Letteratura latina (240 a.C. – 180 d.C.)
III secolo a.C.
Livio Andronico
Giunse a Roma nel 272 a.C. da Taranto come schiavo e fu un grammaticus, insegnando latino e greco. Durante i ludi romani del 240 a.C., viene messa in scena una commedia in lingua latina derivata da un suo testo e questa data sancisce ufficialmente la nascita della letteratura romana in lingua latina. Ad Andronico sono attribuiti diversi testi teatrali di cui il più importante è considerato proprio il testo rappresentato durante il 240: Odusia.
- Epica arcaica: Odusia
Dell’Odusia sono giunti a noi 36 frammenti per un totale di 40 versi saturni, non tutti completi. Il valore artistico dell’opera di Andronico non risiede solo nell’uso della lingua latina, né nella mera opera di traduzione che era diffusa in tutto il Mediterraneo: l’innovazione è il soggetto letterario della traduzione e l’approccio artistico al testo. Andronico si affianca e contemporaneamente affranca dall’originale Odissea di Omero, ricalcandone le caratteristiche linguistiche arcaiche e contesti ma tramutandoli nel contesto romano del III secolo a.C. Con tale scopo, Andronico opera cambi di tipo artistico/culturale in modo che la sua opera sia recepita dal popolo romano meno filo-ellenico: per citare solo alcuni esempi di romanizzazione del poema epico di Omero, al posto della “musa” troviamo l’antica “camena” romana (il cui nome rimanda evocativamente a “carmen”) e Ulisse non viene presentato come un uomo al pari di una divinità ma come un uomo eccezionale di modo da non turbare la morale romana che non ammetteva il paragone fra umano e divino. Altre alterazioni del testo originale riguardano lo stile che Andronico usa, intriso di drammaticità patetica come richiesto dal pubblico romano.
Gneo Nevio
Gneo Nevio è ritenuto il primo letterato latino propriamente “romano”, in quanto originario della Campania. Partecipò alla prima guerra punica e successivamente fu parte attiva della vita politica romana: come esponente plebeo, più volte accese polemiche antinobiliari (celebre è lo scambio di minacce epistolari con i Metelli). Questa intensa attività politica lo condussero forse in prigione; di certo, si sa che morì a cavallo del III-II secolo a.C. in esilio a Utica, in Africa.
- Epica storica: Bellum Poenicum
Il poema epico di Nevio, di cui sono giunti a noi una sessantina dei circa 5000 versi saturni originari, è di chiara ispirazione greca sebbene il suo argomento sia inconfutabilmente romano: Nevio narra infatti della coeva prima guerra punica e fissa i caratteri storico/mitologici della fondazione di Roma. Questa struttura narrativa non è però da attribuire originariamente a Nevio che la desume da altri autori contemporanei, come Apollonio Rodio de Le Argonautiche, e affonda le sue radici nella più classica delle epopee greche, quella omerica. Il Bellum Peonicum attinge all’Iliade durante la narrazione della guerra contro Cartagine e all’Odissea per esplicare le origini mitiche della città. Nevio modella e utilizza un linguaggio epico sperimentale, sul calco degli epiteti, preziosismi e neologismi diffusi in greco e si affida a figure retoriche sonore per avvalorare e rafforzare i suoi versi.
- Teatro
- Tragedie praetextae e cothurnatae
Oltre che poeta epico, Nevio scrisse anche per il teatro: è ad oggi ricordato come il primo vero tragediografo di argomenti romani grazie alle sue due tragedie pretextae: il Romulus, a proposito delle origini mitiche di Roma, e il Clastidium, che celebra la vittoria dei Romani sulla popolazione gallica. Le tragedie che rimandavo ai cicli mitologici greci erano invece appartenenti per lo più al ciclo troiano: Nevio spesso riadattava i temi dei miti alle problematiche sociali e politiche coeve.
- Commedie palliatae e togatae
Alcune testimonianze storiche paragonano la produzione comica di Nevio a quella di Plauto per originalità e importanza; tuttavia, la scarsità di frammenti della produzione neviana non ci consente di avere adeguate informazioni. Il più lungo frammento conservatosi appartiene alla togata Tarantilla, in cui viene introdotta una civettuola ragazza di Taranto. Dal poco materiale che ci rimane, possiamo dedurre che non fosse raro per Nevio satireggiare le idee politiche correnti e non deve sorprendere che i suoi personaggi rivendichino i valori antinobiliari propri dello stesso poeta: libertà personale, di pensiero ed azione.
Plauto
I dati biografici di Plauto, ad eccezione della sua morte avvenuta sicuramente nel 184 a.C., sono dubbi e lasciano spazio a diverse discussioni: in linea generale, si accetta la provenienza di Plauto dalla regione che oggi identifichiamo come Umbria e ciò lo rendeva un cittadino libero ma non romano. La sua fortuna fu tuttavia frutto delle sue commedie palliate amate dal popolo romano che fecero crescere a dismisura la fama del poeta, sia in vita che presso i posteri sebbene per tutto il Medioevo, fino all’avvento dell’Umanesimo, l’opera plautina, a causa dei suoi contenuti di dubbia morale, venne diligentemente eclissata. Per quanto riguarda il corpus dell’opera plautina, si tende ad accettare come vera la classificazione dello storico erudito Varrone che, fra le 130 opere circa attribuite erroneamente a Plauto, individuò 21 commedie che sarebbero state senza dubbio opera dell’autore e che si sono conservate nel suo canone. La datazione cronologica delle opere resta tuttavia incerta.
- Commedie palliatae
Delle 21 opere di Plauto raccolte da Varrone, 20 sono giunte integre ai giorni nostri consentendoci di studiare circa 21000 versi. La particolarità più evidente in questo corpus è la mancanza di profondità psicologica o colpi di scena eclatanti: Plauto riduce la società a tipi fissi quali il vecchio, il servo astuto, il giovane innamorato, etc., le trame sono prevedibili e per di più spesso gli eventuali nodi cruciali della storia sono sciolti da prologhi che li svelano prima della messa in scena. La cifra stilistica di Plauto è proprio lo schema prevedibile delle sue opere. Che sia una commedia dalle tinte erotiche o satirica, lo schema prevede sempre il trionfo del bene sul male come richiesto dalla tradizione romana: i vincitori delle commedie sono dunque i giovani innamorati e i giusti a discapito degli anziani libidinosi e altre losche figure quali i lenoni. Gli schemi generali di fondo, che subiscono variazioni di volta in volta, sono quella del servus callidus, dell’agnizione e degli equivoci. La figura del servo ingannatore che con scaltrezza ordisce trame in favore del suo padrone è la più ricorrente nelle commedie plautine e si evolve fino a divenire una figura a tutto tondo, un protagonista più che un aiutante che tuttavia si deve appoggiare al fato, alla Fortuna, che è il potere che rimette tutto a posto e evita che il servo turbi la morale romana divenendo il burattinaio dei suoi padroni. Accanto alla figura del servo, Plauto ha una predilezione per le vicende equivoche che solitamente si concludono con un’agnizione che rende il finale lieto: le serve e le cortigiane si scoprono essere figlie perdute o illegittime e quindi libere, si ritrovano figli e genitori. La realtà iniziale in cui operano i personaggi è così sovvertita dall’aiuto della Fortuna che rivela la verità e rende accettabili le mistificazioni dei servi scaltri. Sebbene Plauto abbia attinto a modelli greci, risulta impossibile determinare una preferenza dell’autore perché il suo lavoro non riguarda il rimodellare la materia greca ma estrarne alcuni caratteri che inserisce nelle proprie opere eliminandone completamente altri, cifre stilistiche della Commedia Nuova greca: a differenza dei commediografi greci Plauto non scava nell’animo dei personaggi al fine di consegnare al pubblico un’opera edificante ma si preoccupa di sviluppare uno stile linguistico compatto, in cui non mancano grecismi e arcaismi, con cui intrattiene il pubblico senza pretese. Se fosse stato diversamente, il popolo romano avrebbe malvolentieri accettato la figura del servo beffardo che non rappresentava la realtà del tempo. Il servo non è che la auto-trasposizione dell’autore in scena, colui che muove le fila degli intrecci in modo comico con mera finalità di divertire il pubblico con i suoi loschi intrighi. La mancanza di intenti morali fu la causa della temporanea eclisse delle opere plautine nel Medioevo.
II secolo a.C.
Quinto Ennio
Vissuto a cavallo fra III e II secolo a.C., Ennio proveniva dall’odierna Lecce ed era dunque originario di quella zona dell’Italia fortemente ellenizzata. Giunto a Roma nel 204 a.C. al seguito di Catone, lavorò come insegnante ma ben presto divenne celebre per le sue opere teatrali: della sua produzione sono giunti a noi frammenti di 22 tragedie, 20 cothurnatae e 2 praetextae. Non eccelse in qualità di commediografo. La sua fama presso i posteri non fu tuttavia merito della sua teatrale ma del suo poema epico-storico Annales.
- Epica storica: Gli Annales
Gli Annales sono considerati la prima testimonianza dell’epica latina in esametri e narravano nei 18 libri originari, di cui ci rimangono appena 600 versi frammentari, la storia di Roma dalle sue origini al 169 a.C., anno della morte dell’autore. Il titolo dell’opera si rifà agli Annales Maximi, raccolte cronologiche stilare annualmente dal collegio dei pontefici massimi dell’Urbe ma nell’opera di Ennio non tutti i periodi ordinati in ordine cronologico ricevono uguale trattamento e l’autore preferisce concentrarsi sugli eventi bellici che sulla politica interna. Ennio si ispirò all’epica di Omero e ai poeti ellenici, guardò con attenzione anche a Nevio e al suo Bellum Poenicum ma ne prese le distanze preferendo una narrazione cronologicamente ordinata e una suddivisione sul modello della scuola alessandrina. La poetica di Ennio è affidata ai due proemi che appaiono negli Annales: il primo, ad inizio del primo libro, è apparentemente una classica invocazione alle muse ma Ennio si spinge oltre e, con spirito filoellenico, arriva a descriversi come la reincarnazione del sommo poeta Omero. Il secondo proemio appare nel settimo libro e ad esso è affidato il pensiero filologico di Ennio che ripudia i passati poeti in lingua latina, colpevoli di poetizzare in versi non adeguati, e si auto consacra il primo poeta romano coadiuvato dall’uso dell’esametro, il verso dei grandi epici greci. I critici antichi si sono soffermati lungamente sullo stile sperimentale adottato dal poeta, sottolineando in particolar modo il suo massiccio utilizzo di grecismi e allitterazioni all’interno di uno schema metrico grecizzante: lo scopo principale di Ennio è quello di adattare lo schema esametrico alla lingua poetica latina ma l’abbondante utilizzo di figure retoriche di suono all’interno di un metro rigido risulta stucchevole e per questo le generazioni di poeti successive ridussero al minimo il loro uso in questo contesto. Ennio divenne comunque il capostipite dell’epica celebrativa latina e a lui si ispirarono sia nella forma che nei contenuti diversi poeti fin dopo Virgilio, incoraggiati anche da organi del potere dell’Urbe che vedevano in queste opere dei mezzi di propaganda politica oltre che opere artistico/letterarie.
- Tragedie praetextae e cothurnatae
Ennio concepì un teatro tragico vivo ispirandosi ai modelli greci, la cultura con cui era cresciuto: innegabile è la sua predilezione per il trio tragico Euripide - Eschilo - Sofocle. Non si tratta tuttavia di un lavoro di emulazione ma di contaminazione che parte dalla tradizione greca del testo aperto e la libertà dell’autore di reinterpretarlo a proprio piacimento, decidendo in quale e quanta misura coinvolgere emotivamente il pubblico. A tal proposito, urge ricordare la funzione che il coro assume nelle tragedie enniane, ossia di “pubblico virtuale” che partecipa attivamente al dramma e coinvolge il pubblico reale in una dimensione meta teatrale. Il linguaggio adottato ricalca quello grandioso e patetico tipico dei grandi tragediografi greci e che sarà uno dei motivi per cui i testi di Ennio furono considerati stilisticamente superati da autori dell’età classica come Orazio. Molto importante era anche il gradimento del pubblico e per questo Ennio si atteneva spesso alle critiche di opere anteriori in modo da non deludere gli spettatori.
Pacuvio
Marco Pacuvio nacque a Brindisi nel 220 a.C. ed era nipote di Ennio. Questa parentela favorì il suo ingresso nel circolo degli Scipioni in cui si distinse per le sue tragedie. Guardò e rielaborò artisticamente i classici greci, a cui aggiunse elementi patetici e drammatici in accordo con i gusti del pubblico romano. Pacuvio divenne celebre anche per l’uso di descrizioni macabre e dettagliate, suggeritegli probabilmente dalla sua passione per la pittura. La tragedia greca fungeva ovviamente da base ma lo sviluppo degli eventi si articolava nel contesto della civiltà romana e ne esponeva i dubbi, le criticità e i punti di forza: fra i temi più trattati vi sono la tirannide, l’influsso di religioni e dottrine filosofiche provenienti dall’Oriente e l’arte retorica che andava in questo periodo perfezionandosi a Roma; il teatro appariva un ottimo strumento in quest’ultimo caso per dar sfoggio di eloquenza grazie alla massiccia presenza di situazioni tipo, dialoghi e monologhi. Una delle peculiarità di Pacuvio fu l’uso di un linguaggio complesso, spesso considerato dai suoi contemporanei inutilmente ampolloso e ricco di grecismi e neologismi. Pacuvio, come Accio, contribuisce a svincolare la figura del tragediografo dal mero mondo teatrale, ponendosi come intellettuale e grammatico erudito prima che teatrante. La tragedia si eleva in dignità, divenendo un passatempo per uomini colti e potenti. Lo sperimentalismo linguistico viene tuttavia rilegato ad altri tipi di opere e la tragedia si codifica in modelli formali.
Cecilio Stazio
Gallo d’origine, Cecilio Stazio è spesso trattato al pari di un autore minore a causa dell’esiguo numero di frammenti della sua produzione che si sono conservati nel tempo; testimonianze storiche affermano tuttavia che come commediografo fosse fra i migliori del suo tempo, pari se non superiore a Plauto e Terenzio. Con Plauto condivide il gusto per il farsesco e l’inventiva comica ma rispetto al suo predecessore, si attiene molto più fedelmente ai suoi modelli greci e predilige Menandro, accostandosi così a Terenzio. Se la fedeltà ai greci è osservata nelle traduzioni di nomi e situazioni, le tinte utilizzate nei dialoghi e monologhi sono molto simili alle farse plautine e in questi, il testo originale fungeva da canovaccio su cui Cecilio tesseva una trama in accordo con i nuovi gusti teatrali del pubblico. Il suo intento non era dunque tradurre letteralmente i classici greci ma reinventarne le storie utilizzandoli come modello base.
Catone
Vissuto a cavallo fra III e II secolo a.C., Catone è considerato un unicum nel contesto della politica e della letteratura romana: fu l’unico politico di primo piano a dedicarsi alla scrittura di opere storiche. La carriera politica di Catone inizia durante la seconda guerra punica e già nel 195 a.C. è eletto console. Il suo atteggiamento è apertamente anti-scipionico e contrario alla grecizzazione dello Stato romano, di cui difese strenuamente la superiorità e le tradizioni. Dal 184 divenne censore e la sua fermezza rispetto alle proprie idee gli provocò non pochi nemici: ne abbiamo testimonianza nelle numerose orazioni giuridiche che ci sono giunte in cui Catone sferrava duri attacchi contro chi, a suo dire, trasgrediva l’etica tradizionale dell’Urbe. Celebre fu la sua pretesa di espellere tre filosofi ambasciatori greci giunti a Roma nel 155 per diffondere la cultura ellenica e la sua strenua battaglia per la distruzione totale di Cartagine avvenuta nel 146 a.C., tre anni dopo la sua morte.
- Trattatistica: De Agri Cultura
Il De Agri Cultura è il testo latino in prosa più antico che si sia conservato integralmente e rispetto ad altre opere dello stesso argomento e genere, i suoi 170 brevi capitoli sono composti da precetti secchi e senza finalità filosofiche o letterarie sulla vita degli agricoltori. Si può considerare più un trattato di etica e morale in cui Catone elenca lo stile di vita che un buon pater familias deve seguire e dà indicazioni per la formazione di buoni cittadini e soldati. Il trattato non si rivolge a piccoli possidenti terrieri ma alla classe emergente dei grandi latifondisti e Catone non manca di dar consigli a proposito della condotta con gli schiavi, considerati come meri strumenti di lavoro per perseguire i valori di parsimonia e laboriosità successivamente inseriti nel mos maiorus romano dell’età classica. Il linguaggio non è dunque volto ad enfatizzare la dimensione incorrotta e ingenua del mondo contadino tipica della letteratura ma è privo di fronzoli, popolare e dritto al punto.
- Storiografia: Le Origines
A partire dalla vecchiaia, Catone si dedicò alla scrittura di un’opera storica di forte impatto politico e prospetticamente orientata in cui esponeva le sue perplessità e allertava i suoi contemporanei sulla pericolosità dell’imperante culto della personalità che stava prendendo piede nella vita politica romana e sulla sua corruzione. Quindi, benché il progetto ambisse ad abbracciare un ampio periodo storico, dalle origini di Roma al presente, il focus di Catone fu soprattutto sull’ultimo cinquantennio della vita politica dell’Urbe a cui dedica ben tre dei sette libri di cui si compone l’opera. Sebbene sia possibile considerare le Origines la prima opera storiografica in prosa in lingua latina, il suo linguaggio è ancora molto arc.
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