Introduzione alla filologia romanza
La filologia romanza è la scienza che studia le lingue neolatine e i testi scritti in tali lingue. La prospettiva di questa disciplina è triplice: da un lato esamina lo sviluppo di queste lingue (detto aspetto diacronico), ossia la loro evoluzione storica e comparata; da un altro lato si occupa di cogliere la morfologia di una data lingua come sistema in sé (detto aspetto sincronico); infine fornisce il fondamento scientifico per la realizzazione di edizioni critiche dei testi scritti in lingue romanze.
Il passaggio dall'unità latina alla frammentazione romanza
Il passaggio dall’unità latina alla frammentazione romanza ha conosciuto periodi di trasformazione lenta e fasi di cambiamento rapido o di crisi accentuata, ma ha sempre reso possibile la comunicazione degli individui e dei gruppi. L’evoluzione è stata ovviamente graduale nel tempo.
Varietà coesistenti e cambiamento linguistico
In ogni lingua coesistono nello stesso momento varietà diverse. La ridefinizione dei rapporti tra le varietà coesistenti nella lingua è una componente essenziale del cambiamento linguistico: accade cioè che una varietà inferiore sia accettata anche per gli usi superiori. Quindi più che di nascita di nuove lingue, dovremmo parlare di nuova posizione assunta da una varietà preesistente, all’interno delle varietà in uso.
La filologia e le leggi fonetiche
La filologia raggruppa le lingue tramite leggi fonetiche in modo ricostruttivo cioè stabilendo per via ipotetica lo stato precedente a quello delle lingue osservate, dal punto di vista fonetico, morfologico, sintattico e semantico. Le lingue romanze vengono dal latino volgare, concetto che viene ripreso dagli umanisti e dal metodo storico-comparativo.
Studio diacronico e sincronico
Studio diacronico: dal latino arcaico a quello cristiano passano 8 secoli, entro cui abbiamo la norma classica, che blocca o maschera lo sviluppo in atto, ma effettivamente l’evoluzione avviene.
Studio sincronico: registri o stili. Cicerone fa un’opposizione di registro: “plaebeius sermo, sermo familiaris e sermo vulgaris” ovvero lingua popolare. Il latino volgare è il registro più basso della lingua usato dai ceti più bassi e da tutti gli altri per la comunicazione quotidiana: quindi era la lingua spontanea di tutti.
Fonti dei volgarismi o romanismi
Le forme scorrette vengono chiamate volgarismi o romanismi. Tra le fonti di questi abbiamo:
- Opere di grammatici latini, che illustrano le forme scorrette, ci danno informazioni a livello fonologico.
- Iscrizioni: le scritture occasionali rivelano la difficoltà di chi non conosce le forme ufficiali, come nei graffiti a Pompei e Ercolano, che riportano messaggi d’amore o ingiurie al nemico.
- Letteratura tecnica: artes, cioè discipline scientifiche e tecniche, ritenute inferiori a retorica, grammatica, matematica e geometria.
- Opere letterarie: commedie teatrali di Plauto e Terenzio lingua retoricamente meno elaborata e più vicina al parlato. Le epistole di Cicerone mostrano un latino familiare, diffuse tra il pubblico per il valore letterario.
Il latino e le lingue romanze
Durante l’alto-medioevo il livello del latino scritto era molto basso. Dopo la fine dell’impero romano avviene la trasformazione del latino al romanzo, approssimativamente nel V secolo. Il romanzo è già nato, ma verrà scritto secoli dopo. Latino e lingue romanze oggi ci sembrano tipi linguistici diversi, quasi opposti. La fonologia delle seconde è diversificata da quella del latino, così come la morfologia e la sintassi.
Ordine delle parole
Il latino classico era caratterizzato dalla libertà nell’ordine delle parole, grazie all’esistenza dei casi, dunque ogni costituente portava in sé il senso della sua funzione sintattica, sebbene comunque l’ordine più diffuso fosse SOV. Alla fine del IV sec. si va generalizzando una preferenza per l’ordine SVO, che poi passerà alle lingue romanze.
Il francese è più rigoroso nel perseguire questa struttura, mentre italiano e spagnolo possono presentare ordini marcati tematizzando un elemento diverso da S (ad esempio: Luisa ho chiamato). L’inversione VS si verifica nell’interrogativa in italiano e spagnolo, ma è d’obbligo in francese quando S è pronominale.
Il nome e le sue categorie grammaticali
Le manifestazioni correlate al nome si esprimono mediante 3 categorie grammaticali: Genere (che ha subito qualche variazione), Numero (resta tale) e Caso (che decade).
Genere
Maschile e femminile restano perlopiù invariati. Il neutro, che scompare nelle lingue romanze tranne che in romeno, marcava i nomi di cosa, con uscite in –um e –oi rispettivamente singolare e plurale. I neutri passano per la maggior parte al maschile. Ritroviamo il vecchio neutro in nomi femminili in –a dal valore collettivo. Vedi “La Leena” o ancora nei nomi che al singolare hanno un’uscita maschile e al plurale, femminile, vedi il dito/le dita. Rintracciamo metaplasmi (da maschile a femminile o viceversa) per esempio nomi di alberi che da femminile diventano maschile o negli astratti in –or che da maschile diventano femminile vedi “La douleur”.
Caso
I casi latini sono un’eredità indoeuropea ed esprimono numero e genere. Nelle lingue romanze viene persa la funzione casuale ma sono conservati genere e numero. L’utilizzo della preposizione rende prevedibile il caso (es. cum→ablativo; ad→accusativo).
Il latino ha 5 declinazioni, ciascuna con sei casi grammaticali, una forma per il singolare e una per il plurale:
- 1° nomi femminili
- 2° nomi maschili
- 3° e 4° entrambi i generi
- 5° nomi femminili
Es.
| Singolare | Plurale |
|---|---|
| Nominativo (Soggetto): ROSĂ "la rosa" (sogg.) | Nominativo: ROSAE "le rose" (sogg.) |
| Genitivo (Compl. Di specificazione): ROSAE "della rosa" | Genitivo: ROSĀRUM "delle rose" |
| Dativo (Compl. Di termine): ROSAE "alla rosa" | Dativo: ROSIS "alle rose" |
| Accusativo (Compl. Oggetto): ROSAM "la rosa" (ogg.) | Accusativo: ROSĀS "le rose" (ogg.) |
| Vocativo (per l’invocazione): ROSĂ "oh rosa!" | Vocativo: ROSAE "oh rose!" |
| Ablativo (x espr. Mezzo/modo/strum.): ROSĂ "dalla, con la rosa" | Ablativo: ROSIS "dalle, con le rose" |
Già nella fase arcaica dei latini, 4° e 5° classe risultavano poco produttive, dunque i loro nomi sono stati ripartiti tra la 1° e la 2°. Nelle lingue romanze non vi è più traccia della declinazione. I sostantivi hanno una sola forma per il singolare e per il plurale e questa deriva in genere dall’accusativo latino.
La scomparsa della declinazione
Nel passaggio dal latino al romanzo la declinazione scompare: perché? Dardel e Wuest hanno ipotizzato due fasi:
- Collasso della declinazione a causa dell’apprendimento del latino da parte dei non latinofoni.
- Rinascita di una declinazione con 3 casi: Nom. Acc. Gen./Dat. che ritroviamo infatti nel romanzo, nella declinazione del pronome personale tonico di terza: it egli / lui / lo.
Il filologo La Fauci considera la declinazione in rapporto alla funzione sintattica della frase, cioè in rapporto ai due nuclei sintattici: nucleo nominale e nucleo verbale, per arrivare ad una ipotesi sull’orientamento tipologico.
Il latino canonico
Il latino canonico realizza attraverso i casi, tre opposizioni funzionali:
- Nominale → dipendenza dal nome → genitivo/dativo
- ± verbale → dipendenza dal verbo → nominativo/accusativo
- ± extraverbale → dipendenza da preposizioni → ablativo
Si ha però la tendenza a manifestare la dipendenza nominale con preposizionale+accusativo (o ablativo) anziché con genitivo e dativo. L’accusativo diventa il caso più usato con le espressioni per esprimere complementi, finisce col comparire in ogni funzione sintattica; dal nominativo derivano solo i soggetti ergativi, ovvero con funzione d’agente. Si passa così da un sistema ACCUSATIVO-NOMINATIVO dove ACC è il polo marcato, ad uno di tipo ERGATIVO-ASSOLUTIVO, dove l’ASS non è più marcato.
Questo fenomeno si verifica con tempi diversi: italoromanzo e iberoromanzo perdono subito la flessione. Il galloromanzo invece fino al 13° secolo mantiene una declinazione bicasuale sul modello Ergativo-Assolutivo.
Declinazione bicasuale
- Retto (nominativo, soggetto come agente) SING. –s PLUR. –ø
- Obliquo (tutti gli altri casi) SING. –ø PLUR. –s
In seguito il sistema Ergativo-Assolutivo tornerà all’Accusativo-Nominativo perché con la fissazione dell’ordine degli elementi nella frase, secondo l’ordine SVO, l’oggetto seguirà sempre il verbo e il soggetto lo precederà.
(In alcune varietà come Sp. Port. Rom. E It. Meridionale l’oggetto quando è animato è introdotto da “A” riprendendo la struttura AD+ACC ad esempio Ho chiamato a Giovanni.
Dopo la caduta del caso morfologico, alle lingue romanze resta la flessione del numero grammaticale (singolare/plurale).
L’ultimo atto della perdita totale del caso, è quindi l’eliminazione dell’opposizione tra il nominativo e l’accusativo.
Delle distinzioni casuali si trovano in tutte le lingue romanze, nei pronomi clitici personali. Qui ci sono forme distinte per nominativo, dativo e accusativo: per esempio in fr. al maschile singolare si distingue tra nom. il, dat. lui e acc. le.
Il numero
Esce indenne dal passaggio. Gallo romanzo e iberoromanzo formano il loro plurale con la –s; italiano e romeno presentano invece l’alternanza vocalica.
- Continuazione delle desinenze del NOM in –ae o in –i
- Continuazione delle desinenze dell’ACC in –as→-aj→-e al femminile e –os/-es→-ej/-oj→-i/-i al maschile.
L’articolo
Tutte le lingue romanze hanno l’articolo definito e indefinito che il latino non possedeva. Si può dire che la formazione dell’articolo è un tratto innovativo panromanzo. L’articolo, stando alle testimonianze in nostro possesso, dev’essersi formato nel suo nucleo essenziale verso il 6° secolo, o forse anche prima, ma in uno strato non documentabile del latino volgare.
L’art. determinativo romanzo deriva dal dimostrativo lat. ILLE ‘quello’. Il, lo it. <ILLU (in diverse condizioni d’accento): ILLU CABALLU > il cavallo, ILLU AMICU > l’amico. In tutte le lingue romanze l’art. indeterminativo deriva dal lat. UNU ed è sempre anteposto: UNI CABALLU > un cavallo, UNAM CASAM >una casa.
I dimostrativi
Per i dimostrativi il latino ha 3 gradi:
- HIC ‘questo’
- ISTE ‘codesto’
- ILLE ‘quello’
E 3 pronomi/aggettivi anaforici per richiamare o anticipare un elemento nel discorso:
- IS
- IDEM
- IPSE
A partire dal II secolo si osserva un forte incremento nell’uso di ILLE e dalla seconda metà del IV secolo inizia ad avere funzione anaforica o cataforica, dunque richiama o anticipa qualcosa nella frase: passa dunque da determinante testuale a non testuale (funzione di articolo). Tutte le lingue romanze dunque continuano ILLE, tranne il sardo e il catalano che continuano IPSE. L’articolo occupa una posizione proclitica, tranne in romeno (posizione enclitica). L’articolo indeterminativo discende da UNUS in tutte le lingue romanze, con posizione proclitica (ha uno sviluppo più tardo 530 d.C.).
La comparazione
Il latino usa delle forme sintetiche per il comparativo e il superlativo:
- Bonus
- Melior
- Optimus
Le lingue romanze tranne il romeno per il comparativo mantengono alcune serie che hanno sistema maggiore-minore/migliore-peggiore, ma anche con significato diverso da quello originale; vedi seniorem diventa signore non il più grande. Per il superlativo vengono utilizzate forme relittarie, che vengono direttamente dal latino vedi Pessimum, maximum. E dal XIV secolo vengono utilizzati aggettivi con suffisso –issimo in it., sp., port. e cat. Le forme analitiche sono costituite da Magis (→mas in spagnolo) e Plus (→plus in fr., Più in it. + aggettivo) → comparativo. Ad eccezione del francese che usa Trés e il romeno Forte.
L’aggettivo
In latino c’erano aggettivi a tre, due e una terminazione:
- Bonus bona bonum
- Tristis tristis triste
- Felix felix felix
Con la perdita del neutro gli aggettivi del primo gruppo passarono da tre a due terminazioni senza più distinguersi da quelli del terzo.
L’avverbio
Il latino si costituiva da aggettivo neutro + -e se l’aggettivo usciva in –us, + -iber se l’aggettivo usciva in –is.
Esisteva un modo per esprimere l’avverbio con costrutti con “mente”, specialmente per gli stati mentali. Questi costrutti passano al romanzo, svuotando “mente” del suo significato originale e assumendo quello di “modo”, “maniera”.
Il verbo
Il latino ha un’opposizione diatetica (la diatesi indica la disposizione dei partecipanti all’azione, rapporto tra S e Azione compiuta) una attiva e una media.
- Attiva: c’è coincidenza tra soggetto e agente, sia con oggetto diretto che indiretto.
- Media: indica una diversa sfumatura di partecipazione dell’agente all’azione.
Il verbo può mantenere le marcature dell’attivo esprimendo l’accordo col soggetto grazie ad attacchi pronominali. Ricorrere ad un sistema proprio di marche flessionali, sia che agente e o soggetto coincidono (moveor, mi muovo) sia che agente e soggetto non coincidono.
Per esprimere la temporalità il latino ha un’opposizione tra Infectum (→ovvero imperfettivo, Imperfetto, futuro semplice, Infinito, Participio Presente) e Perfectum (→ovvero Perfettivo, Piùcheperfetto, Futuro anteriore, Infinito passato, Participio perfetto).
Come distinguere l’INF. dal PERF.? Attraverso meccanismi come:
- Infisso nasale “vinco” “vici”
- Raddoppiamento “cado” “ce-ci-di” “caddi”
- Apofonia o cambiamento vocalico “Video” “Vidi”
Naturalmente si nota la scomparsa di forme non più produttive perché sostituite da altre più espressive che comportano anche una struttura sintattica diversa. Ma anche la nascita di nuove forme di tipo perifrastico: Futuro organico: infinito verbo latino + HABEO, Condizionale: infinito verbo latino + HABEBAM / infinito verbo latino + HABUI.
Forme perifrastiche con participio passato
Le coniugazioni: in latino erano 4 con temi in: a ē ē ī.
Le 4 coniugazioni latine si riducono generalmente a 3 (per es. in it. –ARE, -ERE, -IRE) poiché l’evoluzione fonetica genera confusione fra –ĒRE/-ĔRE. Le classi 1° e 4° sono quelle produttive; i verbi della 2° e della 3° vengono ripartiti tra la 1° e la 4°, in che modo?
- Passano alla 1° le forme nominali di verbi irregolari → cantum da cano, canere → cantare
- Sostantivi, aggettivi, participi passati + j che da luogo a neoformazioni in –iare, –icare → captue + j → captiare → cacciare
- Con i suffissi –idiare, izare, che si diffondono nella lingua dei cristiani → baptizare, evangelizzare
- Passano alla 4° classe i verbi in –io, -ere → fusio, fugere→fugire
Spagnolo e portoghese cancellano la 3°, il sardo la 2°. In italiano abbiamo 4 coniugazioni, con metaplasmi passaggi dalla 2° alla 3° e viceversa. Ad es. sapere→sapere da 3° a 2° e ridere→ridere da 2° a 3°.
Il futuro
Le lingue romanze hanno perso il futuro latino nella sua forma originaria e lo hanno sostituito, con una perifrasi ottenuta dalla giustapposizione dell’infinito e del presente dell’ausiliare HABERE. In latino presentava forme sintetiche marcate morfologicamente dai suffissi in –abo ed –ebo per la 1° e la 2° coniugazione e in –am per la 3° e la 4° (forma recessiva).
Nell’uso, l’idea di futuro poteva essere espressa attraverso catacresi vedi avverbio di tempo + verbo al presente → Veneo subito→verrò attraverso perifrasi:
- Perifrasi volitiva che esprime volontà o movimento, voio+verbo/venio+verbo
- Quest’ultima che resta solo in romeno.
- Perifrasi necessitativa habeo+verbo→in tutte le lingue romanze in cui habeo perde la sua funzione di ausiliare, grammaticalizzandosi; serve solo a marcare l’interdipendenza tra S e V, diventando futuro sintetico in romanzo (la maggior parte delle lingue romanza continuava la perifrasi INF+Habeo originando una nuova forma sintetica con terminazioni uguali per tutte le coniugazioni)
- Debeo+Verbo in tutte le lingue romanze
Vi sono anche forme perifrastiche in varietà minori del romanzo in cui habeo non si grammaticalizza, continuando la forma habeo ad+infinito vedi it. Meridionale “agg’ a cantà”.
Il condizionale
In latino non esisteva; si considera come il futuro del congiuntivo e si esprime mediante perifrasi con habeo:
- Infinito+habebam (habeo all’imperfetto) in spagnolo
- Infinito+hebui (habeo al perfetto) in italiano
In alcune varietà si fa uso del piùcheperfetto per esprimere il condizionale ad esempio “u facissi” “si putissi” in it. Meridionale.
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