Forme non letterarie e preletterarie
Alla base della lingua latina ci sono forme comunicative scritte prive di intenzioni letterarie ma determinanti per la nascita di una lingua scritta che è fondamento stesso del fenomeno letterario. Testimonianze indirette informano dei foedera risalenti ai tempi più antichi della storia di Roma; tracce antiche delle leggi regie, risalenti al periodo monarchico, ebbero un'importanza culturale notevole. Segnò un momento decisivo di progresso la composizione di un corpus ordinato di leggi, che sarebbe stato l'esito di un viaggio che i decemviri compirono in Grecia.
Le leggi delle XII tavole
Le leggi delle XII tavole diventano la codificazione del diritto privato romano, pensata nel periodo in cui il dominio dell'oligarchia patrizia era incontrastato. La loro denominazione derivava dal fatto che erano esposte su dodici tavole bronzee nel foro romano. Saranno successivamente oggetto di numerose citazioni e allusioni da parte dei rappresentanti conservatori romani. Nei primi secoli la loro trasmissione era di tipo orale e soggetta quindi a manipolazioni, mentre la loro messa per iscritto rappresentò una delle prime vittorie dei plebei sui patrizi.
Documenti letterari dell'età delle Origini
I documenti letterari dell'età delle Origini sono documenti ufficiali e privati, ma di questi non abbiamo testimonianza, mentre quelli ufficiali sono costituiti dai carmina; le testimonianza più antiche ci sono quindi giunte dal mondo religioso e rituale. Il carmen nasce infatti dall'esigenza di formulare un testo che si ritiene solenne o importante. I due carmina più importanti sono:
- Il Carmen Saliare, di cui abbiamo 3 frammenti trasmessici da Varrone. I salii erano un collegio di 12 sacerdoti addetti al culto di 12 ancilia, scudi sacri. Era una litania intonata dai salii, sacerdoti di Marte, che aprivano la stagione della guerra. Questi eseguivano una danza guerriera che doveva servire alla purificazione delle armi.
- Il Carmen Arvale (le cerimonie arvaliche, di ispirazione agreste, celebrate da 12 sacerdoti, furono ripristinate da Augusto) ritrovato nel 1778 riportava gli atti di una cerimonia celebrata nel 218. Era un inno di purificazione compiuto dagli arvali, 12 sacerdoti considerati depositari dei riti di fertilità, legati al germogliare della vegetazione.
Il quadro storico dal 272 al 133 a.C.
La vittoria su Taranto nel 272 aveva posto la Magna Grecia sotto il diretto dominio di Roma. Con la caduta della città etrusca di Veio nel 396 a.C. era cominciata l'espansione romana nel nord Italia, il territorio sotto il controllo di Roma si espandeva dall'Appennino tosco-emiliano fino alla punta estrema della Calabria. Mentre la potenza cartaginese dominava stabilmente la Sicilia occidentale, rappresentando così una minaccia per le città marinare.
La prima guerra punica (264-241 a.C.)
La causa occasionale per uno scontro fu offerta dalla richiesta d'aiuto dei Mamertini di Messina a Cartagine, perché minacciati dall'espansionismo siracusano nella Sicilia orientale. Lo scontro divenne inevitabile quando Roma venne chiamata dai mamertini stessi a sostituire i cartaginesi nella propria difesa. La prima fase di questo conflitto (prima guerra punica) fu combattuta tra il 264 e il 241. Il prevalere dell'esercito romano su terraferma fu compensato dall'iniziale strapotere cartaginese nelle acque. Roma fu così costretta a dotarsi di una grande flotta, fu infatti navale la vittoria romana che nel 241 pose di fatto fine alla prima guerra punica, dove presso le isole Egadi sbaragliò la flotta nemica.
La seconda guerra punica (218-201 a.C.)
Approfittando delle difficoltà della rivale, Roma creò le sue prime province: la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. La loro amministrazione venne affidata a un pretore che godeva di poteri assoluti sulla regione e imponeva tributi. Ma sotto la guida di Annibale, Cartagine si andava riorganizzando militarmente e finanziariamente, ed estese la propria influenza sulla penisola iberica. La presa di Sagunto nel 219, alleata dei romani, riaprì il conflitto e avviò la seconda guerra punica, svoltasi dal 218 al 201. Annibale lasciò la Spagna, attraversò le Alpi e dilagò nella pianura padana sconfiggendo ripetutamente gli eserciti romani, vincendo in ultimo le truppe romane nella battaglia di Canne nel 216. Nonostante le numerose sconfitte Roma riuscì a risollevarsi e a riarmare la propria flotta, riprendendo il controllo della Spagna con Publio Cornelio Scipione, che rientrato in patria dopo i successi nella penisola iberica, gli fu affidato l'incarico di portare la guerra direttamente in Africa. Annibale e Cartagine furono definitivamente sconfitti nel 202 a Zama da Scipione, ed a allora il dominio dei romani sul Mediterraneo fu incontrastato.
Dopo questa vittoria Roma si orientò ad acquisire un'egemonia universale. E poiché i primi a costituire un ostacolo su questa strada erano i regni ellenistici, presto i romani trovarono il pretesto per aprire le ostilità contro di loro.
La terza guerra punica (149-146 a.C.)
Pochi anni dopo la vittoria di Pidna nel 146, una ribellione contro Roma provocò la distruzione di Corinto e la riduzione di tutta la Grecia a provincia romana. Nello stesso anno un tentativo di ribellione portò anche alla distruzione di Cartagine ad opera di Scipione Emiliano, questo scontro determinò la fine dell'unica rivale di Roma nel Mediterraneo, in cui l'unico regno ellenistico ancora forte restò il regno d'Egitto, retto dai Tolomei. In seguito alle conquiste del III e II sec. erano affluite a Roma enormi ricchezze e masse di schiavi, ma questo si risolse tutto a vantaggio della classi più abbienti e provocò un ulteriore impoverimento dei piccoli proprietari, che erano già stati decimati dalle guerre. Accanto alla nobiltà terriera inoltre si andava formando e cresceva sempre più d'importanza una classe imprenditoriale che si era arricchita con i traffici e i commerci, trascurati dalla maggior parte dei nobili, era la classe dei cavalieri (equites).
Livio Andronico
In questo primo autore della letteratura latina, convivono già nel nome due realtà: Livio è nomen romano, Andronico è un nome greco. Greco di Taranto, ricca città della Magna Grecia, viene portato a Roma come prigioniero dopo la vittoria nel 272 a.C. dei romani contro i tarantini. Divenuto schiavo di un membro della gens Livia, fu incaricato per la sua cultura dell'educazione dei figli del padrone. In seguito fu affrancato, e prese il nome della gens a cui era appartenuto.
Livio può essere considerato un simbolo di come la letteratura latina trovi il suo avvio dalla reazione a un contatto fra due civiltà. Uomo greco vissuto a Roma, diede inizio alla diffusione della cultura greca in Roma, ma lo fece attraverso una romanizzazione di quella cultura, infatti tradusse e adattò grandi opere del mondo ellenico. Nel 240 fece rappresentare un'opera in lingua latina, probabilmente la sua versione di un dramma greco, questa data segna l'inizio della letteratura latina. Adattò in seguito alla lingua latina alcune tragedie greche, che trattavano soprattutto delle vicende di Troia e portò sulle scene anche alcune commedie.
Nel 207 fu incaricato di comporre un inno propiziatorio rivolto a Giunone. Il senato, forse per onorarlo, istituì nel tempio di Minerva, una corporazione degli scrittori e degli attori fondata dallo stesso Andronico, che segnò il primo riconoscimento dell'attività letteraria in Roma. Livio si dedicò all'impresa di tradurre in latino l'Odissea di Omero. L'Odusia, di cui sono pervenuti a noi pochi frammenti, fu un'opera di adattamento con cui ebbe inizio l'epica latina. Scelse un grande classico che poteva colpire per il fascino delle avventure e dei sentimenti profondi e immediati. Questa scelta inoltre, fu dettata dal fatto che a Roma Ulisse veniva sentito come un parallelo di Enea, poiché era anch'egli legato alla vicenda di Troia e aveva, nel suo viaggio, toccato l'Italia.
Nell'Odusia, Livio operò in modo da ottenere una trasposizione culturale, che romanizzava il testo greco, egli infatti non cercò corrispondenze, ma equivalenze, che rendessero al meglio il senso del poema per un pubblico diverso da quello greco. Utilizzò il verso saturnio, l'antico metro dei carmina religiosi, che garantiva sacralità al genere. Risulta evidente fin dal primo verso come il poeta si sforzi di emulare Omero, addirittura di mantenere anche l'ordine delle parole. Romanizza poi la Musa greca, sostituendola con la Camena, una divinità italica delle fonti. Altro elemento importante della romanizzazione del testo, è il collegamento a livello fonico, l'allitterazione viene a creare un nesso tra il termine iniziale del verso e quello finale, due vocaboli che vanno uniti anche per il legame grammaticale.
Nevio
Nevio (270-201 a.C.) proveniva da un'area italica vicina ai greci, era infatti un campano di Capua, ma aveva la cittadinanza romana e partecipò alla prima guerra punica (264-241). La sua condizione di libero cittadino gli permise un atteggiamento più libero e indipendente rispetto a Livio, scrisse infatti con spirito di opposizione nei confronti di Scipione Africano e della famiglia dei Metelli, che lo sosteneva. Il suo verso «fato Metelli Romae consules fiunt» è una battuta a doppio senso (fato: sorte o sfortuna) e tocca un punto delicato della vita politica romana, cioè il fatto che a Roma poche famiglie nobili, indipendentemente dai meriti, esercitavano tutto il potere come una ristretta oligarchia. I Metelli si vendicarono perseguitando il poeta, e facendolo rinchiudere in carcere. Liberato per intercessione dei tribuni della plebe, si rifugiò in Africa dove morì. La sua vicenda testimonia come i rapporti tra l'intellettuale e il potere fossero non facili a Roma, fin dal principio.
La sua produzione letteraria si incentra sul poema epico, ma si ricordano anche le opere teatrali, sia tragedie che commedie. Il poema epico di Nevio, di cui ci restano pochi frammenti, si intitolava Bellum Poenicum, trattava della prima guerra punica che si era appena conclusa e alla quale aveva partecipato il poeta stesso. Il poema era un carmen continuum, cioè un unico canto continuato che fu diviso in sette libri solo successivamente, e in cui si utilizza ancora il metro italico saturnio.
L'opera presentava un accurato progetto di selezione dei fatti narrati: iniziava con le prime operazioni militari della guerra contro i cartaginesi, per poi inserire degli excursus mitici che recuperavano la partenza di Enea da Troia, il suo approdo in Italia e la fondazione di Roma per opera di Romolo. Non segue dunque gli eventi in ordine cronologico, e benché fosse una tecnica già usata nell'Odissea di Omero, l'excursus mitologico assume per Nevio un'importanza ideologica: il mito di Enea serve infatti da supporto alla consapevolezza che i romani hanno della loro missione, e spiega anche l'origine dei conflitti futuri.
Ma comunque sia, il mito nell'opera di Nevio è solo un momento, nel senso che il racconto principale non è più mitologico, ma ha per oggetto un fatto storico a cui l'autore stesso aveva partecipato. L'operazione realizzata, di presentare in una stessa opera il passato mitologico di Roma, e le vicende della storia romana, ben si inserisce nella tradizione del poema epico celebrativo.
La grande innovazione è la proposta di un nuovo codice epico, in cui si rispecchiano gli ideali romani. Il singolo eroe non si innalza al di sopra dei suoi concittadini, ma viene celebrato un tipo di eroismo alla portata di tutti, che consiste nell'anteporre all'interesse personale quello collettivo della res publica, e poiché è proprio la res publica il centro ideologico di Roma, l'epica assume qui un carattere politico, religioso e sacrale.
Nevio dimostra originalità e capacità di innovazione anche nella sua produzione letterale. Nella tragedia allargò il campo degli argomenti mitici greci e scelse anche argomenti romani, inventando quel tipo di tragedia romana che si chiama fabula praetexta. Innovativo fu il suo apporto nella commedia, fu probabilmente il primo a introdurre a Roma la contaminatio, una tecnica drammaturgica che consiste nell'inserimento in un copione greco, che si sta traducendo di una o più scene tratte da altre commedie greche, allo scopo di vivacizzare e arricchire l'azione. La produzione comica di Nevio doveva essere notevole per quantità e qualità, ma ci restano circa 130 versi e 40 titoli, alcuni greci e altri di ambientazione romana.
Ennio
È considerato il primo grande autore della letteratura latina, svolse attività di insegnamento e poetica, scrisse un poema epico, tragedie e commedie, ma ha rispetto ai suoi predecessori un orizzonte culturale più vasto e aperto e una più piena consapevolezza della propria opera di letterato. Nasce a Rudiae, un centro tra Brindisi e Taranto, nel 239 a.C., proviene dunque da un'area in cui si incrociano diverse civiltà, conosceva infatti tre lingue, greco, osco e latino (tria cordia: tre cuori). Appartenente a una famiglia altolocata, ricevette un'educazione accurata, retorica e filosofica. Partecipò alla seconda guerra punica, conobbe Catone Censore quando si trovava in Sardegna, e questi lo condusse con sé a Roma, dove Ennio visse in rapporti di amicizia con alcuni membri delle famiglie nobili romane, in particolare con gli Scipioni.
Di lui si ricordano numerose opere, come quelle della produzione teatrale, in particolare tragedie, e alcune operette di contenute filosofeggiante. Ma l'opera per cui fu considerato il più importante autore della letteratura latina arcaica e che costituisce il suo capolavoro, sono gli Annales. Si tratta di un poema epico in 18 libri, raccolti in esadi e triadi, del quale però restano solo frammenti per un totale di 600 versi, sufficienti per cogliere alcune caratteristiche dell'opera.
Ennio è un poeta doctus, ovvero un poeta che scrive con la consapevolezza piena dei mezzi della poesia e dei fini dell'operare poetico. L'impianto del suo poema è molto elaborato e tiene conto di tutta la tradizione greca, nonché delle opere dei suoi predecessori. Il verso utilizzato non è più il saturnio, ma l'esametro, consacrato alla poesia epica dagli antichi poemi omerici e per primo divide il suo poema in libri. La prima parola è Musae, le dee ispiratrici della poesia greca, contrapposte alla Camena italica, si qualifica così come poeta che si pone alla pari dei greci, anzi arriva anche a raccontare di un sogno in cui Omero gli dice di essersi reincarnato in lui, Ennio quindi non è il poeta classico che canta solo eventi remoti ma prende invece la parola anche per polemizzare contro i suoi predecessori.
Ennio fonde il poema epico di tipo omerico con il gusto ellenistico, celebra infatti come fossero due eroi omerici, i due condottieri romani a cui era legato anche da vincoli di amicizia e dipendenza, Marco Fulvio Nobiliore e Scipione Africano. Tuttavia il poeta non si limitò a un poema celebrativo delle gesta dei singoli, ma aspirò a comporre un'opera vasta che celebrasse tutta la storia romana, dalle origini mitiche, fino ai suoi tempi. La narrazione partiva dalla venuta di Enea e dalle origini di Roma, per giungere probabilmente fino al 170 a.C., ampio spazio era dedicato alla figura di Annibale, mentre la prima guerra punica era citata solo per sommi capi.
Lucilio
Nato a Sessa Aurunca tra il 168 e il 148 a.C., visse a Roma legato da un'amicizia con Lelio e con Scipione Emiliano, la sua data di morte è abbastanza sicura intorno al 102 a.C. Fu l'inventore di un genere letterario autonomo, destinato a lunga fortuna, la sua satira unì ricerca formale, gusto della parodia e intenti morali, in armonia con gli ideali di una parte colta ed elevata della società. Fu il primo poeta latino di rango aristocratico, membro di una famiglia ricca e influente. Visse a Roma in familiarità con i potenti, e la sua condizione sociale e la sua forte personalità gli consentirono un livello di indipendenza insolito, e non volle mai cimentarsi nella carriera politica.
Nella formazione della satira luciliana intervengono almeno tre componenti, non omogenee ma fuse tra loro dalla personalità dell'autore, quali: il gusto italico per la beffa, il callimachismo (ovvero il riferimento a un modello di poesia dotta e controllata, da cui deriva l'ideale stilistico basato sulla lineare semplicità e schiettezza di ispirazione. Si tratta di un tipo di poesia spontanea, simile al modo di parlare comune, che si chiamerà sermo, cioè conversazione, qualcosa da contrapporre alla solennità del carmen.), e la filosofia (infatti nella critica ai costumi si sono notate prese di posizione vicine alla filosofia di Panezio, il filosofo greco presente a Roma in quel periodo e noto a Lucilio. L'autore fonda una gerarchia di valori che vede lo stato al primo posto e che dedica rilievo a concetti come quelli di giustizia, moderazione e magnanimità.
Per la forma si notano affinità con la "diatriba" dei filosofi cinici, una predica morale a carattere popolare, caratterizzata da toni satirici e polemici. I Saturarum libri erano composti in trenta libri, ordinati dai grammatici in base al tipo di metro usato: i libri I-XXI sono in esametri, gli altri presentano invece una certa varietà di metri. Non è facile ricostruire i contenuti e i caratteri della satira di Lucilio, in quanto dei 1600 frammenti superstiti, solo una trentina si estendono per più di un verso.
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