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Appunti di filosofia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Borgatti, dell’università degli Studi di Ferrara - Unife, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze filosofiche e dell'educazione. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filosofia docente Prof. M. Borgatti

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Tale legge vale per tutti gli esseri razionali dotati di volontà e tale categoria include anche

l’Essere Infinito. Per gli esseri razionali finiti dotati d’impulsi s’impone sottoforma di un

nell’Essere Infinito

imperativo; invece, dotato di una volontà santa, tale legge è necessaria ed

è posta al di sopra di ogni legge pratico-costrittiva.

Il rapporto di tale legge con la volontà è un rapporto di dipendenza e coercizione a compiere

una determinata azione che prende il nome di Dovere.

- Per concetto di un oggetto della ragion pratica s’intende la rappresentazione di un

oggetto come effetto che si ottiene per mezzo di un’azione dettata dalla libertà; giudicare se

qualcosa sia o no oggetto della ragion pratica significa accertare la possibilità o meno di

volere quell’azione.

(Non l’oggetto ma la legge della volontà è il fondamento di determinazione dell’azione)

I soli oggetti di una ragion pratica sono il bene ed il male.

Oggetto Oggetto di

necessario di un una

desiderio repulsione

Dato che è impossibile scorgere a priori quale rappresentazione sarà accompagnata da

piacere e quale da dispiacere, spetterebbe all’esperienza, attraverso i sentimenti sensibili di

esigendo

piacere e dispiacere, stabilire a posteriori cosa sia buono e cosa sia cattivo. Ma

che del buono e del cattivo si giudichi con la ragione e non con la sensibilità, il filosofo

mezzo

dovrebbe chiamar buono ciò che costituisce un per raggiungere ciò che è piacevole, e

causa

cattivo ciò che sensazioni sgradevoli. Il giudizio del rapporto tra mezzo e fine

appartiene, infatti, alla ragione.

Se desideriamo o detestiamo un oggetto, ciò accade sempre in riferimento alla nostra

sensibilità e al senso di piacere o meno che scagiona. Ma il buono o il cattivo implicano in ogni

riferimento al volere,

caso un in quanto la legge razionale lo chiama a proporsi qualcosa come

suo oggetto. La volontà non viene mai determinata immediatamente dall’oggetto, essa è la

causa motrice di una propria azione ed il buono/cattivo in sé si riferiscono solo ad azioni.

Il Paradosso del metodo della ragion pratica è che il concetto del buono e del cattivo non

debba venir determinato prima della legge morale ma solo dopo di essa e mediante essa. (Va

contro ogni regola del procedimento filosofico assumere come deciso sin da principio ciò

intorno cui si ha da decidere)

Posto che volessimo cominciare dal concetto del bene per desumere da esso le leggi della

volontà, tale concetto di un oggetto presenterebbe l’oggetto stesso come unico fondamento

determinante la volontà. Ma dato che tale concetto non è determinato da nessuna legge

pratica a priori l’unico modo per desumerne la caratteristica di buono o cattivo sarebbe farne

prima esperienza pratica. Perché solo con l’esperienza si può accertare cosa sia conforme al

sentimento di piacere e cosa non lo sia; per questo la legge pratica dovrebbe esser fondata su

di essa come condizione di concetto di buono/cattivo, e non su legge pratiche a priori.

Nel giudicare cosa sia buono e cosa sia cattivo i modi di procedere possono essere due:

1) Considerare un principio razionale in sé, come fondamento della volontà. Tale principio

diventerebbe così Legge pratica a priori che determina la volontà e di conseguenza

buona

l’azione ad essa conforme è di per sé.

2) Un movente esterno determina un desiderio presupponendo un oggetto di piacere, e

precede la massima della volontà. Entra in gioco la massima della ragione che

determina le azioni e la loro possibilità.

Lo scopo dell’azione compiuta in questo caso con è un bene ma un benessere.

- Azione morale e azione legale non necessariamente combaciano. Un’azione può esser

morale senza esser legale e viceversa. Se la determinazione della volontà non avviene per la

legge morale, l’azione conterrà legalità ma non moralità.

Che cosa provoca le legge morale nell’animo umano al punto di determinare il desiderio di

agire secondo tale legge, anche se dotato di una volontà libera di scegliere in modo

indipendente? 7

La risposta nel sentimento di rispetto della legge morale che essa produce, e che

egoismo.

abbatte tutte le inclinazioni che insieme producono l’ Il sentimento di rispetto nasce

su fondamento intellettuale ed è il solo che possiamo conoscere a priori.

Amore di sé Compiacimento di

= sé

Voler bene a se =

stessi al di sopra Superbia

di tutto

La legge morale esclude l’influenza dell’amor di sé sul principio pratico ed offende così la

superbia che proporrebbe le condizioni soggettive come coordinate d’azione. Ma ciò che

umilia,

offende la nostra superbia ci e ciò che come fondamento di determinazione della

nostra volontà ci umilia, suscita rispetto. Si può dire quindi che la legge morale susciti

rispetto.

Ciò che offende l’amor di sé ha inevitabilmente un’influenza sul sentimento; tale sentimento,

suscitato dalla legge morale, viene chiamato sentimento morale.

Il rispetto per la legge morale è l’unico movente morale.

In sintesi, la legge morale è:

1. Determinazione formale dell’azione

2. Fondamento di determinazione materiale oggettivo,degli oggetto dell’azione designati

con i nomi di bene e di male

3. Fondamento di determinazione soggettivo, esercitando un’influenza sulla sensibilità del

soggetto e producendo un sentimento favorevole all’influsso della legge sulla volontà.

Il concetto di Dovere esige nell’azione:

Oggettivamente, Soggettivamente, rispetto per la

un accordo con la legge come unico modo di

legge determinazione della Volontà conformemente al

Su ciò si fonda la differenza tra la differenza tra la coscienza di aver agito

dovere per dovere

(legalità) o (moralità).

EPICURO e JOHN STUART MILL - Esempi di etica

consequenzialistica

A fondamento dell’etica consequenzialistica vi è l’idea che il giudizio morale dell’azione dipenda dalle

conseguenze dell’azione, che costituiscono quindi l’unico criterio normativo.

Il termine venne usato per la prima volta da Elizabeth Margaret Anscombe nel suo saggio Modern Moral

Philosophy del 1958; il consequenzialismo rifiuta la definizione e l’esistenza di valori morali a priori e

sostiene che un'azione vada valutata rapportandola ai suoi effetti, per cui un comportamento è giusto solo

se produce buone conseguenze.

Nell’antichità parlare di etica significava parlare di felicità (eudaimonia); il punto di partenza della riflessione

etica non era quindi costituito dal concetto di Dovere ma da quello della Vita Buona.

=

Vita compiuta e completa in cui

l’uomo ha realizzato la propria

natura

Condizione necessaria per il raggiungimento

dell’Eudaimonia 8

L’Edonismo è la posizione etica secondo la quale il piacere è da considerarsi come il Bene Sommo e come

condizione della felicità, che consiste nell’assenza di dolori.

Epicuro

Per , il piacere è il principio del vivere felicemente; da esso muoviamo per operare qualsiasi tipo di

scelta ed è alla base di tutte le nostre valutazioni sul bene.

E. distingue tra piaceri del corpo e piaceri dell’anima, i primi comportano uno stabile equilibrio della carne, i

secondi comportano uno stato di quiete.

Viene posta alla base del pensiero epicureo l’idea che tra eudaimonia e virtù vi sia una stretta correlazione.

Il primato del piacere e della felicità indica un’ideale

di vita fondato sull’imperturbabilità, sull’autosufficenza La virtù è identificata con la saggezza e

e sull’autonomia del soggetto, esemplificato nell’ con il punto di vista morale: saggio è l’uomo

uomo saggio. virtuoso che conduce una vita moralmente

buona.

La vera felicità risiede in una condizione stabile La saggezza consente di scegliere o

d’imperturbabilità che rende l’uomo saggio libero respingere i diversi piaceri.

interiormente e non influenzabile da La vita felice non può prescindere dalle

condizionamenti esterni.

“Lettera a Meneceo”

Anche nota come Lettera sulla felicità, è il testo più famoso di Epicuro.

Nelle poche pagine che compongono l'epistola, il filosofo affronta i temi centrali della sua filosofia per

quanto riguarda l'etica e la metafisica: la ricerca della felicità, la paura della morte, la natura degli dèi, la

classificazione dei piaceri.

- Epicuro invita a non smettere mai di filosofare, e a mettere in pratica le sue raccomandazioni utili per una

vita felice:

1) Il Timore delle divinità è cosa infondata: essi vanno considerati come essi viventi, immortali e felici,

ma non sono come il volgo li rappresenta; ovvero come cause dei nostri guai o delle nostre fortune.

2) Il Timore della morte è anch’esso inutile ed infondato poiché quando lei c’è, noi non esistiamo più.

Bene e male risiedono nella nostra capacità di avere sensazioni, ma nel momento in cui moriamo

perdiamo tale capacità e le sensazioni non esistono più.

3) Il Timore del futuro è infondato poiché il futuro è in parte sotto il nostro controllo ed in parte no, ed è

inutile preoccuparci di ciò che non possiamo controllare.

4) Timore del dolore e della mancanza di piacere. I DESIDERI

X benessere Necessa Vani

corpo ri

X vita

stessa Naturali

X la

felicità

Una conoscenza sicura dei desideri assicura che ogni atto di scelta e di rifiuto, alla salute del corpo

ed alla tranquillità dell’anima: in vista di ciò noi compiamo tutte le nostre azioni allo scopo di

sopprimere le sofferenze ed i turbamenti.

Dal principio di piacere muove ogni atto. Non cerchiamo OGNI tipo di piacere ma ne rifiutiamo molti;

così come ogni dolore non è da evitare, così anche i piaceri vanno giudicati di volta in volta e ne

vanno considerati i vantaggi e gli svantaggi.

5) L’Autosufficenza va considerata come un grande bene, poiché se non abbiamo molto dobbiamo

saperci accontentare di poco.

6) Principio di tutte le cose è la Prudenza (Phronesis). Non vi può essere vita felice se non vivendo

con prudenza, moderazione e giustizia. 9

In Conclusione: nessuno è stimabile più di colui che ha pensieri riverenti nei confronti degli Dèi, non ha

timori nei confronti della morte, è consapevole di cosa sia il bene secondo natura, è consapevole che non

su tutto abbiamo potere decisionale, ed è convinto che sia meglio cadere nella sfortuna con retta ragione

che avere grande fortuna ed essersi comportati sconsideratamente.

Chiunque riesca, come questo uomo, a seguire tali precetti sarà libero da turbamenti e vivrà una vita felice.

John Stuart Mill

“L’Utilitarismo” (1861) (UTILITA’ HA A CHE FARE CON IL PIACERE)

L’utilitarismo è una dottrina etica (i cui principi fondamentali son stati formulati da Bentham) che si affermò

nella cultura filosofica britannica dell’Ottocento, grazie soprattutto alla riformulazione che ne diede J.S. Mill.

L’u. attribuisce un valore intrinseco alla felicità generale, intesa come la condizione in cui l’ammontare del

piacere è prevalente rispetto all’ammontare del dolore. Utilità, a sua volta, è la proprietà che un’azione o

una linea di condotta hanno di produrre conseguenze positive nel bilancio del piacere e del dolore.

Come dottrina etica, l’u. prescrive all’agente morale di scegliere quelle azioni che tendono a promuovere la

maggiore felicità possibile, non solo dell’agente, ma di tutti gli esseri in grado di provare piacere e dolore,

che possono essere coinvolti nell’azione stessa. Per questo l’u. è definito un’etica consequenzialista, nel

senso che l’azione non viene valutata in sé stessa, ma per le conseguenze, prossime o remote, che ne

possono derivare. E si contrappone, così, alle etiche del dovere (etiche deontologiche), per le quali alcune

azioni devono essere compiute unicamente in quanto giuste a prescindere dalle possibili conseguenze.

Nell’

etica benthamiana il principio di utilità:

- Ha per scopo la promozione della «massima felicità per il maggior numero di individui».

- Viene elevato ad essere criterio interpretativo nei campi dell’etica, dell’economia, della legislazione

civile e penale.

- Grazie alla sua semplicità e al suo riferimento a esperienze psicologiche elementari, come il piacere

e il dolore, esso appariva a B. l’unico in grado di rendere accessibile a tutti una valutazione

oggettiva delle norme che creano gli obblighi del vivere civile.

Basato su di una minuziosa classificazione dei piaceri e dolori sensibili, il cosiddetto «calcolo della

felicità» si configurava come lo strumento atto a promuovere la morale e la legislazione al rango di

discipline scientifiche, sul modello della fisica newtoniana. Una morale ed una legislazione plasmate sul

principio di utilità avrebbero fornito le sanzioni opportune per motivare verso condotte rivolte alla felicità

generale individui mossi da interessi egoistici.

J.S. Mill sensibile ad alcuni spunti della critica romantica alle dottrine illuministiche, si impegnò a rivedere

in profondità lo statuto etico dell’u., individuandone il limite principale nel fatto che la teoria benthamiana

trascurava del tutto la dimensione della coscienza e dei sentimenti morali dell’individuo.

L’utilitarismo riformato di Mill insiste sulla centralità della felicità generale, anche se le sue applicazioni sono

rivolte a dimostrare che tale obiettivo etico è irrealizzabile dove non si rispetti l’autonomia individuale.

L’ampliamento della dottrina, ottenuto grazie all’introduzione nel calcolo dei piaceri di una originale

considerazione della dimensione qualitativa dei piaceri stessi: essa permetteva di riconoscere che

esistono tipi di piacere che sono più desiderabili (piaceri intellettuali) e hanno più valore degli altri (piaceri

del corpo), stabilendo in questo modo la superiorità dei primi (piaceri dell’intelletto, dei sentimenti morali e

dell’immaginazione) rispetto ai secondi (piaceri sensibili). Con la supremazia accordata ai piaceri legati

all’esercizio delle facoltà superiori dell’uomo, J.S. Mill faceva rientrare nell’ambito dell’u. valori nuovi quali:

l’autonomia del soggetto e il desiderio di perfezionamento dell’uomo.

La focalizzazione sui sentimenti morali in una prospettiva utilitaristica era resa possibile dall’adesione alla

psicologia associazionistica, per spiegare il processo di formazione della coscienza individuale a partire

dalle sensazioni elementari di piacere e di dolore.

(Mill fa alcune osservazioni critiche circa la pretesa kantiana di poter giustificare l’imperativo categorico, e quindi il

dovere morale, prescindendo dal principio di utilità; poiché ritiene che le considerazioni delle conseguenze prodotte da

un’azione siano indispensabili per giudicarne la moralità o meno.)

- Tutti gli autori che hanno sostenuto la teoria dell’utilità, da Epicuro a Bentham, hanno inteso con questo

termine una dottrina che accetta il principio dell’utilità come fondamento della morale, nel senso che le

azioni son considerate moralmente corrette se tendono a procurare felicità (piacere e assenza di dolore), e

al contrario sono moralmente scorrette se tendono all’infelicità (dolore e privazione di piacere). Le vere

10

cose desiderabili lo sono o per il piacere insito in esse, o come mezzo per promuovere il piacere e

prevenire il dolore.

La teoria edonistica che suppone che la vita non abbia altro fine più alto del piacere e della realizzazione

della felicità, viene altamente criticata e paragonata con disprezzo ad una dottrina degna di porci, animali

che perseguono solo il piacere del corpo. A tali attacchi gli utilitaristi risposero che tale accusa

presupporrebbe che gli umani non fossero capaci di altri piaceri se non quelli dei porci, e la realtà non è

certo questa, poiché: i piaceri di una bestia non soddisfano la condizione di felicità dell’uomo, che ha

facoltà più elevate e quindi piaceri più elevati rispetto a quelli della semplice sensazione: piaceri

dell’intelletto, dei sentimenti e dell’immaginazione.

Il fatto che alcuni piaceri siano più apprezzabili e desiderabili di altri dipende da una valutazione dei

piaceri in base alla loro qualità e quantità: data un’eguale conoscenza e un’eguale capacità di apprezzare

due piaceri, la nostra preferenza circa la loro valutazione è rivolta a quello dei due che impegna le nostre

facoltà più elevate.

Un essere con facoltà più elevate è capace di maggiore felicità, ma anche di maggiore sofferenza.

Malgrado ciò però, non desidererà mai di regredire ad un grado inferiore di facoltà ed esistenza: poiché

esser fornito di scarse capacità di godimento può comportare sì di aver maggiori possibilità di

appagamento, ma l’appagamento non va confuso con la felicità. E della vera felicità se ne può esperire

solo ai gradi più elevati di facoltà e di piacere.

Vanno coltivati.

L’ambiente sociale e le preoccupazioni e gli

interessi giovanili non sono favorevoli alla

coltivazione delle facoltà e dei sentimenti più

nobili.

Ci si può domandare se colui (giudice competente) che è rimasto ugualmente disponibile sia ai piaceri

inferiori che a quelli più elevati, quale delle due specie abbia preferito; e solo colui può impugnare questo

verdetto perché li conosce entrambi. Oppure bisogna ascoltare il giudizio della maggioranza nel caso in cui

due persone con eguali requisiti diano due risposte differenti.

Il giudizio però di uno o due soggetti, a riguardo, non è una condizione indispensabile per accettare il

parametro utilitarista che non allude alla maggiore felicità di chi agisce ma alla maggiore felicità

complessiva. Quindi se una facoltà nobile può giovare a tutti, anche a mio discapito, tra una facoltà

superiore ed una inferiore quella preferibile sarà sempre la superiore.

- Nessun principio primo ammette dimostrazioni basate sui ragionamenti. Il principio di utilità che pone la

felicità ed il perseguimento del piacere come unico fine, non può essere giustificato/determinato/provato

se non dal fatto che tutti desiderino la propria felicità. E non c’è altro modo per provare che qualcosa sia

effettivamente desiderabile se non che la gente effettivamente la desideri.

La felicità di una persona è un bene per quella persona, e la felicità generale è un bene per l’insieme di

tutte le persone. Essa è pertanto uno dei fini della condotta umana ed uno dei criteri della moralità.

Come ricordano gli avversari dell’u., le azioni umane hanno

anche altri fini oltre alla felicità. La felicità è il fine ultimo

virtù/la

a cui tutte le azioni tendono, ma la salute/il piacere

per la musica sono esempi di cose desiderate e desiderabili in

sé e per sé, oltre ad essere mezzi per il raggiungimento

dell’aggregato complessivo che è la felicità. Per questo

possono essere considerati parti di questo unico fine comune.

La virtù in particolare, prima era vista solo come mezzo per

raggiungere la felicità, ora è parte dello stesso fine, è un bene

Il parametro utilitarista accetta gli altri desideri fino al limite oltre il quale diventerebbero più nocivi che utili

alla felicità generale, e prescrive di coltivare l’amore per la virtù con tutte le proprie forze perché fra tutte è

la cosa più importante per il perseguimento della felicità generale.

Ne consegue che: non si desidera altro che la felicità. Quando si desidera qualcosa non come mezzo per il

raggiungimento della felicità, ma come fine ulteriore, lo si desidera come esso stesso parte della felicità e

quindi in ultima istanza sempre per la felicità. 11

CONCLUSIONE: per dare prova della giustificazione del principio di utilità, ci basta sapere che la natura

umana, istituita in modo tale per cui non essa possa desiderare nulla che non sia o una parte della felicità o

un mezzo per raggiungerla. E di conseguenza questa è la prova che queste ultime siano le uniche cose

desiderabili.

La felicità è l’unico fine delle azioni umane, e promuovere la felicità è l’unico criterio di accertamento per

giudicare la condotta umana e dirigerla.

Mill risponde ad alcune critiche rivolte all’utilitarismo:

Una delle critiche mosse verso l’utilitarismo è che esso sottovaluti o addirittura annulli la dimensione del dovere. Mill,

risponde dicendo che seppur ritenendo che il fondamento della morale risieda nel principio di utilità, ciò non esclude la

rilevanza della dimensione del dovere e dell’obbligatorietà, anche se essa svolge un ruolo secondario rispetto alla

ricerca dell’utilità.

Un’altra critica mossa contro l’u. è che esso non tenga in debita considerazione il valore del sacrificio e della

dedizione di sé. Mill risponde paragonando la moralità utilitaristica alla Regola d’Oro di Gesù di Nazareth: in essa

possiamo leggere lo spirito dell’etica utilitarista che mira a fare agli altri quello che si vorrebbe gli altri facessero a noi,

e ad amare il prossimo come se stessi. Queste due premesse costituiscono la perfezione ideale della moralità

utilitarista che prescrive quindi di sacrificare il proprio bene per quello altrui.

DEFINIZIONE PRINCIPIO DI UTILITA’:

LA DOTTRINA CHE ACCETTA L’UTILITA’ DELLA MASSIMA FELICITA’ O PRINCIPIO DELLA MASSIMA

FELICITA’ COME FONDAMENTO DELLA MORALE SOSTIENE CHE LE AZIONI SONO MORALMENTE

CORRETTE NELLA MISURA IN CUI TENDONO A PROCURARE FELICITA’, MORALMENTE

SCORRETTE SE TENONO A PRODURRE IL CONTRARIO DELLA FELICITA’.

FELICITA’ = il piacere e l’assenza di dolore;

INFELICITA’= il dolore e la privazione di piacere.

“Meglio essere un Socrate insoddisfatto che uno sciocco soddisfatto”.

BERNARD WILLIAMS - Critica all’utilitarismo

“Utilitarism. For and Against”

- Si parte da due esempi per vedere cosa direbbe di essi l’utilitarismo, e cosa viene implicato da certi modi

di leggere le situazioni:

1) George è marito e padre, non ha un lavoro e fatica a trovarne uno. Un suo conoscente gli dice che

può fargli avere un lavoro in un laboratorio di ricerche sulle armi chimiche e biologiche, ma G. gli

risponde di non poterlo accettare perché contrario alla guerra chimica.

Il suo amico gli ricorda che il suo rifiuto non farà certo cessare quell’attività e che il suo posto verrà

occupato da qualcuno che svolgerà il lavoro con zelo maggiore. La moglie crede non ci sia niente

d’ingiusto nelle ricerche sulle armi chimiche.

Cosa dovrebbe fare G.???

2) Jim vede legati contro un muro venti indios, abitanti presi a caso dopo una protesta contro il

governo e pronti per essere fucilati. Il capitano offre a Jim, il privilegio di uccidere lui stesso un

indios; se lui accettasse, gli altri diciannove sarebbero salvi, mentre se dovesse rifiutare verranno

uccisi tutti. Gli indios contro il muro e tutti gli abitanti del villaggio lo pregano di accettare.

Cosa dovrebbe fare Jim???

L’utilitarismo risponderebbe ai due dilemmi dicendo che George deve accettare il lavoro e Jim deve

uccidere un indio. Poiché il grado di felicità generale in entrambe i casi, sarebbe superiore all’ammontare

del dispiacere generale. Ma cosa ne è della felicità del singolo agente? Quali ripercussioni possono avere

queste azioni sul soggetto agente? Quale sarebbe il valore della sua integrità personale?

significa aderire in modo saldo ad uno stretto codice etico o morale, essendo

integro, solido e assoluto; integrità significa completezza.

Può essere così riassunta: fare sempre la cosa giusta per la ragione corretta,

anche quando nessuno ti sta guardando. 12

L’u. elimina la considerazione che ognuno sia responsabile di ciò che egli stesso fa, di conseguenza non

considera il valore dell’integrità dell’agente, alla quale viene sempre anteposto il bene generale.

Il motivo per cui l’utilitarismo non riesce a comprendere il valore dell’integrità è che non riesce a descrivere

in modo coerente le relazioni fra progetti ed azioni dell’uomo.

ARISTOTELE Esempio di etica della virtù

L’etica della virtù è un approccio dell’etica normativa che pone al centro della riflessione il concetto di virtù

e riflette in maniera sistematica su di esso.

L’azione moralmente giusta è quella che compie/compirebbe un essere umano virtuoso.

- Disposizione abituale dell’animo, a fare il bene

BENE=FINE - Atteggiamento acquisito attraverso un intenzionale e

continuato esercizio

- Disposizione delle componenti caratteriali che mettono in

grado il soggetto di fare la cosa giusta dal p.d.v etico

“Etica Nicomachea”

In essa A. espone la sua concezione finalistica delle attività di ogni uomo: infatti, ogni arte, ogni ricerca,

ogni azione o scelta, mira ad un fine. I fini si dispongono secondo un ordine gerarchico, al cui apice vi è il

sommo bene che è la felicità.

- L’anima dell’h. si suddivide in: In essa risiedono le virtù dianoetiche:

phronesis (saggezza) e sophia (sapienza).

- Parte razionale Derivano dall’insegnamento.

Vegetativ

a

- Parte irrazionale Desiderati In essa risiedono le virtù etiche

(temperanza, coraggio, giustizia,..)

va Derivano dall’abitudine a ripetere

determinati atti.

Tali virtù sono l’espressione della parte

irrazionale in grado di partecipare alla

parte razionale ed obbedire ad essa. 13

È quindi evidente che nessuna virtù etica sorga in noi per natura, ma sorge in noi perché per nostra natura

siamo atti a riceverla e a portare a compimento l’attitudine a compierla mediante l’abitudine.

Acquisiamo le virtù solo dopo averle esercitate, poiché non possiamo compierle senza prima averle

imparate, e non possiamo imparare senza esercitare. È per questo che si dice che è compiendo azioni

giuste che diventiamo giusti.

(I legislatori rendono buoni i cittadini facendo loro acquisire delle abitudini mediante il rispetto di

determinate leggi.)

Tre sono le cose che si generano nell’anima: passioni, capacità/facoltà e stati abituali/disposizioni.

La virtù appartiene necessariamente ad

uno di questi generi:

essa è una disposizione. Tutto ciò cui fa Grazie In base alle

seguito piacere o alle quali ci

dolore quali atteggiamo

siamo in bene o male

grado di rispetto alle

provare

passioni

Le virtù ed i vizi sono disposizioni che ci consentono di comportarci bene o male rispetto alle passioni. In

particolare la saggezza, ci consente di scegliere bene nella concretezza della situazione, essa

accompagna sempre la determinazione della virtù etica.

=

Consiste in un giusto messo

rispetto a noi; si adatta alla

nostra persona ed alla

situazione che stiamo

vivendo.

Di tutto ciò che è divisibile si può prenderne il più, il medio, o l’uguale. Si sceglie cosa prenderne in base

all’oggetto o in relazione a noi stessi.

L’uguale è il punto medio. Il punto medio della cosa dista ugualmente da ciascuno degli estremi, ed è

quindi punto unico ed identico oggettivamente. Il punto medio in relazione a noi stessi invece è ciò che

non eccede né difetta, esso non è né unico né identico per tutti ma è soggettivo. Ogni persona sapiente

sceglie il giusto mezzo in rapporto a sé ed in base ad esso agisce. Egli agirà secondo virtù quindi, poiché

essa ha per oggetto passioni ed azioni, ed in esse vi è eccesso e difetto. Ma essa è anche più esatta di

ogni arte, e fra le due saprà scegliere con saggezza il giusto mezzo.

Realizzare il medio significa provare passioni quando si deve e nelle circostanze in cui si deve, verso le

persone che si deve ed in vista di un fine.

La traduzione di virtù è “aretè” che è un nome astratto correlato all’attributo “agathos”=“buono”.

“Virtù” quindi significa “essere buono”: essere buono in relazione alle proprietà e funzioni di una cosa o di

un essere. Se un essere umano ha virtù quindi, significa che è buono.

ETICA DELLA VIRTU’ CONTEMPORANEA:

Etica dell'atto è quell'etica che vede la valorizzazione dell’atto morale e tecnicamente è biforcata in

deontologismo e consequenzialismo. Oggi però si vuole superare tale concezione (non si parla più di etica

dell'atto) perché troppo schematica, ma si tende a parlare di etica della virtù o etica della persona, un'etica

che vede la valorizzazione non tanto dell’atto morale o delle sue possibili conseguenze, ma del soggetto

che lo compie.

Gran parte degli studi che mettono in discussioni la teoria etica dell’atto possono esser collegati ad

Elisabeth Anscobe in “Modern Moral Philosophy” del 1969.

PHILIPPA FOOT (1920-2010) Filosofa inglese, allieva di E.Anscobe, il cui pensiero si basa su un'etica

delle virtù che prende a modello l'impostazione di Aristotele.


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DETTAGLI
Esame: Filosofia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze filosofiche e dell'educazione
SSD:
Università: Ferrara - Unife
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martinameneghini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ferrara - Unife o del prof Borgatti Monica.

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