Appunti corso filologia italiana II A – A.A. 2015/2016 – Prof. Grimaldi
1a lezione “Introduzione al corso” – 7 marzo
Quella di “poeti stilnovisti” è una definizione problematica. Quando si parla di “Stilnovismo” si dà per scontato ciò di cui si sta parlando, ossia un gruppo di poeti raggruppati sotto l’etichetta di “Stil novo”, come se fosse un corpus precostituito, che in qualche modo influenza le ricerche che vengono condotte su quel corpus stesso.
Definizione dello Stilnovo: nella Commedia, Dante incontra vari personaggi, alcuni dei quali sono poeti che affrontano questioni letterarie. La Commedia, in questo senso, è anche la dimostrazione delle capacità teoriche di Dante. La definizione la troviamo nel XXIV canto del Purgatorio: ci troviamo nel cerchio dei golosi e Dante incontra Bonagiunta Orbicciani da Lucca, poeta che precede Dante, del quale alcuni componimenti si avvicinano allo Stilnovismo, nonostante sia più arcaico.
Dante incontra nel Purgatorio, oltre a Bonagiunta, anche Forese Donati, con cui ha una tenzone di carattere giocoso con toni d’invettiva. Bonagiunta riconosce una frattura tra due grandi stagioni poetiche: quella sua e quella di Dante. I versi che ci interessano sono: il v. 40, in cui Dante si rivolge all’anima di Bonagiunta, che si presenta anticipando il motivo per cui Lucca gli sarà particolarmente gradita.
“Donne che avete intelletto d’amore” è la lirica, contenuta nella Vita nuova, con cui inizia secondo Bonagiunta una nuova tradizione poetica, e che racchiude la maggior parte dei motivi su cui si fonda lo Stilnovo. È inoltre una delle eccezioni a quello che Pirovano chiama “firewall” tra la tradizione manoscritta dei poeti delle origini e la tradizione degli stilnovisti (tradizione trecentesca), indice cioè di una spaccatura tra due tradizioni diverse. Dante stesso ci dice che questo testo aveva avuto una grandissima fortuna. Le nuove rime di Dante sono ispirate dall’Amore.
Bonagiunta replica dicendo che lui vede bene il motivo che ha tenuto Giacomo da Lentini, G. d’Arezzo e lui stesso (generazione precedente a quella di Dante) lontani dallo Stilnovo (e qui lo cita espressamente). Nel De vulgari eloquentia, Dante fornisce una serie di indicazioni su quali sono i poeti più vicini a lui: Cino da Pistoia, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi, etc.
Nell’800 il primo ad utilizzare “Dolce Stil Novo” come categoria storico-letteraria è stato De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana. Nella prima citazione, De Sanctis usa le virgolette (citazione di Dante), successivamente le toglie considerando questa definizione una categoria storico-letteraria a tutti gli effetti. In realtà non è pacifico che Dante abbia scritto in merito al Dolce Stil Novo. Nel 2001 Federico Sanguineti ha modificato il testo manoscritto della Commedia, riaprendo questioni critiche in merito. Nei manoscritti in cui è contenuto, il verso “dolce stil novo” a tutti gli effetti non esiste. Gli studiosi quindi non sono più convinti dal fatto che questa definizione sia stata detta da Dante.
In ogni caso, le categorie storico-letterarie sono tutte arbitrarie e molte addirittura risultano particolarmente problematiche (ad esempio, la categoria di “tardo antico”). Ci sono però alcune categorie che hanno un fondamento nelle cose pur essendo arbitrarie (ad esempio, “futurismo”). Sapere che Dante utilizzasse “dolce stil novo” era in qualche modo più rassicurante proprio perché l’aveva messo per iscritto. Il problema è che la maggior parte dei manoscritti hanno tra lo “stil” e il “novo” una congiunzione. La lezione più accettabile è quella che è stata proposta da Enrico Fenzi (“dolce stil novo ch’io odo”). In realtà sia Fenzi che Pirovano non risolvono il problema perché rimane comunque la congiunzione tra uno “stile dolce” e uno “stile nuovo”, separati tra loro.
Questi due elementi sono esattamente quelli sui quali Dante mette continuamente l’accento: ad esempio, in “Donne che avete intelletto d’amore” torna la dolcezza del canto, la raffinatezza del lessico e la novità (che è una categoria estetica). Nei trovatori è ricorrente il proposito di cantare un canto “nuovo”, sia a livello tematico che stilistico-formale. È tipico dei poeti più bravi una ricerca della novità metrico-formale, ricerca che caratterizza i trovatori e, successivamente, Dante stesso.
Uno degli strumenti principali per lo studio della poesia delle origini sono le CLPIO (“Concordanze della Lingua Poetica Italiana delle Origini”), volume che contiene le trascrizioni interpretative dei testimoni della poesia delle origini (poesia lirica, cioè strofica). Nel ‘300 le poesie strofiche sono ricopiate strofa per strofa: la strofa, infatti, diviene l’unità minima (forse per influsso della Commedia). Questo libro è molto importante perché immette nel dibattito critico dei testi finiti ai margini e dimenticati. In esso sono presenti i più importanti canzonieri delle origini, interamente leggibili.
Molto importanti sono i repertori che classificano i vari poeti delle origini, ad esempio, il “repertorio tematico”, che analizza i temi affrontati dagli stilnovisti e il modo in cui si sviluppano nel corso del Duecento. Vi sono poi i “repertori metrici” che analizzano le forme metriche (curati da Adriana Solimena). Vi è un solo repertorio dedicato alla ballata (di Linda Pagnotta). Uno strumento importante per tutti i poeti stilnovisti è l’“Enciclopedia dantesca”, pubblicata per la prima volta negli anni ’70. La Grammatica storica della lingua italiana di Castellani contiene un capitolo dedicato alla lingua poetica, molto interessante ma di difficile consultazione. Più agile è il volume di Paola Manni ed anche “La lingua poetica italiana” di Luca Serianni.
All’interno delle CLPIO, sono presenti le trascrizioni diplomatiche dei tre principali testimoni della lirica delle origini:
- Vat. Lat. 3793 (il più importante),
- Laurenziano Redi 9,
- Palatino Banco Rari 217 (che costituiscono il fulcro della poesia del Duecento).
Il più importante è il Vaticano Latino, che è anche il manoscritto più vasto in quanto racchiude più di mille testi (una grossa fetta della letteratura delle origini). Questo manoscritto è inoltre ordinato in successione cronologica e in esso vi è una sola canzone di Dante, l’unica, “Donne che avete intelletto d’amore”, trascritta tardi e da una mano diversa). È plausibile che Dante abbia avuto per le mani un manoscritto abbastanza simile al canzoniere Vaticano e da lì abbia appresso dei poeti delle origini. Nel canzoniere Palatino c’è un’eccezione costituita da una canzone probabilmente di Dante. Il canzoniere Palatino è costruito tutto attorno alla figura di Guittone d’Arezzo (poeta più importante prima di Dante).
2a lezione “Canzonieri delle origini” – 9 marzo
I tre canzonieri più importanti prima di Dante sono quindi:
- Vaticano (V);
- Laurenziano (L);
- Palatino (P), a cui si possono aggiungere anche i “Memoriali” bolognesi.
Nell’esame della struttura dei manoscritti antichi bisogna stare attenti a considerare i condizionamenti materiali; bisogna interrogarsi sulle logiche che sottendono alla composizione di un manoscritto. Il Vaticano ha un ordinamento tendenzialmente cronologico. Il canzoniere Laurenziano, alcuni lo hanno ricondotto a Guittone d’Arezzo. A parte questi studi, c’è ormai uno strumento fondamentale, che è “Mirabile Web”, attraverso cui si possono consultare delle schede relative ai principali manoscritti, autori e opere della litica italiana. Questi manoscritti sono nella maggior parte delle sillogi.
L’altro studio fondamentale sono gli studi con canzoniere di Dante, curato da Michele Barbi (1915)
Palatino Banco Rari 217 (P)
Sembrerebbe essere il più antico. Tutti questi codici sono stati datati negli ultimi decenni del secolo XIII e inizi XIV. È stato redatto da un solo copista in littera textualis alla fine del Duecento. Possiede 180 testi ed ha un ordinamento per generi (struttura tripartita in canzoni, ballate e sonetti – la stessa proposta da Dante nel DVE). Ha inoltre un ordinamento alfabetico e un corredo iconografico.
Si apre con una canzone morale di Guittone dopo una miniatura a tutta pagina raffigurante la corte d’Amore, divino e profano. È il più piccolo canzoniere ed ha l’ordinamento più particolare. Il copista, inoltre, non esprime giudizi di valore, ma possiamo immaginare che per il copista di P la canzone fosse il genere più importante (Dante, invece, darà giudizi di valore). Come già detto, i testi sono ordinati alfabeticamente: quest’ordinamento non ci consente conclusioni relative all’importanza che il copista attribuisse ai vari scritti – il contrario avviene nel Laurenziano, in cui il copista esprime le sue preferenze.
È l’unico canzoniere ad essere dotato di un ricco apparato iconografico. Tutti questi elementi lo fanno considerare come un prodotto di lusso, raffinato e costoso – libro cortese di lettura, probabilmente rivolto a un pubblico diverso. Si apre con Guittone, che ha un grande spazio, vi è poi l’introduzione, la tavola dei componimenti, la tavola degli autori e poi i componimenti. È attraversato da moltissime miniature. Il miniatore cerca di cogliere di volta in volta un elemento particolare della canzone o del poeta stesso.
Guittone ha un suo spazio e costituisce un’eccezione. Seguono poi i Siciliani, i Toscani (Bonagiunta, Pucciandone, Inghilfredi), molti adespoti e poi una sezione guittoniana. Non è chiaro il pubblico: è stata ipotizzata una committenza fiorentina e un destinatario lucchese; invece pare pistoiese per la lingua. Vi è una grande sezione di ballate, allora genere nuovo e molto alla moda (questa sezione è di grande interesse). Segue la sezione di sonetti (due fascicoli).
Questi manoscritti possono avere fonti diverse (e questo è un problema per il critico). La norma è piuttosto quella di una pluralità di fonti. Quando la copia è uniforme, è più difficile individuare dove comincia una fonte e dove un’altra. Leonardi ci parla per P di una pluralità di fonti, di incertezza di attribuzioni, e rivela una certa qualità del testo (che risulta più corretto e affidabile perché c’è una certa indifferenza testuale rispetto al testo – copista che innova poco, poco interventista, e che quindi non muta molto rispetto a quanto fanno altri copisti che, essendo più competenti, possono rinnovare il testo). Secondo Savino l’interesse principale del canzoniere sarebbe “l’offerta di un breviario laico da recitare per devozione e in lode d’amore”.
Nella sezione alfabetica, nel II fascicolo abbiamo “Al cor gentile rempaira sempre amore”, la canzone più importante di Guinizzelli, rappresentazione del divino pre-dantesca. Vi è poi la canzone “Madonna, il fino amor”, a cui seguono altre due canzoni (“Lo fin pregi avanzato” e “Donna l’amor mi sforza”), altre due canzoni apocrife e un sonetto adespoto. In questo manoscritto c’è anche un’altra attribuzione apocrifa a Dante, l’unica presenza dantesca ossia “Rosa fresca novella”, che nel Chigiano è considerata di Cavalcanti ed inviata a Dante). La questione è complicata ed apparentemente risolta in quanto i testi più antichi lo attribuiscono a Cavalcanti, anche se può benissimo essere di Dante. Dante all’epoca non aveva ancora una centralità tale da indurre il copista a copiare la rubrica “Dante Alighieri da Firenze”.
Laurenziano Redi 9 (L)
Composto verso la fine del Duecento e gli inizi del Trecento. Si ha una datazione interna, ossia il testo di Guittone, risalente al 1290. Vi sono due fasi di composizione, in cui di distinguono due mani: La pisana, Lb fiorentina. Ha un’origine pisana (la 1a mano principale è La). Centralità indiscussa è rivestita da Guittone: il canzoniere infatti contiene 2274 suoi testi su 474 in totale. È stata individuata una seconda mano pisana: La vicina alla prima, ed integra il corpus guittoniano) – individuata da Zamponi. Per la parte antologica troviamo due mani fiorentine diverse: Lb1 che copia le canzoni, Lb2 che copia i sonetti. Si parla perciò di un piccolo laboratorio con una certa accuratezza testuale (soprattutto di La). Le fonti sono molteplici. Vi sono interventi correttori organici o immediatamente posteriori alla trascrizione (atteggiamento tipico degli atelier di copia – attenzione pre-filologica verso il testo).
Nel Laurenziano il contenuto è:
- Lettere di Guittone, versi e prosa, in 5 fascicoli;
- Canzoni, 8 fascicoli;
- Sonetti, 4/5 fascicoli.
In entrambe le sezioni Guittone è sempre in prima posizione – nelle canzoni: Frate Guittone e poi Guittone; nei sonetti: Guittone e poi Frate Guittone. La presenza della prosa in questo canzoniere è un unicum. La presenza di Guittone perciò è determinante sia nella sezione delle canzoni che in quella dei sonetti. Vi è una ripartizione di tipo cortese: lode della donna e produzione morale e religiosa – per questo vi è la distinzione tra Guittone e Frate Guittone. Per questo si è pensato che dietro la copia del manoscritto ci fosse Guittone stesso, che ha ispirato la composizione del corpus.
Dopo Guittone, troviamo le raccolte antologiche: prima i Siciliani (soprattutto Giacomo da Lentini), poi i contemporanei Toscani (Chiaro e Monte), con una concentrazione di poeti pisani, per i quali spesso L è testimone unico (ad esempio, Panuccio dal Bagno). Ricapitolando, dopo la sezione guittoniana, le canzoni di Guittone inaugurano il fascicolo X: L49 “Madonna il fino amor” (II); L50 “Donna, l’amor mi sforza” (III); L51 “Al cor gentil” (IV); L52 “Lo fin pregi avanzato” (V). Seguono Giacomo da Lentini e altri siciliani, poi Bonagiunta e in XI altri Toscani; nel fascicolo XII troviamo Panuccio. Questi elementi sono difficilmente causali.
Vi è una grande autorevolezza del testimone, per cui si è supposto che L discenda direttamente dall’archetipo, non intermediario di P e V – l’archetipo traspare nella successione della canzone identica a V 104-106). Secondo Leonardi il posizionamento di Guinizzelli dipende dal rapporto tra Guinizzelli e Guittone – il fascicolo si apre con Guinizzelli in grande rilevanza prima di poeti anche più importanti. Queste scelte dipendono da questo singolo manoscritto.
A parte le canzoni di Guinizzelli ci sono i sonetti:
- L278 “O caro padre meo, de vostra laude” (XIXa, Guinizzelli) – letto come grande elogio di Guittone, forse una presa in giro;
- L279 “Figlio mio dilettoso, in faccia laude” (XIXb, Guittone) – risposta di Guittone a Guinizzelli, che lo chiama “figlio”;
Ciò stringe il rapporto tra Guittone e Guinizzelli. Seguono tre sonetti di Guinizzelli:
- L307 “Pur a pensar”;
- L308 “Sì sono angostioso”;
- L309 “Fia l’altra pena”;
- L310 “Biltà di donna” – unico componimento di Cavalcanti.
Seguono altri Toscani e altri sonetti di Guinizzelli, tra cui spicca la tenzone con Bonagiunta Orbicciani – utilizzata per periodizzare la letteratura italiana – costituita dalla coppia di sonetti “Voi ch'avete mutata la maniera” e “Omo ch’è saggio”: questa coppia viene copiata due volte forse perché il copista ha cambiato fonte (caso frequente nei manoscritti).
Vaticano Latino 3793 (V)
Datato verso la fine del XIII secolo, è il canzoniere delle origini più vasto: contiene infatti più di mille testi. Vi è una sola mano che ricopia l’intero codice (con una scrittura proto-mercantesca o semicorsiva) e altre mani che ricopiano porzioni di testi. La ripartizione è in canzoni e sonetti; vi sono inoltre alcuni fascicoli che contengono quasi esclusivamente sonetti in tenzone. Colloca Giacomo da Lentini e altri Siciliani in apertura, a cui seguono i rimatori dell’Italia municipale, poi Bonagiunta e Guittone. Il copista di V è estremamente competente, ma questa competenza si riflette in un certo interventismo.
Le canzoni di Guinizzelli aprono il VI quaderno, cui seguono i rimatori dell’Italia municipale, Guinizzelli prima di Guittone. V conferma il ruolo “paterno” di Guido e non oppositivo rispetto Guinizzelli (secondo Antonelli). Rispetto a L vi sono le stesse canzoni disposte allo stesso modo e una serie di sonetti tra i quali spiccano la tenzone con Bonagiunta e il sonetto “Voglio del ver la mia donna laudare” – è uno dei pochi testi modelli dei più celebri sonetti di Dante. Vi è la presenza di Dante copiato da una mano diversa per “Donne che avete intelletto d’amore” – mano autografa dell’amico di Dante, che aggiunge Dante nel canzoniere.
3a lezione “Memoriali bolognesi e tradizione settentrionale” – 14 marzo
V, L, P costituiscono il centro del sistema in cui gli Stilnovisti hanno ampio spazio. Accanto ai canzonieri, a partire dal ‘200, c’è un’altra tradizione laterale, che ha il suo centro a Bologna, e sono i MEMORIALI BOLOGNESI. Si tratta di documenti pubblici del comune di Bologna, in cui i notai trascrivevano occasionalmente anche componimenti di vario tipo (oltre agli atti notarili): si va dalla presenza frammentaria di qualche trovatore (tra cui Aranut Daniel), ai Siciliani, ai poeti Bolognesi, ai poeti Toscani di varie epoche (dai pre-danteschi ai trecenteschi), ai Toscani dopo Dante, a Dante e poeti vari.
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