Il primo secolo dell'impero: da Tiberio a Traiano
Si fa iniziare la nuova età imperiale con il 14 d.C., l'anno della morte di Augusto. Lo spartiacque fra l'età augustea e la nuova età imperiale sono:
- Epigonismo: cioè la sensazione di vivere e agire dopo la conclusione di una grande epoca alla quale si attribuisce il raggiungimento di vertici ormai insuperabili. In letteratura è la coscienza che tutto sia già stato detto nel modo migliore. Non resta allora che ammirare quanto è stato prodotto (venerazione per Cicerone) e si cerca poi di procedere sulle orme di questi modelli.
- Un nuovo rapporto tra il potere e la cultura: la nuova organizzazione monarchico-militare esigeva, per consolidarsi, un controllo più diretto sulla vita pubblica e quindi anche sulla cultura.
- Il potere imperiale - L'assolutismo. Il consolidamento del potere imperiale rendeva inevitabile sul piano politico lo scontro tra il princeps e la tradizione eticolepubblica, di cui l'aristocrazia senatoria si sentiva ancora depositaria. Con imperatori come Tiberio, Nerone e Domiziano, decisi a imporre una concezione forte del principato, sentito ora come una monarchia di tipo ellenistico, lo scontro tra il principe e l'élite senatoria finì per assumere in certi momenti il carattere di una persecuzione. In letteratura, una simile concezione assolutistica comportò una dipendenza diretta del poeta dal principe: si imponevano così per lo scrittore l'omaggio esplicito e la celebrazione adulatoria. Nasceva inoltre l'opera di censura, particolarmente attiva su quei generi che si trovavano in rapporto diretto con la prassi politica come l'oratoria.
La dinastia giulio-claudia (14-68 d.c.) e l'impero di Tiberio
Gli ultimi anni del principato di Augusto
L’ultimo periodo della vita di Augusto presenta una situazione cambiata: ai gravi problemi militari, nelle province, in particolare la rivolta dell’Illirico e il disastro subito da Varo in Germania, si aggiungevano le preoccupazioni per la dilagante immoralità che arrivava a toccare anche la famiglia imperiale. Anche se tali accuse erano talvolta strumenti della lotta per la successione, che vedeva schierati in fazioni opposte i membri della famiglia imperiale.
Tiberio assunse con riluttanza il potere poiché sapeva alle difficoltà a cui andava incontro, in particolare l’opposizione del senato, che vedeva nell’imperatore un freno alle proprie ambizioni oligarchiche. A ciò si aggiunse la crescente popolarità di Germanico che Augusto aveva a Tiberio quale successivo erede al trono, e che aveva dalla sua parte il favore di una parte dell’aristocrazia senatoria e dell’ambiente militare.
Gli storici da parte senatoria tracciarono un ritratto ostile di Tiberio, mettendone in rilevanza la doppiezza e la diffidenza. Negli ultimi anni del suo impero si ritirò a Capri, e lasciò l’esercizio del potere in mano a Seiano, prefetto del pretorio, cioè capo dell’ordine pubblico e per il sostegno delle corti concentrate a Roma per il controllo dell’imperatore.
I pretoriani nel primo secolo dell’impero ebbero un’influenza decisiva sulle vicende politiche romane, essendo che costituivano la guardia ufficiale dell’imperatore. Seiano mirava a costituirsi un potere personale e non si risparmiò con le accuse di immoralità e cospirazione. Alla fine Tiberio lo esautorò e fu condannato e ucciso nel 31 d.C., la prima esperienza di governo dopo Augusto che rivelava tutte le tensioni presenti nel compromesso augusteo, che aveva tentato di tenere in equilibrio una forma costituzionale, lasciando intatta la vecchia facciata repubblicana. Ma dopo di lui la mancanza di una figura carismatica non garantiva più alcun equilibrio e faceva emergere l'inaffidabilità del senato che emergeva un continuo tentativo di recuperare il perduto potere e si era poi manifestata la forza condizionante dell'elemento militare.
Voci favorevoli all'impero
Velleio Patercolo: favorevole al principato, ebbe modo durante le campagne in Germania e in Pannonia di conoscere e apprezzare le qualità militari di Tiberio. Poteva essere anche che con la sua appartenenza all’ordine equestre e non alla nobiltà senatoria, manifestava il favore di un gruppo sociale che era stato valorizzato dall’avvento del principato.
Historia Romana: in 2 libri, costituisce una sorta di compendio dalla guerra di Troia fino a Tiberio, considerato il culmine della storia di Roma. La pretesa di fare una storia universale comportò un’esposizione assai sintetica che finì per essere un pregio in quanto Patercolo si proponeva di fornire un quadro di riferimento storico, una sorta di manuale.
Anche se non sempre coglie le motivazioni e le cause degli avvenimenti, l’opera colloca accanto agli avvenimenti militari e politici anche i fatti culturali e letterali.
Valerio Massimo: Dictorum et factorum memorabilium libri novem compilò una serie di estratti da opere storiche e li ordinò in 94 rubriche, intitolate a vizi o virtù, composta di 9 libri. È un’opera dedicata a Tiberio considerato come modello positivo di ogni virtù. Ciascuna rubrica si presenta divisa in una sezione romana e una che raccoglie esempi dei popoli stranieri. Nell’opera si trova la riduzione e la semplificazione delle figure della storia alla sola dimensione morale.
La sfrenatezza tirannica di Caligola (37-41) e lo sviluppo dell’apparato statale sotto Claudio (41-54)
Quando Tiberio morì, raccolse la sua eredità imperiale Gaio Cesare, detto Caligola, ultimo superstite della casata di Germanico, aveva assistito allo sterminio della sua famiglia ed era riuscito a salvarsi. L’avvio del suo regno fu prudente e sembrò orientato a promuovere una pacificazione e una concordia generale.
C’è uno schema che torna nel regno di tutti i Giuli-Claudii: il principe si mostra “buono” all’inizio del suo governo, poi, per circostanze diverse, si tramuta in un tiranno dalle inclinazioni folli (il tiranno non può accontentarsi di essere malvagio nella parte privata e nascosta della sua vita; la manifestazione pubblica della sua crudeltà è necessaria per il mantenimento del potere). Anche Caligola cambiò all’improvviso a causa di una malattia e della morte di sua sorella, esasperando il suo carattere.
Probabilmente vennero interpretate come prove di follia anche azioni riferibili allo sforzo di imporre una concezione del potere secondo modelli orientali, per i quali l’imperatore diventava simile a un dio. Operava dei tentativi coscienti di dar vita a un assolutismo sconosciuto fino ad allora a Roma. Comunque sia soffriva di un delirio di onnipotenza, accompagnato dal crescente timore di perdere tanto potere. La scoperta di ripetute congiure ordite contro di lui lo spinse verso una sfrenatezza sanguinaria. Fu intanto proprio una congiura a toglierlo di mezzo per far succedere suo zio Claudio, che era considerato infermo di corpo e di spirito.
Va notato che il comportamento vizioso o feroce nella vita privata degli imperatori non influenzava più di tanto le istituzioni, infatti il complesso sistema burocratico amministrativo escogitato da Augusto continuava a funzionare indifferente alle vicende del palazzo dove gli imperatori conducevano le loro battaglie per mantenere il più possibile il loro potere. Claudio, fratello di Germanico, condannò gli uccisori di Caligola e premiò i pretoriani che lo avevano eletto imperatore. Ulteriori provvedimenti dimostrarono che all’occorrenza sapeva affrontare il suo compito con energia e serietà. Provvide all’approvvigionamento della città attraverso il porto di Ostia, costruì un nuovo acquedotto, procedette a opere di bonifica.
Volle che i governatori delle province senatorie si conformassero alle sue direttive e quando questo atto suscitò sabotaggi, non esitò a punire i responsabili e ad affidare ai suoi liberti, che diventavano ora una sorta di ministero ombra alle sue dirette dipendenza, i compiti che toccavano ai rappresentanti della classe senatoria e quella equestre. Sotto il suo regno venne conquistata e organizzata in provincia tutta la parte inferiore della Britannia. Il suo nome è spesso legato a quelle delle tremende donne di cui fu succube, come Messalina e Agrippina che lo costrinse ad adottare suo figlio Nerone in modo da assicurargli la successione. Morì nel 54 dopo essere stato avvelenato.
Nerone e la fine della dinastia Giulio-Claudia (54-68)
Quando si rese conto di cosa significasse regnare volle farlo a modo suo e ciò andava contro il progetto della madre Agrippina che voleva invece regnare in suo nome. In quest’ottica va visto il richiamo di Seneca dall’esilio per farne il precettore di Nerone, e doveva rappresentare un segnale di apertura verso il senato, di cui Seneca era un esponente. Ma poiché solo questo non bastava, Agrippina si era già guadagnata l’appoggio di Afranio Burro, prefetto del pretorio, che le garantiva sostegno militare. Seneca e Burro ressero di fatto l’impero e lasciarono che Nerone perseguisse nei suoi vizi per avere libera gestione dell’impero. Fu questo il periodo del “quinquennio aureo”, ovvero l’avvio positivo del regno di Nerone.
Mentre i suoi tutori reggevano l’impero, Nerone si abbandonava a ogni tipo di eccesso e arrivò a ripudiare la moglie Ottavia per sposare Poppea, al rifiuto della madre la fece uccidere. Intorno al 60 Nerone prese le redini del potere, avviando una serie di innovazioni e riforme che dimostravano la volontà di andare incontro alle province e alle esigenze dei ceti meno abbienti, ma avevano un carattere del tutto improvvisato.
Il tutto si accompagnava a una repressione politica in cui a farne le spese furono i membri dell’aristocrazia senatoria, vittime di una rivoluzione culturale. Nerone proponeva il culto della personalità e si fece sostenitore di ideali ellenizzanti e orientaleggianti che lo contrapposero a una nobiltà ancora arroccata nella difesa di un’antica moralità.
La svolta decisiva avvenne nel 62 con la morte di Burro, Seneca fu allontanato dal potere e si ritirò a vita privata. Nerone si abbandonò a progetti faraonici e gare alle quali voleva che partecipasse la nobiltà e a cui partecipava egli stesso. Se nella Grecia classica anche uomini illustri cantavano e suonavano, in Roma la condizione di attore o di cantore faceva perdere la cittadinanza. La “rivoluzione culturale” di Nerone impone alla popolazione quella che Tacito non esita a definire “pubblica vergogna”.
Nel 64 avvenne il grande incendio di Roma, venne accusato di averlo appiccato lui stesso per estendere l’immensa domus aurea che stava progettando. L’accusa continuò anche quando l’imperatore dirottò l’ira del popolo sui cristiani, la sua popolarità diminuiva anche tra il popolo che l’avevano sostenuto. Più pericolose erano l’opposizione nobiliare e quella dell’ambiente militare, si susseguirono in quegli anni varie congiure, tra cui quella di Calpurnio Pisone e quella di Annio Viniciano. La loro scoperta portò a una serie di processi che coinvolsero figure eminenti dell’opposizione e molti innocenti: in questa occasione perirono anche Lucano, Seneca e Petronio.
Nerone intanto stava compiendo un viaggio in Grecia per donare la libertà alla sua terra prediletta ed esentarla dal pagamento delle tasse, tutte cose che creavano sconcerto e ira nell’ambiente romano, anche perché alla perdita di importanti tributi si aggiungevano le spese folli per la costruzione della domus aurea. Una rivolta contro Nerone partita da un governatore della Gallia trovò l’adesione di vari generali tra cui il vecchio senatore Galba. L’imperatore si trovò abbandonato anche dai pretoriani, passati a Galba e per sfuggire a una condanna ignominiosa si uccise. Così finiva la dinastia Giulio-Claudia: il senato proclamò la damnatio memoriae di Nerone, facendo cancellare ogni cosa che lo ricordasse e nominò imperatore Galba.
Il tiranno tra mito e realtà: Seneca e Curzio Rufo
La tirannide è connessa nell’immaginario romano con la figura di Alessandro Magno, pare che Caligola lo considerasse il suo modello, mentre in Seneca rappresenta l’eccesso, l’insaziabilità, l’avidità di potere, l’incapacità di dominare l’ira e la crudeltà. Sono queste le caratteristiche di ogni tiranno, ma i vizi su cui Seneca insiste sembrano essere quelli tipicamente neroniani. Si è pensato che, attraverso la figura di Alessandro, egli intendesse colpire Nerone.
C’è dunque in Alessandro il sovrapporre usanze orientali su liberi uomini greci, proprio come faceva Nerone. In ambito stoico vigeva questo “parlar male” di Alessandro, tuttavia in Seneca c’è un’insistenza particolare.
Lo storico Curzio Rufo (I sec. d.C.) invece fu preso dal fascino delle gesta di Alessandro. Egli, contemporaneo di Seneca, scrisse le Historiae Alexandri Magni Macedonis in dieci libri, giunte a noi mancanti dei due libri iniziali. In esse c’è un esempio di storiografia retorica, accanto alle consuete accuse di superbia e ira, si mette in rilievo la clemenza del re macedone e la sua magnanimità, dimostrata soprattutto nei confronti del re persiano sconfitto.
I caratteri letterari dell’età dei Giulio-Claudii
Anche dopo Augusto gli imperatori si occuparono della cultura e influirono direttamente sulle vicende delle lettere. Nella letteratura “seria” dominava un gusto dell’eccesso, del passionale e del cupo, che qualifica lo stile di quest’epoca come “barocco imperiale”, il che vuol dire negazione dell’equilibrio classico, sia dell’armonioso stile ciceroniano e sia dell’equilibrio virgiliano. Fu questa un’età di sperimentalismi e di rinnovamento.
Il poema astronomico di Manilio, Astronomica, lega alle stelle il destino degli uomini e risale all’età di Tiberio. Dell’autore si ignora pressoché tutto, ma un riferimento al disastro militare di Teutoburgo (9 d.C.) permette di collocare la composizione negli ultimi anni di Augusto e sotto Tiberio. Lo studio scientifico dell’astronomia non è, per lui, fine a se stesso, ma permette di riconoscere la corrispondenza fra l’armonia impressa al cielo da Dio e la mente dell’uomo, che è capace di cogliere questa armonia indagando il cosmo.
Gli autori che scrissero poemi dopo Virgilio inclinarono verso l’irrazionale, l’eccessivo, l’orrido, il macabro e l’esotico. Questi sono gli aspetti che più colpiscono nell’epica di età imperiale e che sconvolgono l’idea di classico, ma che aprono alla modernità. Lucano ad esempio si rinnovò nella scelta di trattare nel suo poema la guerra civile, abbandonando il mito per la storia.
Lucano
Figlio di un fratello del filosofo Seneca, nacque a Cordova in Spagna nel 39 d.C., ma giunse presto con la famiglia a Roma, dove ebbe la sua formazione retorica e poetica e una rapida affermazione in entrambi questi campi. Poeta di successo e amico personale di Nerone, iniziò la carriera politica. Dopo alcune opere minori, per noi perdute, si dedicò alla composizione di un vasto poema epico di contenuto storico, la Pharsalia o Bellum civile, che trattava della guerra civile tra Cesare e Pompeo, ma qualcosa lo rese inviso al principe, forse il fatto che nel suo poema si manifestava nostalgia nei confronti dell’antica repubblica.
Nerone gli impose il silenzio e allora Lucano si dedicò tutto al suo poema, passò anche all’opposizione politica, fino a farsi attivo sostenitore della congiura di Pisone che coinvolse tanti uomini illustri dell’epoca compreso Seneca. Fallita la congiura e condannato, Lucano si diede la morte nell’anno 65, la sua opera rimaneva incompiuta.
La Pharsalia: poema epico di circa 8000 versi in dieci libri, incompiuto. Nei codici più antichi il titolo è Bellum civile ma il poeta prevede l’immortalità del proprio poema giustifica il titolo Pharsalia che allude alla battaglia di Farsalo, che nel 48 a.C. concluse la guerra civile tra Cesare e Pompeo con la sconfitta di quest’ultimo.
L’opera contiene i seguenti avvenimenti:
- Libri I-III: le cause della guerra, passaggio del Rubicone, la fuga di Pompeo a Brindisi, l’arrivo di Cesare a Roma, il ritorno al nord e l’assedio di Marsiglia;
- Libri IV-VI: la guerra in Spagna, Illiria, Africa, l’Epiro diventa il luogo dove si riunisce il senato e convergono le truppe dei belligeranti, il passaggio in Tessaglia di Cesare e Pompeo;
- Libri VII-VIII: lo sconvolgimento della battaglia di Farsalo, Pompeo sconfitto si rifugia in Egitto e viene fatto uccidere da re Tolomeo;
- Libri IX-X: Catone riunisce in Africa le truppe pompeiane superstiti, Cesare passa in Egitto ed entra in Alessandria accolto da Cleopatra, la sollevazione degli Alessandrini contro Cesare.
L’argomento del poema è ancora epico, visto che si tratta di guerre e di eroi, ma non più mitico: il piano dell’opera richiama gli epici dell’età arcaica come Nevio o Ennio. Ci sono alcune importanti differenze tra questi poemi arcaici e la Pharsalia: Lucano esclude completamente il mito e la leggenda per fare un poema rigorosamente storico. In secondo luogo, mentre l’epica romana arcaica trattava sempre le vicende storiche in una prospettiva di esaltazione e di celebrazione della gloria e dei destini di Roma, Lucano mette in evidenza... [il testo originale termina qui].
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunti dettagliati esame letteratura latina 1 (12 cfu). Quadro storico e autori dall'età repubblicana alla forma…
-
Riassunti esame Lingua e letteratura latina, Prof. Berno, libro consigliato dispensa del corso di Lingua e letterat…
-
Riassunto esame Letteratura latina, prof. Delvigo, libro consigliato Letteratura latina: la tarda età imperiale, Co…
-
Riassunti Latino