Estratto del documento

Storia delle teorie monetarie, bancarie e finanziarie

Mercantilismo

Mercantilismo: dottrina di politica economica che si afferma tra il 16o e il 18o secolo, periodo in cui si formano i grandi stati nazionali. La politica mercantilista subordina l’economia alle finalità dello Stato. Le dottrine mercantiliste miravano ad incrementare la ricchezza nazionale, visto che la consideravano uno strumento per accrescere la forza dello Stato. La ricchezza veniva identificata con la moneta posseduta, di qui le politiche volte a creare una bilancia commerciale favorevole e l’afflusso di oro e altri metalli preziosi, con l’errata convinzione che un paese potesse esportare senza importare (dottrina della bilancia commerciale).

Perduto il fine originario, nel corso del 17o secolo il mercantilismo si trasforma in un sistema tendente a sviluppare le industrie nazionali e a proteggerle dalla concorrenza estera. Bullionismo: dottrina secondo cui la potenza di uno Stato si identifica con la quantità di moneta e di metalli preziosi che esso possiede.

La moneta e la crisi

Le premesse

La teoria monetaria di Hume (1752) presenta due aspetti fondamentali. Il primo è rappresentato dal meccanismo del flusso dell’oro. Uno squilibrio commerciale determina l’afflusso o il deflusso di moneta metallica (oro o argento) da un determinato paese, ciò provoca una variazione del livello dei prezzi che altera la competitività del paese stesso, la quale a sua volta corregge l’iniziale squilibrio commerciale. Secondo Hume, quindi le politiche mercantilistiche destinate a produrre un avanzo commerciale risulterebbero controproducenti.

Il secondo aspetto è dato dalla convinzione che le variazioni della quantità di moneta possono avere effetti molto diversi nel breve e lungo periodo. A breve termine, un aumento dell’offerta di moneta potrebbe stimolare l’attività economica, perché i prezzi aumenterebbero più velocemente dei costi. Tuttavia, a lungo termine, quando la relazione tra prezzi e costi fosse ritornata normale, l’unico effetto di un aumento della circolazione monetaria sarebbe rappresentato da un aumento del livello dei prezzi.

Smith e la Wealth of Nations

Smith nella sua opera Wealth of Nations (1776) aveva dato grande importanza alla dottrina delle cambiali reali, secondo cui non si sarebbe verificato alcun effetto inflazionistico a patto che la moneta venisse prestata solo per reali operazioni commerciali. Smith inoltre sosteneva che il risparmio fosse speso in misura pari al consumo, cioè i risparmi venissero tramutati in investimenti e non fossero tesaurizzati.

Gli eventi

Verso la fine del settecento la Gran Bretagna dovette affrontare gravi problemi di natura monetaria a causa della guerra con la Francia. In quel periodo il Governo inglese aveva emesso una grande quantità di banconote, che potevano essere convertite in oro dalla Banca d’Inghilterra. Tuttavia, a causa di una grande domanda di conversione proveniente tanto dall’interno quanto dall’estero, le riserve auree della Banca d’Inghilterra si erano quasi azzerate. Per questo, nel 1797 il Governo emanò il “Bank restriction act”, con il quale fu sospesa la convertibilità della sterlina in oro.

Questi eventi provocarono intensi dibattiti sulle relazioni tra il prezzo dei lingotti, la quantità di valuta emessa dalla Banca d’Inghilterra, la bilancia dei pagamenti, i cattivi raccolti e le spese belliche. Oltre a ciò, ci si chiedeva se fosse opportuno o meno ripristinare la convertibilità della sterlina e, in caso affermativo, in che modo. Questi problemi costituirono il tema centrale dei “Bullion debates”, i dibattiti sui metalli preziosi che ebbero luogo verso il 1810.

La guerra terminò nel 1815 e dal 1818 al 1821 venne ripristinata la convertibilità della sterlina (Gold standard). Anche se questa misura venne rapidamente accettata, il dibattito sulle questioni monetarie non terminò: ci si chiedeva infatti in che modo era possibile gestire una valuta convertibile e quali fossero le regole a cui doveva attenersi la Banca d’Inghilterra se si doveva mantenere la convertibilità. Il risultato di queste discussioni fu il Bank Charter Act (o Atto di Peel) del 1844, con il quale il potere di emettere banconote fu ristretto alla sola Banca d’Inghilterra, a patto che fossero garantite al 100% da riserve auree.

Le dispute sul ruolo dei metalli preziosi

Thornton

Thornton elaborò un’analisi del funzionamento della moneta cartacea che rimase ineguagliata fino all’opera di Wicksell. Thornton considerava il credito cartaceo (banconote e cambiali) come una delle voci di bilancio e riteneva che la loro velocità di circolazione dipendesse dalla fiducia. Thornton inoltre sosteneva che nel breve periodo le oscillazioni della fiducia potevano provocare fluttuazioni della domanda di moneta e, di conseguenza, del prezzo dei lingotti, indipendentemente dal comportamento della Banca d’Inghilterra. Un altro fattore che poteva influenzare il prezzo dei lingotti era la bilancia dei pagamenti.

Il contributo principale di Thornton è tuttavia dato dall’analisi del meccanismo indiretto attraverso cui le variazioni della quantità di moneta influenzano l’economia. Una riduzione del tasso d’interesse al disotto del tasso di profitto sul capitale, operata dal sistema bancario, provoca un incremento della circolazione monetaria, che a sua volta fa aumentare sia la domanda di beni sia il livello dei prezzi. Questo processo continua fintanto che il tasso di interesse sui prestiti è inferiore al tasso di profitto sul capitale, ma, una volta che i tassi ritornano uguali, il processo si arresta. Il sistema economico si troverà quindi con un maggiore stock di moneta e un livello dei prezzi più elevato.

Questa spiegazione suppone che un aumento della domanda di merci produca un aumento dei prezzi. Benchè ciò possa essere vero nel lungo periodo, Thornton riconobbe che nel breve periodo una variazione monetaria poteva condurre a una variazione del livello di attività. Proprio per questo motivo egli sostenne che in alcuni casi la risposta appropriata a una crisi poteva essere rappresentata dall’inflazione e non dalla deflazione. La posizione metallista moderata di Thornton influenzò il Rapporto del Comitato dell’Oro, o Bullion Report, del 1810.

Ricardo

Ricardo, nell’opera intitolata The High Price of Bullion (1810), sostenne che l’unica causa di una bilancia dei pagamenti sfavorevole e di un prezzo elevato dell’oro era l’eccessiva emissione di moneta legale. Questa tesi si basava sul concetto, derivato da Hume, secondo cui l’oro e l’argento si spostano da una nazione all’altra in modo da pareggiare i livelli dei prezzi nei diversi paesi mediante il meccanismo del flusso dell’oro. Ricardo sosteneva che in Inghilterra l’eccessiva emissione di biglietti aveva ridotto sia il valore della moneta cartacea sia l’ammontare di moneta metallica in circolazione, aumentando quindi la quantità di lingotti sul mercato e diminuendone il prezzo.

Ricardo riteneva che il tasso di interesse potesse essere tenuto basso solo aumentando l’offerta di capitale e non incrementando la circolazione monetaria. Per ridurre in modo graduale la circolazione monetaria Ricardo sosteneva la ripresa della convertibilità. Egli riteneva infatti che la deflazione rappresentasse un mezzo per frodare il pubblico attraverso una riduzione del valore dei debiti.

Gli anti-metallisti

Il contributo degli anti-metallisti fu piuttosto scarso dal momento che il nesso da loro sottolineato tra le rimesse estere e il tasso di cambio era già stato analizzato approfonditamente da Thornton e la dottrina delle cambiali reali di Smith a cui si rifacevano non era più valida perché i tempi erano cambiati. La valuta infatti non era più convertibile e gran parte dei prestiti veniva effettuato non contro cambiali commerciali ma contro cessione di titoli di debito pubblico. La dottrina delle cambiali reali inoltre presentava un aspetto problematico: se l’offerta di moneta dipende dalla quantità di cambiali commerciali, il livello dei prezzi è indefinito. Si supponga ad esempio che il livello dei prezzi raddoppi. In seguito a questo aumento raddoppierebbero il valore di ogni transazione, il valore delle cambiali commerciali “reali” da scontare e l’offerta di moneta. Per far fronte all’aumentata offerta di moneta ne verrebbe emessa una quantità sufficiente, indipendentemente dal livello dei prezzi.

Le controversie bancarie

Il dibattito sul Bank Charter Act

Dal 1820 al 1840 era emerso il problema di come si dovesse gestire la valuta a corso legale. Una soluzione fu avanzata dalla “scuola metallica”, che annoverava tra i suoi membri più influenti Robert Torrens, James Pennington e Lord Overstone. L’idea di base era rappresentata dal “principio metallico”, che stabiliva la necessità di regole che collegassero l’emissione di valuta legale alle riserve auree, eliminando qualsiasi arbitrio della Banca d’Inghilterra e costringendola a rispondere prontamente ai cambiamenti dei flussi dell’oro. Questa teoria presentava due aspetti molto importanti:

  • Si basa sul concetto che una riduzione delle oscillazioni della valuta legale avrebbe provocato una riduzione delle fluttuazioni dell’attività economica.
  • L’emissione di biglietti non sarebbe più stata arbitraria a causa della sua dipendenza dai flussi dell’oro e quindi dall’andamento della bilancia dei pagamenti.

Il principio metallico fu aspramente criticato dalla scuola bancaria, il cui esponente principale era Thomas Tooke. Secondo Tooke la scuola metallica attribuiva troppa importanza ai biglietti bancari e alle monete, dal momento che molte transazioni venivano interamente effettuate in loro assenza. Le banche emettevano banconote solo per coloro che avevano il diritto di richiedere oro ma desideravano piuttosto dei biglietti di banca. Quindi se una banca emetteva un numero eccessivo di banconote, quest’ultime vi sarebbero ritornate quando il pubblico le avrebbe cambiate con moneta contante (dottrina del reflusso). La dottrina del reflusso altro non era che una riproposizione della dottrina delle cambiali commerciali ed era perciò suscettibile delle stesse critiche.

Tooke riteneva che ci fosse un’enorme differenza tra una valuta convertibile (caso in cui i biglietti di banca venivano emessi solo perché la gente li preferiva all’oro) e una non convertibile (caso in cui il governo forzava il pubblico ad accettare pezzi di carta che essi avrebbero preferito non avere).

Legge di Say

L’espressione “legge di Say” può essere intesa in due sensi. La legge di Walras afferma che la somma di tutti gli eccessi di domanda deve essere uguale a zero. Da ciò è possibile dedurre che l’eccesso di domanda di moneta deve essere pari alla somma totale dell’eccesso di offerta di tutti gli altri beni. Secondo un’interpretazione della legge di Say (chiamata a volte identità di Say) l’eccesso di domanda di moneta è sempre zero: una sovrapproduzione generale risulta perciò impossibile. Una versione più debole (a volte chiamata eguaglianza del Say) sostiene che, benché possa verificarsi temporaneamente una sovrapproduzione generale, c’è una tendenza all’equilibrio, in cui l’eccesso di domanda di moneta è zero.

Say e James Mill

La formulazione della legge di Say deve essere attribuita a Jean Baptiste Say (1803) e a James Mill (1808). Say affermava che la produzione crea domanda di altri prodotti. Il motivo per cui i produttori desiderano vendere la loro merce è infatti il desiderio di acquistare altri beni. Così, se esaminiamo le transazioni come un tutto, è come se i beni venissero scambiati direttamente gli uni con gli altri. Tuttavia non è chiaro quale dei due significati fosse veramente quello inteso da Say.

Mill

Mill sosteneva che una sovrapproduzione generale era impossibile, dal momento che la domanda di beni proviene dal reddito, e quando aumenta la produzione aumenta anche il reddito. Egli affermava inoltre che un eccesso generale di domanda era impossibile. Per Mill infatti la sovrapproduzione di una data merce implicava la sottoproduzione di un’altra. Grazie alla legge di Say si poteva dimostrare che la domanda non costituiva un ostacolo alla crescita. Mill poté sostenere che la crescita continua non dipendeva dall’espansione dei mercati esteri. Il commercio infatti veniva intrapreso non per conseguire un’eccedenza di prodotti, ma per ottenere merci diverse da quelle realizzate.

Malthus e Ricardo

Malthus focalizzò l’attenzione sulle difficoltà connesse al mantenimento di una crescita equilibrata. In presenza di un risparmio troppo elevato, l’accumulazione di capitale sarebbe troppo veloce e l’offerta crescerebbe più rapidamente della domanda. Come risultato i profitti si abbasserebbero al disotto del tasso necessario a giustificare la continuità dell’accumulazione. Malthus desiderava l’aumento del consumo improduttivo, non tanto per stimolare la domanda, quanto per diminuire l’investimento, al fine di ridurre l’accumulazione ad un tasso accettabile.

Ricardo impiegò la legge di Say in modo molto diverso. Nel suo sistema era centrale la relazione inversa tra il tasso dei profitti e il saggio dei salari reali. In base a questo rapporto inverso poteva sostenere che l’unica causa del calo del tasso dei profitti era costituita dall’aumento del costo del grano. In tal modo Ricardo utilizzava la legge di Say per sostenere che la concorrenza dei capitali provocava una diminuzione del tasso di profitto.

J. S. Mill

Le posizioni degli economisti classici nei confronti della legge di Say vengono rappresentate da J. S. Mill. Dopo aver preso in esame la tesi secondo cui la somma delle domande effettive di beni deve essere necessariamente uguale a zero, Mill sostenne che questo ragionamento si basava sull’ipotesi di uno stato di baratto e su tale base era inconfutabile. Se però supponiamo che si usi la moneta, queste proposizioni non saranno più necessariamente vere. Dopo aver detto che la moneta viene desiderata solo per poter acquistare altre merci, Mill sostenne che la sua utilità era quella di dividere in due atti distinti il baratto: uno dei quali può essere compiuto ora, l’altro quando risulterà più opportuno.

Per Mill, come per tutti gli economisti classici, la legge di Say permetteva di contrastare la dottrina secondo cui un paese può accumulare capitale troppo velocemente. Egli non se ne serviva per sostenere l’impossibilità assoluta di una sovrapproduzione generale.

Le crisi economiche

Overstone e Tooke

A partire dal decennio 1820-1830 le crisi economiche cominciarono ad essere considerate come una successione di fasi di un movimento ciclico. Due economisti che notarono questo fenomeno e provarono a darne una spiegazione furono Lord Overstone e Thomas Tooke.

Overstone sostenne che la causa originaria delle fluttuazioni era costituita da fattori reali e non da fattori monetari. Le fluttuazioni della quantità di valuta erano raramente la causa originaria delle fluttuazioni dei prezzi e dell’attività economica. Il carattere ottimista dell’animo umano, le oscillazioni stagionali, i cambiamenti del gusto e della moda e gli eventi politici erano in genere la causa scatenante dei mutamenti dell’attività economica.

Le fluttuazioni del credito collegavano le parti del ciclo. L’espansione del credito provocava un aumento dei prezzi, dando luogo ad un deflusso di valuta e minacciando la convertibilità. Come risultato si verificava un aumento dei tassi d’interesse e una contrazione del credito. Overstone sosteneva che la riforma monetaria attuata secondo il principio metallico (cioè regolando l’emissione dei biglietti a seconda della bilancia dei pagamenti) poteva mantenere tali fluttuazioni entro certi limiti, contenendo il danno da esse provocato.

Tooke sottolineava l’importanza della relazione tra offerta e domanda e dei mutamenti degli stock.

J. S. Mill

La teoria di Mill è soprattutto una teoria speculativa, in cui le aspettative di profitto portano i soggetti ad utilizzare il credito per aumentare gli acquisti dei beni. Sulla scia di Thornton, Mill distinse chiaramente il tasso d’interesse sui prestiti e il tasso di profitto atteso sugli investimenti e considerò l’investimento come risposta alla discrepanza tra questi due tassi.

Secondo Mill il processo speculativo portava spesso ad un eccessivo aumento dei prezzi. Quando gli investitori si accorgevano che i prezzi erano saliti troppo, iniziavano a vendere e si arrivava così alla fase discendente. I prezzi si abbassavano ed i commercianti si trovavano in difficoltà.

Mill riteneva che alla base di un aumento dei prezzi vi fosse un’espansione del credito. Il denaro liquido e le banconote rappresentavano solo una forma di credito e nemmeno la più importante. Mill affermava inoltre che il legame tra moneta e prezzi dipendeva dallo stato delle aspettative. In una situazione di mercato tranquilla era valido l’argomento di Tooke secondo cui l’eccesso di banconote in circolazione sarebbe ritornato alle banche d’emissione. Quando invece i mercati si trovavano in uno stadio speculativo, l’aumento dell’emissione di banconote poteva provocare un aumento dei prezzi superiore a quello che vi sarebbe stato altrimenti. Mill riteneva che l’unico scopo dell’Atto di Peel fosse quello di placare le crisi.

Anteprima
Vedrai una selezione di 1 pagina su 52
Riassunti esame storia delle teorie monetarie, bancarie e finanziarie - Unipi Pag. 1
1 su 52
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze economiche e statistiche SECS-P/04 Storia del pensiero economico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher PietroMon di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle teorie monetarie bancarie e finanziarie e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Bientinesi Fabrizio.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community