolire la casa sul Palatino. L’esilio durò 16

mesi in Grecia, in attesa del richiamo che avvenne nel 57 a.C.

Dal ritorno dall’esilio alla guerra civile:

dopo l’esilio, Cicerone si avvicinò ai triumviri, appoggiando nel 56 a.C. la proroga del comando di

Cesare nelle Gallie. 

Negli anni successivi rimase ai margini della vita politica nel 52 a.C. Clodio venne ucciso

durante una zuffa tra la banda armata che lo scortava e uomini al seguito di Milone (Milone viene

condannato all’esilio)

Nel 51 a.C. Cicerone fu proconsole nella provincia della Cilicia; quando tornò in Italia, stava

per scoppiare la guerra civile tra Cesare e Pompeo si schierò dalla parte di Pompeo. Tornò

in Italia, dopo essere stato in Grecia, nel 47 a.C., anno in cui si riconciliò con Cesare.

Dalla dittatura di Cesare alla morte: 

durante la dittatura di Cesare, Cicerone trovò conforto nella letteratura e nella filosofia vi furono

anche dispiaceri nella vita privata: nel 46 divorziò da Terenzia e sposò Pubilia: il matrimonio fallì

subito. Nel 45 a.C. la figlia Tullia morì in seguito a un parto.

Dopo l’uccisione di Cesare, Cicerone si schierò dalla parte dei cesaricidi, mentre nel conflitto

tra Antonio e Ottaviano, appoggiò Ottaviano, che si servì di lui per far legalizzare dal Senato

la sua posizione irregolare.

Nel 43 a.C. l’oratore fu ucciso in quanto il suo nome fu scritto per primo nella lista di

proscrizione dei cesaricidi.

Cicerone era un vero civis, perché conciliava l’otium col negotium, ovvero l’attività

politica e pratica con la cultura e la scrittura. Insomma, si sforzava di conciliare teoria e

concretezza. È stato un protagonista del suo tempo, oltre che uno scrittore e un grande

diffusore di cultura.

È maestro dell’humanitas. Ciò si traduce nella valorizzazione della cultura in quanto

carattere distintivo e formativo dell’uomo, ma sempre riportata a un ambito di vita

politica o a scelte concrete di vita. Al concetto di humanitas ciceroniana si lega l’idea

secondo cui la dignità dell’uomo è superiore rispetto agli altri esseri viventi. La natura

umana è comune in tutti gli uomini e si caratterizza di due doveri principali: rispettare i

nostri simili e contribuire al progresso della collettività. Come possiamo vedere,

Cicerone mette al centro di tutto l’uomo e questo è un concetto moderno che sarà alla base

dell’Umanesimo europeo!

Lo stile ciceroniano è assolutamente perfetto e si è imposto come modello di perfetto stile

latino. Elegante, musicale, armonioso, efficace, personale, vario, ricco (ma non troppo) ed

equilibrato. Spazia da termini greci a parlate più vive. What else to say?!

Cicerone fu il maggiore oratore di tutta la latinità. Compose in tutto 106 orazioni.

ORAZIONI GIUDIZIARIE:

<<Verrinae>>: sono i discorsi contro Verre del 70 a.C.; sono 7 orazioni per il processo de

repetundis (per concussione) intentato dai siciliani contro Gaio Verre. Il corpus delle

Verrinae comprende 1. la divinatio in Caecilium, in cui Cicerone chiede di sostenere l’accusa

contro un certo Cecilio; 2. l’actio prima in Verrem: la requisitoria tenuta nel primo dibattito

giudiziario; 3.l’actio secunda in Verrem: 5 orazione che Cicerone non pronunciò ma che hanno

per argomento: i misfatti di Verre, i soprusi, le illegalità e i supplizi ai quali sottoponeva

persone inncenti. Le Verrinae vennero considerate un capolavoro di eloquenza.

<<Pro Sestio>>: difende Sestio, il tribuno della plebe che l’anno prima si era adoperato per il

suo ritorno dall’esilio; era accusato di aver organizzato bande armate da opporre a quelle di

Clodio.

<<Pro Caelio>>: Cicerone difende Marco Celio Rufo, accusato di aver rubato dei gioielli a

una sua ex amante, Clodia, e di aver tentato di avvelenarla qui sfoga il suo odio contro

Clodio attaccando la sorella, presentata come donna corrotta.

<<Pro Milone>>: l’orazione in difesa di Milone del 52 a.C. (per la morte di Clodio);

Cicerone non riuscì a tenere la causa per circostanze avverse. Gli antichi la considerano

l’orazione più bella. Egli vi sotiene la tesi della legittima difesa, dimostra la mancanza di

premeditazione da parte di Milone ma aggiunge che la morte di Clodio è stata

provvidenziale per la città.

ORAZIONI DELIBERATIVE:

<<Pro lege Manilia de imperio Gnaei Pompei>> (o solo “Pro lege Manilia”): è la prima

orazione deliberativa del 66 a.C., tenuta quando era pretore davanti al popolo, a favore di una

legge proposta dal tribuno Manilia.

(Orationes in Catilinam):

<<Catilinariae>> 4 discorsi pronunciati nei giorni della congiura

per smascherare la congiura di Catilina,

di Catilina ; la prima e la quarta furono tenute in

Senato, la seconda e la terza davanti al popolo. Furono rielaborate successivamente e pubblicate

nel 60 a.C.

<<Philippicae>>(Orationes in Marcum Antonium): le orazioni contro Marco

Antonio. 14 discorsi che Cicerone pronunciò tra il 44 e il 43, con l’intento di far

dichiarare Antonio nemico pubblico. Furono tenute in Senato tranne la quarta e la

sesta, rivolte al popolo. La seconda è la più violenta. Chiamate anche <<Antonianae>>,

devono il nome di Filippiche all’accostamento alle orazioni di Demostene contro Filippo

II di Macedonia.

I caratteri delle orazioni:

Cicerone si dimostra padrone dei mezzi espressivi e capace di sfruttare con abilità ogni

elemento o circostanza.

Tre scopi ha l’oratore: 1. <<DOCERE>>, cioè insegnare, informare chiaramente; 2.

<<DELECTARE>>, cioè conciliarsi con le simpatie del pubblico procurando piacere

nell’ascolto; 3. <<FLECTERE>>, cioè trascinare gli uditori al consenso suscitando

commozione, ira, odio, ricorrendo agli effetti <<patetici>> in particolare nelle perorazioni

( parti conclusive).

Lo stile è vario e multiforme: tende alla solennità ma è capace di brevità. I più tipici

procedimenti stilistici si attuando nell’ambito dell’organizzazione sintattica del discorso, cioè

nella disposizione delle parole.

Il periodo è costruito sulla “concinnitas”, ovvero breve ma denso di significato.

OPERE RETORICHE

Ma Cicerone, da ottimo oratore, si è anche dedicato ad una riflessione teorica sull’arte

dell’oratoria. Ricordiamo il capolavoro De oratore, un dialogo del 55 a.C. di tipo platonic-

aristotelico, in cui viene presentata la figura dell’oratore ideale, che ha doti naturali e di

ingegno, sa parlare bene, ha una vasta cultura ed è un uomo onesto e fedele servitore

dello stato. Al dialogo l’autore fa partecipare i più celebri oratori dell’epoca non

contemporanea, ma dell’adolescenza ciceroniana (epoca di ambientazione del dibattito),

come Marco Antonio e Crasso (quest’ultimo è portavoce dell’autore) quest’impostazione

gli permette di inserire un dibattito vario ed animato. I protagonisti sono Lucio Licinio

Crasso e Marco Antonio, i più eminenti oratori della generazione precedente la sua. Nel

libro I Crasso sviluppa la tesi di fondo dell’opera, ovvero la necessità di una conoscenza

enciclopedica per un oratore. Cicerone afferma, per bocca di Crasso, che l’oratore deve

impegnarsi nella vita pubblica e avere una ricca cultura, anche filosofica. Nel libro II si

tratta delle parti della retorica: <<INVENTIO>> (ricerca degli argomenti),

<<DISPOSITIO>> (l’ordine degli argomenti), <<MEMORIA>> (tecniche per

memorizzare). Nel libro III, dopo l’esposizione del secondo da parte di Antonio, è di nuovo

Crasso a parlare svolgendo i precetti relativi all’ELOCUTIO, cioè lo stile; egli tratta

dell’ornatus, cioè l’elaborazione artistica. I capitoli finali sono dedicati all’ACTIO, cioè il

modo in cui un oratore deve porgere il discorso.

Il <<Brutus>> ha come interlocutori Cicerone stesso e gli amici Attico e Marco Giunio Bruto

(il futuro cesaricida). Viene sviluppata una grandiosa storia romana, illustrando le caratteristiche

di 200 oratori. Nell’ultima parte rievoca gli inizi della propria carriera oratoria è chiaro che

Cicerone presenta se stesso come il punto di arrivo di un lungo a faticoso processo di

affinamento e perfezionamento dell’eloquenza romana. Gli oratori atticisti sono, sia nel Brutus

sia nell’Orator, i bersagli polemici di Cicerone, che rimprovera loro la povertà dello stile.

Ancora a Bruto è dedicato l’<<Orator>> che è un’esposizione continuata, fatta dall’autore

stesso. È ripresa la teoria dello stile svolta nel libro III del De Oratore; le parti più nuove

sono l’illustrazione delle differenze tra lo stile oratorio e quello dei filosofi, degli storici e

dei poeti.

La figura dell’oratore ideale:

l’oratore deve essere un tecnico della parola, ma anche un intellettuale completo e un

politico. Oltre che parlare bene, deve “pensare bene” e “agire bene”. In questo senso

l’oratore viene definito “vir bonus, dicendi perìtus” (uomo integerrimo, esperto nell’arte

della parola).

L’oratore deve prepararsi molto, e lungamente. Ma non per se stesso e non per fini

personali. Deve farlo per lo stato. Tutto nell’oratore deve porsi a servizio dello stato!

Perché il progetto di Cicerone è quello di rifornire la res publica in crisi di una classe

dirigente all’altezza del suo compito, per affrontare il declino e le incertezze sul futuro.

Il perfetto oratore è uno statista, un uomo di governo, che deve saper guidare la città e

prendere decisioni sagge, tenendo a bada la folla e piegandola ai voleri dei boni cives,

ovvero gli oligarchi al potere.

Tra le OPERE POLITICHE ricordiamo il De re publica: dialogo sul governo ideale, che

appare essere quello “misto” di Roma (un po’ monarchica, un po’ aristicratica, un po’

democratica). un dialogo in 6 libri. Cicerone non si propone esattamente di delineare la

forma perfetta di uno stato ideale, bensì di affrontare i problemi politico-istituzionali

conceretamente e storicamente. Il testo si è conservato solo in parte: restano i primi 2 libri e

vari frammenti. Ci è pervenuta per intero la parte finale del libro VI, cioè il <<Somnium

Scipionis>>: protagonista del dialogo è Publio Cornelio Scipione Emiliano, l’uomo

politico più ammirato da Cicerone, che proiettò su di lui i propri ideali ed aspirazioni;

l’introduzione presenta Scipione impegnato in una conversazione con un gruppo di amici,

tra cui Gaio Lelio nel libro I dà la sua definizione dello stato come <<res publica>> (cosa

del popolo); presenta poi le 3 forme di governo, monarchia,aristocrazia e democrazia e le

loro degenerazioni, tirannide, diarchia e demagogia. Dopo aver affermato il primato della

monarchia, Scipione sostiene che la costituzione migliore è quella “mista”: assomma i

vantaggi ed evita i difetti delle 3 forme semplici. Esempio di questa forma mista è la

costituzione romana. Nel libro II sono delineati l’origine e gli sviluppi dello stato romani, da

Romolo ai tempi recenti. Il libro III tratta della giustizia; venivano riportate le 

argomentazioni di Carneade contro l’esistenza di un fondamento naturale di essa elio

assumeva la difesa della giustizia naturale, sostenendo la legittimità morale del dominio di

Roma. Del libro VI appunto si conserva solo il Somnium Scipionis in cui Scipione Emiliano

racconta un sogno in cui gli apparve Scipione l’Africano che, dopo avergli predetto le sue

glorie future, gli aveva mostrato lo spettacolo delle sfere celesti, luogo destinato agli dei e ai

grandi uomini politici.

Ricordiamo anche il De legibus, sulle leggi e la loro centralità per la vita sociale.Gli

interlocutori sono Cicerone, il fratello Quinto e l’amico Attico; vengono illustrate l’origine

naturale del diritto e le sue forme; si passa poi all’esame di numerose leggi romane.

Tra le OPERE FILOSOFICHE ricordiamo il De officiis (i doveri). Tratta dei doveri

morali. Viene chiarito il concetto di honestum, cioè di bene morale: esso scaturisce da

tendenze morali conformi a ragione e si esplica in: sapienza, giustizia, fortezza e

temperanza. In quest’ultima rientra il decorum, il senso di ciò che è moralmente conveniente

ad una persona. Il libro II è dedicato all’utile; nel III si svolge il conflitto tra l’onesto e

l’utile; questo conflitto è soltanto apparente.

nel <<De finibus malorum et bonorum>> tratta di quale sia lo scopo supremo della

vita, che costituisce per l’uomo il sommo bene. Nel libro I un amico, Torquato, espone

la posizione epicurea che vede il sommo bene costituito dal piacere ed il male dal dolore.

Nel libro II, Cicerone rileva contraddizione in Epicuro. I libri successivi riportano la

dottrina stoica la sua preferenza va comunque a quella accademica: la felicità consiste

nella virtù che è completa quando ai beni spirituali si aggiungono quelli materiali e del

corpo (come la salute).

<<De amicitia>>, dedicato all’amico Attico. Tratta dell’amicizia, il bene più grande per

l’uomo dopo la sapienza, alla quale si accompagna; la vera amicizia può sussistere solo

tra buoni e il mezzo per procurarsi veri amici è la pratica della virtù.

Tra le opere teologiche di contenuto religioso, ricordiamo il De fato (il fato): afferma che

l’uomo può e deve darsi da fare per costruire il proprio destino, senza cadere nella

rassegnazione che il suo fato sia già tutto scritto.

IL PENSIERO E LO STILE NELLE OPERE FILOSOFICHE:

Cicerone segue il metodo “dosso grafico”, procede cioè alla discussione dei problemi mediante

una rassegna di diverse opinioni espresse dai filosofi precedenti. Non è solo un’esigenza

divulgativa ma un’ambizione di operare una sintesi critica. Ne scaturisce l’eclettismo di Cicerone

filosofo: accoglie e fa proprie le posizioni che gli appaiono più valide senza però aderire ad

un’unica dottrina atteggiamento aperto.

L’ideale di “humanitas” ci appare una sintesi del pensiero filosofico greco e dell’esperienza morale

e politica romana è una concezione che si riassume in più punti: 1. la preminenza della ragione;

2. la necessità di una vasta cultura, oltre che tolleranza e rispetto; 3. essere utili impegnandosi

politicamente per il bene comune.

Per quanto riguarda lo stile, egli vuole emulare i sommi modelli greci, primo fra tutti

Platone e crea così un lessico tecnico- filosofico.

L’epistolario: diviso in quattro raccolte di lettere, cui molte destinate ad amici e parenti,

altre a personaggi di spicco. È importante perché dà una svolta al genere dell’epistolografia,

che grazie a lui e al suo esempio prenderà il volo. Qui lo stile è più agile e spedito, privo di

preoccupazioni legate al ritmo e ricco di costrutti presi dalla parlata viva. L’epistolario è

inoltre ricco di allusioni a episodi di vita familiare o sociale.

2) L’ETA’ AUGUSTEA – la letteratura sotto Augusto (31 a.C. - 14 d.C.)

Battaglia di Azio – Morte 1° Imperatore romano, Augusto

Nasce il mecenatismo. Il circolo di Mecenate raccoglie gli autori migliori dell’epoca, tra

cui Virgilio, Orazio, Properzio.

Augusto cercò e ottenne l’appoggio di intellettuali e scrittori, anche grazie alla

mediazione di Mecenate, ma dovette fare i conti con alcuni intellettuali che non

condividevano i suoi precetti, come ad esempio Ovidio, che per questo motivo fu

condannato alla relegazione sul mar Nero.

I temi principali esaltati in clima augusteo erano:

- la tradizione

- il ruolo del principe

- il destino provvidenziale di Roma.

Il classicismo era la punta di diamante: ecco la tendenza a gareggiare con gli scrittori

greci del passato. Vengono presi a modello gli autori dell’età classica della Grecia,

considerati modelli di perfezione umana e stilistica.

VIRGILIO

A parte l'epica, coltiva la poesia bucolica . Sono numerosi i salti verso un futuro ricorrendo

alla profezia. Virgilio ripropone la scelta compositiva di saldare insieme Iliade e Odissea.

L'Eneide si compone di 12 libri, i primi 6 che narrano delle peripezie di Enea seguendo il

modello narrativo dell'Odissea (odissiaco), i secondi 6 delle guerre contro i rutuli

seguendo il modello narrativo dell'Iliade (iliadico) → c'è un'inversione cronologica dei due

poemi: il II è ilidiaco ( distruzione di Troia da parte dei greci) , l'VIII odissiaco ( viaggio di

Enea che risale il Tevere per incontrare Ambro, re degli Arcadi e chiedergli l'alleanza ).

Numerosi gli episodi Omerici che ispirano Virgilio → il viaggio di Enea è in fondo un

nostos ( viaggio di eroe greco verso la patria dopo aver combattuto) all'inverso ( Enea eroe

troiano che abbandona la sua patria).

Virgilio è fortemente imbevuto di cultura alessandrina ( Arato: autore tipicamente

alessandrino ) : per es. si vede l'influsso della poesia di Catullo

Alle spalle dell'Eneide c'è anche il poema epico-storico alessandrino (Finalità

celebrative: viene celebrata la Gens Iulia, gens di Cesare derivante direttamente da Enea e

dal figlio Iulio [Venere è la madre di Enea]) e il poema mitologico , in particolare

Apollonio Rodio e le Argonautiche (racconto della saga di Giasone)

L'incontro di Enea e Didone // Giasone e Medea : lui si lascia andar all'amore ma ha una

missione da compiere.

Didone e Medea: figure femminili di stirpi regali che si innamorano di un uomo venuto

dal mare; quest'amore provoca un tradimento da parte della donna ( l'una tradisce la

memoria del marito Sicheo, l'altra la fides del padre, poiché permette ad un nemico del

padre di impadronirsi del vello ); descrizione dell'innamoramento di Didone, conflitto tra

doveri da regina, amore per il marito e passione amorosa,come in Apollonio Rodio con

Medea.

Gli elementi ripresi da modelli come Omero o Apollonio Rodio si inseriscono in un quadro

nuovo. C'è la celebrazione dell'imperialismo romano, di Augusto e della gens Iulia; si

parla di un eroe che porta a termine una missione ma c'è anche una grande pietas nei

confronti dei vinti: Enea porta a termine la missione molto diligentemente ma non è un eroe

antico che si getta a capofitto verso il nemico, egli è un eroe moderno, che soffre per ciò

che la tùke vuole che egli compia , soffrendo anche per il pt di vista dei nemici, cercando di

evitare dove possibile il conflitto con i popoli italici.

Elementi del codice epico presenti nella sua opera:

Presenti tutti i più caratterizzanti nonostante la sua modernità

Eneide: opera più significativa dell'epica latina; prima di allora erano gli Annales di Ennio.

Divenne ben presto oggetto di studio

VITA: Le vicende della vita ci sono note da una serie di <<Vite>> di Virgilio tramandate in

vari codici di età medievale e umanistica. Nacque il 15 Ottobre del 70 a.C. ad Andes, vicino

Mantova; figlio di un proprietario terriero, ebbe un’istruzione completa, in città via via più

importanti: Cremona, Milano e Roma. Nella capitale frequentò la scuola di retorica; si

trasferì poi a Napoli e si dedicò allo studio della filosofia presso l’epicureo Sirone egli

comunque preferì soggiornare a Roma in quanto entrò nel circolo di Mecenate. Fu

cagionevole di salute, timido e schivo: la sua vita trascorse ritirata, confortata dall’affetto di

pochi amici, dedicata agli studi e alla composizione delle sue opere. Alla composizione

dell’Eneide dedicò gli ultimi 11 anni della sua vita. Sappiamo che Virgilio recitò davanti

all’imperatore 3 libri dell’Eneide; in occasione della lettura del VI la sorella di Augusto non

resse all’emozione ascoltando i versi in cui Virgilio aveva pianto la scomparsa prematura di

suo figlio Marcello. La redazione del poema non era definitiva: Virgilio voleva sottoporlo ad

un’accurata rielaborazione e rifinitura. Nel 19 a.C. partì per la Grecia ma il viaggio fu interrotto

agli inizi: incontrato Augusto ad Atene che ritornava a Roma, il poeta decise di tornare con lui. Si

ammalò in seguito e morì nel Settembre del 19 a.C.

Negli ultimi giorni richiese più volte gli <<scrinia>> che contenevano l’opera con

l’intenzione di distruggerla nonostante ciò, l’Eneide fu pubblicata postuma per decisione

di Augusto.

Le Bucoliche: 10 componimenti pastorali (10 carmi in esametri composti negli anni 42-39

a.C., un periodo in cui Roma e l’Italia erano dilaniate dalle guerre civili )che trattano le

vicende di pastori-poeti che, immersi nella natura, trascorrono le giornate badando al

gregge e dialogando tra loro, improvvisando canti (per la maggiore di argomento amoroso)

oppure sfidandosi in serene competizioni poetiche. Le storie dei pastori devono

commuovere, non divertire, e i lettori devono immedesimarsi in essi. Inoltre dietro i

pastori si celano poeti contemporanei che Virgilio ha preso a modello; si tratta di omaggi

metaletterari del giovane poeta ai suoi modelli artistici.

Traspare però una realtà dilaniata dalle guerre civili, che portano lutti e devastazioni. 

Virgilio crea un mondo poetico d’evasione, ispirandosi agli idilli pastorali di Teocrito

Bucoliche da <<bukolika>> che signifca “ canto di pastori”. A questo titolo si affiancò

quello di <<Ecloghe>>. L’atmosfera è dunque inquieta e tesa nelle Bucoliche, dove si

lamenta la fragilità della bellezza che soccombe di fronte alla morte.

L’ambiente in cui si svolgono le Bucoliche è una sorta di terra edenica, una campagna

idealizzata in cui la vita primitiva dei pastori-poeti scorre serena; Il paesaggio descritto è

tratteggiato con i tratti convenzionali del LOCUS AMOENUS: il prato, l’ombra degli alberi,

l’acqua fresca di sorgente ecc. Il paesaggio bucolico (bucolica viene da “bucolos” =

pastore)infatti è idillico e ovunque si avverte la presenza dell’ Arcadia felix, luogo ameno

dove il suono dell’acqua che sgorga dai ruscelli, la frescura degli alberi, i verdi praticelli, gli

uccellini cinguettanti creano un incanto fiabesco. Questo ambiente è del tutto innaturale e

artificioso e sembra costituire una fuga, un isolamento, in un mondo costruito attraverso le

sole leggi dell’arte; un mondo che tuttavia non riesce a liberarsi dalle insidie del dolore.

Una dichiarazione di poetica si ha all’inizio della VI bucolica; dopo aver detto che la sua Musa ha

scelto di poetare nel verso siracusano, aggiunge una recusatio in cui il poeta proclama la sua

incapacità di coltivare un genere sublime come l’epos e la sua preferenza per un tipo di poesia

tenue, ponendo le bucoliche nell’ambito dell’estetica alessandrina.

Le ecloghe dispari sono in forma mimica, cioè riportano i dialoghi fra pastori; le ecloghe

pari hanno forma narrativa. 

TEMI uno dei temi principali è la descrizione di una natura limpida e serena la vita

agreste viene idealizzata. Un altro tema è il valore della poesia, vista come conforto e

valore supremo. Si tratta poi dell’amore, presentato come pazzia/follia e sofferenza. Un

altro tema è la storia, non esplicito, ma come sfondo: vi è un’atemporalità influenzata dalle

vicende contemporanee e non (es. la confisca dei beni)

Le Georgiche: Da “georgos” = contadino, è un poema epico didascalico diviso in quattro

libri, dedicato alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame. Virgilio è

ancora legato all’ambiente agreste e l’epoca è ancora dilaniata dalla guerra civile; il poema

didascalico si propone in primis come messaggio di speranza e fiducia nell’uomo e nelle

sue capacità. Di qui l’esaltazione dell’impegno, della fatica e del lavoro umano come

mezzo per ricondurre in terra l’età dell’oro. La terra generosa ricompensa il lavoro

umano. LIBRO I: coltivazione dei cereali, le stagioni

LIBRO II: coltura degli alberi e della vite

LIBRO III: allevamento del bestiame

LIBRO IV: apicoltura (inserimento di un epillio sul mito di Orfeo e Euridice).

L’opera è dedicata a Mecenate, il cui nome appare all’inizio di ogni libro, in particolare

nel proemio del libro III

Le Georgiche nascono in un clima di preoccupazione per la decadenza del mondo

contadino italico di fronte all’avanzata del latifondo. Virgilio sente che non bisogna

fuggire dalla realtà alla ricerca di una vagheggiata età dell’oro o un’Arcadia felix, ma

bisogna impegnarsi nella costruzione e nella ricostruzione di un mondo meno idillico e

più concreto. L’opera mira a descrivere l’azione positiva che l’uomo può e deve esercitare

nei confronti della natura, non sempre benefica. Abbiamo una nuova concezione virgiliana

del lavoro: il faticoso lavoro umano viene concepito non più solo come una punizione

inflitta dagli dei per i peccati umani, ma come un dono di Giove per non far infiacchire

gli uomini e per non farli perdere nell’ozio.

TEMI ricorrono quindi i temi dell’idealizzazione della vita agreste, dell’eros e delle guerre

civili; il senso etico del lavoro percorre l’intero poema, così come l’aspirazione religiosa. Il

tono elevato e grave è proprio di un’opera più impegnata ideologicamente.

L’Eneide: Virgilio abbandona il mondo dei contadini e dei pastori per affrontare il genere

epico, narrando in 12 libri le avventure di Enea, eroe troiano, figlio di Venere ed Anchise,

progenitore di Romolo e capostipite della gens Iulia, a cui apparteneva Ottaviano, che

scampato alla distruzione di Troia, salpa alla ricerca di una terra in cui fondare una nuova

città; arriva così in Italia, e precisamente nel Lazio.

Il progetto divino vuole che Enea sia il progenitore del popolo romano. Roma diverrà

caput mundi grazie a dei grandi uomini e in particolare al contributo della Gens Iulia, la

discendenza di Iulo, figlio di Enea, e dei suoi massimi esponenti: Giulio Cesare e

Ottaviano Augusto.

L’Eneide è un’opera incompiuta e caratterizzata da alcune imperfezioni; inoltre non segue

ordine alcuno.

Virgilio ha il proposito di emulare il modello di Omero: lo notiamo anche da citazioni,

rimandi e allusioni, presenti già nell’incipit.

L’utilizzazione dell’epos a fini storico-politici, aveva avuto nella letteratura latina molto

precedenti, di cui i più importanti sono Nevio ed Ennio tuttavia Virgilio rinnova radicalmente:

- l’Eneide non è un’opera epico-storica d’argomento contemporaneo

- il mito assume il posto centrale e diventa il nucleo primario della vicenda, tanto che il

protagonista è Enea e non Augusto

-la storia viene recuperata sottoforma di profezia futura o con procedimento eziologico.

In virtù di questa impostazione, Virgilio evita un coinvolgimento troppo diretto con gli

eventi contemporanei e può ampliare la prospettiva e il significato della propria poesia.

Il rifiuto di celebrare la storia contemporanea:

In un primo momento la direzione presa dal progetto virgiliano andò contro le aspettative di

Augusto, che sperava in un poema storico dedicato alle guerre civili vittoriosamente

combattute contro Antonio.

Ma Virgilio non voleva cantare la contemporaneità perché non voleva riaprire il vuoto

delle guerre civili; quindi nell’Eneide la contemporaneità ha un ruolo solo di raccordo o

di excursus. Virgilio dunque canta le origini facendo delle allusioni.

Virgilio canta la grandezza del princeps e di Roma, cercando nel mito le motivazioni

profonde che avevano reso grande l’Urbe. La storia futura di Roma e in sottofondo, mentre

avanti c’è il mito, al quale Virgilio riesce perfettamente a collegare tutta la storia, che fa

rientrare nel mondo mitico e leggendario della nascita di Roma, cioè quello delle nozze

tra Enea e Lavinia e la successiva fusione tra troiani e latini.

Troviamo l’anima “augustea” del poema in quella missione di Enea voluta dal fato

grazie alla quale sono state rese possibili la fondazione di Roma e la successiva sua

salvazione per mano di Augusto.

I rimandi alla storia suggeriscono ai lettori dei riferimenti all’attualità: ad esempio, tutti

rivedevano Cleopatra nel personaggio di Didone.

IL RAPPORTO CON I MODELLI:

quello principale è Omero: i primi 6 libri sono la parte “odissiaca”; la seconda esade è detta

“iliadica” perché ha come argomento le guerre. La presenza di Omero è massiccia; Virgilio lo segue

anche in ciò che riguarda l’apparato mitologico e l’ambito della guerra. Rispetto ad Omero vi sono

comunque delle differenze: Virgilio rinnova i materiali poetici di cui si serve secondo i criteri

dell’emulazione e dell’allusione e li organizza orientandoli in modo diverso e fondendoli con

elementi di altre fonti.

È il topos della CATABASI, per esempio, cioè quando l’eroe discende agli inferi, ispirato

dall’Odissea; Ulisse però non entra nel regno dei morti ma rimane sulla soglia; Enea compie invece

un viaggio nell’oltretomba. La catabasi ha un ruolo fondamentale dal punto di vista ideologico,

perché l’eroe, a fine viaggio, riceve un’investitura, apprendendo il destino della sua stirpe nelle

parole di Anchise si dice che i romani devono essere clementi con i popoli che accettano il loro

dominio, ma schiacciare chi si ribella. È esplicito l’imperialismo romano, legittimato dai benefici

che l’impero arreca ai sottomessi, come ordine e pace.

Nuovo è anche il libro IV, dedicato a Didone. La figura di Didone non è attinta dall’epos

omerico, ma dalle leggende sulla fondazione di Cartagine. Lo spazio dedicato a una vicenda

amorosa non proviene da Omero ma dalle Argonautiche di Apollonio Rodio. Rilevante è

l’influenza della tragedia la passione amorosa è una follia rovinosa.

Enea nell’oltretomba:

il suo viaggio è fisico. Scende fisicamente nell’oltretomba dove il padre Anchise gli

conferma la sua missione di fondatore e dà la visione delle future glorie romane. Lo scopo

di tutto questo è, nell’intenzione di Virgilio, esaltare Roma e Augusto. La visione delle

glorie future spronerà Enea ad impegnarsi di più per compiere il suo destino.

Siamo davanti ad un quadro della storia di Roma tutto convergente su Augusto.

Il giudizio sulla guerra:

nel mondo virgiliano la guerra rappresenta una triste necessità, avvertita come un eccidio

inutile e fratricida. Enea affronta la guerra a malincuore. Poi, nell’Eneide, nessuna morte

appare gloriosa.

Emerge l’attenzione al mondo dei vinti, che soffrono a causa di una superiore giustizia,

avvertita spesso come intollerabile. In Virgilio è assai presente questa sensibilità per il

soffrire dell’uomo.

Enea, l’eroe della pietas:

Enea non è un eroe come Achille o Ulisse. Egli è un eroe-uomo comune, che si fa carico

del destino collettivo a costo della vita. Rappresenta le virtù romane originarie, i valori su

cui poggia la grandezza di Roma e che Augusto voleva restaurare.

Enea è il portavoce del fato, l’esecutore di quella volontà cosmica che soffoca le ragioni

dei singoli. In questo consiste in fondo la sua pietas, la sua devozione alla patria, alla

famiglia, agli déi. Anche se la sua missione lo investe e lo porta quasi a spogliarsi di sé,

Enea non è prigioniero del fato: è un personaggio autentico, detentore di una voce

personale, di una volontà relativa. In Enea infatti si ritrovano anche i tratti

dell’HUMANITAS, come l’angoscia del dubbio: Enea è complesso quanto la visione

virgiliana della vita e dei rapporti umani.

Quando si innamora di Didone, credendo di poter dimenticare il fardello che gli grava

sulle spalle, commette un errore quasi imperdonabile: dovrà riparare a tale errore ed è

proprio nella rinuncia agli affetti che si sente l’umanità di Enea. Ad ogni distacco, ad ogni

perdita, egli soffre, anche se si sforza di tenere sotto controllo i suoi sentimenti.

La modernità di Enea consiste in quella dose di perplessità e di dubbio che lo attanaglia,

anche se lui è un personaggio pieno di virtù.

Il personaggio tragico di Didone:

Anche i personaggi femminili acquistano modernità.

Dopo che Creusa, moglie di Enea, scompare nella notte dell’incendio di Troia e prima che

Lavinia (futura sposa) gli permetta col matrimonio di completare la sua missione

provvidenziale, Didone diventa per lui l’ostacolo maggiore sulla via della fondazione della

nuova Troia.

Chi è Didone? Prima di tutto, una condottiera e fondatrice di città. Il suo dramma nasce

dalla volontà di sottrarsi dai suoi doveri verso la comunità, sia di volerne distogliere

l’uomo amato, ovvero Enea. Enea però decide di abbandonare la donna in nome della

colletività e della sua missione. La passione amorosa compromette la loro funzione di

guida dei rispettivi popoli; inoltre in Didone l’amore è maggiormente colpevole, perché

comporta il tradimento del voto di fedeltà fatto al defunto marito Sicheo.

È tragica la storia dell’ “infelix Dido”, così coinvolta e straziata dalla passione d’amore.

Alla fine Didone si uccide, sia per la vergogna di essere stata tradita da Enea sia per la

consapevolezza di aver tradito se stessa e la sua dignità.

Duro è il contrasto tra amore e dovere.

Lo stile:

linguaggio letterario e assieme realistico. Rivela le potenzialità nascoste del linguaggio.

Caratteristica importante è la polisemìa: una parola può assumere vari significati.

Musicalità del verso.

e opere virgiliane sono frutto di un’arte raffinatissima: la tecnica non è fine a se stessa ma

sempre al servizio della fantasia del poeta, della sua capacità di narrare, come se ricreasse la

realtà di volta in volta.

Tipica di Virgilio è il senso della misura: il suo stile è sobrio e raffinato ma l’innalzamento del

tono delle Bucoliche alla poesia epica è evidente.

Nelle ecloghe sono frequenti vari vocaboli, come <<formosus>> o <<suavis>>, da considerare

parole-chiave. Diversa è la situazione nell’Eneide dove sono più presenti i vocaboli come

<<magnus>> o <<ingens>>. L’enjambement è invece usato per perseguire effetti di tensione e

solennità. Virgilio riprende la formularità dalla tradizione omerica ma è limitata ad espressioni

stereotipate (come gli epiteti) riprende, dalla tradizione, gli arcaismi e le allitterazioni.

La <<brevitas>> dà luogo a una pregnanza semantica che conferisce alla poesia

un’intensa forza simbolica ed evocativa. La polisemia, la compresenza di più significati,

sconfina spesso nell’ambiguità o nell’ambivalenza, in espressioni sì di difficile

comprensione ma comunque suggestive.

ORAZIO, il poeta della saggezza quotidiana

VITA Le notizie sulla vita del poeta si ricavano soprattutto dalle sue opere. Nacque a Venosa l’8

dicembre del 65 a.C. Suo padre era un liberto: il poeta è quindi di umili origini ma di condizione

economica non disagiata; seguì infatti un regolare corso di studi, prima a Roma, poi ad Atene, dove

frequentò le scuole di filosofia.

Dagli studi lo distolse la guerra civile: Orazio si arruolò nell’esercito di Bruto e partecipò alla

battaglia di Filippi con il grado di tribuno militare.

La svolta decisiva fu nel 38 a.C., quando aveva già iniziato l’attività letteraria: in quell’anno

Virgilio e Vario lo presentarono a Mecenate che lo accolse nel suo circolo. Da allora l’esistenza di

Orazio si svolse dedita alla letteratura e agli studi. 

Prima del 30 a.C., Mecenate gli donò una villa e un podere in Sabinia a Mecenate fu legato da

un’amicizia intima e affettuosa e a lui dedicò quasi tutte le sue opere.

Anche Orazio diede il suo contributo alla propaganda augustea componendo carmi celebrativi e

politicamente impegnati. Nel 17 a.C., in occasione dei ludi saeculares, fu incaricato da Augusto

della composizione di un inno agli dei protettori di Roma: è il Carme Saeculare, cantato da 27

giovinetti e altrettante fanciulle.

La cronologia delle opere si ricava da indizi interni alle stesse. Negli ultimi anni la

produzione letteraria di Orazio andò diminuendo fino a cessare del tutto. Egli morì l’8

a.C., due mesi di distanza dalla scomparsa di Mecenate.

Nelle opere di Orazio troviamo tracciato un programma di saggezza, che si fonda sul ritiro

dalla folla e dalle occupazioni della città, sull’ideale dell’autosufficienza e del controllo

delle passioni, sul criterio del “giusto mezzo”, sulla necessità di saper cogliere le gioie

della vita quando si presentano, nella consapevolezza che durano solo un attimo.

Lo stile:

Orazio è un poeta “classico”. Eleganza ed equilibrio sono gli elementi che lo

caratterizzano, nella sua apparente “semplicità” che lo rende perfetto è che è frutto di

impegno e studio. Le sue poesie sono state largamente prese a modello. È degno di essere

imitato.

È “classico” per la purezza del linguaggio e l’armonia del verso.

Ha scritto i versi più perfetti della letteratura latina. È ricco di quella apparente semplicità

che valorizza le sue opere e che deriva da un lavoro accurato, un lungo e accurato lavoro di

labor limae. Semplice ed essenziale, attento nella scelta della parola soprattutto per l’uso di

vocaboli quotidiani.

I temi ricorrenti:

- osservazione cordiale della realtà

- ricerca della saggezza e istintiva comprensione dei difetti umani

- aspirazione al giusto mezzo come via a quel poco di bene che è concesso all’uomo

- senso di indipendenza e autonomia dal potere

- amore per la campagna e il suo clima salutare

- malinconia per il trascorrere del tempo: invito a godere il presente e canto della vita

umana che passa

Tra le opere ricordiamo:

- due libri di Sermones (Satire)

- tre libri di Carmina (Odi)

- Ars poetica

Le Satire (Sermones): Orazio chiama le sue Satire col termine Sermones, ovvero

“colloqui”. Qui l’autore si rivolge a degli interlocutori privilegiati: la cerchia di amici, in

primis mecenate e poi tutti quelli che si riunivano intorno a lui. Si tratta di piacevoli

colloqui tra amici il cui scopo è quello di “castigare ridendo mores”: mettere in ridicolo

e correggere i mali di una società grazie al sorriso intelligente e bonario. Una società

che non gode di perfetta salute ma che comunque per il poeta non appare sofferente di

mali incurabili. Orazio, con la sua saggezza quotidiana, osserva gli uomini e si sofferma

sui loro atteggiamenti ridicoli o viziosi e sui comportamenti paradossali del vivere in

società. / Il fatto che il genere satirico non avesse un diretto corrispondente nella letteratura

greca indusse Orazio ad una riflessione critica a tale scopo il poeta ha dedicato 3

componimenti i n cui presenta Lucilio come l’iniziatore del genere della satira nella letteratura

latina, ma cerca di nobilitare la satira ricollegandola alla commedia greca e precisamente alla

sua fase più antica Orazio rileva l’importante differenza formale tra i 2 generi, costituita

dall’impiego di metri diversi, ma punta su un aspetto comune alla commedia antica e alla satira

luciliana: la consuetudine di attaccare direttamente gli avversari; Lucilio viene presentato come un

moralista intransigente.

Un altro aspetto distintivo della satira viene indicato da Orazio nello spirito, la capacità cioè di

affrontare temi moralmente impegnativi in modo arguto e divertente.

Tutte queste sono caratteristiche anche della diatriba, da cui le satire oraziane sono influenzate.

Con la componente moralistica viene collegato un aspetto proprio della satira ed estraneo alla

commedia: lì impostazione soggettiva, che consente all’autore di esprimere le proprie opinioni,

parlando in prima persona.

Per quanto riguarda i rapporti con gli altri generi, Orazio riconosce la superiorità dei generi

sublimi; anzi dice di non poter aspirare al titolo di “poeta”. Orazio afferma di scrivere <<sermoni

propiora>>: l’accostamento della satira al sermo rinvia alla commedia ma è anche coerente con le

posizioni di Lucilio la satira rinuncia infatti ai modi della letteratura sublime e sceglie un

livello linguistico e stilistico adeguato ai temi trattati, non elevato ma vicino all’uso della lingua

parlata. Orazio afferma che la sua produzione è riservata a pochi intimi concezione

alessandrina di un’arte aristocratica.

I CARATTERI DELLE SATIRE ORAZIANE:

In Orazio vi sono 2 forme diverse di satira: narrativa e discorsiva. La prima prende le mosse da

un fatto o un aneddoto, raccontato in modo brillante; la seconda non è incentrata suun fatto ma

svolge una serie di argomentazioni e riflessioni affinità con la diatriba.

I CONTENUTI:

il I libro contiene le satire, quattro narrative e sei discorsive. Le prime 3, discorsive, sono

diatribiche: la prima tratta dell’incontentabilità umana, dovuta all’avidità di denaro; la

seconda svolge temi di etica sessuale, suggerendo misura e discrezione; la terza esorta alla

comprensione e all’indulgenza nei confronti di amici, che devono essere giudicati con buon

senso e serenità.

Alle satire discorsive sono affini 2 componimenti di argomento letterario, la 4 e la 10. la 4 presenta

una sezione autobiografica sulla formazione ricevuta nella fanciullezza. L’andamento discorsivo

viene applicato ai casi personali anche nella sesta, il componimento più soggettivo; l’amicizia che

Mecenate concede a Orazio permette al poeta di ampliare il discorso verso temi più ampi.

Le satire 5 e 9 sono narrate in prima persona dal poeta e presentano i fatti come autobiografici. La

prima è la relazione poetica di un viaggio da Roma a Brindisi in compagnia di alcuni amici. La 9

prende spunto da una circostanza futile: durante una passeggiata il poeta incontra un

seccatore, di cui cerca di liberarsi si sviluppa secondo lo schema dialogico. Le altre 2 satire

narrative sono la 7 e la 8; la 7 narra lo scontro in tribunale tra 2 personaggi; la 8 descrive per bocca

del dio Priapo una scena di stregoneria.

Delle otto satire del libro II, l’unica che ha carattere di monologo ed è incentrata sul poeta è la 6;

di carattere soggettivo, trae spunto da un evento della vita di Orazio: il dono della villa da parte di

Mecenate tema del contrasto tra la vita in città e quella in campagna, luogo di una saggezza

imperniata sull’autarkeia.

Gli altri componimenti sono in forma di dialogo, ma solo nella prima il poeta mantiene un posto

centrale. L’abbondanza dei dialoghi conferisce alla raccolta maggior vivacità.

Nella 2 il poeta cede la parola ad Ofello, un contadino. Nella 3 Orazio subisce la predicazione di

un certo Damasipo, che tratta in temi stoici dei vizi e delle follie umane.

Nella 7 lo schiavo Davo improvvisa una tirata contro il suo padrone Orazio.

Sul terreno della parodia è la 4, in cui il poeta ascolta i precetti di saggezza culinaria da un certo

Cazio. Nella 5 il poeta scompare del tutto; vi troviamo Ulisse che nell’oltretomba chiede aiuto a

Tiresia per recuperare le sue sostanze: Tiresia gli suggerisce il mestiere di cacciatore di eredità.

IL MESSAGGIO E LO STILE:

le satire oraziane presuppongono un sostrato di concetti morali che fornisce un costante termine di

riferimento. Il poeta afferma la sua adesione all’epicureismo tuttavia le principali idee

ispiratrici delle Satire sono concetti generali: si tratta dei principi della <<METRIOTES>> e

dell’<<AUTARKEIA>>.

La metriotes sancisce che la virtù consiste nel giusto mezzo, in un equilibrio; l’autarkeia consiste

nella limitazione dei desideri per evitare i condizionamenti esterni, che impediscono di

raggiungere la piena libertà interiore Orazio invita ad accontentarsi del proprio stato e a cercare

di soddisfare nel modo più semplice le esigenze naturali.

E' una riflessione orientata verso una morale pratica e mirante all’essenza della felicità. Queste

convinzioni sono affidate al personaggio del poeta satirico, in cui l’autore riflette gli aspetti

della sua personalità: egli si presenta come un individuo che ricerca la verità per se stesso a ciò

si aggiungono alcuni argomenti autobiografici, riconducibili a 3 momenti: la fanciullezza e

l’adolescenza, il rapporto con Mecenate e la serenità della vita quotidiana.

Il libro II però rivela la crisi della figura del poeta satirico, che si rifugia sullo sfondo. Nel II libro

Orazio accentua la sua autoironia, prendendo in giro quegli atteggiamenti da persona esperta su cui

poggiava la figura del poeta satirico del I libro.

Per quanto riguarda la forma, la decisione di ancorare la satira al sermo si traduce nella scelta di un

livello linguistico e stilistico non elevato; il lessico non disdegna termini e forme della lingua

familiare o il ricorso a espressioni colloquiali.

Sono evitati i termini greci e i grecismi e vengono rifiutate le grossolanità del sermo

vulgaris viene creato uno stile medio, curato e urbano che s’ispira a una conversazione

elegante e raffinata, in cui vige il principio della brevitas.

I Carmina (Odi): motivi principali dei Carmina sono l’amore e l’amicizia. Ricorrenti son

le figure femminili (alcune reali, altre forse inventate) e molti sono gli amici (tra cui emerge

Mecenate) a cui il poeta si rivolge.

L’amicizia è legata al motivo (di origine greca) del convito: il banchetto e il colloqui con gli

amici suggeriscono la riflessione sul trascorrere del tempo e sul senso della vita. Ed

ecco il famosissimo “carpe diem”, il saper cogliere l’attimo presente. L’ebbrezza del vino,

l’invito alla saggezza e a vivere l’oggi possono aiutarci a dimenticare l’ansia per il

domani ma non possono comunque cancellare quell’inquietudine che è alle fondamenta

dell’ispirazione oraziana e che a volte diviene riflessione sulla morte o rassegnata

contemplazione della fine.

Altro tema assai presente è il mondo della campagna. Molti carmi nascono dalla

contemplazione della bellezza della natura! Dal tema della natura ecco il tema del vivere

in armonia con essa, in semplicità. I paesaggi campestri si trasformano in luoghi ameni, in

tranquilli rifugi per la vecchiaia, in contrapposizione con la vita tumultuosa e inutilmemte

sfarzosa della città.

Il programma di saggezza individuale:

Orazio ha tracciato un programma di saggezza individuale che si incentra sul ritiro dalla

folla e dalle occupazioni della città, sull’autosufficienza e il controllo delle passioni (che

vanno tenute a freno grazie all’intelligenza) e sul criterio della medietas, il “giusto

mezzo”. Per essere davvero felici bisogna accontentarsi del poco o del giusto: solo

rinunciando ai sogni troppo grandi e coltivando il proprio “giardino” l’individuo saggio

potrà essere realmente libero sul piano morale. In città la vita è troppo tumultuosa e

piana di ipocrisie, compromessi e omaggi ai potenti. La città è lo spazio della politica,

mentre la campagna è lo spazio della natura e dell’anima, dove il saggio può davvero

rientrare in se stesso, scoprirsi e capire di cosa realmente ha bisogno. In questo senso

ricordiamo la famosa favola del topo di campagna e del topo di città (che caratterizza una

delle satire dei Sermones oraziani) in cui si esalta la vita rustica contro le molestie

cittadine.

Lo scavo interiore e il desiderio di dialogo:

la filosofia oraziana si basa sulla ricerca della saggezza quotidiana, alimentata dalla

consapevolezza dei vizi umani. gli istinti e le passioni ci segnano e lo stesso Orazio se ne

sentiva vittima. Però, si possono tenere a freno, evitando gli eccessi e i piaceri superflui.

Come fare? Il saggio ha tre armi: autoesame, ironia e dialogo con gli altri.

Autoesame: è la riflessione sulle cose e soprattutto su se stessi. Orazio scava nel proprio

animo, sempre partendo da esperienze reali.


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alex1395

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7 mesi fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunti dettagliati di letteratura latina sulla base dello studio autonomo dei 3 volumi di "Lezioni di Letteratura Latina" - Conte.

Alcuni degli argomenti trattati sono: Livio Andronico, Nevio, Ennio, Plauto, Terenzio, Pacuvio, Accio, Lucilio, Cesare, Cicerone, Lucrezio, Sallustio, Varrone Reatino, Virgilio, Properzio, Tito Livio, Ovidio, Tibullo, Orazio, Seneca, Persio, Petronio, Lucano,Giovenale, Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, Quintiliano, Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Tacito, Svetonio, Ammiano Marcellino, Girolamo, Agostino


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alex1395 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Domenicucci Patrizio.

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