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La società e l'ambiente culturale nella Venezia del 700, dallo splendore alla caduta della Serenissima

Nell’età di Carlo Goldoni, la Repubblica di Venezia subì una trasformazione determinante, da "stato da mar" a dominio di terraferma, sviluppando forme di investimento nelle campagne. Questo evidenzia da un lato l’impegno per l’ampliamento dei possedimenti agricoli, dall’altro il disinteresse verso le comunità residenti. La Repubblica di Venezia (più tardi Repubblica Veneta) fu un antico Stato italiano preunitario con capitale la città di Venezia. Nota anche come Repubblica di San Marco, è spesso indicata con l’appellativo di Serenissima.

Pur mantenendo attivo lo scambio di diplomatici e residenti con le nazioni e gli imperi, e continuando ad ospitare le legazioni straniere, di fatto Venezia non ha più peso nel sistema delle alleanze. La progressiva emarginazione dallo scacchiere delle grandi potenze è legata alla scelta della neutralità che la Serenissima ha compiuto, forse per evitare il rischio di restare schiacciata dalla scarsa affidabilità dei singoli alleati.

Fino al 1718 l'impegno prioritario della Repubblica era arginare la pressione dei Turchi. Nel conflitto contro gli Ottomani dal 1645, data della guerra di Candia (nota anche come quinta guerra turco-veneziana), combattuta tra la Repubblica di Venezia e i suoi alleati – tra i quali i cavalieri di Malta, lo Stato della Chiesa, il Granducato di Toscana, con le galee di cavalieri di Santo Stefano e la Francia – e l’Impero ottomano, che ebbe come posta in palio il possesso dell’isola di Creta (in veneziano Candia, il più grande e ricco dei possedimenti veneziani d’Oltremare), l’esito della guerra fu la vittoria turca. Fino al 1711, anno di inizio di un terzo scontro bellico, Venezia si trovava accanto alla casa d’Austria, sebbene la sua flotta fosse esausta e meno efficiente delle altre marinerie europee; eppure tale patto non portò alcun beneficio, ma semmai accentuò gli svantaggi.

Nel 1718, la pace di Passarowitz (trattato che concluse il conflitto scoppiato nel 1714 tra l’Impero ottomano e la Repubblica di Venezia, al cui fianco nel 1716 era intervenuta l’Austria) sancì una situazione di stanchezza militare e una diffusa impotenza nelle trattative finali, tanto che lo Stato veneto dovette rinunciare al possesso della Morea (toponimo veneziano per indicare il Peloponneso). L’ossessione del turco determinò una totale distrazione dalle trasformazioni territoriali che si stavano attuando nella penisola italiana, e ancor più una inspiegabile disattenzione dinanzi ai guasti connessi alla successione di Spagna e all’espansione della nazione francese.

La situazione interna ed economica

Sul versante interno, la precarietà degli scambi commerciali, la contrazione della produzione manifatturiera, la stagnazione demografica (arresto o rallentamento delle nascite), la crescita dei prezzi e l’aumento delle tassazioni accentuarono, intorno alla metà del secolo, la crisi economica, fino a raggiungere livelli preoccupanti; l’impoverimento colpì anche la classe patrizia. Il ceto mercantile risultava ormai un lontano ricordo, paralizzato com’era dal timore di rischiare capitali e dall’incapacità di mettere a frutto i buoni rapporti con le contrade del mondo.

Marco Foscarini, uno storiografo, stampò nel 1752 “Della letteratura veneziana”, un trattato in cui trapela la diagnosi sul malessere che ha colpito lo Stato veneto: è la disaffezione dei patrizi e degli uomini pubblici che occorre contrastare, innestando nei loro comportamenti l’orgoglio per una civiltà capace di estendere i propri influssi sopra le nazioni dell’Europa continentale e che dalle sponde del Mediterraneo sconfinava sino all’estremo Oriente. Il modello da seguire è quello dell’età cinquecentesca, il cui ricordo basta a ridare fiducia a quanti non riescono più a scrollarsi di dosso l’inettitudine politica. In tal senso, l’idea di cultura diviene inseparabile da quella di patria.

Vettor Sandi, pubblico storiografo, fu autore di nove volumi sui “Principii di storia civile della Repubblica di Venezia”, attraverso i quali ripercorse l’impianto dell’antica civiltà legislativa lagunare e indicò la prospettiva futura di un edificio governativo autarchico, in grado di sfruttare le sue doti “civili” e di garantire sudditi migliori.

Cultura e intellettualità a Venezia

Accanto alla cura della sfera civile, è possibile osservare un alto livello di considerazione interna per l’erudizione, le raccolte, le collezioni, le gallerie e le biblioteche specializzate. In questo ambito si fanno strada intelligenze non sempre appartenenti al patriziato, spesso legate al clero, oppure sorte da un felice connubio di studio e azione civile. Ma sono tanti i dotti che classificano, raccolgono e stampano i risultati delle loro lunghe indagini.

Entro i confini lagunari si sviluppa una curiosa dinamicità tra l’austerità repubblicana, intrisa dal culto per gli splendori del '500, e le novità culturali, le idee che attraversano il pensiero europeo. In tal senso, un ruolo di rilievo è svolto dalla stampa periodica che, al pari dei libri, invade il territorio della Repubblica. Dalla “Gazzetta Veneta” di Gasparo Gozzi al “Giornale enciclopedico” di Domenico ed Elisabetta Caminer, l’arte di osservare i fatti della vita e di ragionare sui problemi del mondo si raffina e si amplia a dismisura. Nonostante l’attenta censura dei revisori, i testi circolano, e quando non si possono editare sotto l’indicazione di Venezia si fingono stampati altrove.

Il teatro e Carlo Goldoni

L’atteggiamento dell’intellettualità veneziana verso il teatro è segnato dalla duplicità: da una parte avverte il distacco verso un’arte considerata poco consona alle regole della repubblica delle lettere, dall’altra dalla consapevolezza che i generi dello spettacolo costituiscono un elemento portante del sistema civile ed economico della Serenissima. Desta meraviglia la quantità di testi di ogni genere, che nel corso del '700 denigrano la condizione dell’uomo di teatro. Quasi all'unisono si condanna la scarsa affidabilità di comici, cantanti, ballerini: sono soliti tradire la fiducia perché troppo presi dall’interesse per se stessi. È un ambito propizio alla conoscenza della realtà: la compagine dei commedianti si presenta come una micro-società, nella quale si concentrano le tensioni e le contraddizioni della vita quotidiana.

Al di là della genuinità dell’inclinazione naturale, lo scrittore di teatro s’affretta ad esaltare la dignità delle sue origini, specialmente quando esiste una discendenza nobiliare, la congruenza dei suoi studi. Anche nel progettare la propria autobiografia, l’uomo di teatro si comporta con reticenza. Non è casuale che nelle varie soluzioni proposte per la riforma del meccanismo teatrale settecentesco, è più facile riscontrare riferimenti biografici, spesso nemmeno filtrati dalla metafora, tra autore e dramma. Per tutto il secolo si incontrano testi metateatrali, che oltre il facile riflesso delle misere condizioni in cui versa il teatro, non risparmiano neppure il mestiere di "poeta comico".

Non a caso una delle questioni che vedono in una posizione contrapposta e inconciliabile Carlo Goldoni e Carlo Gozzi è quella del compenso dovuto alle prestazioni comiche. Ciò non toglie che, in un’epoca di transizione, permangono ancora le protezioni e il sostegno di nuclei del patriziato: il caso Goldoni lo dimostra. Un poeta stipendiato da capocomici e da nobili proprietari è comunque tenuto a tutelare i rapporti con alcune zone del potere repubblicano: anzitutto perché parla a quegli stessi patrizi presenti come spettatori nei parchi dei teatri; e poi, perché prolunga attraverso la stampa dei suoi lavori un rapporto di corrispondenza ideale che va continuamente rilanciato e giustificato. L’importante delle dediche, delle lettere, dei componimenti d’occasione oltre alla necessità di compilare liste di sottoscrittori paganti, è perciò rilevante.

L’azione di un autore drammatico, insomma, non si esaurisce entro la sfera della creazione, e neppure nel segno della rappresentazione, ma si sviluppa prima e dopo l’evento. Il conte Carlo Gozzi ha la coscienza dell’insidioso effetto che può avere la linea di riforma goldoniana, perché rileva la compiaciuta attenzione che a quel borghese rivolgono ampie zone del patriziato veneziano. E la sfida che mette in pratica mira a distogliere gli sguardi della scena-dibattito con cui Goldoni invita a ragionare sulle degenerazioni del mondo contemporaneo; si tratta di interrompere non solo l’azione prezzolata, ma ancora più dimostrare come l’invenzione critica del quotidiano, la filosofia del buon senso civile, il degrado nei rapporti interpersonali che Goldoni ha introdotto nel progetto di trasformazione della macchina scenica, siano innocue "fole", invenzioni da contrastare, in modo diretto con le vere favole.

Carlo Goldoni, una vita per le scene

Carlo Goldoni nasce il 25 febbraio 1707 da genitori veneziani. Oltre a Carlo, la madre Margherita Savioni, o Salvioni, e il padre Giulio, che si uniscono in matrimonio nel 1703, avranno cinque figli, ma tra di essi solo Giampaolo raggiunge, insieme a Carlo, l’età matura; gli altri muoiono poco dopo la loro nascita.

L’infanzia di Carlo è segnata dalle difficoltà economiche e dai continui spostamenti del padre, che nel 1712 compie un periodo d’apprendistato in medicina, senza conseguire però la laurea; di fatto eserciterà a suo modo l’arte di curare i malati, specializzandosi nel trattamento dei disturbi urinari. Intanto, a Venezia il piccolo vive con la madre e la zia materna Marietta: è il periodo in cui si diletta a comporre qualche breve commedia, sul modello dei testi di Giacinto Andrea Cicognini. Nel biennio 1719-1720 segue il padre a Perugia, dove inizia a studiare retorica e grammatica presso il collegio dei Gesuiti. È qui che ha modo di prendere parte alla rappresentazione de “La sorellina di don Pilone” di Girolamo Gigli: la finzione scenica prevede che si presenti sotto spoglie femminili.

A quattordici anni sperimenta già la necessità di viaggiare, imparando tra un istituto e l’altro a trarre profitto dalle letture che più lo appassionano, rifiutando lo studio di discipline da lui considerate vane. È già possibile scorgere i punti di una geografia della formazione, contrassegnata da una varietà di città e di luoghi che lasceranno il segno sul suo comportamento futuro. Dopo aver visto Perugia, Rimini, Chioggia e dopo una parentesi veneziana, tra il 1721 e il 1722 va con il padre a Milano per chiedere l’appoggio del senatore marchese Pietro Goldoni Vidoni al fine di entrare nel Collegio Ghislieri di Pavia. Nel 1723 viene ammesso nella prestigiosa Università per seguire i corsi di giurisprudenza.

Il quattordicenne Carlo conosce il tempo delle scoperte letterarie, delle poesie giovanili e delle letture teatrali, a cominciare dalla Mandragola di Niccolò Machiavelli, una commedia vietata, perché, a detta del padre, scandalosa e illecita. Poi si accende per le opere di Plauto e Terenzio.

Anche l’esperienza nell’istituto Ghislieri è destinata a interrompersi bruscamente: nel maggio 1725, infatti, è espulso dal Collegio per aver composto Il Colosso, una satira in versi contro le donne di Pavia; non rimane che ritornare a Chioggia. A Udine stampa Il Quaresimale in epilogo ed ha le prime esperienze amorose.

Nel 1727 si reca a Modena per continuare gli studi giuridici; a causa di un attacco di ipocondria mistica, che lo spinge a farsi frate, è ricondotto dal padre a Chioggia. La cittadina gli offre l’impiego di coadiutore aggiunto del podestà Francesco Bonfadini, presso la cancelleria criminale. Nel maggio 1729 è nominato vice-cancelliere del podestà Paolo Spinelli a Feltre. Frattanto intensifica la sua attività letteraria e teatrale, che si manifesta nel 1730 nella stesura e nella recita di due intermezzi, Il buon padre e La cantatrice. A 47 anni muore il padre Giulio.

Tornato a Venezia riprende gli studi giuridici e il 22 ottobre si laurea in legge presso l’università di Padova e svolge il praticantato nello studio di Carlo Terzi per essere poi nominato avvocato del foro veneziano il 20 maggio 1732. Da qui in avanti la vita dell’avvocato Carlo Goldoni intreccia incessantemente genio comico e incombenze professionali, in un connubio di vocazione e necessità quotidiane.

Nel 1733, dopo aver composto il melodramma Amalasunta, all’inizio di gennaio, forse per evitare un’incauta promessa di matrimonio, parte da Venezia alla volta di Milano. Una volta giunto a Venezia incontra il capocomico Giuseppe Imer che recita al San Samuele. Si presta poi a fare da poeta e librettista per i Teatri Grimani di San Samuele e San Giovanni Grisostomo. La fase creativa, per lo più legata al teatro musicale, s’intensifica, anche per l’apprezzamento manifestato da parte degli interpreti e dei musicisti.

Il 22 agosto 1736, a Genova, sposa la diciannovenne Nicoletta Connio, figlia di Agostino, notaio del Banco di San Giorgio. Nel 1740 riceve la nomina di console della Repubblica di Genova a Venezia; compone la commedia Il mercante fallito, e i drammi Oronte re de’ Sciti e Satira; sottopone alla compagnia di Imer La donna di garbo, prima commedia regolare scritta per esteso.

Nel 1744, a Rimini, dirige gli spettacoli del teatro locale durante l’occupazione austriaca. Nel 1748 prepara il Servitore di due padroni, Il figlio di Arlecchino perduto e ritrovato e I due gemelli. Incontra Medebach con il quale stabilisce un impegno di collaborazione per l’anno successivo.

Opere e successi

  • Opere del 49-50-51: La vedova scaltra, La putta onorata, Arcadia in Brenta, La buona moglie, La scuola delle mogli, Il prologo apologetico, Il cavaliere e la dama, L’avvocato veneziano, La famiglia dell’antiquario, Arcifanfano re de’ matti, Il mondo della luna, L’erede fortunata, Il teatro comico, Le femmine puntigliose, La bottega del caffè, Il bugiardo, L’adulatore, Il poeta fanatico, La Pamela, Il cavaliere di buon gusto, Il giucatore, Il vero amico, La finta ammalata, La dama prudente, L’incognita, L’avventuriere onorato, La donna volubile, I pettegolezzi delle donne, Il mondo alla roversa, Le donne vendicate, Il Molière, La Castalda, L’amante militare, Il feudatario, Le donne gelose, Il conte Caramella e Le virtuose ridicole, Le pescatrici.
  • 1752: Firma il primo contratto che lo lega per dieci anni al Teatro di San Luca, di proprietà del patrizio Antonio Vendramin, impegnandosi a presentare otto commedie l’anno. Mentre si rappresenta La serva amorosa, prepara La figlia obbediente, I mercatanti, Le donne curiose, I portentosi effetti di madre Natura, La calamita de’ cuori.
  • 1753: Recita al Sant’Angelo La locandiera, mentre il poeta passa al San Luca. Medebach ingaggia al suo posto l’abate Chiari. Inizia un periodo di attività non sempre fortunata, segnata anche da una grave malattia nervosa che lo colpisce a partire dal 1754.
  • 1754: Presenta le commedie Il geloso avaro, La donna di testa debole, La sposa persiana, La cameriera brillante, Il filosofo inglese, Il festino, Il filosofo di campagna, Terenzio, Torquato Tasso, La peruviana.
  • 1755: Il cavalier Giocondo, Le massere, Lo speziale, Il povero superbo, La vera commedia, I malcontenti; Le donne de casa soa, Ircana in Julfa (continuazione della sposa persiana), La diavolessa.
  • 1756: La villeggiatura, Il campiello, La ritornata di Londra, L’avaro. Rinnova il contratto con Francesco Vendramin per altri dieci anni: si impegna a comporre sei commedie a stagione per un compenso di cento ducati per commedia, oltre a 200 ducati di donazione. Scrive: Il medico olandese, Ircana in Ispana, terzo episodio della Sposa persiana.
  • 1757: Mentre a Venezia il conte Carlo Gozzi apre le offensive contro Goldoni e Chiari pubblicando La tartana degli influssi, nel giugno 1757 a Parigi si accende una polemica intorno al Fils naturel di Denis Diderot, accusato di aver plagiato Il vero amico di Goldoni. Compone: Lo spirito di contraddizione, La bella selvaggia, Il mercato di Malmantile, L’apatista, La donna bizzarra.
  • 1758: Le morbinose, La dalmatina, La vedova spiritosa.
  • 1760: Prima rappresentazione di Un curioso accidente e de La casa nova. Appare il manifesto delle opere complete di Goldoni presso l’editore Pasquali. Mentre si apre la fase dei grandi capolavori, contrassegnati dalle commedie della maturità, dalla trilogia della Villeggiatura a La scozzese, da Sior Todero brontolon a Le baruffe chiozzotte e Una delle ultime sere di carnevale, il conte Carlo Gozzi fa rappresentare con buon esito Il corvo, Re cervo, Turandot.

Nel 1762 parte per la Francia, sostando a Bologna per ragioni di salute, dove scrive il libretto de La bella verità. A Parigi viene ingaggiato dal Théâtre Italien per scrivere scenari e qualche commedia.

Nel 1783 a Parigi inizia a stendere i Mémoires che saranno pubblicati nel 1787. A Venezia l’editore Zatta inizia nel 1788 la pubblicazione di tutte le opere goldoniane. Il 6 febbraio 1793 muore con accanto l’inseparabile moglie Nicoletta. Gli attori del Théâtre National mettono in scena una recita straordinaria del Bourru, in omaggio al citoyen Goldoni e a beneficio della vedova, che scompare a sua volta il 9 gennaio 1795.

L’avventura teatrale goldoniana si snoda attraverso una grande quantità di testi editi, ai quali in varia forma lo scrittore affida gli elementi, talvolta contraddittori, della sua autobiografia, fino a progettarne una prima sistemazione incompleta nelle Prefazioni ai volumi dell’edizione Pasquali, che sono pubblicate dal 1761 al 1778 e corredate da incisioni illustrative, e a realizzarne una seconda ben architettata, i Mémoires, scritta in francese.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher val1712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Tavazzi Valeria.
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