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che si impenna con l’episodio di Ugolino. Il tradimento è l’atto ultimo e più grave di quelle divisioni

che attraversano per intero la società del tempo, ferendone i sentimenti più sacri e imbestiando

l’uomo.

Nelle cantiche successive il discorso di Dante si dilata fino a prospettare e fondare un’organica

utopia, una possibile via d’uscita dall’incubo dello scenario infernale.

Purgatorio

Il clima non muta repentinamente ma Dante inserisce un disegno più ampio che collosa il

problema della civitas divisa e lacerata a tre diversi punti di focalizzazione:

1. Nel V canto in ripresa degli orrori infernali, dante ritaglia storie strazianti di sangue e

divisioni con al centro l’episodio di Iacopo del Cassero

2. Nel VI l’affollarsi delle anime per morte violenta, lo sdegno conseguente per le faide dei

suoi tempi inducono Dante alla dura invettiva e digressione sui mali d’Italia

3. Nel VII L’accenno a Rodolfo d’Asburgo adombra quale soluzione Dante va prospettando.

E’ un trittico in cui la marca metaforica è evocatrice di sdegnose riflessioni ma anche di genuine

ansie rigeneratrici: come a dire che Dante in questi canti riassume e progetta il più generale

quadro espositivo delle tre cantiche quasi macrosistema che si riflette in un microsistema.

Canto V: La fine di Iacopo del Cassero si staglia cupa e ossessiva nella auto contemplazione dello

strazio del corpo e così Dante sembra collocare in voluto contrasto l’unità delle anime ora insieme

espianti, segno di una riconciliazione possibile. Di qui lo sdegno di Dante nel canto VI in cui lascia

una vera e propria deprecatio in cui il disordine civile e politico della penisola viene ricondotto alla

decadenza delle leggi e delle istituzioni che consente l’affermarsi di un anarchico arbitrio- L’appello

alla provvidenza rilancia l’ideale di una convivenza terrena in cui il giusto, oggettivo, legittimato

potere temporale ne guidi le sorti liberandosi dalla nefasta ingerenza della Chiesa in quella sfera:

condizione per una rigenerazione spirituale della Chiesa stessa.

Canto VII: riprende il tema a partire dalla marca metaforica già sviluppata. Rodolfo poteva sanare

le piaghe ma non lo fece: all’impero com istituzione spetta di curare il corpo malato della società, è

una missione dovuta alla quale non ci si può sottrarre. I poteri per Dante devono lasciare il campo

al garante oggettivo per eccellenza della legalità sopra le parti all’impero.

Il culmine di tale processo anticipato nel trittico lo troviamo nel XIV canto in cui si vede il quadro

più cupo, dolente di Firenze, della Toscana e della Romagna, emblemi di un’intera società

imbelvita e questa umanità che va mutandosi in bestia non può che nutrirsi di sangue. Le metafore

zoomorfe positive in Machiavelli (leone e volpe) sono invece in Dante volte a sottolineare il negarsi

di un’umanità nella sua natura raziocinante. La sconfitta di questa tendenza è affidata a un rilancio

della funzione delle leggi e dell’impero: è quanto emerge nel XVI canto nel discorso di Marco

Lombardo il quale pronuncia una ferma difesa del libero arbitrio come a dire che il progetto di

renovatio politica e morale si salda a un’incontrollabile fiducia nelle possibilità dell’uomo di

modificare la realtà e se stesso si essere protagonista della storia. L’affermazione del libero arbitrio

è la riaffermazione del pensiero cristiano morale e la sottolineatura dell’agire politico e della sua

efficacia reale. Dante nel denunciare il massimo degrado richiama l’uomo alla sua responsabilità.

Canto XX Ugo Capeto lancia un’invettiva contro la sua stirpre e contro l’avarizia che viene colta da

Dante come costante della politica francese e perciò come una delle cause fondanti del degrado

dell’intera europa. Tanto che il sangue regale è esso stesso causa di sangue e ferite.

Nel Purgatorio sono quindi ampiamente delineati il tragitto della marca metaforica e il quadro di

prospettiva entro cui essa è inserita.

Paradiso

In particolare nei canti XXXII e XXXIII coglie il nucleo della tragedia della Chiesa e le vie della sua

possibile renovatio aprendo una prospettiva ad un vasto orizzonte profetico di attesa.

Canto VI: Giustiniano delinea la storia di Roma e la sua missione imperiale. Si argomenta anche

qui di un sangue sparso di quello di Cristo,in contrapposizione rispetto al sangue versato da chi si

arroga il diritto di lottare a suo nome. Nel discorso di Giustiniano quel sangue non è solo simbolo

della salvezza dell’umanità ma è segno concreto del privilegio accordato da Dio all’impero romano

e alle sue leggi: giacchè quell’impero è stato scelto da Dio come luogo dell’incarnazione, Dante

non sceglie a caso la figura di Giustiniano: a lui tradizionalmente si faceva risalire il

consolidamento definitivo del corpus legislativo romano: e le leggi sono la condizione essenziale

per le garanzie di fondo della vita civile e politica. L’accento forte che Dante pone sulle leggi e sul

loro ruolo fondamentale lo collega a tutto quel movimento giuridico medievale che aveva riscoperto

il diritto roano. Così Dante inaugura il percorso che seguiranno altri rinascimentali cioè Roma, la

romanitas e il fondamento giuridico delle leggi così come Roma le elaborò, viste come il cuor e

della civiltà e unico antidoto alla violenza devastatrice degli uomini.

Le leggi sono il modo per contrastare una società di belleratores contrapponendo all’aristocrazia di

sangue l’aristocrazia della vera nobiltà di cuore, di intelligenza e di amore.

Il tema della città partita torna con insistenza e i toni accesi della marca metaforica pur

diradandosi non si dileguano nel Paradiso. Il canto IX è dedicato alla stirpe di Ezzelino e alle

divisioni della marca trevigiana, topiche per designare crudeltà e violenza. Ma il canto si conclude

ancora contro l’avarizia e la cupidigia dei prelati in questo caso. La divisione attraversa perfino

quegli ordini monastici sorti a difendere la Chiesa: il oro obiettivo di renovatio tende a degradarsi e

ciò è il segno sinistro dei tempi che paiono ingovernabili ad ogni livello.

Canto XIX: appello dell’Aquila (simbolo di unità sotto egida imperiale) formata dagli spiriti regnanti:

voce plurale e unitaria lancia il suo anatema contro i malvagi reggitori di Stati, contro le divisioni

conseguenti a rapacità, contro un modo di governare inteso come arcaico possesso personale

incurante degli autentici interessi della res publica. L’Aquila si autocandida come istituzione a

rappresentare l’unica via d’uscita possibile. Questo canto deve esser letto in connessione al canto

XXVII con l’invettiva di San Pietro contro i papi corrotti dal potere temporale (avarizia, detta

“maledetta lupa”) che prefigura il terreno improntato sulla genuina rilettura dell’autentico

messaggio evangelico.

In breve la riflessione dantesca… La certezza del diritto e delle leggi, la scoperta del decisivo

ruolo innovatore che può essere svolto dal rinato studio del diritto romano, la negazione del

governo o come possesso personale, fanno da sfondo autentico all’attesa di un impero unificante e

oggettivo garante delle regole del vivere civile così come una Chiesa totalmente liberata dalle

compromissioni temporali. Un paradigma di rinnovamento che solo può salvare una società partita

e piegata: in questo senso l’ideologia imperiale perde la patina passatista per assumere la valenza

di grande utopia etica e politica, più vicina alle grandi ansie di rinnovamento di un certo

Umanesimo.

Il passato e la storia:“Il buon tempo antico” diventa non tanto giudizio moralistico ma

riconoscimento dell’inadeguatezza delle strutture politiche comunali del XIII-XIV secolo rispetto alle

sfide che il mutamento sociale andava imponendo. In definitiva Dante non guarda al passato come

rifugio sterile ma come a un referente attivo da cui far scaturire precise riflessioni sulla realtà del

suo tempo e sulle prospettive di rinnovamento; la sua è una vera ansia utopica volta al futuro.

Le modalità con cui dante racconta la “storia di sangue” certo ha suggestioni dalla cronachistica

medievale, ma Dante rimodella a modo suo tutto questo materiale storiografico condensandolo in

blocchi ideologici in cui passato e presente sono percorsi da una robusta e unitaria tensione.

Dante innova il terreno della storiografia: spezza l’orizzontalità accumulativa della cronachistica per

impostare verticali e vertiginose serie narrative che attraversano il passato delucidandone rationes

e intrecci. La storia ufficiale è contraffatta (dice lo studioso Ovidio Capitani): il degrado della

società è ripercorso attraverso scorci che ne parodizzano le neutre letture di comodo.

Rinascimentali e Dante: Dante apre una stagione di lettura funzionale del passato a blocchi

narrativi di forte tensione ideologica (il presente legge il passato) che influenzerà Machiavelli e

Guicciardini.

La rappresentazione della guerra nella storiografia come in altri generi gioca un ruolo

fondamentale e la contraddizione sui belleratores data da Dante peserà a lungo sulle forme di

rappresentazione anche nei poemi cavallereschi di Boiardo, Ariosto e successivamente di Tasso.

L’insania della guerra aleggia nelle pagine dell’ultimo libro del Cortigiano, approdo di una

riflessione umanistica che aveva visto coinvolti, da Dante e Petrarca in poi.

A Bologna, lacerata prima dalla “guerra giusta” di Giulio II e poi aperta a una speranza di

riconciliazione con “convegno di pace” con l’incoronazione di Carlo V è costante il memento

all’insania della guerra. La topica pacifista è dunque ricchissima dell’area bolognese fino all’epoca

bentivolesca e assistiamo a molte tipologie di testi concordi nel celebrare i signori portatori di pace

e prosperità. Da notare che questa vena pacifista fiorisce proprio nella capitale degli studi di diritto

votati alla ricerca dell’esercizio della giustizia, vivacissimo crogiuolo e crocevia di saperi per tutto il

continente. La ricerca della pace come antidoto alla guerra percorre vie utopiche e impregna

diversi generi letterari, come i generi bucolici e pastorali che dal Sannazaro approdano al

Settecento. Questo tema dantesco convive in moltissime pagine di scrittori in tutta Europa nel

Rinascimento, avendo Bologna come uno dei centri irradianti.

Come altro antidoto alla guerra c’è il richiamo alla natura benevola e benefica, a leggi di pacifica

convivenza che possono essere alternative alle consuetudini della ferocia.

Per riassumere… Fra tardo Medioevo e Rinascimento si va declinando un modello di eroe e di

eroico, di sovrano non più necessariamente legato solo all’esercizio delle armi e al coraggio della

forza ma piuttosto vicino allo straordinario concetto dantesco (petrarchesco e boccaccesco) di

matrice aristotelica, di magnanimo, ovvero di chi con giustizia e saggezza temprata all’esercizio di

tante conoscenze pur perseguendo la sua giusta ambizione consegue al tempo stesso al bene

comune e al dialogo tollerante. E’ un percorso dialettico e contrastato che si era aperto con le

origini stesse della letteratura occidentale, Al XVIII dell’Iliade con la descrizione dello scudo di

Achille con le contrapposte visioni della città in guerra e della città in pace.

5. CIELO E TERRA,UOMO E MONDO: L’ESPERIENZA DELLA REALTA’ CON DANTE E OLTRE

La storia del naturalismo legata al realismo: dalla tarda antichità all’alto Medioevo prevale una

concezione di incommensurabilità tra divino e umano sublunare. Già nella cultura classica era

marcato il contrasto tra il cielo armonico e la terra disordinata da ogni sorta di influssi, dominio di

fortuna e caso. Nonostante il messaggio evangelico che “umanizza” il dio e “divinizza” l’uomo nel

Cristo, la tentazione di mantenere un ampio distacco tra queste due polarità resta forte. La

stagione dell’aristotelismo averroista con la lettura rivoluzionaria di san Tommaso acquista rilievo

rapportata con queste premesse: la terra viene a configurarsi come il luogo del dispiegarsi della

potenza razionale dell’uomo e la ragione diviene strumento di conoscenza essenziale per

l’accesso divino.

Si ribadisce non solo la centralità dell’uomo nel mondo come premessa di ogni chiave di lettura di

Dio stesso, ma si proclama l’universalità di questa vocazione: tutti gli uomini e non solo gli

illuminati, sono in grado col loro pieno libero arbitrio di accede a Dio se coltivano la ragione, il

sapere e sanno politicamente schierarsi per una società di pace in grado di consentire il pieno

dispiegarsi di queste potenzialità. Già a partire dall’XI secolo nelle sedi universitarie c’è la

riscoperta del valore civile della romanitas e del suo diritto  Realtà e natura sono il luogo per

eccellenza della grandezza possibile dell’uomo e non il gradino infimo di una scala la cui ascesa è

riservata a pochi.

Con altro percorso religioso ma legato a quello appena spiegato, San Francesco e il suo

movimento lanciano l’idea di “creaturalità” come cifra precipua della rivelazione cristiana

rimarcando il divino nell’umano e nel creato; questi aspetti contribuiscono parimenti a riorientare

l’approccio religioso cristiano al mondo e del mondo fanno il perno dell’epifania del divino

cristologico e salvifico con apertura all’umanità e la sua interezza.

XII-XIII secolo questa rivoluzione attraversa vari punti di vista (in Italia e Francia soprattutto) e si

intreccia con altri aspetti. Si consolida l’idea che è possibile cogliere i segreti ultimi dell’essere e

delle pratiche di trasmutazione delle cose tra umano e divino. Il mondo sublunare, pur

caratterizzato dal peccato e dal male, imperfetto e fragile, è il luogo dove, proprio per ciò, può

esercitarsi la virtù di un discernimento saggio. E così:

- Attraverso una rinnovata lettura di Ovidio prende vigore l’antico paradigma della

metamorfosi come chiave di lettura segreta del fluire del tutto e attraverso Plinio si rilancia il

ruolo di vero creatore dell’uomo in cimento tra alchimia e arte nella sua capacità di

penetrare i segreti degli elementi naturali e del loro rapporto con il cosmo celeste per

riplasmarli.

- Attraverso l’enciclopedismo Medievale si costituisce un’attitudine catalogatoria e

disciplinare volta a legare natura e cosmo divino, dimensione terrene e dimensioni celesti

- Attraverso la tradizione ermetica si cerca di capire il linguaggio arcano e simbolico che può

aprire al saggio la conoscenza della misura e della proporzione che regola il cosmo, ma

anche la misura etica della sapienza umana e della sua dimensione nel mondo.

Ruolo di Dante: Fa della letteratura stessa il prodotto precipuo e supremo dell’uomo “creatore”

in centro focale di ogni apprendistato di sapere e conoscenza. Dopo Dante Immaginario e

immaginazione della poesia conseguono una legittimazione accanto alla verità teologica e

filosofica (come il romanzo arturiano o la laica letteratura provenzale, in particolare

l’enciclopedia sapienziale del Roman de la rose). Spartito del mondo e della natura come libro

in cui scrutare la via della verità e della saggezza senza rinnegare la potenza

dell’immaginazione (=l’arte).

Dante plebeo e realistico dell’inferno: In inferno XXV ha un incipit blasfemo empio e carico

di oscenità, interpretato secondo modalità che lo riconducono entro coordinate di tessuto

plebeo toscano e medievale. E’ il canto del ladri, con una certa centralità del ladro Vanni Fucci.

E’ probabile che Dante nell’apprendistato giovanile sia venuto in contatto con i Carmina

priapea * da cui attinge aspetti della dimensione carnevalesca, scurrile naturalistica. Trattando

di ladri infatti Dante ritrascrive a suo modo consuetudini e gestualità bene radicate in Toscana

del suo tempo ma con clausole blasfeme già presenti nella cultura classica e ben attestate nei

Carmina priape. Dante ha piena consapevolezza della complessità della tradizione classica e

dei suoi estremi e in Inferno XXV riprende efficacemente le antiche clausole blasfeme dando

vigore al sermo humilis ponendo la piena legittimità della sua opera poetica fino alla

consapevolezza di essersi potuto cimentare da vincente con l’insieme della poesia classica

dall’estremo umile scurrile a quello più elevato (come accade nel XXVI canto di Ulisse). Tutto

questo connesso alle metamorfosi ovidiane fortemente connesse a immagini fisiche e

corporee, Dante nell’Inferno dei ladri contamina metamorfosi e basso corporea: la sfida

blasfema di Vanni Fucci mostra che questa umanità degradata apre il varco a una serie

memorabile di malvagi crudeli e sprezzanti in apero dispregio divino e delle leggi morali. I

serpenti che avvolgono Fucci mostrano lo straordinario cimento di Dante sui classici: presta

un’attenzione di scrupoloso osservatore scienziato per rilanciare in molti punti del poema (qui

con i serpenti) la forte dunzione di marca realistico creaturale del mondo ma anche a

molteplice significazione allegorica (un vero libro della natura).

IL rapporto tra Commedia e radici realistiche e naturalistiche è un complesso rapporto

con la cultura classica: è sempre dinamico e imprevedibile.

*Carmina priapea oggetto è il dio Priapo, simbolo della forza fecondatrice della natura, e funzione

di custode che difende dai ladri e animali nocivi i prodotti della terra e degli alberi. Priapo quindi è

nemico per eccellenza dei ladri e a lui molti autori latini dedicano versi, tra cui Virgilio. L’autore

dell’intera raccolta non è noto, ma conobbero fortuna nel mondo antico e nell’epoca medievale.

Rappresentano un ricco repertorio di imprecazioni e di salaci scambi di invettive.

Da questi estremi animaleschi e plebei nella Commedia troviamo un altro tipo di realismo più

delicato e idealizzato: spesso si trovano ad esempio brevi citazioni di personaggi storici non come

mera esercitazione di dottrina, ma per aprire squarci emblematici su epoche e luoghi storici. E’ il

caso di Lizio da Valbona (duecentesco guelfo a cui si era legata la fama di persona accorta e di

buon senso 1230-1280) citato in Purgatorio XIV (E’ il canto vertice dell’ossessione dantesca per le

divisioni e il sangue che dilaniano la penisola e le sue regioni più emblematiche; un personaggio

opera da tragica cerniera fra le due regioni cioè Fulcieri da Calboli. Città e contrade si mettono in

luce ormai solo per ferocia e crudeltà in una sorta di ferina metamorfosi antifrastica a quella che

porterà Dante al beatifico trasumar del Paradiso) molto brevemente ma tale da consolidare un

mito. Il “buon Lizio” sembra quasi una breve anticipazione della figura di Cacciaguida, cioè del

simbolo per eccellenza di un passato ineguagliabile; Lizio è magnanimo e si inserisce in quella

sorta di mappa ideale che Dante va a delineare per l’edificazione di ogni possibile renovatio.

Tema utopico che assume toni elegiaci nei canti VII,IX del Purgatorio dedicati alla calletta dei

principi e alla coralità di una concorsi finalmente conseguita e indicata come modello di convivenza

possibile fra principi e governanti a partire dall’atmosfera di preghiera e di lieta disposizione morale

all’epiazione propria del Purgatorio, dove l’efferatezza della realtà dei rapporti di forza e delle lotte

per il potere può lasciare spazio all’aspetto umano e magnanimo dello stare nel mondo per il bene

comune.

Tema della magnanimità: come misura perfetta dell’uomo e del suo agire è ripreso da Boccaccio

nell’ultima giornata vera tappa conclusiva di un dantesco percorso ascensionale che aveva preso

le mosse dalla terribile lacerazione della peste. MA la trama magnanima nel Decameron ha sede

anche nella quarta novella della quinta giornata dove compare proprio Lizio da Valbona nella figura

di padre accorto e magnanimo; oppure nell’ottava novella dove appare Nastalgio degli Onesti; e

ancora la nona novella di Federigo degli Alberighi. La grandezza della rilettura boccacciana di

Dante sta nel fatto che questo episodio e questa giornata sembrano contrapporsi a un mondo

devastato e lacerato della quarta giornata dove i “padri padroni” e gli uomini sono i brutali carnefici

di donne coraggiose e sventurate fuori di ogni codice d’onore dell’antica cavalleria.

Dalla Romagna del buon Lizio si dispiega una geografia letteraria (Ariosto, Shakespeare..)

materiata di città colte e austere, di cavalieri magnanimi, di donne virtuose, di tempi antichi felici

che si contrappongono idealmente alla ferocia del presente e danno vita ad un’utopia possibile,

all’utopia della saggezza, della civilista, del dialogico convivere.

In breve.. E’ difficile definire i confini di realismo e naturalismo tra Medioevo e Rinascimento e

Dante ha contribuito a sillabarla in partiture che ritroviamo in Boccaccio la cui aderenza alla realtà

si colora di tutte le sue sfumature. E l’onda è ancora più lunga se pensiamo a Francesca da Rimini

di D’Annunzio, in cui ancora ritroviamo una ripresa originale di Dante e dei suoi protagonisti di terre

Romagnole.

Il mondo di Dante: E’ un mondo molteplice che costringe a guardare il cielo. Cieli di luce e terra

feroce: il grande pensiero carsico di matrice gnostica e manichea aveva attivato tra tardo impero e

alto Medioevo una potente macchina immaginativa imperniata sul contrasto tra luce e materia, tra

scintilla divina e sua prigione materiale. Per molte culture quindi tra cielo e terra si gioca una partita

simbolica a forte valenza contrastiva. Noi ora sappiamo che il cielo ha una storia piena di eventi

straordinari e di turbolenze, ma anche in molte cosmologie antiche rielaborate dai poeti è comune

l’idea del caos primogenio da cui poi deriva il cosmo cioè il tutto entro cui si alloga come parte il

cielo. Il cosmo è regolato da leggi immutabili e la cui armonia è fonte di riflessione scientifica,

filosofica e poetica (musica= chiave armonica del cosmo; luce= il suo tenore. Prospettiva platonico

pitagorica). LA terra è in contrapposizione al cielo, è il luogo della disarmonia e della ferocia. Il

cielo venne investigato nei suoi moti e nella natura dei suoi corpi luminosi che ne sancivano i

percorsi e la natura, altri parlano di un antico trasformarsi di uomini e animali in stelle: siamo di

fronte a un cilo che ha visto e vede un costante rapporto col mondo e con gli uomni e le altre

creature che i miti alimentano e testimoniano secondo una straordinaria vicenda poetica di

mitopoiesi. Anche i cieli come la terra ci narrano di storie e di intrecci e la terra anche se

disarmonia è il luogo della comprensione e della riflessione, dell’ascesa del saggio alle verità, della

potenza immaginativa dei poeti. Dante è l’erede massimo di questi racconti della natura, del divino

e dell’umano.

La terra si guarda al cielo, il cielo si rispecchia nella terra, o meglio nel suo elemento più

prossimo: l’acqua. Acqua è simbolo di purezza e di divenire, di armonia e di turbine. Il grande

rilievo che acqua e acque hanno nella Commedia nasce da una macroscopica valenza della teoria

fisico geografica cui Dante si richiama. Il mondo fisico per Dante è rappresentato dall’insieme di

terre e emerse raggruppare e circondate in ogni lati dall’Oceano. L’acqua è dunque l’elemento

dominante sul pianeta terra e presiede a fenomeni essenziali, connota il paesaggio stesso della

terra emersa. Benvenuto da Imola, grande commentatore di Dante, analizza questo aspetto

dantesco con puntualità osservazioni naturalistiche e geografiche. Oceano e mare mantengono

una valenza di inesplorato in contiguità con l’immensità e la purezza celeste, altra è la

significazione di fiumi, rivi o ruscelli che Benvenuto enfatizza come scenacoli di una brulicante

geografia umana, come percorsi di vita fra città e popoli. La Commedia fu quindi anche un

importante strumento di curiositas geografica, di viaggi oltre le proprie mura. Le notazioni che fa

Benvenuto non sono solo libresche. Ma anche frutto di osservazioni personali di un radicamento

affettivo particolare. Altre volte più che a esperienza diretta, Benvenuto pala di luoghi lontani o di

veri e propri insiemi come il Mediterraneo e l’Oceano. LA fisionomia dell’Italia balza attraverso i

suoi litorali, le sue coste, questi elementi così peculiari della sua stessa natura geografica di

penisola e che ritroveremo in Biondo Flavio. Nel loro scorrere i fiumi è come se raccogliessero lo

scorrere stesso delle storie di intere comunità. Benvenuto “corregge” Dante: nel canto in cui la

durissima invettiva dantesca giunge a definire i toscani come animali, Benvenuto cogli in essi la

radice di una nuova stagione letteraria e culturale di cui Firenze e l’Arno sono simboli. Questa Italia

come sede del nuovo vivere civile e culturale trova conferma nelle spiegazioni da Benvenuto

dedicate ai fiumi veneti. La digressione di Benvenuto si tramuta in una sorta di controcanto, di

elogio in cui traspare la dolcezza del paesaggio, dell’amenità dei campi e dei villaggi; il periglioso

Oceano rispecchia la vastità del cosmo lontano.

Il commento di Benvenuto può dirsi viaggio nel più generale viaggio dantesco .in questo itinerario

acqua e acque disegnano la mappa dei pretesti , delle occasioni, delle divagazioni ora allegorico-

ermeneutiche, ora etiche, ora geografiche e scientifiche che consentono al lettore di abbandonare

ogni angusto confine. Senza rinnegare proprie radici: L’Oceano non disperde il Po come la grande

terra non annulla la fertile valle padana e come il cielo non può annichilire la terra.

NB L’età che da Dante conduce all’umanesimo si rivela di grande interesse per l’elaborazione e

l’interpretazione della natura e nella sua dimensione umana e in quella celeste e dei reciproci

nessi.

6. VISIONE DELLA STORIA, APPRENDISTATO GIURIDICO E IMPEGNO CIVILE IN SALUTATI

La vicenda di Coluccio Salutati si colloca all’inizio della grande stagione umanistica ed è al tempo

stesso lo snodo intorno a cui si va definendo un intero percorso culturale, civile, storiografico

medievale, tanto che si parte di “età del Salutati”. Nel tardo medioevo in Italia è rilevante la

scoperta e lo studio del diritto romano e Salutati in questo contesto ha una portata rivoluzionaria

nella grande scoperta medievale del diritto romano. A Bologna e in altre sedi universitarie la pratica

dell’insegnamento del diritto vide fiorire in parallelo di scuole di retorica e di stile appannaggio dei

dettatori e di scuole di grammatica tenute da maestri in cimento su pagine di poesie. Ogni pratica

professionale doveva commisurarsi come suo presupposto con la funzione della scrittura e dei

suoi modelli anche poetici, a partire dalla grande lezione die celebri notai poeti operanti presso la

corte federiciana o dalle continue riprese ed elaborazioni letterarie. Tra i modelli non poteva

mancare il ricorso alle scritture storiografiche classiche e medievali come serbatoio inesauribile di

exempla.

Il tracciato che conduce a Salutati: è legato a figure preminenti dell’esperienza letteraria ma la

cui riflessione storiografica e civile, maturata intorno allo studio delle istituzioni giuridiche romane,

si rivelerà importante. L’irraggiarsi della cultura federiciana a forte matrice laica e naturalistica fu

imponente e condizionò l’intera tradizione guelfa come Dante dimostra, A Padova, Verona ma

soprattutto Firenze e Siena, dove le tematiche del buon governo della città sono prioritarie fra Due

e Trecento. Il nesso tra governo e leggi è vitale in Brunetto Latini. Il tema del bonum commune e

delle comune utilitates è capitale in Bartolo da Sassoferrato ed è il perno della grande partitura

ideologica, utopica e storiografica prima ancora della poetica dello stesso Dante che nei suoi testi

pone al centro il ruolo salvifico delle leggi e dell’impero come loro garante aprendo uno spartito

originalissimo di lettura verticale della storia e ancorando la sua riflessione sull’eredità in tal senso

di Roma. Dante opera un’interpretazione della storia romana ancorata alla grande scuola giuridica

bolognese e la gioca in chiave ideologico utopica per fornire coordinare del buon reggimento.

Petrarca, cui Coluccio si rivolge come a un maestro, riapre all’attenzione il “fascicolo d’Italia” cioè

colloca la sua riflessione a partire da una dimensione italica ed europea del tema civile della pace

e del buon governo allontanandosi sia dalle utopie imperiali sia dagli angusti municipalismi. Le sue

ricerche filologiche ed ermeneutiche sugli autore classici e in particolare sulla respublica gli

consentono di rilanciare il mito di Roma: esemplare il tentativo rivoluzionario suggerito a Cola di

Rienzo cioè di rimettere in campo l’istituzione del tribunato della plebe. Petrarca era consapevole

che gli imperatori sono lo snodo per rendere efficace il cumulo delle cariche atto all’esercizio del

potere, Ma Petrarca va declinando una grammatica dell’eroico volta a definire gli esempi della

giusta ambizione e della legittima gloria destinate al bene superiore della respublica: di qui

l’immissione nella cultura europea del modello eroico e repubblicano per eccellenza cioè Scipione.

Petrarca statuisce quasi un paradigma occidentale della storia politica europea e inquadra gli

eventi romani nel loro effettivo contesto storico.

Boccaccio nell’ultima giornata del Decameron lascia spazio alla trascrizione utopistica del buon

reggimento e quella del sovrano ideale.

Salutati: LA città era il luoo dove si erano affermate le liberates e semmai il contado vedeva

ancora la preminenza dei signori e della vecchia aristocrazia. In questo senso l’esperienza del

cancellierato in un città come Firenze nei termini con cui fu inaugurata dal Salutati risultò

fondamentale in quanto apre la stagione dei cancellieri della repubblica fiorentina. Salutati imprime

un salto epistemico e ideologico alla figura del cancellieri, non più solo tecnico delle leggi e della

diplomazia ma il perito filologo, il lettore di testi, il consumato scrittore, l’abile esegeta della storia

antica e della sua funzionalità pragmatica, caratteristiche che segneranno la cultura politica degli

apparati di Firenze.

Epistolario di Salutati pubblico e privato riprende la migliore scuola dei dettatori e dell’esperienza

medievale bolognese da un lato, dall’altro mostra la perizia giuridica innestata e si giunge ad una

originale riscrittura della storia: nelle sue lettere Salutati rilancia con forza tematiche care a

Petrarca e legge la storia romana in diretta connessione con la storia della respublica fiorentina la

cui identità appare erede di Roma e della sua libertas. La lettura degli autore classici si configura

come appassionata acribia filologica e ansia di riscoperta letteraria del mondo antico, ma declinata

verso una forte funzionalità politica in grado di contrastare i manifesti ideologici dei potenti signori

nemici con armi inedite e nuove. Qui ha inizio la storiografia umanistica con il suo carico di

ricerca filologica sulle fonti commista alla verifica della veritas e al tempo stesso della sua

esemplarità pragmatica per il presente. E’ una via nuova e laica nell’approccio alla storia, ovvero

all’interno di una dispositivo dell’interpretazione storiografica e della sua narrazione di matrice

classica sempre più lontana dall’orizzontalità della cronachistica medievale e dei suoi specifici fini.

Questo consentì a Salutati di porsi in modo originale anche rispetto alla dominante tradizione

bartolista: se ogni civitas è titolare della propria sovranità Salutati attraverso Dante e Petrarca si

colloca a un punto mediano aristotelico di ogni radicalismo fino ad accettare la necessità di

Cesare; l’innesto della storia di Roma in quella di Firenze ne esalta le radici repubblicane e fa velo

alla storia imperiale romana come storia decisiva nel costituirsi dell’Italia. Il sapere storico si

costituisce con Salutati come procedura ermeneutica primaria nella lettura della realtà e

nell’affinamento delle competenze del cancelliere-politico.

Salutati ha la tensione per una vita attiva e per il tema del buon governo attraverso l’esperienza

della storia e della pratica giuridica mediata dalla lezione umanistica della lettura e riscrittura del

classici latini: è il percorso della riflessione sulle due civitates di Sant’Agostino che salutati ben

conosce.

In Breve… un intero percorso medievale si concentra sullo spartito del Salutati: lo abbiamo visto

rispetto alla tradizine bartolista, nella sua sensibilità agostiniana di matrice petrarchesca, nella

novità della sua pratica storiografica come esercizio di lettura del presente a partire da un

consumato lavoro filologico sugli autore classici. Salutati apre un’età nuova, umanistica: da un lato

trae dalla storia romana e da Livio e Sallustio le figure preminenti su cui forgiare l’apprendistato del

moderno politico, dall’altro è consapevole della centralità dell’esercizio letterario e mitopoietico,

intesse un profilo di eroismo civile e magnanimo sul mito antico di Ercole (De laboribus Herculis).

Su Ercole si costituirà in Italia e in Europa il modello di eroismo civile e militare-cavalleresco, e tra

le arti figurative e letterarie assume una valenza allegorica con il tema dell’Ercole al bivio che

medita sulla via giusta da imboccare indicando all’uomo come la forza, senza coniugarsi con la

saggezza e la prudenza, nulla potrebbe.

I saperi per Salutati: Per Salutati poesie e letteratura come diritto, storia, medicina sono fonte di

conoscenza autentica e viatico di veritas, secondo un percorso di saperi analogici antichi mediati

dalla grande lezione ovidiana il cui paradigma aveva permeato Dante, Petrarca, Boccaccio. La

letteratura fornisce un modello di grande eroismo mitologico antico al servizio della storia presente:

è una straordinaria nuova grammatica dell’eroico e del magnanimo, questa di matrice laica

accanto a quella cristiano-agostiniana, che si va costituendo un eroismo civile e divino.

NB Con Salutati si inaugura un uso politico e letterario di un lessico che conoscerà ampie ricadute

sul terreno della storiografia come della trattatistica politica, quello della filosofia morale:

rielaborando gli amati latini ecco svolgere in lui una funzione chiave i termini come libertas,

prudenza, sapienza, renovatio, legge, virtus, temperantia, medietas verità, secondo una

grammatica lessicale che corre in parallelo a quella dell’eroico e del magnanimo e che pertiene

pienamente al cittadino laico e operoso in esercizio attivo nella difera secondo leggi e giustizia

della vita civile e della sua città e del suo Stato.

7. LEON BATTISTA ALBERTI E UN MODELLO FILOSOFICO DI ANTROPOLOGIA POLITICA E

DI ETICA ECONOMICA

Introduzione

Nel secondo libro dei Libri della famiglia l’interlocutore di Leon Battista, Lionardo Alberti, esprime

una lunga riflessione sulla legittimità senza riserve dell’accumulo di ricchezze, sulla natura di

questo accumulo e sul suo senso di valenza civile e persino “pubblica”.Vengono elogiati l’accumulo

di ricchezze basato sul lavoro il profitto da investimento, l’utilità pubblica del capitale da profitto con

enfasi che ci rimanda a Max Weber e a una vera etica del denaro. C’è una rottura con il pensiero

teologico ed etico cristiano (il rifiuto dell’usura per Alberti non dipende da ragioni moralistiche ma

dalla necessità di porre l’accento sul lavoro come motore fondamentale della produzione della

ricchezza dei singoli e delle comunità), e in parte con quello classico. Il pensiero economico

dunque non nasce dal nulla nel Settecento, ma ha molti anticipatori in Bracciolini, in Salutati,

Conversini, Valla, Biondo Flavio Palmieri e Alberti.

Riflessione economica: In Alberti in particolare, nei Libri della famiglia emerge la piena

consapevolezza del tempo-lavoro come valore di scambio , valore cui si aggiunge un plusvalore,

rispetto alla merce nel suo valore d’uso e al valore del lavoro impiegato per podurla, che crea

appunto il profitto. Alberti dunque senza troppi diri di parole trasforma definitivamente e laicamente

il tempo in valore quantificabile, in denaro. Si ha dunque la possibilità di retrodatare ad Alberti

alcune ipotesi dell’economia classica di Adam Smith.

Alberti individua il fulcro di ciò che è essenziale per l’accumulo di ricchezze nel commercio,

pienamente legittimato nella sua potente funzione sociale, economica ed etica pubblica. Questo in

Alberti nasce dalla piena consapevolezza dell’importanza di questa attività per le sorti delle

famiglie come comunità in aperta polemica con ogni visione pauperistica di marca cristiana. Inoltre

il commercio è una forma di lavoro che produce ricchezza questo lavoro è essenziale per l’identità

dell’uomo (si veda la rilevanza che avrà il commercio nelle riflessioni settecentesche).

Tuttavia le sue innovative riflessioni economiche (prendendo spunto da Aristotele e Plinio) nelle

sue condizioni storiche, non diventano il centro di un sistema di pensiero ma sono precoci

intuizioni a cui le epoche successive faranno riferimento. Del resto in Alberti prevale il modello di

investimento fondiario e dell’autarchica capacità della familia attraverso il saggio pater di mettere a

frutto le proprie fortune. L’economia dunque è parte di un’antropologia etica e politica più

complessiva di una filosofia morale che plasmerà attraverso il nostro Umanesimo la sostanza

stessa dell’Europa moderna.

Origini della sua riflessione: si volge ad una dimensione filosofia e antropologica radicata fin dal

Petrarca e dal mondo antico, ovvero la riflessione su quali argini l’uomo nella sua fragilità può

disporre per difendersi nel mare del disordine sublunare governato dalla fortuna. Costruire,

edificare, regolare ocn leggi gli Stati sulla base del “buon reggimento familiare” e accumulare

ricchezze sono tutti elementi in lotta con la natura e la fortuna avverse, contro la casualità del

vivere e del morire, contro le pulsioni distruttive dell’uomo (NB L’uomo e la sua condizione:

Alberti è uno dei primi ad esibire l’aporia della condizione umana e drammatici passaggi che la

connotano, contrapponendo ora il suo aspetto positivo di laboriosità e di arte costruttiva, ora il suo

aspetto bestiale, inquietante che lo porta agli abissi del male e della corruzione. Al fondo della

questione sta la scoperta, già di Petrarca e poi dell’umanesimo italiano, di una sorta di “irriducibilità

di senso” delle cose al loro fine ultimo: ecco allora emergere il paradosso come interfaccia

dell’alterità; la “maschera”come doppio grottesco del volto sfuggente della verità.. L’aporia non è

nell’Alberti ma nelle cose che fa emergere: nel doppio del reale, la cui lettura si dispiega tra

razionalismo e beffa cinica, senso della misura e tragicità della vita, desiderio di governo e impeto

distruttore della natura, senso della giustizia e cupidigia dei potenti. Alberti grazie a molti interpreti

a noi contemporanei ( Eugenio Garin, Roberto Cardini, Rinaldo Rinaldi, Carlo Varotti, Emilio

Pasquini) sembra sempre più assumere una fisionomia grande e decisiva del canone di

formazione della cultura moderna, proprio quando fa balenare l’inumano, A partire da qui dsi pone

con forza il paragone con Machiavelli.

Il sentiero che porta ai testi di Alberti e Machiavelli: Petrarca, Alberti e Machiavelli.

Premessa: molti nostri grandi antichi sono accumunati dal fatto di essere esuli o esiliati e l’assillo e

l’ossessione del dilemma virtù/fortuna, il senso tragico dell’esistere come agone con l’oggettivo

corso del mondo e delle cose si radicano in dolenti vicende autobiografiche.

Da Petrarca, attraverso Alberti e Machiavelli, fino a Guicciardini Erasmo ed altri, vi è come uno

slittamento di senso tra forme e metafore spesso simili ma via via ripensate in base a progressivi

riposizionamenti dei paletti concettuali di riferimento, ma li accumuna la consapevolezza che il

mondo sublunare è perennemente scompaginato da forze superiori, è un luogo di disordine in cui

l’uomo per sopravvivere deve opporre argini, progetti, politiche, utopie. Importante è il paradigma

interpretativo del cosmo, dell’uomo e della natura nella Naturalis historia di Plinio, che diventa

il paradigma fondamentale di Alberti e gli altri. Plinio accentua la tradizione aristotelico-tolemaica di

un cosmo armonico in opposizione a quello sublunare disordinato e mutabile, delineando in

apertura del settimo libro un’antropologia pessimistica sull’uomo nel cosmo. La via che Plinio

sembra indicare ha forti analogie con il tema dell’Edificare” del nostro umanesimo: l’uomo con il

suo operare positivo, con le sue opere di ingegno e con l’intraprendenza pragmatica e conoscitiva,

può arginare e delimitare la sua debolezza originaria. Emerge in Plinio l’identità possente

dell’uomo artifex e artista capace di plasmare gli elementi naturali di domarli, dall’alchimia

dell’arte. Plinio in tutta la sua opera insieme ad Aristotele e Ovidio porge le chiavi fondamentali ad

Alberti per lavorare concettualmente sulle aporie della realtà e del mondo. L’argine alla natura e al

mondo è rappresentato dai fondamenti decisivi della vita attiva. Tutto ciò porta Alberti ad esplorare

tutti i campi dell’operare umano come operare del vero saggio-sapiente, dell’artifex accorto e

prudente di controcanto con gli uomini avidi e violenti, facile preda alla fine della labilità effimera

dell’esistenza.

Fortuna e fato: sono due concetti classici rielaborati da questi autori in chiave cristiana con

modalità diverse ma sempre con la consapevolezza che il ibero arbitrio dell’uomo deve fare i conti

con questi dati oggettivi e imperscrutabili che lo governano dall’esterno. Fato e fortuna travolgono

la piccolezza dell’uomo, di qui l’accumularsi di serie metaforiche connesse a immagini del fiume in

piena, delle acque mosse e tempestose da navigare, del porto come rifugio esterno. Il problema

per i nostri autori e cosa opporre a tutto ciò, come mettere in gioco una virtù e una prudenza che

facciano argine a ciò. Per Alberti è l’operosità da contrapporre all’ozio: l’affaticarsi intorno al

“governo” giusto ed equilibrato delle cose, degli affari è garanzia, è argine da frapporre

all’imprevedibile procedere della fortuna o ai colpi del destino. Anche il lavoro dell’architetto e

dell’urbanista è da leggere in filigrana rispetto al magmatico e imprevedibile fondo oscuro da cui

rischiamo di essere determinati.

Animalità dell’uomo: la prudente opera di edificazione e di alacrità saggia dell’architetto, del

padre di famiglia, dell’uomo di commercio avveduto, deve fare i conti con la componente istintiva e

feroce dell’uomo. Alberti vede nell’uomo il manifestarsi di una ferocia senza necessità, di una

violenza consapevole. Interfaccia della violenza della fortuna e del fato è quindi la violenza propria

dell’uomo e dei suoi appetiti egoistici: interfaccia rappresentata dall’invidia. La disperata e continua

difesa dell’amicizia nasce in Alberti dalla necessità di creare un argine rispetto alla violenza e

all’egoismo insiti nell’invidia ovvero nel desiderio di prevaricazione sull’altro che tenta sempre

l’uomo. Ma la ferocia dell’uomo contro un altro non fa che esibire la sua pochezza e fragilità di

fronte alla fortuna, alla fuga del tempo, alla morte.

Petrarca e la sua influenza su Alberti: è come se in Petrarca e Alberti di delineasse una sorta di

partitura dialettica del conflitto tra i limiti oggettivi dell’uomo e la sua tensione morale a non esserne

schiacciato attraverso un’opzione forte di virtù. I “due” Petrarca raffigurati nel Secretum si

rispecchiano nei “due” Alberti del prologo ai Libri della famiglia, che parla della piena rapida e

rovinosa della fortuna e di converso che elogia la virtù operosa della vita attiva. Ma spesso la virtù

non basta rimane solo il rifugio che Petrarca evoca rispetto ai terribili naufragi, cioè l’otium del

savio che conosce il valore del presente, la necessità della solitudine, la sublime inutilità della

poesia, la decisiva risposta all’invidia tramite l’amicizia. Questi sono temi ricorrenti in Alberti.

L’idea che l’uomo è sostanzialmente solo contro la fortuna e il tema dell’indipendenza pirituale de

saggio come condizione della sua liberà ritorna in Petrarca e Alberti, come una ruvida morale

senecana e agostiniana che fa i conti con la vita interiore e con l’oscuro esteriore.

Ma per capire Alberti bisogna far riferimento al De remediis di Petrarca dove la Ratio mantiene

sempre la giusta rotta ed è la dote per eccellenza del saggio e la cultura e le humanae litterae

soccorrono l’uomo per arginare le insidie della vita. I temi nell’Alberti rimangono gli stessi ma con

progressivi slittamenti di senso, di orientamento, nei cruciali passaggi intertestuali fra i due autori.

Va definendosi con epicentro in Alberti una linea che nel radicalizzare certi assunti petrarchesco so

configura come un vero e proprio controcanto rispetto all’Umanesimo civile fiorentino. La fortuna

per Alberti può travolgere tutto e il saggio può opporvisi stoicamente se non è troppo imbevuto di

classicismo di maniera e utopico: Alberti pone prima di Machiavelli le basi di un discorso critico sul

classicismo umanistico e il suo velleitarismo astratto. Per Alberti non si possono fornire agli uomini

ricette universali: la vita è accordamento, argine, prudenza, rifiuto degli eccessi, architettura

sapiente, rifugio in una giusta dissimulazione che sappia escludere l’ipocrisia. La religiosità è

scabra ed essenziale; gli antichi sono modelli di virtù pubbliche e di saggezza privata ma vanno

imitati con misura. Alberti insiste sulla misura, sulla “tumultuari età” del popolo o dei giovani: di qui

l’appello alla rigida formazione dei giovani. Di qui l’approdo di Alberti verso una visione polirica

moderata, in cui solo i “pochi” e i “saggi” depositari di esperienze, possono garantire allo stato la

giusta rotta.

Posizione politica di Alberti: sta nel suo pessimismo etico e antropologico e con la delineazione

di una virtù scabra ed essenziale. La grande originalità di Alberti sta nel delimitare con picchetti

critici la latitudine di potenzialità dello stesso saggio. Magistrale è in ciò la partitura del Momus.

Così come il sapere teorico deve sempre sapersi commisurare con il fare, altrettanto la vita della

città deve correlarsi con quella della campagna. Quello di Alberti è un Umanesimo particolare,

poco retorico, contiguo ad un certo Valla e un certo Biondo e battipista per Machiavelli.

Esemplarità di Roma: Nei testi di Valla, Lorenzetti e Alberti emerge un concetto importante per gli

esordi dell’età moderna, cioè il fatto che l’impero e l’esemplarità di Roma vanno ripresi nella

consapevolezza del complessivo evanescere del tutto nei tempi e della fragilità intrinseca di ogni

impero o religione che non sappia abbinare al potere delle armi quello decisivo per sconfiggere la

fuga del tempo, della funzione civilizzatrice del sapere, della parola, delle arti come primato

dell’edificare e della politica come forza edificatrice essa stessa e ordinatrice di leggi, di buon

governo e di solido compromesso fra governati e governanti.

Machiavelli: in lui la virtù è di un conio particolare: la sua è una rilettura che pone l’accento

sull’etica del primato della civiltà romana, sulla forza delle sue istituzioni e delle sue leggi, sulla

magnanimità esemplare dei suoi protagonisti, mettendo in ombra un’idea di impero come puro

dominio militare sulle genti. Leggere oggi Machiavelli vuol dire leggerlo attraverso una filigrana in

realtà mai praticata a fondo dalla critica e che mette a fuoco il ruolo decisivo accanto ai classici e

Dante, di Petrarca, Alberti e Valla e Machiavelli appare come il culmine di questa trafila. IL suo

testo capitale è il XXV del Principe di controcanto con il prologo dei Libri della famiglia: Machiavelli

non mette in discussione la fragilità dell’uomo di fronte alla fortuna: usa la stessa metafora del

fiume in piena di Petrarca e Alberti. Questo capitolo rivitalizzai topoi della fragilità della storia

umana e delle sue civiltà e religioni rispetto all’eternità del mondo. Machiavelli nel Principe usa una

metafora tratta da un concetto che in lui stesso presuppone forti connessioni filosofiche e potenti

richiami a testi fondativi della cultura classica e volgare ma poi avviene lo scarto rivoluzionario: alla

fortuna oppone la forza e la feroia poco rispettive del giovane. L’eccesso di ferocia che alberti

rifiutava in nome della moderazione, in Machiavelli diventa il baluardo essenziale contro la fortuna

e il giovane eroe incarna la virtà necessaria commista all’astuzia e alla ferocia, al sapere politico e

militare. LA rivoluzione antropologica di Machiavelli produce uno scarto netto rispetto a Petrarca e

Alberti, proprio mentre fa propria la pregnanza di quel suo lessico metaforico a valenza etica e

filosofica che da essi era stato avviato. La tumultuari età aveva fatto grande Roma, per

Machiavelli; egli volge al positivo la tumultualrietà dei giovani, coglie l’intreccio tra ferinità e ratio

come snodo vincente del principe legittimando la componente animale propria dell’uomo.

Machiavelli sconvolge i picchetti della virtus classica annettendovi il campo dell’istintività animale e

quello della giovinezza come indispensabili dell’agire politico.. Il Machiavelli romano ripensa il

lascito classico e quello cristiano con nuova e inedita apertura a orizzonti epistemologici ed etici

non meno che politici. In lui prevale il forte sentire l’uomo come essere politico e sociale (da

Aristotele e averroè) e come le virtù e i vizi privati non possano essere giudicati che alla luce della

respublica.

L’eredità di questa trafila: Da Petrarca, Alberti e Machiavelli partono i maggiori prosatori del

Cinque/Seicento, come Erasmo e Guicciardini; ma guardando alla Francia è originale il percorso di

Montaigne attento all’umanesimo italiano ma anche ad Alberti e Machiavelli: La mescolanza tra

desideri, passioni e loro realizzazione può avere per Montaigne segno positivo a contribuire a

forgiare uno scontro meno aspro e con più consapevolezza del ruolo della natura tra ratio e

fortuna. L’uomo per Montaigne pur gravato dalla sua precarietà e fragilità, è in grado di

fronteggiare il mondo se ne penetra senza arroganza dogmatica e intellettualistica, la natura

orientandosi come gli animali sanno fare con la loro metis.

Du Bellay invece ha una percezione drammatica sull’imponenza della storia: solo la

consapevolezza della fragilità della vanitas vantati è segno di virtù che il poeta cantore fa propria.

8. CITTA’ E SCENARI URBANI NELLA CULTURA UMANISTICA ITALIANA: IL CASO

EMBLEMATICO DI FLAVIO BIONDO

Città e letteratura

Tema che ritorna, a partire da Omero, dino al tardo Medioevo con forza, in un clima che aveva

insistito sulla doppia valenza della città, luogo imprescindibile per ogni apprendistato di sapere e di

vita civile e luogo della corruzione e delle divisioni laceranti sempre in agguato.

Contesto storico di Biondo: L’opera di Biondo è decisiva per il processo che porta al costituirsi di

una rinnovata storiografia. Il contesto cultura le e storico corrisponde alla prima metà del

Quattrocento che vede delinearsi un mutamento sociale e istituzionale di grande portata. A questo

si accompagna da un lato la ridefinizione dei quadri teorici di riferimento del primo umanesimo e

dall’altro la prefigurazione di un diverso tipo e ruolo delle figure intellettuali. I centri di questo

riassetto sociale del sapere sono Firenze, Milano, Bologna, Venezia e Roma.

Soprattutto a Firenze il dibattito è vivace poiché affronta il cuore dei problemi nuovi che si pongono

all’assetto culturale. Si fa strada una consapevolezza dei limiti che un approccio alla realtà

esclusivamente di tipo etico civile reca con sé: i mutamenti politici esigono dagli intellettuali una

ridefinizione della propria collocazione per recuperare i fondamenti teorici della grande tradizione

filosofica classica e per affinare tutta una serie di competenze scientifiche in vista di un

dimensionamento più organico della realtà e della storia attraverso tecniche essenziali alla

gestione culturale, organizzativa, urbana. La crisi delle corporazioni porta l’intellettuale ad essere

più tecnico, più filologo più cosmopolita. Questo senso oggettivo del reale e della storia ha fuori da

Firenze, nel Valla, nella sua filologia il unto di riferimento essenziale e la filologia diviene uno dei

mezzi più sicuri per procedere a una ripartizione diversa delle categorie del sapere. A Firenze la

“generazione di mezzo”(Acciauoli, Renuccini, Alamanni, Rossi, Parenti) svolge un ruolo

significativo in una direzione che vuole misurarsi col quadro filosofico tradizionale: la chiamata a

Firenze nel 1454 da parte di un dotto bizantino risponde all’esigenza di riacquisire uno studio

scientificamente corretto del pensiero greco e aristotelico. L’attacco al metodo ciceroniano non

poteva che suscitare forti resistenze nell’ambiente fiorentino tradizionale che aveva appreso a

confrontarsi a un livello etico pragmatico, un livello messo ora in discussione da una lettura più

attenta e filologica di Aristotele. Questa lettura comportava anche un riavvicinamento al “vero”

Platone.

Nell’ambito fiorentino si va dunque delineando un dibattito di notevole peso, al fine di

 munire la nuova regione scientifica ad adeguate basi teoriche, ricavate da uno studio

sistematico dei modelli greci.

I protagonisti: chi più di altri trae le conseguenze a queste esigenze è Alberti che addita

all’intellettuale architetto un ruolo sociale definito con una serie di competenze tecniche e teoriche

in grado di abilitarlo al compito di ricostruzione urbano-politica senza cancellare i vecchi impianti

medievali ma adattandoli a una funzione monumentale e razionale di qualità sociale e istituzionale.

La battaglia del volgare da lui condotta si inserisce in questa linea volta a definire per l’

intellettuale tecnico competenze anche linguistiche non astratte non rigide tali da metterlo in

immediato raffronto con una sfera sociale ampia e con una committenza che sempre meno accetta

la produzione culturale predeterminata.

L’area di questo complessivo dibattito ha come centro Firenze, ma si sviluppa in tutta Italia

settentrionale (Milano, Venezia, Bologna, Ferrara). Nel secondo Quattrocento Firenze vede

l’impostazione di una nuova ratio conoscitiva che passerà attraverso una divaricazione di metodi, il

naturalistico, il filologico, il neoplatonico, che esprimono in quanto tali la faticosa ricerca per una

dislocazione, teorica e sociale, del ceto intellettuale e del suo modo di produrre scienza. In questo

reticolo di posizioni vi è un elemento in comune: l’esigenza di “ricostruire”, di “riedificare” tutti

quegli aspetti e quelle tradizione del mondo classico che si vorrebbero ora ricondurre alla luce

nella loro integralità originaria. Lungo il primo Quattrocento va facendosi strada già nel Bruni una

coscienza storiografica diretta a individuare scansioni cronologiche evidenti tra epoca ed epoca.

Ricostruzione riacquisizione del passato attraverso lo scandaglio sistematico dei testi e il loro

restauro critico.

Numerosi artisti e intellettuali in questo periodo compiono il viaggio a Roma come essenziale per il

loro apprendistato, in un attento itinerario tra i resti monumentali. Ricostruire per gli umanisti

significa contrapporsi ai rischi della nuova barbarie, di educare nel positivo; per creare cioè nelle

città e fra le città un assetto che educhino alla civiltà.

Concetto di città: in Italia rappresenta il tessuto connettivo essenziale di ogni processo civile. Alla

città però ora non si guarda più come a un chiuso ovile di dantesca impronta, ma come il luogo

canonico dell’organizzazione politica del potere e del consenso . La monumentalizzazione delle

città non è esigenza che nasce solo dal mutare istituzionale dei governi, dalla dimensione

assolutistica, perché è insieme effetto di una più compiuta acquisizione della dimensione “civile”

della vita collettiva. In questo contesto Roma tra il Trecento e il Quattrocento viene riscoperta gli

umanisti: si guarda con desolazione all’abbandono in cui è caduta, alle condizioni in cui versano i

suoi monumenti classici, ed emerge una politica di risanamento delle città, politica che i pontefici si

apprestano a perseguire nel proposito di restituire a Roma il suo splendore originario.

Biondo Flavio: Il suo itinerario culturale si snoda in quest’area centro-settentrionale e si completa

con soggiorni a Roma al servizio dei papi. Una scuola essenziale per Biondo fu il contatto con le

aree milanesi e venete, ma è significativo è anche il suo interesse per il dibattito culturale fiorentino

del primo Quattrocento, misurandosi con il rappresentante più autorevole di quel dibattito cioè

Bruni, dal quale apprende l’importanza di certe scelte storiografiche e di certe riflessioni sul mondo

classico, pur differenziandosene poi (come nel dibattito sul latino colto, umile e il volgare, Biondo

inquadra il latino nella sua unicità di fondo e nella sua disgregazione barbarica individua l’origine

delle parlate volgari romanze).

Il suo assunto metodico rinuncia ad ogni apriorismo, riconducendo tutto a un lavoro di ricerca e

di ricostruzione preliminari: tende ad esaltare il valore dell’esperienza e del confronto oggettivo,

della scienza storica (troverà un’articolata definizione in Valla). Tali assunti vengono da lui ribaditi

nella sua opera storiografica più illustre, le Decadi dove propone come essenziali sostegni

all’analisi storica i rigorosi accentramenti filologico-documentari e l’efficienza di sapersi

commisurare con diversi modelli classici. La polemica è sostanzialmente appuntata ai ciceroniani

di maniera, incapaci di uscire da una visione pragmatica e retorica della storia. A Biondo preme la

corretta ricostruzione della totalità storica presa in esame. La polemica va anche contro i

compilatori di storie agiografiche, biografiche o settoriali: Biondo difende la storiografia come

rappresentazione di quadri di civiltà. Questo progetto esige acquisizioni “tecniche”: occorre saper

indagare e interpretare i codici antichi, comparare le testimonianze discordanti, integrando con

l’osservazione diretta dei resti materiali e monumentali ciò che spesso i testi scritti non dicono e

non tramandano. La lezione dell’artista-artigiano di Brunelleschi e l’esigenza prospettata

dall’Alberti di un sapere che adegui quadro teorico a istanze operative e ricostruttive trovano nel

Biondo un’ ulteriore conferma: l’intellettuale e l’umanista si fanno tecnici e scienziati .

Decadi: tutto ciò viene qui manifestato: mostra un’attenzione particolare alle città e insiste sulle

loro distruzioni e ricostruzioni come segni specifici di dati periodi. Ogni fase ricostruttiva, da

Teodorico in poi, è costantemente sottolineata e salutata come evento che contraddistingue un

processo civile di grande peso. Delle invasioni barbare, ciò che sembra urtare la sensibilità di

Biondo non viene tanto dalla rottura con le tradizioni classiche e del crollo del potere romano,

quanto dalle conseguenze distruttive che quelle invasioni comportarono (lacerazioni insanabili). Il

giudizio di Biondo è infatti positivo nei confronti del barbaro Teodorico che seppe ricostruire, un

vero esempio di comportamento politico ideale.

L’attenzione ai resti classici presente nelle Decadi è frutto di una sensibilità archeologica nuova

che prorpio Biondo va definendosi in alcuni suoi fondamenti tecnici quale esigenza di chiarire le

fisionomie culturali urbane, i loro legami con un passato classico di cui si era ormai messa in luce

la centralità e che sembrava essere un invito poderoso a intraprendere un cammino di una nuova

ricostruzione monumentale e civile.

Italia illustrata: qui ripercorre la fisionomia storica, culturale, monumentale, geografica della

penisola, ma apparecchia anche i dati raccolti in un disegno che volutamente intende presentarsi

come repertorio per ogni futura impresa storiografica sull’Italia. ( E’ una temperie umanistica a

raggio europeo che vede in campo Piccolomini e Pietro Ranzano). Nella prefazione Biondo

chiarisce i suoi intenti metodici nell’additare l’essenzialità degli studi classici sulla storia romana,

indicando anche la necessità di collegarli strettamente al processo di generale rinascita culturale.

Nell’introduzione questa tematica viene ampliata allo stesso contesto urbano geografico della

penisola. L’opera vuole anche proporre il senso di un’istanza ricostruttiva. Si spiega così

l’attenzione ai resti archeologici più significativi e agli abbellimenti monumentali e artistici che

avevano caratterizzato molte città italiane. Lo sguardo archeologico si concentra sulla Toscana, sul

Lazio, sulla Campania e l’osservazione tende ad individuare il senso e la storia degli antichi centri,

collegandoli alle vicende del luogo e sottolineando il deperimento cui sono andati incontro dopo il

crollo romano.

Temi che emergono in Italia illustrata

I resti antichi gli interessano per:

1. La loro monumentalità che p segno di una perfezione tecnica e di una floridità

2. Le implicazione che molte di quelle costruzioni rivestivano.

L’approccio al resto archeologico è condotto con un senso dell’osservazione e del vaglio selettivo

dei dati che implica competenze tecniche precise, capaci già di “leggere” i resti antichi. Questo

gusto archeologico è accompagnato dal rimpianto per la decadenza delle sedi antiche e per la

rinascita artistica e monumentale dello sviluppo delle città italiane tra Tre e Quattrocento,

soprattutto Firenze e Venezia (sulle quali Biondo si concentra maggiormente). Fa anche

osservazioni sulle realtà cittadine (culle città romagnole, sulla singolarità dell’impianto urbanistico

di Padova, sulla monumentalità di Napoli).

Il quadro che emerge è quello di una fisionomia italica ricostruita a partire dalle città e dalle

 loro configurazioni architettoniche; essenziale al nuovo tipo di assetto politico signorile che

si va imponendo e che esige una centralità esemplare di segni adeguati e una ridefinizione

dell’universo architettonico-urbanistico, di organizzazione delle intelligenze tecniche e

teoriche.

Configurazione del territorio extraurbano ha spazio nell’Italia illustrata strettamente connesso a

considerazioni di tipo economico-politico o storico. L’interesse paesaggistico e geografico di

Biondo si orienta soprattutto verso le fasce costiere della penisola, in quanto è consapevole del

ruolo che la costa svolge in un paese come l’Italia tutto rivolto al mare, sia dal punto di vista politico

che commerciale. La singolarità dell’opera di Biondo sta nel collegamento tra osservazione

geografica, urbanistica, archeologica e storia culturale della città.

L’attenzione di Biondo è portata a illustrare il grande rinnovamento filosofico, letterario,

artistico che ha percorso la penisola dal Trecento in poi; la crescita culturale di Firenze viene

distinta in tre fasi:

- Grande impulso da Dante, Petrarca, Boccaccio

- Sviluppo del primo Umanesimo (Salutati, Niccoli)

- Rinnovamento culturale negli anni del concilio.

La Romagna: affronta i nodi storici più vivi, ma imposta un discorso complessivo della storia

medievale e della tradizione culturale dell’Italia centro-settentrionale . La spiegazione di questo

excursus sta nel fatto che abbia voluto assegnare un ruolo preminente alla sua terra ma ci sono

anche motivi più profondi, primo fra tutti la consapevolezza della funzione svolta da Ravenna tra la

fine dell’impero e i secoli alto-medievali nella trasmissioni di certa tradizione romana e tardo-

romana e nel raccordo con Bisanzio e l’Oriente. Nel conseguente crollo dell’impero romano,

Ravenna sembrò l’unico centro capace di salvaguardare un certo patrimonio di tradizioni

ponendosi come crocevia tra mondo romano e nuove realtà barbariche.

La riedificazione di una fisionomia italica viene disegnata da Biondo attraverso molteplici

 punti di osservazione ciascuno dei quali per ogni regione e città contribuisce a ricomporre

un quadro di grande efficacia storica e ricostruttiva, da intendersi anche come invito ai papi,

ai signori d’Italia, agli stessi intellettuali per una maggiore consapevolezza della realtà

italiana.

Roma : è la città a cui dedica due opere specifiche dove tende a ricostruire sia l’assetto urbano

monumentale( Roma instaurata) sia l’insieme delle strutture politiche militari religiose civili (Roma

Triumphans ). L’esigenza fondamentale è quella di fornire un adeguato strumento conoscitivo per

Roma antica nel momento in cui gli studi classici diventano centrali, ma anche per le esigenze di

incoraggiare i papi nell’opera di ricostruzione della città.

Agisce una funzionalità politica ed ideologica nella dedica della Triumphans dove è celebrato

l’impegno di Pio II per la crociata e il ricordo della potenza romana assume valore di richiamo

ideale e di appello contro i nuovi barbari in un’impresa che avrebbe dovuto sancire la riacquisita

egemonia del papato e di Roma sulle potenze occidentali. Obiettivo ideologico non fa mai perdere

di vista a Biondo l’intento scientifico filologico e ricostruttivo .Nell’indagare le cause della rovina e

della dispersione di Roma, Biondo dimostra grande sicurezza metodica rifiutando ogni spiegazione

generica e fatalista: né il tempo né i primi invasori avrebbero potuto da soli procurare tanti danni se

ad essi non si fosse aggiunta l’insipienza culturale e civile di intere generazioni di patrizi papi ceti

politici incapaci e corrotti.

La sua storiografia tende ad indagare le cause reali perché nella precisa concatenazione

 di causa ed effetto si trova un filo interpretativo essenziale ( lezione avviata da Bruni poi

sviluppata da Machiavelli). L’invito di Biondo è di aprirsi ad una nuova sensibilità che sappia

comportare una vera e propria resurrezione della città e delle sue forme di gestione

( Biondo infatti è attento a segnalare i mutamenti sul piano urbanistico ed istituzionale tra

Roma repubblicana e Roma imperiale e tra Roma classica e Roma Cristiana)

In breve...

- Nell’Instaurata viene apprezzata la monumentalità degli edifici imperiali ma non viene

affrontato il problema delle istituzioni politico- giuridiche. Quanto alla Roma cristiana il suo

occhio corre ai monumenti del culto e nota dove essi si sono sostituiti agli edifici classici o

dove hanno rappresentato un insediamento ex novo: le basiliche rappresentano il segno

più tangibile e diversificante della roma cristiana.

- Nella Triumphans l’analisi delle istituzione repubblicane e imperiali si fa attenta e Biondo

sembra individuare nella tarda fase imperiale alcuni germi più gravi dell’irreversibile

cadenza Romana. Della civiltà romana affronta i più rilevanti aspetti istituzionali e gli pare

evidente la grande capacità costruttiva e organizzatrice dei romani. Un singolare interesse

va anche alle strutture economiche del mondo romano, gli aspetti privati della vita civile. E’

attento soprattutto all’edificio politico e militare e nei libri terzo e quarto da ampio spazio

all’analisi delle magistrature nella loro identità repubblicana. Nei libri sesto e settimo fa

un’analisi delle organizzazioni militari romani e delle loro imprese. E’ vivo l’esame delle

consuetudini religiose e pagane.

 Il fine ideologico della sua opera è l’esortazione alla rinascita cristiana di Roma sin dalla crociata

promossa da Pio II per riaffermare il primato occidentale e cristiano contro i musulmani.

La ricostruzione di Roma passa attraverso una corretta fondazione di premesse metodiche

dall’archeologia alla filologia in un intreccio continuo con le istanze programmatiche che imponeva

lo stesso quadro politico ideologico del presente. Il tracciato di Biondo mira ad un’ampia

dimensione storica capace di attingere dalle sue rigorose premesse scientifiche e tecniche una

forza propositiva ideale. La Roma che l’archeologia e la filologia disvelano diviene paradigma

programmatico di quella ricostruzione italiana e di quella rinascita urbana alle quali si rivolge col

suo lavoro l’Umanesimo e che in Machiavelli frutterà geniali considerazioni.

9. DA VALHIUSA A GERUSALEMME:UNA GEOGRAFIA POETICA DEL PAESAGGIO

Paesaggio: con Petrarca si afferma un modo nuovo di guardare il paesaggio. Eugenio Battisti ha

messo in luce il rapporto di Petrarca con la natura: il poeta si fece interprete e innovatore dei

canoni medievali del locus amoenus non solo celebrandone le bellezze ma anche intervenendo nei

“giardini” per adattarli secondo quei principi di grazia dei classici, e allo stesso tempo introduceva il

contrasto con il locus asper luogo dove la natura doveva restare incontaminata (a Valchiusa

poteva ritrovare il modello di questo contrasto). Petrarca e poi Boccaccio, sulle orme di Dante e

Giovanni del Virgilio, svolse un ruolo per la rinascita del genere bucolico e pastorale.

Fenomenologia paesaggistica del Canzoniere: è correlata con quella amorosa, I luoghi sono

quelli del ricordo d’amore, dolce o lacerante. Il paesaggio petrarchesco rivissuto attraverso il filtro

dellla visione di Laura. Nel Canzoniere di manifesta una consapevolezza più profonda: essere

l’amore una forza della natura, partecipe dei suoi cicli e dei suoi impeti e come tale

sostanzialmente incontrollabile, fonte di piacere ma anche tormento interiore, di dissidio, tanto

avvertibile da chi non vuole rinunciare ai fondamenti morali del cristianesimo. L’amore non è

coercibile è solo poetabile: di qui la stretta correlazione con il paesaggio naturale di Valchiusa e

l’assunzione di Laura quasi a emblema del mito della primavera.

Sonetto CLXXVII: il contrasto è tutto interno alla medesima lirica e il paesaggio sembra quasi

esemplato sui grandi repertori mitici ombra/luce, amore/morte, inverno/primavera. E’ significativo

come al contrasto tra il bosco delle Ardenne e Valchiusa si colleghi anche quello tra Avignone e

Valchiusa cioè tra città come luogo della corruzione e la campagna come luogo ideale (topos

virgiliano).

Paesaggio allegorico: esemplare la canzone “Standomi un giorno solo a la finestra” dove la

finestra è quella della mente di fronte a cui scorrono le sei allegorie della morte di Laura. I dati

paesaggistici vengono assunti come consapevoli cifre dell’allegoria, secondo un insieme di stilemi

che ricordano il Paradiso terrestre dantesco. Il paesaggio come allegoria ritorna ne i Trionfi.

In questo gioco di intrecci e contrasti si va materiando il chiaroscuro paesaggio di Petrarca su cui

poi gli imitatori cinquecenteschi e barocchi costruiranno tante loro liriche

Il paesaggio della poesia cavalleresca e del genere epico incontra Petrarca

Boiardo: in lui tornano i temi del locus amoenus nei termini innovativi di Petrarca e quello del

locus asper, variamente tra di loro fatti interagire nella strategia narrativa del poema attraverso

pause lirico-amorose o quelle epico-tragiche. Mentre in Petrarca il paesaggio si definisce in stretta

correlazione con l’anima del poeta, nel Boiardo esso si costituisce come luogo dell’immaginario,

scena dell’avventura. Natura nella quale “naturalmente” i protagonisti vivono le loro vicende. Il

locus amoenus è come in Petrarca il luogo in cui si manifesta Amore:mentre in Petrarca la

rilevazione della potenza irreversibile di amore (esaltata da un paesaggio epifanico) è fonte di

lacerazione. In Boiardo e Poliziano questa epifania di Amore è scaturigine di gioia, di un sereno

riappacificarsi col senso della vita.

Ariosto: il paesaggio si costituisce come struttura espositiva portante dell’immaginario; dai luoghi

ameni a quelli aspri tutto è in funzione del meraviglioso e nelle sue varie gradualità e tutto è

ricomposto nel sereno abbandono dell’uomo alla vita e alla sua naturalità. Eppure il mondo

ariosteo potè sorgere in un clima, umano e politico, tutto particolare destinato a deteriorarsi nel

fuoco delle grandi crisi italiane ed europee del cinquecento.

Tasso: viene riconquistato il paesaggio epico in una funzionalità diversa, recuperando la

complessità e la conflittualità di quello petrarchesco incupito dal platonismo del Casa. Nell’Aminta

il poeta aveva dato freschezza e innocenza all’ambientazione bucolico-pastorale: Amore torna a

dominare come forza possente della natura, riproponendo una semplicità ancestrale di sentimenti.

Ripropone inoltre con successo la scena campestre (isoletta del Belvedere). Lo sfondo bucolico

idilliaco non si risolve in se stesso, tutto alla fine si ricompone attraverso un ordito di tensioni, di

contrasti, di presagi e volontà di morte in netta dicotomia con Amore. Ma è soprattutto con la

Gerusalemme liberata che il Tasso ripropone l’intera complessità del paesaggio: da luogo

privilegiato dell’immaginario egli lo trasforma in componente essenziale e paradigmatica dei

drammi riprendendo in ciò la grande tradizione virgiliana oltre che gli spunti petrarcheschi. Il

paesaggio si apre così a una ambiguità, soggettività ed inquietudine che preludono ai grandi

moduli espressivi della poesia barocca e poi romantica. In Tasso il locus amoenus mantiene i

caratteri del rifugio edenico, del giardino delle delizie dove possono trionfare amore e

natura( Erminia fra i pastori, Il giardino di Armida) ma tutto è segnato dal tono dell’illusorietà.

Sicchè il locus asper si dispone in sotterranea e tesa dialettica con gli Scenari felici, come uno dei

momenti topici di quella gradualità di conflitti che scandisce la Gerusalemme.

A volte il luogo diventa esplicita manifestazione del mutamento interiore del protagonista come nel

caso di Rinaldo sul monte Oliveto dove assistiamo ad una vera e propria trasfigurazione

melodrammatica del tradizionale locus amoenus: sul monte si sublimano in un’aurea sospesa in

stretta relazione con la rinascita interiore di Rinaldo tutti gli elementi propri della letteratura

edenica: La selva dal luogo pauroso diventa luogo divisioni dolci: da luogo dell’immaginario diventa

luogo della riacquisita pace dell’anima.

Il conflitto tra i soggetti e le forze primordiali del mondo e del cielo è funzione portante del poema:

persistente è il richiamo all’acqua ai suoi giochi e al suo scorrere esemplato dai giardini di corte o

dal ricordo del Po, ma più sostanzialmente impregnato di quella complessa simbologia

dell’effimero e del fuggevole che rivestirà poi la poesia barocca-

con Tasso il paesaggio riprende la drammaticità e la complessità del Petrarca: si tratta di

 una prospettiva tormentata che si apre verso il mondo moderno con le sue lacerazioni e

speranze. Il paesaggio eroico inizia le sue trasformazioni metamorfiche romanzesche e gli

emblemi diventano segni dell’atmosfera dell’emozione e del suo dizionario di immagini.

(Romanticismo)

10. EROISMO LAICO E MAGNANIMO DEL SAGGIO: UNA DECLINAZIONE DELL’EROICO TRA

DANTE E ALFIERI

Storiografia umanistica: Eroismo e magnanimità

Con Petrarca si apre una stagione di grande rilevanza ermeneutica per la storiografia, ponendo il

primo pilastro per la storiografia umanistica: la riflessione sulla possibilità di conoscere e imitare il

passato e sulla necessità di proporre, attraverso la storia, l’esempio di modello magnanimo di eroe

dotato della giusta ambizione, quella che pertiene al bene della respublica e non alla gloria del

singolo. Petrarca suggerì inoltre di ripristinare l’istituzione del tribunato per dare corpo alle mosse

insurrezionali di Cola e per consolidare l’identità di rappresentanza e di governo (non a caso

Machiavelli in chiusura del Principe cita una canzone politica di Petrarca e a lui si ispira per la

lettura della lezione degli antichi).

La storiografia umanistica, che da Petrarca prosegue con Bruni e Valla, ha un altro pilastro,

ovvero quanto le procedure narrative della storiografia siano consustanziali alla sua funzione

conoscitiva. Vi è infatti una retorica della verità che pertiene alla natura dell’introspezione storica e

che è appunto anche narrazione, dislocazione dei punti di vista, tecnica espositiva (dispositio).

A partire da questi snodi, da Machiavelli, comincia il narrare storiografico, il dibattito sul verosimile

e sulla veritas di ogni narrazione, fino all’approdo in Italia del romanzo storico manzoniano. LA

nascita del romanzo storico in Europa andrebbe dunque riletta alla luce della parallela storia della

storiografia, soprattutto rinascimentale: il dibattito storiografico umanistico e rinascimentale sul fare

storia, ci conduce dritti al cuore della modernità al centro dei nuclei fondativi e del genere del

romanzo.

La letteratura si propone a partire all’ars historia come veicolo primario di conoscenza,

gareggiando con filosofia e teologia: tale cifra si fonda da Dante in poi, inarcandosi tra Umanesimo

e Rinascimento e Settecento vichiano e alfieriano, per infine dilagare in Europa nella stagione

romantica e in Italia fino al Alfieri e Foscolo. Si può periodizzare dunque da Dante a Foscolo, o per

la nascita del romanzo storico a Manzoni, l’epoca della “saggezza”, la “saggezza del

Rinascimento”. La centralità che la tradizione umanistica e rinasciementale hanno assegnato alla

letteratura, alla lettura dei classici, alla mitopoiesi,definisce sia l’identità stessa della storia italiana,

sia segna una ricollocazione dei saperi affidando in Italia all’ermeneutica il ruolo di viatico

essenziale per le ipotesi più motivate di paideia insieme alla retorica e alla scienza del linguaggio.

Oggi non si sa se si più parlare di saggezza ancora come di una parola proficua per il nostro di

dibattito: ma se la evochiamo richiamiamo la saggezza umanistica e rinascimentale. Una

saggezza, proprio perché attinente ai saperi letterari inquieta, curiosa, ribelle, scandalosa, più

vicina alla modernità.

La saggezza e la magnanimità dell’eroe

Per cominciare bisogna partire da una rilettura di Dante in particolare del Paradiso, dove va

sillabando l’utopia di una possibile convivenza civile e di una pacificazione universale fondate sulla

saggezza, sulla ricerca della verità anche da punti di vista conflittuali, ed esaltate da quella grande

tensione letterario intesa come vero e proprio apprendistato sapienziale. La consapevole scelta del

proprio destino (che comporta premio o condanna) avvicina l’uomo a Dio, permette all’uomo di

giocare tutta la sua grandezza magnanima, qualsiasi sia la sua condizione sociale. L’apprendistato

del magnanimo e dell’eroico come tutta la Commedia mostra, è l’apprendistato di saggezza,

imbandito dalla letteratura e dalla sua stessa natura mitopoietica. Sicchè alla fine di questo

apprendere (dai canti VIII al XVII), il Dante pellegrino che raduna in sé l’umanità intera, in XVIII può

essere additato come esempio di magnanimità capace di superare ogni contingenza, ogni deriva

della brutalità quotidiana delle cose mal governate. La magnanimità è statuto possibile

dell’umanità (anche Boccaccio ne parla).

XVIII-XX: la saggezza è sillabata sul parametro della giustizia: il tutto accentuato in XXI dal

richiamo al ricordo del regni di Saturno, al mito classico per eccellenza dell’età dell’oro e della

saggezza; e dal XXIII dal ricordo dei beati magnanimi, mediatori tra Dio e governo delle cose

umane. Più Dante si avvicina al termine del suo viaggio, più la visione mistica si accampa nei suoi

versi, più dal Paradiso c’è l’esortazione a guardare al mondo, a insediarvi il regno della saggezza

nuova e della pace.

XXXII-XXXIII: l’utopia dantesca e il suo apprendistato di saggezza, quello del saggio pellegrino,

quello dell’auctor, trovano definitiva legittimazione: il radicamento è nella finale visione di Dio che

è anche rivelazione dell’uomo e della sua storia, della sua vera libertà. Il viaggio nell’infima lacuna

dell’universo a Dio, è fino in fondo viaggio di mitopoiesi, della parola letteraria che è parola stessa

del Dio e al tempo stesso fondamento ultimo della saggezza magnanima e della sua utopia, parola

che si esprime in amore. Amore come cifra universale di una civitas rinnovata.

Da qui comincia il viaggio che Petrarca e gli umanisti condurranno nel tentativo di

 coniugare esperienza letteraria e apprendistato di saggezza.

Machiavelli, Guicciardini, Castiglione: I primi decenni del Cinquecento rappresentano un

periodo di svolta epocale nella storia del pensiero politico: Machiavelli, Guicciardini, Castiglione a

partire dalla crisi profonda degli stati italiani dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e la discesa in

Italia di Carlo VIII fino al sacco di Roma, avevano avviato una riflessione senza precedenti sul

senso stesso del fare politica e della formazione dei dirigenti. Tale riflessione aveva rimesso in

gioco alcuni statuti fondanti di un’antica tradizione filosofico - politica e imposto anche un nuovo

percorso disciplinare, una nuova mappa educativa volta all’edificazione di un modello di saggezza

funzionale per il politico, un modello di eroe laico. Il disciplinamento dei monasteri e delle

università appariva poco adeguato, anche se comunque era attivo il dibattito sul primato di questa

o quella disciplina sulle altre, da cui deriva da una parte la premura degli umanisti del

Quattrocento di sostenere il primato dei nuovi saperi retorico letterari su quelli tradizionalmente


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cecc.ila

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in dams (discipline delle arti, della musica e dello spettacolo)
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecc.ila di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Anselmi Gian Maria.

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