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Modulo 1. Il colloquio psicologico

Il colloquio psicologico è una comunicazione e un rapporto di interazione tra intervistato e intervistatore, nel quale si seguono certe regole. Nel condurre un colloquio, ci si basa su: teorie di riferimento, obiettivo e contesto.

Prospettive di applicazione

Le prospettive di applicazione sono tre:

  • Psicologica: gli scopi sono inerenti a dinamismi personali e interpersonali.
  • Psicosociale: gli scopi e le modalità inerenti alle dinamiche intersoggettive e contestualizzate delle credenze e degli atteggiamenti.
  • Sociale: scopi e modalità inerenti a eventi oggettivati o considerati tali: dati, certezze, cose, verità.

Soluzioni strutturali del colloquio

  • Intervista a due
  • Intervista a panel: più intervistatori e un intervistato
  • Intervista a tandem: coppia di intervistatori e un intervistato
  • Intervista in pubblico: due soggetti sono gli attori dell’intervista ma ci sono altre persone che fungono da spettatori
  • Intervista collettiva: intervistatore scelto prima e un insieme di intervistati che vengono chiamati volta per volta
  • Intervista in gruppo: intervistatore e interlocutore sono all’interno dello stesso gruppo (c’è coesione e reciprocità)
  • Intervista di gruppo: un intervistatore e un gruppo

Processo dinamico del colloquio

I colloqui possono essere classificati secondo il processo dinamico messo in atto nella relazione:

  • Differente centratura: su uno o l’altro polo del rapporto
  • Stile di conduzione: possono essere 4 e sono:
    • Stile duro: stress interview di natura poliziesca o il colloquio forzato. Si impongono delle domande
    • Stile amichevole-permissivo
    • Stile consultivo: c’è una collaborazione tra i membri
    • Stile partecipativo: il coinvolgimento delle parti determina interdipendenza, c’è molta empatia.

Dinamiche sempre presenti nel colloquio

  • Voyeuristica: l’intervistatore cerca di esplorare il soggetto tentando di rimanere sconosciuto.
  • Autocratico: l’intervistatore tende ad avere un controllo maggiore rispetto a quello dell’intervistato, che si porrà in dipendenza o in contro-dipendenza.
  • Oracolare: è come se l’intervistato pensasse che lo psicologo possa rispondere a qualsiasi suo quesito.
  • Angelistico: come se lo psicologo potesse sempre aiutare ed essere disponibile.

L'empatia nel colloquio viene vissuta da entrambi e non si può evitare. Lo psicologo durante il colloquio dovrà cercare di staccarsi dalle proprie emozioni e riconoscere il suo coinvolgimento emotivo.

Risposte da evitare secondo Rogers

Rogers individuò quattro tipi di risposte che devono essere evitate dallo psicologo:

  • Risposte banalizzanti: risposte che rendono comune il problema e fanno passare lo psicologo per quello che può risolvere tutto e subito.
  • Risposte tecnicistiche: quelle che fanno uso di un linguaggio tecnico di cui il paziente non ne conosce il significato.
  • Risposte moralistiche: volte ad incolpare il soggetto per un comportamento immorale.
  • Risposte interpretative: lo psicologo dà una spiegazione alle emozioni basandosi su teorie o intuizione piuttosto che sulla connessione con i dati ricevuti.

La prima cosa che va analizzata ad un colloquio è la domanda. Il termine “clinico” associato al colloquio si riferisce ad una particolare visione della realtà che si basa sul rapporto interpersonale, ossia un modo per sistematizzare la conoscenza di un fenomeno attraverso l’osservazione sistematica e diretta di vari individui, al fine di coglierne gli elementi tipici come anche quelli differenziali.

Carli definisce contesto “l’insieme delle relazioni, e della loro struttura organizzata, entro il quale ciascun individuo vive la propria esperienza. Si tratta di riuscire ad organizzare uno spazio dove sia possibile capire quale domanda ci viene posta.

La mancata considerazione del campo relazionale è ricondotto alla mimesi, che è propria di un modello medico, dove l’esperto valuta e dà prescrizioni. Nel caso del medico si parla però di tecniche senza teorie, nel caso dello psicologo invece di teorie della tecnica, dove le teorie indicano relazioni professionali dove il rapporto non è mai soggetto di analisi, le tecniche indicano relazioni professionali in cui quel rapporto è proprio lo strumento di analisi.

Quello che propone il modello “analisi della domanda” non corrisponde al fatto di accettare che quanto detto sia vero, non si analizza quindi solo ciò che il paziente chiede, ma ciò che lui agisce, che mette in atto, senza pensare. Chiedersi cioè “perché viene da noi?”.

Il modello che noi usiamo si fonda sulla simbolizzazione affettiva e sulla collusione, dato che è sulla possibilità di organizzare un setting adeguato per pensare sulla simbolizzazione affettiva che dal contesto il paziente propone e sulla possibilità di non colludere con essa.

La simbolizzazione affettiva è un processo di significazione in cui il significante, che può essere un’azione, un’immagine mentale, ecc., funziona come se fosse il referente. Quando l’oggetto viene simbolizzato affettivamente in modo condiviso da chi opera nello stesso contesto, si innesca il processo collusivo, cioè un accordo emozionale, implicito e non pensato.

Il processo collusivo rappresenta quindi la modalità emozionale con cui viene reciprocamente rappresentato il contesto da parte di chi lo condivide ed in base al quale si organizzano i rapporti e le azioni sociali al suo interno.

La domanda posta allo psicologo nasce proprio da un fallimento collusivo, di un venire meno di un accordo implicito sulla connotazione emozionale da dare agli eventi, un fallimento che ha origine in un cambiamento del contesto delle relazioni in cui si opera al quale non ci si riesce ad accomodare.

Il cambiamento è inteso come un vedere la realtà in cui si vive in un altro modo, cercando di comprenderla, per favorire il ripristino delle emozioni entrate in crisi. L’attribuzione di ruolo che il paziente sembra proporre allo psicologo ci dice molto sul sistema collusivo che instaura nei suoi contesti di appartenenza e degli eventuali fallimenti collusivi che sta cercando.

Il setting

Con setting si fa riferimento ad un insieme di regole e condizioni prestabilite che permettono lo svolgersi del colloquio psicologico. Ci sono due tipi di approcci:

  • Quello che definisce il setting come un insieme di condizioni materiali per una relazione neutra, asettica e professionale.
  • Quello che lo definisce come un insieme di condizioni materiali e mentali, dove la relazione può essere analizzata.

Ci sono alcuni casi in cui il set deve essere usato in maniera più rigida ed altri in cui è più flessibile ed adattato al contesto.

Il passaggio dal setting come oggetto a quello come metodo passa attraverso la considerazione di un duplice livello che investe le costanti del setting: un livello reale e uno simbolico (mentale), ossia il modo che il soggetto fa del tempo e dello spazio, ecc.

In psicoanalisi si distingue la situazione analitica (luogo in cui si realizza l’incontro) e il processo analitico (variabilità temporale) e campo analitico (componente ambientale e relazionale).

È necessario fare una distinzione tra i termini set e setting. Entrambi derivano da “to set” (fissare). Winnicott li usava indifferentemente. Effettivamente i due termini si riferiscono entrambi al concetto di ambiente. La forma di uno al participio di uno e al gerundio dell’altro gli dà però dei significati diversi. Set richiama il senso della staticità, delle cose fissate e che hanno già un loro assetto. Setting indica la messa in scena, l’azione del suo svolgersi. Ad indicare la strettissima interdipendenza tra set e setting si usa il termine set(ting).

Il setting secondo Montesarchio si configura come quella “minima condizione, allo stesso tempo stabile e variabile, dove poter analizzare la richiesta e le ipotesi sul da farsi”. Minima perché deve poter permettere di analizzare il rapporto senza configurarlo o anticiparlo. Variabile perché solo al termine dell’esplorazione della domanda si potrà ridefinire l’insieme delle regole del rapporto. Stabile, perché quello spazio esiste ed ha un senso quale organizzatore del rapporto stesso.

Per costruire il setting possiamo aiutarci con dei parametri (dove, quando, quanto e come).

Per “dove” si intende il luogo fisico in cui si instaurerà la relazione. Deve essere uno spazio accogliente e, secondo Semi, deve avere le caratteristiche di una stanza d’abitazione. Questo spazio avrà anche la funzione di organizzare, tutelare e definire i ruoli.

Il “quando” intende proprio il parametro temporale. Qui verrà definita la durata della seduta, il mantenere un giorno ed un orario stabiliti, il tempo complessivo delle varie sessioni e le sospensioni istituzionalizzate.

Il “quanto” indica il rapporto tra costi e obiettivi e il “come” rimanda alla comprensione dell’intervento e si focalizza sui contesti, più che sulle tecniche prive di contesto.

Nello svolgersi del colloquio possiamo riconoscere diverse fasi. Con la raccolta delle “informazioni preliminari” costruiamo le nostre conoscenze di fondo, si de-costruiscono qui delle fantasie anticipatorie. Si analizzano le modalità con le quali il paziente si narra, cosa mette in primo piano e cosa sullo sfondo. La conclusione invece si configura come una proposta sul da farsi. Queste proposte si rifanno in parte alle fasi di Sullivan del colloquio psichiatrico, dove si riconosce ancora un’osservazione medica: inizio formale, riconoscimento, interrogatorio particolareggiato e conclusione.

Modulo 2. Dinamica del colloquio e analisi della domanda

L’aggettivo “clinico” può essere ricondotto ad almeno quattro significati:

  • Una visione della realtà di studio e di intervento basata sul rapporto interpersonale.
  • Un metodo di studio della realtà stessa fondato sull’osservazione diretta e sistematica di vari individui con l’obiettivo di rintracciare elementi comuni o differenziali.
  • L’utilizzo di una prospettiva storica.
  • Una formazione basata sull’esperienza diretta di una realtà piuttosto che sull’uso di modelli artificiali.

Molta importanza avranno: rapporto interpersonale, osservazione del comportamento in relazioni a spazio-tempo, esperienza diretta.

Abbiamo da una parte una prospettiva psicometrica (conoscenza e misurazione degli aspetti che differenziano gli individui) e una prospettiva dinamica (problemi connessi con lo sviluppo della personalità).

L’oggetto di studio della psicologia clinica è l’individuo nelle sue manifestazioni psichiche e comportamentali. Gli strumenti propri della psicologia clinica sono il colloquio e i reattivi psicodiagnostici. L’ambito del colloquio viene di solito connesso all’intervista. Questa si differenzia dal colloquio sulla dinamica motivazionale; nel colloquio ci si focalizza sul rapporto consultante/consulente e c’è una motivazione conoscitiva, nell’intervista invece l’interesse è dello psicologo clinico di raccogliere info.

Ci sono delle specifiche caratteristiche che contraddistinguono il colloquio in psicologia clinica, per citarne alcune:

  • Definire e costruire una relazione interpersonale, analizzando la qualità della domanda.
  • Anamnesi
  • Fornire info sulle modalità e caratteristiche dell’incontro, nonché sui suoi obiettivi.
  • Costruire un’alleanza di lavoro
  • Individuare la problematica psicologica
  • Identificare le principali resistenze
  • Riconoscere le modalità soggettive che il consultante usa per fronteggiare la problematica.
  • Analizzare atteggiamento e fantasie del consultante sullo psicologo, sull’incontro e al contesto, preesistenti all’incontro.

All’interno del colloquio, importanza fondamentale la svolge la motivazione, ossia la spinta che direziona un comportamento verso un fine. Questa può essere estrinseca o intrinseca. Spesso capita di relazionarsi con pazienti che hanno una motivazione intrinseca (voglio conoscermi, voglio crescere). A questo tipo di motivazione, però, si affianca sempre quella estrinseca, legata alla contemporanea presenza di un utente e di un committente, dove l’utente è chi chiede l’intervento e il committente è quello a cui è destinato. Lo psicologo non è un alleato né dell’utente né del committente.

Ci sono pazienti che “tutto cambi senza che niente cambi”, ossia quelli che chiedono che sia mutato il peso del sintomo ma che ogni cosa dell’omeostasi non venga investita da cambiamento. Ambiguità e timori vanno accolti ed esplorati perché possono offrire importanti indizi per comprendere il reale problema. Quindi: un utile punto di partenza per un’analisi del colloquio può essere rappresentato dall’esplorazione della motivazione che spinge qualcuno al colloquio.

La motivazione può essere distinta anche in base ad altre caratteristiche che dipendono dalla finalità del colloquio, dal suo contenuto e dalla teoria di riferimento:

  • Motivazione a base cognitiva e/o affettiva: colloquio di ricerca (mot. cognitiva), colloquio diagnostico (entrambe), colloquio psicoterapeutico (mot. prevalentemente affettiva).
  • Motivazione conscia/inconscia: mettere in risalto gli aspetti consci o inconsci dipende dall’obiettivo del colloquio e dal paradigma di riferimento.
  • Motivazione autocentrata-eterocentrata: nel primo caso il colloquio riguarda la conoscenza e scoperta di sé, nel secondo è rivolta ad un tema esterno alla persona.

Si può definire una motivazione centrale che è rintracciabile in tutti i tipi di intervento psicologico e secondo questa ipotesi chi fa una richiesta di intervento sente confusamente uno scarto tra la propria capacità di azione e l’obiettivo scopo verso il quale quest’azione è orientata. Quando c’è questa crisi decisionale il soggetto opererà secondo tre strategie generali di recupero:

  1. Ricercare all’interno dell’azione il recupero della possibilità di successo.
  2. Ricercare nella modificazione delle condizioni ambientali il recupero dell’efficacia dell’azione (di solito si arriva qui quando la prima strategia non ha prodotto risultati).
  3. Ricercare nella revisione del modello d’azione il recupero della sua stessa efficacia (qui il recupero è visto come una conseguenza della necessità di una revisione del modello, incrementando la funzione di categorizzazione del reale).

Il contributo che la psicologia può offrire nell’ampliamento della funzione di categorizzazione del reale è nell’analisi dell’agito collusivo che si esprime nella richiesta dell’intervento psicologico. Questo vuol dire che ogni processo mentale può essere letto secondo due logiche: come segno di una categorizzazione operativa o come simbolo inconscio. Quindi quello che accade in una consultazione può essere da un lato una lettura dei significati operativi riferiti a dati di realtà, dall’altro può essere simbolicamente assunto come pretesto di una significazione emozionale della relazione in un processo di simbolizzazione affettiva del contesto della consultazione. La domanda costituisce il significato simbolico della richiesta.

Il rapporto tra psicologo e utente rappresenta la dimensione specifica al cui interno prende forma la dinamica motivazionale in cui emerge la realtà emozionale e quindi la problematica affettiva.

Ci sono almeno tre aspetti che convergono nel definire l’area psicologico clinica:

  1. L’adeguatezza dell’intervento psicologico alla qualità dei problemi che vengono sottoposti allo psicologo, ossia alla domanda che gli viene rivolta.
  2. L’interesse per la dimensione contestuale che contiene l’intervento.
  3. La necessità di valutare costantemente la congruenza e l’efficacia dell’intervento stesso.

Le ultime ricerche sembrano sempre più sostenere l’importanza di un’analisi della richiesta di intervento, quale punto di snodo di tutto il processo terapeutico. L’ambito di analisi dello psicologo diventa la vita emozionale e relazionale del soggetto, cioè le modalità con cui le persone simbolizzano emozionalmente la realtà contestuale entro la quale sono inseriti e si relazionano all’interno del contesto in cui sono coinvolti. Se l’intervento è richiesto dall’utente direttamente lo psicologo deve prendere per buona la sintesi che gli viene riportata, se invece l’intervento è richiesto da un terzo, lo psicologo non accetta la versione dei fatti così come gli viene raccontata.

Secondo Montesarchio, nell’analisi della domanda ci sono tre elementi fondamentali che ne reggono la prassi:

  • Fallimento della collusione
  • Riproduzione di una situazione fantasmatica-emozionale che ripropone degli elementi della collusione fallita
  • Individuazione di linee di sviluppo

L’attenzione va focalizzata anche su individuo, organizzazione e setting. L’individuo che pone la domanda, l’organizzazione in cui nasce il problema e la relazione tra chi pone la domanda e lo psicologo. La più primitiva dinamica collusiva (la simbolizzazione affettiva del contesto condivisa emozionalmente da chi a quel contesto partecipa) organizza il contesto entro categorie emozionali amplissime. Il fallimento della collusione è un momento critico dato dalla discrepanza tra...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariachiaraa99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del colloquio clinico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof Prestano Claudia.
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