Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Capitolo V

L C , B C

A HIESA ISANZIO E I AROLINGI

Fu la Chiesa a determinare la caduta del regno longobardo: tutto cominciò quando

i re longobardi decisero di prendere Ravenna. Fu Liutprando a decidere nel 726

di eleminare l’enclave bizantina che interrompeva la continuità territoriale del

domíni longobardi, occupando così l’Esarcato. Questo suscitò una grande paura

nel pontefice e nella curia romana: la Chiesa non poteva tollerare la prospettiva di

avere come padroni dei Germani di credo ondivago e con cui avevano una scarsa

interlocuzione, preferendo così un padrone seduto sul trono lontano di

Costantinopoli, comunque accettabile e accettato da secoli. Ma l’esercito bizantino

si era ormai rivelato del tutto incapace di difendere l’Esarcato e Roma.

Per di più, a Costantinopoli si stava scatenando l’iconoclastia: questo

complicava i rapporti del Basileús con la Santa Sede, rendendo gli orizzonti italiani

sempre più neri. L’imperatore Leone III L’Isaurico (717-741) aveva iniziato la

campagna contro il culto delle immagini: inizialmente non vi furono forti reazioni,

non mostrando segni evidenti di eresia, ma quando, con un decreto del 730,

l’imperatore volle imporre questa dottrina coattivamente e comandò l’asportazione

di tutte le immagini sacre dalle chiese, il patriarca di Costantinopoli si dimise e fu

costretto alla fuga. Allora anche l’Occidente insorse e una sinodo romana condannò

ufficialmente l’iconoclastia.

Le forti tensioni con il Basileús e l’assunzione al trono longobardo del bellicoso

Astolfo, spinsero il papa Stefano II e la Chiesa a rivolgersi ai Franchi: Pipino il

Breve, succeduto al padre Carlo Martello, a cui va il merito di aver fermato

l’avanzata degli Arabi nella battaglia di Poitiers (732), aveva assunto il titolo di re

dei Franchi (751), dopo aver spodestato i sovrani merovingi. Papa Stefano rassodò

i legami con la nuova dinastia, venne maturando il progetto di tagliare il

tradizionale ancoraggio della Chiesa al trono d’Oriente, spostandolo decisamente

in Occidente: nel 754 nella chiesa del monastero di Saint-Denis, impartì

solennemente l’unctio in regem et patritium a Pipino e ai suoi figli Carlomanno e al

futuro Carlo Magno, già consacrato dal vescovo di Magonza tre anni prima. Perché

la Chiesa aveva reiterato un atto sacrale? Ancor più incongruo che il papa usasse

il sacro crisma per fare un patritius la cui nomina non aveva mai richiesto il rito

religioso ed era titolo erogato solamente dall’Impero: la conclusione è che l’unctio

doveva aver avuto come oggetto o un regno franco esteso all’Esarcato o un Esarcato

elevato a Regno.

La P C (754), dal nome del luogo in cui fu fatta, Quierzy-sur-

ROMISSIO ARISIACA

Oise (Carisiacum), un villaggio che acquisterà fama come sede di diete e assemblee:

qui il pontefice si vide fare la promessa di una grandiosa donazione con l’obbiettivo

di eliminare il regno longobardo e spartirne il territori tra Impero e Chiesa, in favore

però di quest’ultima: infatti l’Esarcato e l’Italia centro-meridionale andò al papato,

mentre l’Italia settentrionale fu lasciata ai Franchi. Cominciò quindi a profilarsi il

pag. 19

CAPITOLO V: LA CHIESA, BISANZIO E I CAROLINGI P I

ARTE

miraggio di un dominium peculiare della Santa Sede. La donazione immensa non

fu mai eseguita integralmente, ma ebbe una limitata attuazione entro il 756,

quando alcune zone dell’Esarcato, dell’Emilia e della Pentapoli sottratte ai

Longobardi vennero consegnate alla Sede Apostolica: la quale inviò

immediatamente il duca Eustachio e il prete Filippo a Ravenna «ad faciendas

iustitias», cioè, all’atto pratico, a provvedere all’amministrazione.

Anni dopo, papa Adriano I, scrivendo a Carlo Magno, spingerà arditamente a

configurare la promissio Carisiaca come istitutiva di un ‘patriziato’ della Chiesa

parallelo a quello conferito al re dei Franchi e l’immagine di un doppio regno non

contraddiceva all’idea della ‘sovranità’ che si aveva a quei tempi. Tuttavia si

continuò a navigare nell’ambiguità: da una parte il papa fece mostra di agire da

fedele suddito dell’imperatore, dall’altra cominciò coniare monete con la propria

effigie, atteggiandosi con fermezza a titolare della giurisdizione del territorio

pontificio.

L’ambiguità dei comportamenti nascondeva forse anche un po’ di cattiva

coscienza nei confronti del trono di Costantinopoli, tanto da entrare nella redazione

del più celebre falso medievale: la Donazione di Costantino (Constitutum

Constantini), che molto più tardi, dal Duecento, servirà a corroborare le pretese

ierocratiche della Chiesa. L’autenticità sarà definitivamente negata solo nel 1440

da Lorenzo Valla. Gli agganci alla politica del secolo VIII sono in realtà sottointesi

a ogni passo. Quel che traspare più evidente è l’obiettivo principale, ossia il

tentativo di legittimare il sogno di quel dominium peculiare Beati Petri che la

promissio Carisiaca aveva alimentato e che comportava il tradimento dell’Impero.

Nella speranza che l’ombra bugiarda del grande Costantino servisse ad acquietare

i rimorsi e la cattiva coscienza.

L’elevazione di Carlo Magno alla dignità imperiale era traguardo coerente della

politica ecclesiastica di quasi tutto il secolo. Con l’unctio in regem et patritium gli

aveva già conferito i tre titoli più prestigiosi di quei tempi: rex Francorum et

Langobardorum et Romanorum. Fu in fondo la prima tappa di una brillante carriera

svolta sotto il patrocinio della Chiesa. L’ultimo traguardo lo raggiungerà il Natale

800, quando papa Leone III lo eleverà da patritius a imperator Romanorum. Non vi

è dubbio che il papa approfittò del fatto che il trono bizantino era considerato

vacante perché illegittimamente occupato dall’usurpatrice Irene e volesse, quindi,

strapparlo da Costantinopoli. Carlo accettò apparentemente di buon grado il titolo

di imperatore romano e fece del suo meglio per atteggiarsi súbito, almeno nella

forma, come il successore di Costantino e Giustiniano. Importò dalla consuetudine

bizantina l’uso della bolla o sigillo, aggiungendo l’iscrizione R I

ENOVATIO MPERII

R : questo dimostra la portata rivoluzionaria della cerimonia del Natale. Non

OMANI

si era trattato solo di mettere un Germano sul trono di Costantinopoli, ma di

trasferirlo a Roma, rappresentando in effetti la straordinaria renovatio di un

favoloso mito intessuto di glorie antiche. pag. 20

CAPITOLO V: LA CHIESA, BISANZIO E I CAROLINGI P I

ARTE

Dopo anni di scontri d’arme più che di trattative con Niceforo, successore di

Irene, con la Pace di Aquisgrana dell’812 si giunse a un compromesso: Carlo

avrebbe mantenuto la qualifica imperiale ma non il nome di ‘Romano’ o ‘dei

Romani’, esclusività riconosciuta all’imperatore d’Oriente. Allora Carlo si spogliò

del manto poco familiare di una monarchia romana poco amata, intessuta di

universalità, di maiestas e di altre idealità astratte e lontane che comprendeva

appena. Si sentiva molto più a suo agio adottando la concezione barbarica

dell’impero che si riduceva ad un regno rinforzato: una concezione ‘quantitativa’,

materiale. Incoronò il figlio Ludovico il Pio, non perché fossero insorti sospetti sul

pericolo di interferenze della Sede Apostolica, quanto perché l’intervento del papa

sarebbe apparso superfluo o addirittura controproducente per nominare un

imperatore germanico. D’altra parte, poco prima di morire, fece sostituire

l’iscrizione in Renovatio Regni Francorum e l’epitaffio sulla sua tomba lo celebrerà

come «l’imperatore che nobilmente ampliato il regno dei Franchi».

La Chiesa continuò a predicare per secoli la translatio Imperii dapprima in

Francos poi in Germanos, tanto da riuscire a farla accettare a tutto l’Occidente.

Sapeva, naturalmente, che quest’Impero oltre che romano era anche sacro: nel

senso che la sacertà era insita in ogni potere che veniva da Dio ed era impressa

come un marchio dalla cerimonia religiosa dell’unctio, con il sacro crisma. Quel che

distingueva l’Impero dai regni e lo metteva in particolare rapporto con la Chiesa era

l’universalità: nell’era carolingia fu reinterpretato il dualismo gelasiano, che

fortemente aveva insistito sulla distinzione dei poteri, ponendo invece l’accento alla

loro necessaria integrazione, nell’esigenza fortemente sentita di ridurre ad unum

corpus mysticum il multiforme universo umano. In questo corpo mistico, nessun

laicismo era configurabile, non poteva ipotizzarsi alcuna scissione tra lo status di

cittadino e quello di fedele cristiano. L’imperatore viene definito ‘della Chiesa

d’Europa’, in quanto il suo impero veniva necessariamente a coincidere con la

onnicomprensiva comunità ecclesiale. pag. 21

Capitolo VI

L’ C

IMPERO AROLINGIO

I C C :

1. APITULARIA E RIFORMA DELLA HIESA

I sovrani carolingi ebbero una produzione normativa che, proporzionata alle scarse

esigenze di una vita semplice, può dirsi abbastanza rilevante: si dà alle loro norme

il nome di capitolari, perché apparvero sotto la forma di brevi capitoli e non è

escluso l’imitazione dei concili ecclesiastici. A ogni modo, non segnano una

trasformazione sostanziale della produzione normativa regia: come i loro

predecessori, essi si considerano emanati dalla volontà del re, il verbo constituere

si usava talvolta per la loro promulgazione.

Dopo la morte di Carlo Magno (†814), i capitularia vennero specificandosi in

categorie diversificate a seconda della funzione:

M , che riguardavano il mondo laico e secolare e si dividevano in:

 UNDANA

→ missorum, destinati ai missi dominici (= funzionari spediti in periferia a

);

rappresentare il sovrano con compiti di governo, giurisdizione e di controllo

→ legibus addenda (« ), con la funzione di modificare

da aggiungere alle leggi»

e aggiornare le leges popolari ed ancestrali, di adeguarle alla volontà

sovrana.

E , che contenevano provvedimenti relativi al clero, chiese e

 CCLESIASTICA

monasteri.

La Chiesa del VIII secolo aveva bisogno di interventi a causa della forte

disgregazione e disorganizzazione: vi erano diocesi scoperte mentre altre avevano

più di un vescovo; prelati che si allontanavano disinvoltamente dalle proprie sedi o

si facevano trasferire a sedi più importanti, più piacevoli e soprattutto più ricche;

preti disobbedienti, chiese in rovina, uso di libri inaffidabili per l’espletamento del

magistero e l’ufficio. Il clero era ignorante e veniva reclutato senza criterio,

corruzione e indisciplina regnavano, l’aristocrazia laica si mostrava invadente e

prepotente.

I carolingi avevano cominciato presto a preoccuparsi: Pipino aveva tenuto

d’occhio la liturgia e si era spinto a curare il cosiddetto sacramentario (messale)

gelasiano. Carlo nel famoso Concilio di Francoforte del 794 baderà a difendere il

dogma, a ratificare il culto delle immagini, a sostegno dell’ortodossia pontificia. La

Chiesa apprezzò quasi sempre le interferenze: i capitolari ecclesiastici apparivano

dunque il miglior mezzo per attuare i desiderata delle sinodi regionali come

strumento eccellente per riparare a usurpazioni, prevaricazioni e iniquità.

Ma venne il momento in cui la dinastia perse potere e ne acquistò in proporzione

l’aristocrazia, la quale tutte le volte che vide i propri interessi lesi dalla protezione

regia degli interessi delle chiese, riuscì a impedire l’emanazione dei capitolari

ecclesiastici. pag. 22

CAPITOLO VI: L’IMPERO CAROLINGIO P I

ARTE

La prima conseguenza dell’infiaccamento della monarchia, di cui si avvertono i

primi segni con Ludovico il Pio che spartirà l’impero tra i figli con una ordinatio,

è che cambia la genesi e quindi la natura dei capitolari: in séguito all’accrescersi

del potere politico dei nobili, le diete cessano di costituire il luogo di semplice

pubblicazione di norme espressione della volontà del re e diventano luogo di

discussione di tali norme, la cui nascita viene, pertanto, sempre più condizionata

dalle assemblee.

La seconda è il grande fenomeno delle falsificazioni, per supplire al crisma della

monarchia ormai incapace di difenderla da una nobiltà interessata a mantenere

l’organizzazione ecclesiastica nel disordine, per meglio depredarla e dominarla: le

falsificazioni, insomma, avrebbero costituito un antidoto al fallimento e alla fine dei

capitularia ecclesiastica. Il fenomeno falsificatorio dilagò misteriosamente intorno

alla metà del IX secolo, in oscuri ambienti ecclesiastici francesi, e gettò sul mercato

un numero non trascurabile di testi normativi più o meno pesantemente alterati.

La più celebre e la più fortunata di tutte le falsificazioni di quel periodo furono

le Decretali Pseudo-Isidoriane: la loro fortuna fu così considerevole e si prolungò

tanto nei secoli che l’opera va considerata uno dei prodotti giuridici più significativi

dell’età carolingia. È straordinario il numero di manoscritti che ci sono pervenuti,

più di un centinaio, senza contare i frammenti disseminati tra IX e XV secolo. Il

nome Isidoro che compare nella prefazione, a quei tempi, evocava súbito Isidoro

di Siviglia, vescovo e il massimo dispensatore della dottrina da oltre due secoli.

Quale fosse la ratio della raccolta, ossia l’ispirazione e l’obiettivo, è desumibile

dalla sua insistenza sul tema dell’autonomia dei vescovi e della loro pari dignità: la

Chiesa francese si andava organizzando in una piramide gerarchica, in una catena

decrescente di veri e propri vassallaggi. Ne è un esempio il caso dell’arcivescovo di

Reims e del nipote vescovo di Laon. È possibile che la collezione sia giunta

abbastanza presto a Roma, si è discusso se l’abbia o non utilizzata già l’energico

papa Niccolò I che avrebbe potuto gradire le esaltazioni della plenitudo potestatis

contenute nell’opera. Ma se non si può dire se sia mai stato seriamente perseguito

nei tempi successivi, il principio che ne era ovvia conseguenza, ossia

l’accentuazione dei poteri del papa come unica autorità al vertice, ha avuto grande

séguito nella Chiesa del nuovo millennio. Vi è un punto in cui lo Pseudo-Isidoro

offre un contributo straordinario anche alle mire gregoriane di affrancare la Chiesa

dall’Impero: salva infatti e consegna ai posteri la falsa Donazione di Costantino.

Va rilevato che l’intervento falsificatorio non consistette tanto in arbitrarie

invenzioni di testi inesistenti quanto un abile mosaico di pezzi carpiti da tradizioni

ecclesiastiche e laiche, ritoccati e riforniti di nuove paternità canoniche.

L’autorevolezza si misura in termini di antichità e la si ricercava alle origini della

Chiesa stessa. Il criterio di valutazione medievale dell’autenticità di un documento

era se il contenuto fosse ritenuto come veritas e quindi ufficialmente recepita

dall’auctoritas, i.e. un apocrifo diventava autentico quando la Chiesa lo accettava e

lo faceva proprio. pag. 23

CAPITOLO VI: L’IMPERO CAROLINGIO P I

ARTE

L :

2. E LEGGI POPOLARI E LA PERSONALITÀ DEL DIRITTO

Nemmeno le leggi popolari, in gran parte fondate sulle vecchie consuetudini dei

vari gruppi etnici germanici, vennero trascurate: è netta l’impressione che

l’ordinamento carolingio abbia riattivato il vecchio circuito bipolare, la dinamica tra

i due poli consueti del ius vetus (le vecchie tradizioni popolari) e lo ius novum (i

capitolari).

I servivano come forza d’attrazione nella sfera

CAPITULARIA LEGIBUS ADDENDA

legislativa del sovrano anche delle antiche leggi popolari: sottolineavano così l’unità

di quell’ordinamento generale dell’Impero in parte decentrato, ma sempre tenuto

sotto il controllo del potere centrale.

Un controllo difficile, dato il fatto che l’unificazione di quasi tutta l’Europa sotto

un unico scettro aveva facilitato emigrazioni e intensificato i contatti tra le molte

etnie: si può comprendere come i numerosi ordinamenti giuridici che si

intersecavano entro l’unico ordinamento politico creassero confusione e ponessero

dunque il problema dell’applicazione della .

PERSONALITÀ DELLA LEGGE

Un espediente che i notai adottarono per evitare confusioni fu di indicare la legge

secondo la quale si sarebbe dovuto regolare e giudicare il rapporto documentato.

Nacque così la consuetudine di inserire negli strumenti notarili le c.d. professiones

iuris: la parte forte del contratto (venditore, donante, marito, etc.) dichiarava di

vivere secondo una determinata legge per via della loro natio o ‘nascita’ che li aveva

radicati all’interno di un determinato gruppo etnico.

L’Italia presentava una peculiarità: il diritto romano era legge del territorio, ne

costituiva lo status giuridico, mentre la legge longobarda, entrata come legge

speciale di una casta militare, in fondo, era rimasta. Carlo Magno introdusse il

principio della personalità del diritto con il Capitulare italicum: Longobardi e

Romani avrebbero continuato ad adottare le loro diverse leggi nazionali in materie

specifiche (successioni, documentazione, giuramenti, composizioni pecuniarie per

reati) e nelle materie avrebbero usato la ‘legge comune’ aggiunta da Carlo Magno

agli Editti. pag. 24

CAPITOLO VI: L’IMPERO CAROLINGIO P I

ARTE

C ( ):

3. OLLEZIONI DI DIRITTO ROMANO DI ETÀ CAROLINGIA E POSTCAROLINGIA

I testi giustinianei, per lo più troppo difficili per risultare utili, dovevano essere

diventati in gran parte irreperibili:

Il Digesto: l’ultima notizia che si abbia della effettiva conoscenza del Digesto

→ è del 603, di cui vengono citate e trascritte le norme da parte di papa

Gregorio Magno in una istruzione per dirimere una controversia. Per

accertarne l’uso occorrerà attendere la fine del XI secolo.

Il Codice: circolò nel corso dell’Alto Medioevo un’Epitome Codicis ( riassunti

→ ) dalla quale sarebbero stati estromessi gli ultimi tre libri

di DIRITTO CIVILE

( ), tutte

ricomparvero nel XII secolo come volumetto di a sé stante

DIRITTO PUBBLICO

le disposizioni in greco e un numero rilevante di costituzioni, così che l'opera

sarebbe stata ridotta di ¼ dell’originale. Anche la parafrasi pesantemente

compendiata che va oggi sotto il nome di Summa Perusina, perché ritrovato

nella biblioteca capitolare di Perugia, dal contenuto primitivo e pieno di

fraintendimenti, rivela un Codice dal numero di leggi ridotto, seppur in

misura modesta.

Neanche le Istituzioni hanno lasciato ricordi altomedievali consistenti;

→ quanto le Novelle, l’Authenticum è forse capitato nel 643 nelle mani di Rotari,

ma poi scomparve fino al secolo XI. Restò invece in uso l’Epitome Iuliani,

particolarmente cara alla Chiesa.

Un rilancio delle fonti giustinianee originali fu certo stimolato dalla riapparizione

dell’Impero romano nell’Europa occidentale. Se Carlo Magno si sentì successore di

Giustiniano per una dozzina d’anni, la Chiesa continuò a pretendere che il

trasferimento del trono a Roma fosse stato irreversibile. L’atmosfera di esaltazione

per quella renovatio Imperii, incoraggiò centri ecclesiastici non bene individuati a

distillare dalla sterminata compilazione, agili antologie di testi.

L R

Il prodotto più cospicuo e più noto è la :

EX OMANA CANONICE COMPTA

apparve verso la metà del IX secolo ed ebbe successo notevole nell’Italia superiore

ove continuò a circolare fino al secolo XII. L’ignoto autore utilizzò molto l’Epitome

Iuliani, meno il Codice, poco le Istituzioni e pochissime altre fonti.

Una buona parte dei capitoli ricomparve qualche decennio più tardi in una

collezione canonica, la Collectio Anselmo dedicata, che prende il nome dalla dedica

appunto a un Anselmo arcivescovo di Milano tra l’883 e l’896. Il materiale,

distribuito in dodici libri, è prevalentemente canonistico, ma compaiono 238

capitoli di lex Romana che corrispondono quasi perfettamente alla canonice compta.

pag. 25

Capitolo VII

A F

LLE ORIGINI DEL EUDO

Certa (vecchia) storiografia si è attinta l’idea che il feudo sia un prodotto dei primi

tempi carolingi e, in genere, ai Germani, i cui costumi si potevano far risalire fino

ai tempi di Tacito; un’idea che, pur ancora diffusa oggi, comincia però a rivelarsi

non del tutto convincente. Tra il VIII e soprattutto IX secolo, abbondano le fonti che

mostrano il prepararsi della società feudale e annunciano l’istituto giuridico del

‘feudo’: ma non solo il nome non vi compare mai, ma non si fa mai avanti l’istituto

completo, in cui l’integrazione di vari elementi in un’unica figura appaia compiuta.

Uno dei contributi più rilevanti alla storiografia sulle origini del feudo così come lo

intendiamo oggi, fu dato dallo storico e professore francese M. Bloch (anni '20-'30 del

Novecento), il quale fu grande studioso della società feudale e la mentalità medievale. Con

i colleghi L. Febvre e H. Pirenne, fondò L’École des Annales, in cui propone un tipo di

ricerca storica che, attraverso scambî con discipline collaterali (interdisciplinarietà), cerca

di giungere a una ricostruzione più ricca, concreta, articolata, della vita sociale.

Si è infatti sempre insegnato che il feudo constava dell’unione di tre elementi, ossia

tre istituiti, dalle radici diverse:

1) un rapporto personale, detto vassallaggio, che correva tra un signore e un

suo subordinato e avrebbe avuto lontane ascendenze germaniche;

2) una concessione patrimoniale ispirata da benevolenza ma usata come

remunerazione di servizi, detto beneficium, che derivava da prassi

ecclesiastiche;

3) il privilegio formale dell’immunitas che si riteneva un prodotto dell’antichità

romana, essendo stato proprio delle terre fiscali e dei latifondi imperiali.

La comparsa del termine ‘feo’:

Per quasi tutto il secolo IX il nome ‘feudo’ non compare. Le prime volte che il termine

appare nella documentazione, nel X secolo, si è pensato indicasse il bene dato in

concessione a titolo remuneratorio: per la precisione, nella zona di Tolosa, le chiese

adoperavano il termine volgare feo per designare i beni avuti in donazione e restituiti

in godimento agli antichi proprietari. Non è un caso che la culla della parola feudo sia

stata l’Italia e la Francia meridionale, territori che hanno subíto l’influenza gotica,

perché potrebbe derivare dal gotico thiuth che significa bonum (bene): il termine sarebbe

stato poi modificato in theo→feo ed è quello che ci permette di pensare che designasse,

tra X e XI secolo, il beneficio – non il vassallaggio – e fu trasmesso dal volgare giuridico

della Chiesa. pag. 26

CAPITOLO VII: ALLE ORIGINI DEL FEUDO P I

ARTE

1) IL VASSALLAGGIO:

Si basava sulla , già presente nel rapporto di sovranità-sudditanza,

FIDELITAS

degli imperatori bizantini e dei re barbari. Un impegno di carattere morale,

destinato a premere sulla coscienza non solo collettiva, ma di ogni singolo

individuo. Esso tende a imitare modelli privatistici e ad assumere natura

bilaterale: all’obbligo di fedeltà del suddito corrisponde, esplicito o implicito,

quello della protezione da parte del signore. Alla fidelitas generale prestata da

tutti al re si contrappongono forme di fidelitas speciale.

La parola vassus fa la sua comparsa all’inizio del VIII secolo: si tratta di

servitori del re o dei potenti, mandati in giro per il regno ad amministrare i beni

fiscali. Il ‘vassallo’ ha funzioni servili ma con mansioni onorifiche e privilegiate:

il suo legame di subordinazione al signore è forte, ma non indissolubile.

Il rapporto si instaurava con formale , già evocata dalla Lex

COMMENDATIO

Visigothorum a proposito dell’assunzione dei buccellari nel patrocinium dei

potenti e i Longobardi l’avevano attinta dagli usi volgari e avevano tratto la

condizione semi-servile dei commendati (gli eredi degli antichi contadini che si

commendavano al patrocinium dei potenti). Ma il rito francico prevedeva l’uso di

mettere le mani nelle mani del signore e pronunciare solenne giuramento di

fedeltà.

Il superiore gerarchico, nel rapporto vassallatico, sin da epoca antica venne

chiamato senior, in contrapposizione ai iuniores, che dall’età merovingia erano

i collaboratori dei conti.

2) IL BENEFICIUM:

Era un tipo di salario connesso al ministerium (servizio) e svolgerlo per il signore

significava legarsi a un ambiente prestigioso. Il servizio che, agli inizi, venne

maggiormente remunerato con buoni beneficia fu quello militare e fu nel

contesto militare che il beneficio si vide destinato a costituire il secondo

elemento, quello patrimoniale, del futuro feudo.

Si usò all’inizio di dare terre ai combattenti in precària, la forma di

concessione agraria usata dalla Chiesa. La si adottò perché le terre scelte per

queste assegnazioni erano per lo più ecclesiastiche, equiparate ai beni fiscali,

dato che la Chiesa era istituzione pubblica, esse avevano il vantaggio di essere

abbondanti. La precària medievale richiama il vecchio precarium romano, ma

quest’ultimo ne differisce in quanto era gratuito, provvisorio e non era un

contratto.

Era però uno strano tipo di precària, in quanto al posto della rituale richiesta

(le preces o preghiere) del futuro concessionario e della libera contrattazione

stava la unilaterale decisione del re espressa in forma normativa, in un

capitolare. Forte era il legame del beneficio con il servizio militare: Carlo Magno

pag. 27

CAPITOLO VII: ALLE ORIGINI DEL FEUDO P I

ARTE

sanzionò chi abbandonava il posto di battaglia a fianco del compagno con la

perdita del beneficio.

Per tutta l’età carolingia l’istituto giuridico del beneficio sfugge alle definizioni.

Si nota il termine, usato in senso generico di ‘atto benevolo’, ha contenuti vari:

ancóra in pieno IX secolo, per esempio, il sovrano si dice desideroso di premiare

con congrui ‘benefici’ coloro che gli prestano fedeltà e obsequium, ed elargisce

loro terre regie non in concessione ma in proprietà piena. Quanto alle

concessioni di godimento, qualche volta è indicato il termine della loro durata e

qualche volta no, il sovrano può persino dare una terra a un beneficiato per

tutta la vita, quasi in usufrutto, ma poteva anche far incombere sul rapporto la

revocabilità ad libitum. È in effetti il carattere aleatorio, non la temporaneità, a

pesare sul beneficium, perché l’alea della revocabilità escludeva che si redigesse

ogni volta un documento notarile di concessione.

Va infine rilevata la tendenza della fidelitas e del beneficium a convergere:

seppur concettualmente separati, in qualche modo la strada per il loro intreccio

in una figura unitaria si era aperta.

3) L’IMMUNITAS:

Anche se non documentata la concessione a laici, si può anche presupporre, a

rigore di logica, che i beneficia conservassero lo status delle terre fiscali e della

Chiesa sulle quali venivano costituiti, che erano cioè terre sempre quasi sempre

immuni. Il contenuto medievale di questa immunità può ricavarsi dai numerosi

esempi delle erogazioni a chiese: l’istituto vietava agli ufficiali pubblici di

esercitare la giurisdizione, di compiere atti preliminari o conseguenti a un

giudizio riscuotere ammende e tributi. Un privilegio solo negativo, perché si

limitava a impedire l’introitus nella terra immune, l’exactio e la districtio. Ma i

tipi di esenzione differivano da caso a caso.

In realtà esenzioni e divieti avevano generalmente come presupposto

l’attrazione dell’ente ecclesiastico nella protezione del sovrano (mundeburdio), il

che stabiliva un rapporto diretto con il re e consentiva di scavalcare giurisdizioni

e poteri locali: primi fra tutti i tribunali di quei conti che avevano interessi in

conflitto con quelli delle chiese. pag. 28

CAPITOLO VII: ALLE ORIGINI DEL FEUDO P I

ARTE

L’E S F

VOLUZIONE TORICA DEL EUDO

I C Q :

 L APITOLARE DI UIERZY

Carlo II il Calvo, penultimo imperatore della dinastia carolingia, viveva

momenti difficili di lotte familiari quando nel giugno dell’877 radunò una dieta

a Quierzy, la località scelta tanto spesso dai Franchi per le loro assemblee. Forse

provato nel fisico (morì nell’ottobre), era pronto a scendere a compromessi con

la nobiltà per difendere il trono con le armi. Le accordò la famosa grazia che

passa con il nome di ‘ereditarietà’ dei feudi maggiori: assicurò all’aristocrazia

sul punto di partire in guerra che alla morte dei conti avrebbe dato i loro benefici

ai figli.

Per la precisione, occorreva ogni volta una reinvestitura, escludendo la

successione automatica al padre. In mancanza di figli, l’imperatore avrebbe

scelto un successore a piacimento. Più che di ‘ereditarietà’ dei benefici parrebbe

trattarsi di un impegno del sovrano a reinvestire i figli, non è chiaro se sia

limitato o no al tempo della guerra. Quanto al termine honor con cui si designa

l’oggetto della successione, si sa che esso indicava le concessioni terriere, ma

resta il dubbio se comprenda anche la dignità e l’ufficio comitale.

Si noti che la norma si rivolge non a tutte le categorie di nobili ma ai soli conti

o comites. Pur prestando giuramento di fedeltà come gli altri, non sono vassalli

qualunque perché i pubblici poteri che ricevono sono indipendenti,

concettualmente, dal vassallaggio: le contee che essi governano non sono

beneficia, ma territori affidati loro e che governano come ufficiali del re. Si vede

dunque quanto sia erroneo far ruotare il fenomeno dei vassallaggi e dei benefici

dell’età carolingia intorno a quella che si usa chiamare ‘feudalità maggiore’: la

nascita del feudo si coglie meglio guardando lo svolgersi della c.d. ‘feudalità

minore’.

I :

 MILITES CITTADINI TRA VECCHIO E NUOVO MILLENIO

Per seguire l’ulteriore storia del termine feudo occorre premettere due parole sui

milites cittadini e sui benefici assegnati loro in remunerazione del servizio

armato.

Proprio in quel X secolo in cui si è visto comparire il feo nei patrimoni

vescovili, le città cominciarono il lento sviluppo che si muterà in un’impetuosa

crescita intorno al Mille e dopo. Fu un secolo in cui non mancarono i terrori: se

nel IX a devastare mezza Europa erano stati i Normanni, nella prima metà del

secolo X imperversarono gli Ungari. Su questo fondale storico e si dagli anni

della paura ungara si vede muoversi il processo di rafforzamento delle città e

quindi delle milizie cittadine. Le prime formazioni di armati vennero organizzate

da quei comandanti che tra X e XI secolo diventeranno i valvassori maggiori e si

chiameranno milites primi ordinis o anche capitanei; vescovi e conti saranno

pag. 29

CAPITOLO VII: ALLE ORIGINI DEL FEUDO P I

ARTE

pronti ad assicurare loro pingui beneficia. Benefici di minor valore saranno

distribuiti come sovvenzione, a mo’ di stipendio, alla truppa, ai milites secundi

ordinis, ai valvassori minori.

Ai fini della storia giuridica del feudo italiano fu decisivo che la militia si

riorganizzasse – i termini romani, da secoli in disuso, furono riesumati – come

forza in qualche modo professionale, perché ciò evidenziò un rapporto

sinallagmatico tra prestazione di servizio armato e conferimento del beneficio. Il

binomio servizio-beneficio prevalse allora su quello vassallaggio-beneficio,

sicché l’integrazione tra questi due ultimi elementi – classici ingredienti del

feudo – fu in realtà rallentata. Fungendo da stipendio, il beneficio poté

consistere in qualunque cespite capace di dare un reddito. Se si vennero in

questo modo configurando numerosi tipi di feudi, il beneficium costituito su

terre restò comunque il modello prevalente. Ed è in questo tipo di beneficio che

si verificò il fatto cruciale nella storia del feudo: la trasformazione del godimento

temporaneo della terra in un diritto reale del vassallo.

L’anno Mille evoca un fenomeno vero: quello dell’avvio del grande sviluppo

→ economico che tra X e XI comincia a cambiare la faccia della società europea. Anche

l’agricoltura subisce una trasformazione radicale quando sostituisce la coltura

intensiva a quella estensiva. La crescita demografica stimola ed esige lo

sfruttamento di terreni lontani dalle mura cittadine: il paesaggio agrario mutò in

conseguenza alla costruzione di strade, case coloniche, attrezzature varie che si

aggiunsero ai nuovi metodi di coltivazione e alle esigenze di irrigazione e bonifica.

È ovvio che i costi elevati richiedevano investimenti a lunga scadenza: la bonifica

conveniva a chi aveva un godimento prolungato del bene e la possibilità di

trasmetterlo agli eredi. I benefici, temporanei e revocabili, invogliavano a fare spese

straordinarie, rischiando di non andare al passo con i tempi. Urgeva l’esigenza di

renderli stabili. Inoltre la nobiltà cittadina, in gran parte necessitava la salvaguardia

perenne della propria dignità come appartenenza ad un ceto che solo l’ereditarietà

del patrimonio poteva garantire.

L’E B 1037:

 DICTUM DE ENEFICIIS DEL

Fu una norma di grande rilievo storico che aprì la strada verso la costruzione

del feudo lombardo: quando Corrado II venne in Italia a combattere Milano e il

suo arcivescovo, ebbe bisogno dell’appoggio dei molti milites minori del suo

regno. Li vide in rivolta contro i loro seniores, che li opprimevano e usavano

revocare arbitrariamente i loro benefici, e dovette ascoltarli. Il 28 maggio 1037

emanò in loro favore il famoso Edictum de beneficiis, accordando la stabilità dei

benefici, e quindi l’ereditarietà di tutti feudi.

Nessun miles maggiore (primi ordinis) di vescovi, abati o badesse, di conti o di

marchesi, e nessun miles minore (secundi ordinis) investito di benefici su terre

fiscali o della Chiesa poteva esserne privato se non per propria colpa, da provare

dinanzi a un tribunale di pari o dell’imperatore o dei suoi missi. pag. 30

CAPITOLO VII: ALLE ORIGINI DEL FEUDO P I

ARTE

I figli succedevano nei benefici, e in loro mancanza i figli dei figli,

eccezionalmente i fratelli; ai signori era vietato esercitare i loro diritti proprietari

permutando i benefici o assoggettandoli a precàrie o livelli senza consenso dei

beneficiari.

La Constitutio de feudis di Corrado II fu il tronco sul quale si innesteranno

le consuetudini feudali italiane. Il rapporto personale, visto riduttivamente in

negativo – ossia considerato solo alla luce delle colpe da evitare per non perdere

il feudo – arretrerà di fronte al carattere spiccatamente patrimoniale dell’istituto.

Il quale esalterà fino alla trasformazione del beneficio in diritto reale assimilato

a una quasi-proprietà. Sarebbe questa patrimonialità il tratto peculiare del

feudo italiano.

In Francia, si avrebbe continuato a privilegiare il rapporto personale

conservando al vassallaggio un ruolo attivo (prestazione di servizi) e

predominante: si sarebbe fatto ricorso all’homagium (omaggio) come rito e

rapporto principali, dando connotati quasi servili al vassallo, essendo homo del

signore. In Italia, connotati analoghi si riscontrano nell’hominium o homicinium

che costituiva una forte subordinazione personale dei coltivatori al padrone

della grande signoria fondiaria.

I L , che tra XII e XIII secolo diventeranno il codice di diritto

IBRI FEUDORUM

feudale, confermano che la parola feudum, dopo l’editto di Corrado II, veniva

adoperata nel linguaggio tecnico come sinonimo di beneficium.

Lo svolgimento semantico del vocabolo rispecchia dunque lo sviluppo

dell’istituto e resta, nel nuovo millennio, armonico con la prima apparizione del

termine nel X secolo, quando aveva designato la speciale concessione agraria di

cui si è detto. Il marchio di fabbrica del feudo italiano, insomma, rimane valido

e invariato nei secoli, e riconduce continuativamente la storia del feudo a quella

della proprietà terriera. pag. 31

Capitolo VIII

I M

L DIRITTO BIZANTINO E IL EZZOGIORNO

Nel quadro europeo che finora si è visto dominato da Germani, la presenza di

Bisanzio, sempre notevole nella cultura e nell’arte, potrebbe apparire pressoché

insignificante sul piano politico. Non va tuttavia dimenticato che in Italia

Costantinopoli conservò “di fatto” sempre un ruolo malgrado avesse continuato a

perdere territori nella seconda metà del VIII secolo.

Eppure le ombre medievali della storia di Costantinopoli sono periodicamente

interrotte da sprazzi luminosi, alle sconfitte si alternano risurrezioni politico-

militari, al declino dell’ordinamento l’emanazione di leggi significative: il primo

complesso normativo che attira attenzione è l’E dell’imperatore Leone III

CLOGA

detto l’Isaurico (l’Isauria è una regione dell’Asia minore), tanto vituperato dai

cattolici perché eretico e scismatico, ebbe tuttavia meriti militari e amministrativi.

A lui si deve nel 719 la vittoria sugli arabi che, passati in Europa e sul punto di

prendere Costantinopoli, furono respinti in Asia e da quella parte definitivamente

fermati. Quasi a ribadire la regola che la grandezza dei monarchi deve poggiare al

contempo sulle armi e sulle leggi, volle anche legiferare.

Il titolo della sua Ecloghè tòn nómon (=‘selezione’, ‘scelta’ delle leggi) la gabella

per un compendio di norme tratte dal Corpus Iuris Civilis del grande Giustiniano.

A guardarci dentro, però, l’opera appare piuttosto intessuta di consuetudini

bizantine; Giustiniano non è dimenticato, ma non mancano i casi in cui viene

travisato: si direbbe che il titolo abbia l’intenzione di esaltare il grande legislatore

antico, di lanciarne il mito che percorrerà poi tutto il Medioevo.

Si tratta di un codice relativamente modesto che intende coprire l’intera vita

giuridica: ma è il diritto penale la sezione più rilevante. Seppur tutto raccolto in

un titolo, esso copre un terzo circa dell’Ecloga e impressiona per l’atmosfera che

l’avvolge, diversissima da quella giustinianea: pene afflittive atroci che si

aggiungono a quelli tradizionali (di morte o all’esilio), presentano una gamma di

crudeltà ispirate dal gusto orientale per le mutilazioni.

Se l’espandersi del diritto penale è caratteristica delle legislazioni primitive, la

cui preoccupazione principale è il mantenimento dell’ordine, è un sollievo che

comunque il diritto privato occupa qui il maggiore spazio, segno che il livello di

civilitas della romanità bizantina non si era del tutto degradato. Non è dubbio che

alla famiglia spettasse un posto preminente nella società, e quindi l’istituto centrale

fosse il matrimonio. L’Ecloga prevedeva due modi di concluderlo:

É = mediante scrittura notarile e alla presenza di tre testimoni,

→ NGRAFOS GÁMOS

destinata soprattutto alla definizione solenne degli assetti patrimoniali;

Á = con una celebrazione, adatta ai non abbienti, tenuta o in

→ GRAFOS GÁMOS

ecclesia o inter amicos, secondo il principio consensus facit nuptias. pag. 32

CAPITOLO VIII: IL DIRITTO BIZANTINO E IL MEZZOGIORNO P I

ARTE

Il cosiddetto ‘matrimonio scritto’ era in realtà inteso più a determinare i

conferimenti patrimoniali che non a instaurare il vincolo personale. Il regime dei

rapporti patrimoniali tra coniugi era infatti un delicato congegno che aveva il

compito di contribuire alla coesione della nuova famiglia, s’imperniava sul principio

che alla dote dovesse fare riscontro una donazione del marito destinata ad

‘aumentarla’, perseguiva l’obiettivo di equilibrare i contributi delle due famiglie

d’origine e di convogliarli in uno stabile ‘patrimonio familiare’ del nuovo gruppo.

La prassi tendeva da tempo a eguagliare quantitativamente gli apporti dei coniugi

ma, come aveva sempre incontrato la resistenza del diritto ufficiale, così incontrò

quella di Leone l’Isaurico: l’Ecloga vieta esplicitamente che l’ipóbolo raggiunga la

misura della dote della sposa. Uno dei punti in cui Leone si distacca dagli

orientamenti consuetudinari.

La tendenza a equilibrare le posizioni del marito e della moglie si manifesta sui

rapporti personali come su quello dei rapporti economici. La vecchia patria

potestas, che si esercita ormai solo sui figli minorenni e solo con intenti protettivi,

non sembra essere esclusiva del marito, e in caso di vedovanza i poteri dei coniugi

non paiono diversi: allorché uno dei due premuore il superstite acquista

l’amministrazione di tutto il patrimonio fino alla maggiore età de figli, fermo

restando che nei territori bizantini, come in quelli longobardi, doveva essere

corrente l’uso di mantenerlo indiviso anche dopo.

T M :

 ENTATIVI CAROLINGI DI PRENDERE IL CONTROLLO DEL EZZOGIORNO

Il 23 agosto 846 avvenne un episodio che gettò l’Europa nello sgomento: i saraceni

sbarcarono alle foci del Tevere, giunsero alle porte di Roma, saccheggiarono la basilica

di S. Paolo fuori le mura e furono lì per violare il centro stesso della Cristianità. Fu

dichiarato guerra agli infedeli e Ludovico II, figlio dell’imperatore Lotario, scese nel

Mezzogiorno. Conseguì qualche successo sui mussulmani e profittò dell’occasione per

tentare di portare all’obbedienza il principato longobardo di Benevento, formalmente

vassallo del trono carolingio. Ma nel 849 il nuovo principato di Salerno si staccò da

quello di Benevento, diventando il nuovo grande potentato longobardo sul Tirreno.

Nell’866 Ludovico II intraprese una seconda spedizione nel Mezzogiorno con lo scopo

di riconquistare Bari ai mussulmani e di tentare al contempo l’unificazione dell’intera

penisola sotto lo scettro del re carolingio. Ma riuscire nell’impresa senza blocchi navali

che ne impedissero i rifornimenti era impensabile, e i Franchi non avevano una flotta

capace di attuarli: sicché fu per loro giocoforza cercare l’alleanza con la potenza

marittima bizantina.

Da poco sedeva sul trono d’oriente Basilio I (866-886), il capostipite della dinastia

macedone. Di umile famiglia, si era fatto strada a forza di omicidi e di spergiuri,

riuscendo a farsi associare al trono entrato nelle grazie di Michele III l’Ubriaco; l’anno

seguente si era affrettato ad assassinare il suo benefattore. Uomo di eccezionale forza

e ostinazione, privo di cultura ma sensibile al fascino delle lettere greche e del diritto

romano, abile e deciso, si era súbito dato con successo a consolidare le posizioni

dell’Impero. pag. 33

CAPITOLO VIII: IL DIRITTO BIZANTINO E IL MEZZOGIORNO P I

ARTE

Concluso un accordo con Ludovico II, dopo laboriose trattative, Bari fu effettivamente

presa nell’871. La vittoria non tornò a favore dei Franchi: quando Ludovico II dovette

ritirarsi dall’Italia, poco prima della morte sopravvenuta nell’875, il Mezzogiorno non

era stato acquisito al dominio carolingio, ma era tornato sotto quello bizantino. Gli infidi

príncipi longobardi giurarono fedeltà al trono di Costantinopoli, l’amministrazione

bizantina e la suddivisione in temi vennero estese all’Italia, seppure solo

sovrapponendosi, senza sostituirla, all’organizzazione longobarda.

L B I B :

 A LEGISLAZIONE DI ASILIO E I ASILICI

Al solito, i successi politici sollecitarono propositi normativi, e questi

s’ispirarono, come si accennato al sempre più incombente mito di Giustiniano.

Al ‘vero’ Giustiniano, dichiarò Basilio, non a quello falso che Leone l’Isaurico

pretendeva di aver seguíto nell’Ecloga. Basilio progettava di fare una grandiosa

raccolta di materiale giustinianeo in un’Anacátharsis tôn palaiôn nómon, ossia

‘Purificazione delle leggi antiche’; l’impresa fu in effetti avviata ma non fu mai

compiuta. Al suo posto videro la luce due sillogi che non corrispondevano alla

grandiosità del progetto iniziale, ma ch’ebbero, comunque, vita lunga e

fortunata.

La prima ad essere promulgata s’intitolò Prócheiros nómos, ossia ‘Legge

manuale’, fu un opera abbastanza svelta che intendeva dare un prontuario di

norme nelle materie più frequenti. Proclama di rifarsi a Giustiniano e ricorreva

infatti ampiamente alle Istituzioni, ma ne ignorava il testo originale; pretendeva

di aver accantonato per sempre la disprezzata Ecloga isaurica ma in realtà vi

attingeva ancóra, lasciandone in vigore, per esempio, fattispecie penali come il

taglio del naso per gli adulteri. Qualche anno dopo l’879 comparve sotto il nome

di Basilio e dei figli una seconda opera, l’Epanagoghè tôn nómon, ossia la

‘Ripetizione delle leggi’.

Quando Basilio morì in un incidente di caccia nell’886, l’Anacatarsi non aveva

ancora visto la luce. È probabile che il materiale raccolto non sia andato perduto

e sia confluito nella grandiosa compilazione del figlio e successore Leone IV

(886-911) detto ‘il Saggio’ o ‘il Filosofo’ in omaggio alla sua cultura. A lui si deve

la maggiore opera legislativa medievale, quei Basilici (tá Basiliká, quanto dire

Imperialia o ‘atti imperiali’) che condusse a termine molto rapidamente all’inizio

del regno, prima dell’anno 900. Il ritorno a Giustiniano compì un balzo in avanti.

L’opera attinse massicciamente, seppure con molta libertà, dal Codice, dal

Digesto e dalle Novelle, meno dalle Istituzioni: non si curò di ricorrere agli

originali e preferì versioni greche e riorganizzò tutto il materiale per dargli

organicità. La versione greca dei testi ne agevolò la diffusione, contribuendo da

una parte ad accantonare i testi giustinianei autentici in latino, dall’altra a

rilanciarne il contenuto.

Un risultato storicamente importantissimo fu che l’opera divenne oggetto

d’interpretazione scientifica e d’insegnamento, attraverso le c.d. scholia o note

di commento, configurando un ampio ‘diritto comune’ sussidiario. pag. 34

Capitolo IX

A P

SPETTI DELLA RASSI

I :

 PROTAGONISTI DELLA VITA DEL DIRITTO

(giudici)

IUDICES

→ Nel Medioevo esercita la iurisdictio, con funzioni sia “giudicanti” (pronuncia la

legge, accerta i princípi non scritti posti dai costumi, ne carica di auctoritas nel

momento in cui le applica) sia amministrative; ricopriva una posizione di comando

(«giudico perché comando»).

:

NOTAI

→ Era il ceto dei “veri” intellettuali del diritto (legibus eruditi); era richiesta una certa

competenza per svolgere una certa azione certificativa, seppure inferiore

all’odierno pubblico ufficiale. Molto verosimilmente redigevano i documenti: pur

dotati di una certa fides publica, era limitata data l’assenza di un vero e proprio

potere pubblico. Di una nomina ne parlano i capitolari carolingi, a volte da parte del

sovrano come tabelliones (dalla tradizione bizantina) o come scrinarii (tipico del

linguaggio ecclesiastico), che designava il personale delle cancellerie papali e

vescovili. Lo scrinium era una sede di scrivani. Ma designava anche il contenitore

dei documenti e per estensione il luogo dove li si conservava, ossia gli archivi: la

conservazione dei documenti può essere considerata una sorta di appendice della

funzione dei notai, dato che preserva nel tempo la funzione probatoria delle carte.

Si sa che a tenere archivi erano chiese e monasteri, ma vi erano archivi laici (presso

le corti sovrane) riservati alla documentazione pubblica: non solo per assicurarne la

memoria, ma altresì a garantirne la firmitas.

F :

 IRMITAS E STABILITAS

Il Medioevo aveva imperniato il problema dell’atto giuridico e del negozio non

su come e quando nascesse la sua efficacia obbligatoria, ma sulla firmitas che

doveva conseguire: non comunque nuovo, perché veniva naturalmente dalla

romanità.

Tra i tanti significati che assumeva, quelli dell’irrevocabilità e

dell’inattaccabilità dell’atto e del suo contenuto costituiscono i valori di fondo:

l’aspirazione di tenere ferma la situazione giuridica posta in essere. Nel

linguaggio medievale il documento si chiamerà esso stesso firmitas, assumendo

il nome dall’effetto che conseguiva. A fargli meglio assolvere il suo compito valeva

anzitutto la sottoscrizione delle parti – che noi chiamiamo ancor oggi ‘firma’ –

la quale poteva essere ulteriormente corroborata mediante simboli formali: si

poteva disporre la carta sull’altare, eseguire la manufirmatio, ossia l’apposizione

della mano sul documento, applicare bolle e sigilli.

L’ultima fase dell’efficacia della firmitas stava nel suo assicurare

l’inattaccabilità sia degli assetti d’interessi contenuti nel documento sia il

documento stesso: ciò si sperimentava ovviamente in giudizio, ove a difendere

la carta e il suo contenuto provvedevano essenzialmente i testimoni: essi erano

sempre presenti all’atto e sottoscrivevano sempre la carta. Lo stesso notaio era

anche testimone. pag. 35

CAPITOLO IX: ASPETTI DELLA PRASSI P I

ARTE

S “ ” :

 UL PRETESO VALORE DISPOSITIVO DEL DOCUMENTO

Una teoria esposta poco più di un secolo fa da Heinrich Brunner assegna al

documento una funzione che, tutto sommato, lo snatura: gli ha dato infatti

un’efficacia, oltre che probatoria, addirittura costitutiva o dispositiva di diritti,

una ‘forma’ idonea a generare obbligazioni e trasferire beni. Con il risultato di

prospettare una sorta d’improbabile generalizzazione degli antichi contratti

formali litteris.

Tesi rigettata da chi sostiene (Brandileone) la persistenza del contratto orale

nell’alto medioevo. Alla luce di questa visione, il documento non poteva che

essere restituito alla funzione di semplice munimen ossia di riparo e protezione

del negozio di fronte alle eventuali contestazioni, insomma di mezzo di prova nel

giudizio.

Il che non vuol dire che il momento in cui la carta diventava firma non

coincidesse con il momento in diventava firmus anche l’atto o il contratto. Ma la

coincidenza non comporta che il documento fosse produttivo dell’obbligazione,

come causa che genera l’effetto.

Un secondo argomento dell’efficacia costitutiva o dispositiva della carta è

desunta dalla circostanza che la redazione notarile doveva concludere con una

consegna del documento (c.d. absolutio). In realtà a consegnare lo scritto ai

contraenti era il notaio che non aveva alcun potere dispositivo dei diritti altrui.

La traditio chartae sarebbe stata in realtà una traditio per chartam, uno dei

casi che i giuristi del Diritto comune chiameranno traditio ficta. Dietro questa

traditio, agli occhi degli storici si è delineata l’immagine di un documento che

‘incorporerebbe’ i diritti documentati, parsa confermata dagli straordinari,

anche se non frequentissimi, episodi medievali di clausole al portatore, con

anticipazione di una figura moderna del diritto commerciale.

Il Brandileone ha però ridimensionato queste clausole, suggerendo che esse

servissero a individuare il soggetto cui quel diritto spettava ad altro titolo.

L’unica cosa, dunque, alla quale si può credere, come conferma la più tarda

dottrina, è che la traditio della carta rappresentasse una semplificazione della

traditio corporalis, un semplice espediente pratico che non consente certo di

derivarne la imponente teoria di un’incorporazione del diritto nel documento.

Sicché i sostegni addotti a tenere in piedi la tesi dell’efficacia dispositiva della

carta in realtà non reggono: la funzione del documento vólta a erogare firmitas

e stabilità, il fatto che obbligazioni nascessero anche senza carta, l’efficacia dello

strumento notarile alternativa a quella della testimonianza, anzi la circostanza

che fosse la presenza dei testimoni a rafforzarlo – rendendolo testibus roboratum

– denotano la sua vocazione probatoria. pag. 36

CAPITOLO IX: ASPETTI DELLA PRASSI P I

ARTE

A :

 UCTORITAS PUBLICA E FIRMITAS

Il ‘mito’ del documento, tanto caro agli storici, non deve far dimenticare che lo

spettro della sua falsità era sempre in agguato: l’aspirazione delle parti era che

intervenisse un’auctoritas ad avvalorarlo, un pubblico potere a renderlo

‘autentico’, garantendogli forza, credibilità e quindi idoneità all’erogazione della

firmitas.

Ma vi è un altro modo di procurare autorità pubblica allo strumento notarile.

È quello di attingerne dal potere giurisdizionale. È verosimile che questo fosse

lo scopo della presenza di giudici ai contratti, curiosa peculiarità del

Mezzogiorno. Nell’Italia centro-settentrionale nacque invece, verso la fine dell’età

carolingia, la prassi dell’ostensio chartae in giudizio, ossia l’esibizione del

documento a un giudice in vista di una sentenza di accertamento, sia per dare

pubblicità a certe situazioni giuridiche private, sia allo scopo di assicurare loro

l’intangibilità futura.

G ( ):

 EWERE INVESTITURA

Erano soprattutto i trasferimenti di diritti reali a chiamare la redazione scritta:

i regolamenti contrattuali previsti nelle concessioni agrarie a lungo termine

erano destinati alla longevità sia perché tendevano a mutarsi in ordinamenti

stabili della terra (c.d. lex o consuetudo fundi o loci), sia perché le prestazioni

continuative stabilite nell’atto finivano alla lunga col determinare lo status

(semiservile) dei coltivatori.

Se è la gestione della terra ad apparire tema dominante della documentazione,

è il concreto possesso più dell’astratta proprietà a essere posto al centro delle

preoccupazioni. Si è parlato in proposito di ispirazioni dal mondo germanico,

poco inclini a porsi quesiti teorici sulla mera pertinenza giuridica delle cose e

assai più attenti all’effettivo rapporto uomo-beni. Le visioni ottocentesche hanno

avuto tuttavia il merito di mettere in luce la Gewere germanica, istituto che in

sostanza avrebbe designato, il mero legame materiale dell’uomo con la terra

fuori da qualificaizoni giuridiche. Ammettendo che la radice del termine fosse

wern=vestire, il termine latino corrispondente sarebbe stata la parola vestitura

o investitura, istituto con una lunga storia e variegate applicazioni, equivalente

sia al diritto sostianziale di possesso sia alla traditio che lo conferisce, ma in

realtà ha atteggiamenti peculiari che ne fanno un istituto originale.

Il termine è frequentemente usato a partire dall’età franca e designava un

espediente processuale che ebbe successo nei tribunali italiani dal tardo XI

secolo fin dopo il Mille: c.d. investitura salva querela, nel caso frequente di

contumacia del convenuto, nell’assicurare il possesso della res litigiosa alla

parte attrice lasciando eventuali altri giudizi di decidere sul titolo.

La diffusione in Lombardia fu tale che il termine designò un tipo di contratto

di agrario. Molto simile all’enfiteusi, se ne discostava per l’atto simbolico con cui

pag. 37

CAPITOLO IX: ASPETTI DELLA PRASSI P I

ARTE

la si esegue: la consegna di una bacchetta (lignum) o di altro oggetto che si tenga

in mano. Requisito inderogabile, pena la nullità del contratto.

L’esigenza di un rito sembra evocare un contenuto non soltanto materiale

dell’investitura e fa venire in mente che la Chiesa ne aveva esteso la pratica al

conferimento di diritti incorporali e aveva finito col ‘investire’ i prelati dei loro

uffici e delle loro dignità. Si spiega la specialissima congenialità dell’investitura

con il mondo dei rapporti feudali e, in particolare, con quel conferimento di

benefici di cui diventa la forma giuridica tecnica. Questo conferimento, infatti,

si faceva su di uno strano impasto di patrimonialità del bene e d’immaterialità

della dignitas e della funzione, e l’immagine del ‘vestito’ che ricopre la persona

era particolarmente adatta a indicare la qualifica nuova di cui si ammantava il

vassallo-beneficiario, quasi avesse indossato un’uniforme.

I :

 L SISTEMA CURTENSE

Fulcro dell’organizzazione della grande proprietà fondiaria, la sua struttura

tipica era esemplata su quella del latifondo romano tardo-antico e prevedeva un

comprensorio centrale (casa dominica) sfruttato direttamente dal padrone con

mano d’opera servile, e una costellazione di fondi detti mansi o casae

massariciae, dati in concessione con la contropartita di censi in moneta o in

natura e di una serie di prestazioni di lavoro (corvées). La caratteristica del

comprensorio sarebbe stata l’organizzazione autarchica, un circuito chiuso tra

produzione e consumo che doveva comprendere, oltre la coltivazione, le

necessarie infrastrutture artigianali (falegnami e fabbri costruttori degli

utensili). L’uso della moneta sarebbe stato ridotto e gli scambi con gli estranei

limitati.

Dal punto di vista giuridico, la curtis – presente nei patrimoni di qualche

grande signore laico e di molti conventi – pone nell’alto Medioevo il problema

non soltanto dei semi-servi coltivatori della pars dominica, ma soprattutto dei

contratti con cui si distribuiva a mano d’opera libera la pars massaricia.

C :

 ONCESSIONI AGRARIE E FIDELITAS DEI CONCESSIONARI

È dunque perfettamente coerente con il quadro dei rapporti agrari il fatto che

la prassi feudale abbia accostato il beneficium al livello e all’enfiteusi. Sicché si

venne pian piano stendendo sui contratti agrari lo stesso velo di fidelitas che

avvolgeva il beneficio: interveniva súbito, nell’alto Medioevo, ovunque vedeva

casi di subordinazione personale, e nulla come il rapporto con la terra

qualificava lo status dell’uomo. Bastava per lo più che il proprietario esigesse la

residenza stabile sul fondo, come spesso faceva con i suoi coltivatori, perché

scattasse la regola che l’uomo libero residente su terra altrui s’intendesse

sottoposto, per consuetudine ma talvolta persino per contratto, a una

giurisdizione padronale. pag. 38


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

46

PESO

1.23 MB

PUBBLICATO

10 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher klenzky23 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Menzinger Sara.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici

Riassunto esame Filosofia del Diritto, prof. Resta, libro consigliato La certezza e la speranza
Appunto
Atti aventi forza di legge
Appunto
Fonti del diritto - Schema
Appunto
Filosofi e diritti umani - Intero corso
Appunto