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Radici del romanticismo

L’uso del termine romanticismo viene utilizzato per riferirsi ai nuovi comportamenti e nuove ideologie che si diffondono in tutta Europa verso la fine del ‘700 e durante la prima metà dell’ ‘800 che designano in modo esplicito se stessi come “romantici”. Si diffonde in momenti diversi in diversi paesi d’Europa. In Italia arriverà, per esempio, intorno al 1815. Nonostante la “decadenza” della spinta creativa del Romanticismo nella prima metà del nuovo secolo, esso avrà comunque vita nel contesto sociale come fenomeno di costume in una versione intimistica e rispettosa dell’ordine sociale.

Si sono avute visioni contrastanti di tale movimento poiché ad esso aderirono intellettuali di ogni ceto sociale e anche perché non è facile distinguere nel romanticismo aspetti conservatori da aspetti progressisti e rivoluzionari. Il Romanticismo è la risposta della società ad una situazione post-rivoluzione politica e industriale. Sicuramente alla base del cambiamento c’è il vedere completamente cambiati e messi in dubbio capisaldi secolari reputati immutabili. – “La distruzione crea” – . La società interpreta in vari modi lo sgomento: chi si proietta in un futuro prossimo di distruzione e chi si appella ai valori più antichi. L’arte ha vari messaggi: forma di consensi sociale, reintegrazione di valori collettivi o come modo per partecipare di nuovo alla vita nazionale. Allo stesso tempo, l’autore poteva scegliere di ignorare totalmente gli accaduti storici continuando la sua scrittura senza farsi coinvolgere. Non è possibile dare ad un movimento così “vago” una giusta spiegazione ideologica.

La visione del Romanticismo in Europa

Il Romanticismo comincia ad essere “reale” quando i capisaldi principali (ordine, equilibrio, armonia) vengono messi in discussione.

In Germania

Si cerca un nuovo metodo di espressione, con l’obiettivo di dare voce ad un mondo storico-popolare o che comunque metti in risalto una irriducibile soggettività. Alcuni autori naturalmente si muovono verso questa “rottura” con il passato con l’obiettivo di un nuovo equilibrio “classico” che non abbia l’estremismo del romanticismo distruttivo. Attraverso l’interpretazione di vari autori (uno in particolare, Schiller) abbiamo una visione chiara dei due aspetti della poesia che si vanno a creare. Da una parte abbiamo una poesia definita ingenua, un tipo di poesia antico, impersonale, dai lineamenti precisi ed all’altra abbiamo una poesia sentimentale, che contrariamente alla precedente prende aspetti più generali, più moderni, basata sulla frattura tra ideale e reale, tra l’io e gli oggetti, che acquista una musicalità unica (diversa da ogni stile precedente prova soprattutto del periodo storico che si viveva). L’autore non esprime una preferenza ma evidenzia le differenze. Il gruppo di Jena con organo di espressione la rivista “Athenäum” darà un’interpretazione più drastica alla visione precedente suddividendo in modo netto la letteratura classica, da quella romantica. La letteratura romantica si basa sulla fantasia (carattere di tipo romantico) a cui si contrappone l’immaginazione perché ritenuta capace di rappresentare la realtà solo negli aspetti esteriori (caratteristica dell’arte classica). Nei primi decenni dell’ ‘800 si ebbe quindi la produzione di un gran numero di opere improntate proprio sulla fantasia, su un nuovo tipo di umorismo letterario, pieno di passioni tragiche e distruttive.

In Inghilterra

Già durante fine ‘700 si comincia a vedere l’avvento del romanticismo ma in realtà non c’è una data precisa. Soprattutto i poeti cominciano a scrivere in uno stile più romantico, non più con un “etichetta” statica sulle loro opere. La posizione storica dell’Inghilterra di quel periodo spinge il Romanticismo inglese in posizioni di rottura drastiche anche dal punto di vista politico. Ci sono moltissimi autori di quest’epoca dalla fantasia accesa. Charles Dickens è invece fautore di un’opera narrativa che rappresenta a pieno un nuovo tipo di letteratura romantica, il romanzo sociale, pieno di attenzione verso le realtà della società.

In Francia

Durante gli anni di rivoluzione e Napoleonici vediamo atteggiamenti di romanticismo antiilluministico, molto conservatore. A seguire ci saranno altri metodi interpretativi ma solo nel 1830 vediamo uno spostamento del Romanticismo verso una visione di tipo liberale e democratico. Uno dei poeti più famosi è Victor Hugo che sperimenta vari tipi di scrittura fino al romanzo realistico e popolare (I Miserabili), evidenziando quanto da una visione di monarchia si stia lentamente passando ad una visione di repubblica e democrazia. Al romanticismo francese appartiene anche la ricerca perpetua dell’ignoto e dell’irrazionale che caratterizza l’opera di Gerard de Nerval.

Rottura e sopravvivenza del sistema dei generi

La letteratura romantica rompe ogni tipo di sistema di genere. Non accetta le esclusioni, i limiti, i codici dei generi letterari. Per il romantico l’unica legge è il “genio” che fa risuonare gli aspetti del mondo oggettivo-soggettivo. I più famosi letterati nel periodo sono Omero, Dante e Shakespeare. L’obiettivo collettivo che si percepisce è abbandonare le forme poetiche classicistiche del XVIII sec. Ricercando invece metodi di scrittura più moderni, più accessibili anche al popolo, più reali. Il romanticismo non deve essere visto come una forma di anarchia, ma come una nuova chiave di lettura per il nuovo secolo (il ‘900) che vuole solo evolvere principi attuali eliminando alcune regole troppo rigide. Dobbiamo anche tenere sott’occhio cosa accade ai tre generi più famosi tradizionali:

  • Il lirico: Vengono introdotte forme libere, create dagli stessi poeti in base alle loro esigenze. Ad esempio in Germania e in Inghilterra la lirica attraversa una trasformazione che la renderà più “vicina” al popolo. In Italia abbiamo come riferimento la Ballata romantica e la Ballata.
  • La narrativa: posto centrale del romanzo che prende spunto dalla storia, dalla realtà. Una forma narrativa di successo era la novella in versi, che prende contenuti storici e avventurosi, viene scritta utilizzando un linguaggio più appassionato. Naturalmente ogni paese poi assumerà tradizioni locali di scrittura.
  • Il dramma: restano comunque in ombra le forme comiche, ma si rivaluta la tragedia storica aggiungendo elementi fantastici e rompendo contemporaneamente i metodi classici secondo il modello di Shakespeare. La caratteristica del teatro del Romanticismo è vedere intrecciati elementi storici e realistici.

Francesco de Santis, la vita

Francesco de Santis è uno degli autori che dà il suo aiuto nell’epoca risorgimento ma non sul piano creativo ma per ciò che riguarda la critica letteraria. Egli offre una visione appunto critica sulla situazione letteraria legata al romanticismo e al risorgimento. De Santis esegue un lavoro ben preciso, mira ad interventi razionali sul “circuito” sociale per rinnovarlo, promuove un atteggiamento più “gentile” che non giustifica estremizzazioni. Porta avanti il “potere” della classe intellettuale, quindi un mantenimento della tradizione.

Nato a Morra Irpino nel 1817 da una famiglia di “galantuomini”, ovvero una famiglia borghese di proprietari terrieri e da appassionato della letteratura sceglie la strada dell’insegnamento. Inizialmente alla scuola militare di S. Giovanni a Carbonara e poi presso il collegio della Nunziatella. Contemporaneamente apre una scuola di grammatica e letteratura.

Di partenza de Santis ha una posizione ben precisa, ovvero un orientamento verso posizioni liberali giobertiane e neoguelfe (pensiero in cui si promuove la supremazia del papato con conseguente domanda di accettazione da parte del papato di potere-guida) ma un evento tragico (1848), lo porterà verso un orientamento laico e democratico. Ha una vita piuttosto travagliata finirà anche in carcere nell’ex prigione del Castel dell’Ovo a Napoli per aver partecipato ai moti napoletani, dove scrive Torquato Tasso e si dedica allo studio della logica di Hegel che lo allontanano dalla figura pessimistica che aveva negli ultimi anni. Viene esiliato e imbarcato per l’America ma riesce a fermarsi a Malta dove si imbarca per Torino. Qui vive dando lezioni. Ottenne poi al Politecnico di Zurigo l’insegnamento di Letteratura Italiana e qui diventa ministro della Pubblica Istruzione. Torna a Napoli nel 1863 e fu tra i fondatori dell’associazione unitaria costituzionale, presieduta da Settembrini. Diresse il quotidiano L’Italia dal ‘63-’65 al 1870. Risiede a Firenze capitale provvisoria del regno e qui scrive Storia della letteratura italiana. Nel 1871 viene chiamato a ricoprire la cattedra di letteratura all’università di Napoli, quella che si suole chiamare la sua – seconda scuola napoletana dove tenne i corsi sulla letteratura della Pubblica Istruzione ma si dimise per problemi di salute. Muore a Napoli il 29 dicembre del 1883.

Opere

Negli anni ’50 De Santis scrive saggi importanti, per varie riviste, poi raccolti nel volume Saggi Critici. Tra gli studi del De Santis spicca il Saggio critico sul Petrarca del 1869. Mente dei Saggi critici e dei Nuovi Saggi critici meritano di essere menzionati quelli su episodi della Divina Commedia, su l’Uomo del Guicciardini, su Schopenhauer e Leopardi oltre il Darwinismo nell’arte. Dopo l’evento del ’48 (La morte del suo allievo durante una rivolta) De Santis arriva a rifiutare gli aspetti estremi del romanticismo. Abbandona ogni pensiero negativo, pessimistico e crede in una letteratura dai contenuti “autentici”, “concreti”.

La critica di De Santis: ogni opera letteraria è espressione del tempo in cui è stata prodotta. Ogni opera esprime passione per la vita, energia pura. Egli definisce la letteratura non come insieme di sole unità esteriori, linguistiche o retoriche ma un insieme di dati oggettivi che si riferiscono alla realtà – soggettivi che si riferiscono all’autore. I concetti appaiano come ben definiti e chiari. Le opere letterarie sono concepite come organismi viventi immersi in un divenire storico, esprimono i caratteri più profondi delle vite nelle diverse epoche. Nonostante il suo primo apprezzamento nell’estetica di Hegel, egli comincia a criticare come Hegel stesso definisce la “forma”. Per De Santis al contrario di Hegel la “forma” non è “standard” non può essere catalogata con schemi precisi, ma ogni “forma” va constata nel contesto della situazione. Il critico deve saper “ascoltare” ogni opera tenendo conto del contesto per poi analizzare il significato concreto. La sua critica fu una critica di tipo militante, che come scopo quello di “abbattere le barriere” del distacco tra l’artista e l’uomo, tra la cultura e la vita nazionale, tra la scienza e la vita. L’autore non è mai solo “autore” ma deve essere inquadrato nella sua situazione circostante, tenendo in considerazione le emozioni dell’autore e gli eventi della nazione a cui appartiene, ma soprattutto della sua “tradizione artistica”-la sua civiltà e la sua cultura. Storia della letteratura italiana: è il risultato di un intreccio di alcuni saggi. Viene concepito come manuale di letteratura per i licei, per la quale De Santis firma un contratto con l’editore napoletano Morano nel 1867. Costituisce la prima compatta e coerente sintesi di tutta la letteratura italiana.

Nell’ ‘800 si erano già prodotti manuali simili come ad esempio da Settembrini, ma nessuno di questi soddisfaceva i criteri di analisi di De Santis. Inizialmente doveva essere un solo volume ma data la mole della materia aumentata, fu necessario pubblicarla in due volumi 1870-1871. È suddivisa in 20 capitoli, di cui gli ultimi due (settecento e ottocento) risultano esposti in modo un po' disordinato e sommario a causa della fretta dell’editore su De Santis. Non è corretto definirlo un manuale di letteratura completo ma bensì una sintesi appassionata della storia della società italiana in cui i personaggi sono autori dei loro testi. Negli ultimi anni De Santis è attratto dalla scrittura autobiografica, in cui vuole raccontare il suo rapporto con persone e fatti. Stila una serie di memorie che detterà personalmente a sua nipote Agnese poiché quasi cieco. Il lavoro non sarà mai portato a termine. I 28 capitoli ultimati verranno pubblicati da Pasquale Villari nel 1889, con il titolo di: “La giovinezza”. Oltre alla sua vita, nel saggio si parla anche della sua formazione letteraria.

Benedetto Croce

Nasce a Pescasseroli il 25 febbraio 1866 da una famiglia di proprietari terrieri. Esegue i suoi studi a Napoli. Il 28 luglio 1883 visse il momento più tragico della sua vita. Durante il terremoto di Casamicciola persero la vita i suoi genitori e una sorella. Si reca a casa di Silvio Spataro, un parente, esponente della Destra storica. Dopo un tentativo vano alla facoltà di giurisprudenza si concentra e appassiona alla ricerca storica, letteraria e filosofica, seguendo le lezioni di Antonio Labriola. Curò l’edizione di varie opere di De Santis e nel 1902 appare l’opera che lo doveva introdurre alla contemporanea cultura italiana – “L’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale”. L’esperienza estetica qui viene indicata come la prima forma di rapporto tra lo spirito umano che ha con il mondo, quindi, il livello più originario della conoscenza. Nello stesso anno insieme a Gentile ideò “La Critica”.

Nel primo decennio del ‘900 l’opera filosofica di Croce è il nuovo grande modello culturale, con la prerogativa di seguire l’aspirazione a valori “ideali” e spirituali che si mettono in atto con molta “sobrietà”, al contrario dell’estremizzazione irrazionalistica tipica di quegli anni. (Croce è un neoidealista che segue il filo logico di De Santis appoggiandosi al pensiero Hegeliano come fece inizialmente anche De Santis stesso, controcorrente e soprattutto non d’accordo con lo studio della scienza, ma solo fedele alla storia e allo spirito assoluto.) Croce negli anni successivi all’uscita della “Critica” si dimise da ogni carica sociale per concentrarsi in uno studio ed una ricerca approfondita sulla letteratura italiana post-unitaria. Come risultato abbiamo una serie di articoli, collaborazioni, e le note su vari temi culturali. Cosa da non dimenticare è il suo coinvolgimento nelle iniziative culturali (basta pensare alle varie uscite letterarie di quel periodo e al fatto che guida le scelte della nuova casa editrice Laterza che poi pubblicò tutte le sue opere). Possiamo definire questo periodo, come periodo di completamento del suo sistema filosofico. Negli anni a seguire, Croce perde la sua compagna, sposerà pochi mesi dopo un’altra donna e avrà 4 figli. Ha la prima polemica con Gentile con cui poi spezzerà ogni rapporto. Con la nuova situazione creata dalla guerra scrive nel 1915 “Contributo alla critica di me stesso”, opera autobiografica in cui parla del suo vissuto già carico e delle sue intenzioni per il futuro. Si occupa anche di politica per un breve periodo post guerra (ultimo governo Giolittiano), dove però praticava una politica “aperta”, non estremizzata verso destra o verso sinistra. Guarda in modo responsabile l’introduzione del fascismo a cui si opporrà completamente (cosa che non fece Gentile che abbracciò completamente il pensiero fascista-rappresenterà una rottura definitiva per Croce con Gentile) in quanto sistema troppo drastico e repressivo e stilerà infatti il primo manifesto degli intellettuali antifascista. Non venne mai perseguitato per le sue idee anche perché considerato un personaggio di rilievo e di alcun pericolo per la società dell’epoca. Dopo la fine del regime, Croce si impegna nuovamente in politica dove però manterrà sempre un aspetto liberale. Muore a Napoli il 20 novembre 1952 venerato come grande rappresentante della cultura moderna italiana.

L’idealismo crociano

Ad Hegel, Croce, riconosce la scoperta degli opposti che possono sintetizzarsi, ma gli rimprovera che la realtà non è solo questa ma è anche composizione di distinti – categorie dello spirito precisi (arte e religione, fantasia e intelletto, ecc.) tra cui il nesso si può raggiungere anche senza giungere ad una sintesi. Lo spirito per Croce ha due attività: una teoretica – della conoscenza e una volitiva – azione. In base alla loro “direzione”, ovvero nell’universale o nell’individuale danno luogo a 4 categorie diverse:

  • La conoscenza individuale dall’estetica – studia l’attività estetica, cioè l’arte che è intuizione, studiata sentimento, fantasia ed espressione. Essa è propria di ogni uomo – la differenza tra il genio e l’uomo è solo quantitativa. L’arte è sintesi di forma e contenuto, è indipendente dalla scienza, dalla logica e dalla morale, ha come fine solo se stessa – concetto crociano de “l’arte per l’arte”
  • La conoscenza dell’universale studiata dalla logica, ovvero, la scienza del concetto puro che è universale e concreto. Da non confondere con gli aspetti
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fragolaenza di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Villani Paola.
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