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CAPITOLO 5: IL RUOLO INTERNAZIONALE DEGLI ATTORI ECONOMICI

(di V.E. Parsi)

1. Premessa

I rapporti economia-politica, o meglio ricchezza economica e potere politico, hanno costituito

da sempre materia di riflessione sia per la politica interna che per quella internazionale. Nel

primo ambito lì equilibrio è stato raggiunto con l’avvento dello stato di diritto (liberale e

democratico); nel secondo ambito, quello delle RI, la ricchezza è sempre stata considerata come

componente della potenza (Tucidide, Hobbes, Carr,…). Fino alle soglie della modernità però, la

comunità politica tende a prevalere sulla comunità economica (visione stato centrica) e anche

nell’ambito delle RI gli attori economici (multinazionali e transnazionali) sono stati scarsamente

tenuti in considerazione fino a tempi recentissimi.

=> miopia dovuta a due aspetti:

-preoccupazione per la sicurezza, intesa in termini politico-militari

-prevalenza di dottrine ‘realista’, che tendono a considerare lo Stato come attore unitario che ha

come obiettivo il perseguimento della maggior sicurezza possibile

2. L’avvento della globalizzazione

Le RI in tempi recenti hanno visto affermarsi filoni di indagine più attenti alla dimensione

economica. Il realismo si evolve, ci sono quattro grandi approcci.

Realismo classico = politica internazionale studiata in termini di comportamenti

reciproci tra gli stati (sistema economico separato da quello politico)

Neorealismo = esistono interferenze tra sistema eco e politico, ma a livelli

internazionale sarà sempre il sistema politico-militare a dominare

Teorie pluraliste = si riconosce autonomia agli attori economici che influenzano sia

gli attori politici sia le organizzazioni internazionali (FMI, BC, WTO)

Teorie dell’interdipendenza complessa = gli attori economici possono intrattenere

rapporti reciproci, tessere relazioni con entità territoriali sub statali (si collocano in

una zona offshore che cerca di trascendere la rilevanza politica).

Lo sviluppo delle MNCc (imprese multinazionali) ha consentito la riduzione delle imperfezioni

di arbitraggio tra fattori e prodotti di provenienza geografica diversa, ma nel contempo ha

contribuito a accelerare il ritmo di erosione della sovranità economica dello Stato. Ci sono due

grossi filoni di pensiero:

A) Domestic structure: pur avendo gli attori economici un ruolo autonomo, la politica

internazionale è di fatto ancora in mano agli attori politici. Come sappiamo questo non è del tutto

vero: si pensi al ruolo degli investimenti diretti esteri, all’internazionalizzazione di mercati finanziai

e del ciclo produttivo (tutti esempi di influenza internazionale degli attori economici).

La teoria di Krasner fa riferimento alla domestic structure, per cui,

a) lo Stato è in grado di resistere alla pressione sociale, ma incapace di modificare il

comportamento degli attori privati per cui i decisori centrali non possono costringere le

corporations a seguire politiche con obiettivi statali.

b) Lo Stato resiste alle pressioni particolari e costringe i gruppi privati a seguire le linee guida

di politica estera che mirano alla realizzazione dell’interesse nazionale.

c) Lo Stato è in grado di rimodellare la struttura economica, attraverso la costruzione di

incentivi, così da favorire le imprese che servono l’interesse nazionale.

B) Teoria critica delle relazioni internazionali (comprende ad esempio la teoria della dipendenza):

non solo riservano uno spazio centrale al ruolo degli attori economici nella world politics, ma si

spingono fino a definire il concetto stesso di sistema internazionale, contestando radicalmente che

esso possa essere compreso a partire dalla dinamica degli interessi nazionali. L’idea che loro

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sostengono è che il centro di gravità si sia spostato dalla dimensione locale/nazionale a una

inter/transnazionale con un conseguente ‘passaggio di consegne’ tra lo stato capitalista e una sorta

di ‘governo capitalista globale’, nuovo garante dell’ordine politico nel sistema economico.

3. Ruolo internazionale degli attori economici e “declino” della sovranità dello Stato

Molti studiosi si sono chiesti quanto e come la sovranità dello Stato sia stata erosa: questa non

sarebbe sotto scacco a causa dell’incremento del potere delle multinazionali, ma a causa

dell’inesorabile processo di delegittimazione dell’autorità pubblica, messo in atto da quegli stessi

cittadini che rappresenterebbero una parte nel contratto sociale stipulato con lo Stato.

- Contributo di Robert Gilpin (neorealista): uno dei padri dell’International Political

Economy (IPE). Parte da due assunti: 1) l’analisi dei fenomeni economici e loro relazioni

col mondo politico è fondamentale per capire la reale stabilità dell’ordine internazionale. 2)

il mercato è da considerarsi come un’istituzione sociale, che concorre alla redistribuzione

della ricchezza e del potere tra gli Stati. Attori per eccellenza sono le multinazionali

(MNCs) che pur nelle loro contraddizioni hanno giovato allo sviluppo complessivo

dell’economia globale e del portafoglio dei consumatori.

- Contributo di Susan Strange (pluralista): insiste sull’ingiusta concentrazione del potere

economico e del come l’economia globale e i suoi attori forti stiano ridisegnando le regole

dell’economia capitalista. Parla di ‘ritirata dello Stato’, incapace di garantire sicurezza,

giustizia, libertà e ricchezza. L’analisi della Strange arriva a dire che i nuovi attori

minacciano il monopolio dello Stato e minano persino la legittimità interna>> è necessario

ridefinire il concetto di potenza, tenendo conto della progressiva erosione del ruolo

esclusivo dello Stato.

- Contributo di Ethan Kapstein: contesta l’ipotesi della Strange, affermando che se da un

lato gli Stati hanno cominciato a non aspettarsi che il mercato produca sistematicamente

risultati compatibili con i propri interessi, dall’altro è ancora vero che le banche

multinazionali dipendono ancora dallo Stato per accesso al mercato e ‘uniformazione del

terreno di gioco’ (lo Stato non è irrilevante!). Per Kapstein e quanti la pensano come lui la

globalizzazione non è altro che l’ennesima sfida che coinvolge gli Stati nazionali.

NB: il ruolo delle MNCs è mutato negli anni: fino agli anni 70/80, la multinazionale tendeva a

comportarsi come ‘campione nazionale’ del paese d’origine, e ‘gruppo di pressione’ per il paese

ospite. Oggi, il rapporto ci paesi ospite è invariato, mentre è mutato profondamente quello coi

paesi d’origine = bargaining a doppio livello in quanto membri influenti della società politico-

economica nazionale e attori di peso sulla scena internazionale, non dominata più solo da Stati.

4. Conclusioni

La cosa certa, al di là delle differenti posizioni, è che il ruolo di stati, MNCs e TNCs è mutato

profondamente. Oggi la ‘territorialità’ dello Sato sempre essere un impiccio; al contrario, l’impresa

transnazionale aggira l’ostacolo una volta posto dai confini. Allo Stato non resta che cooperare con

TNCs e MNCs>> ne è conseguita una riformulazione del Welfare State ad esempio. La

regolamentazione transnazionale dei comportamenti delle TNCs e la ridefinizione di un concetto di

sovranità plausibile è una sfida anche per la disciplina delle RI. 10

CAPITOLO 6: LE ISTITUZIONI INTERNAZIONALI, LE ONG E I REGIMI

(di Craig N. Murphy)

1. Il problema della cooperazione tra enti sovrani

Le istituzioni internazionali sono una componente delle RI al pari degli stessi Stati sovrani. La

sovranità dei circa 200 Stati esistenti è stata garantita almeno parzialmente da istituzioni

internazionali. La cooperazione istituzionalizzata tra attori sovrani è governata dal diritto

internazionale che ha due facce: da un lato esistono procedure e modelli di comportamento atteso

che valgono per le interazioni transnazionali tra cittadini e attori non statali (diritto privato

internazionale); dall’altro ci sono regole che si applicano alle relazioni tra i governi (diritto pubblico

internazionale). Gli studiosi delle RI sostengono che il sistema globale del diritto internazionale

affondi le proprie radici nel sistema regionale degli stati europei del XVII secolo.

XVII secolo: i monarchi europei crearono una società internazionale basata sul mutuo

riconoscimento della sovranità >>>se i sovrani esistono solo in quanto parte di una

società internazionale che riconosce la lo sovranità, sono obbligati a rispettare le leggi

che rendono possibile la società internazionale cui appartengono.

Come è chi giudica violazioni del diritto internazionale? Nella parte privata la giurisdizione è

affidate al livello interno (tribunali e polizia). Per quanto riguarda il diritto internazionale pubblico,

esistono tribunali internazionali (1919, nasce la Corte Internazionale di Giustizia, poi braccio

giudiziario dell’ONU). Dagli hanno ’80 la corte ha istituito tribunali ad hoc (cfr quelli per i crimini

di guerra in Bosnia e Ruanda) . Esistono inoltre tribunali locali (europa e americhe). Rimane

comunque un dato di fatto che è molto difficile far valere il diritto internazionale contro Stati

potenti o potenti coalizioni di Stati.

2. Regimi e conferenze multilaterali

Gli studiosi e i policy-makers tendono a dare questa definizione di regime = insieme delle pratiche

consuetudinarie, dei trattati e delle istituzioni che li fanno rispettare, valido per un’area specifica di

interesse comune. È un concetto astratto e non c’è sempre accordo sul fatto che un modello di

comportamento internazionale possa costituire un regime. Nonostante le diversità, quasi tutti i

regimi nacquero dalle conferenze multilaterali. L’idea di convocarne una proviene generalmente da

una ong, un gruppo professionale o un movimento sociale e gli stati monarchici dell’ ‘800 si

specializzano in determinate issues (agricoltura, commercio, moneta, …). Nel ‘900 invece sono stati

direttamente i governi e le loro organizzazioni internazionali che hanno finito per sponsorizzare le

grandi conferenze multilaterali. Dal 1972 (Conferenza di Stoccolma), si è sviluppato un sistema di

conferenze globali. (che hanno toccato diversi temi: donne, popolazione, ambiente).

Critici: le conferenze globali sono diventate eventi mediatici costosi che offrono solamente alle ong

un’opportunità per incontrarsi, condividere strategie e premere sui governi anche grazie alla

pressione dell’informazione.

Sostenitori: le conferenze globali rafforzano l’international grass-roots politics (politica dal basso)

e aiutano a forzare i governi a tenere fede ai loro discorsi sulla cooperazione internazionale. Essi

sostengono che le conferenze assumono una sorta di “funzione legislativa” nell’emergente sistema

della global governance (=sistema i istituzioni per regolare e/o promuovere un’economia veramente

globale). 11

3. Le organizzazioni internazionali globali (OI)

Appare ormai inevitabile che si profili all’orizzonte l’idea di global governante, questo a partire dal

mondo economico (vedi sopra) nel quale l’esigenza di estendere il mercato e rimuovere le barriere

doganali ha portato alla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OML/WTO) = un

bureau che promuove riduzioni periodiche delle barriere internazionali del commercio e vigila sulla

loro effettiva riduzione. Altre organizzazioni promuovono realizzazioni di infrastrutture, sostengono

i sistemi monetari/finanziari, determinano standard industriali. (e molte altre issues>>vedi ILO,

FAO, …). In generale le org internazionali sono state create per ridurre il conseguente potenziale di

conflittualità internazionale. Questo è quello che è accaduto con il sistema ONU, durante la

decolonizzazione e la guerra fredda. Le organizzazioni internazionali hanno spesso un ciclo di vita

regolare: nascono, prosperano un po’, poi appassiscono e devono essere riformate o sostituite da

completamente nuove.

Breve storia delle OI:

1. Il primo gruppo di OI fu istituito dagli Stati europei nella seconda metà dell’‘800 = “Unioni

Pubbliche Internazionali” per il telegrafo, le ferrovie, l’agricoltura, il lavoro,…

2. Dopo la prima guerra mondiale nasce la Società delle Nazioni (che raggruppava le

organizzazioni preesistenti.

3. Dopo la seconda guerra mondiale nascono le Nazioni Unite che noi conosciamo.

A ogni tappa è stato fondamentale il ruolo delle ONG come movimenti che promuovevano

posizioni progressiste e egalitarie: al di là della componente utopistica le ONG hanno avuto un

ruolo importante nella creazione di fora, in cui le componenti politiche più forti promuovono/

realizzano obbiettivi su ampia scala. Debolezza delle Nazioni Unite: autonomia delle sue molte

parti => Il sistema nazioni unite si compone di sei organi: Assemblea Generale,

Consiglio di Sicurezza, Segretariato delle Nazioni Unite, Corte

Internazionale di Giustizia, Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC).

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il Consiglio Economico e

Sociale dispongono di una serie di Organi secondari che hanno la forma di

fondi o programmi istituiti per compiti specifici e direttamente dipendenti

dall'Assemblea. Non hanno personalità giuridica propria. Al momento

esistono 22 di questi organi dei quali il più famoso è l'UNICEF, tra gli altri

vi sono il Consiglio dei Diritti Umani, l'Alto commissariato per i

rifugiati UNHCR, il Programma per l'ambiente UNEP e il Programma per lo

sviluppo economico UNDP. Vi sono 12 organizzazioni giuridicamente,

organizzativamente e finanziariamente autonome, ma legate alle Nazioni

Unite da accordi. Alcune sono state fondate prima ancora delle Nazioni

Unite stesse. Tra le Agenzie specializzate, vi sono l'UNESCO,

l'Organizzazione Mondiale della Sanità, le istituzioni che gravitano intorno

alla Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Tra le

organizzazioni collegate vi sono la Corte Penale Internazionale,

l'Organizzazione Mondiale del Commercio, l'Agenzia Internazionale per

l'Energia Atomica e l'Unione Postale Universale.

.

Alle agenzie specializzate spesso viene chiesto solo di riferire all’ECOSOC sulla propria attività

(retaggio storico del fatto che le agenzie specializzate nacquero prima nell’ONU, oppure furono

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concepite fin dall’inizio come libere dal sistema una nazione/un voto utilizzato dall’Assemblea

Generale. Ogni agenzia specializzata utilizza procedure di voto che assegnano più potere alle

maggiori potenze economiche (effettivo diritto di veto USA sia nella BM che nel FMI = non è vero

che gli americani possono far fare agli altri cose a loro sgradite, ma possono impedire che le

organizzazioni danneggino gli interessi statunitensi).

4. Le organizzazioni regionali

Organizzazioni che nascono a livello regionale come ad esempio l’Organizzazione per l’Unità

Africana, o l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, o NAFTA (Accordo per il

libero scambio del Nord America). Al momento l’UE è l’organizzazione internazionale con la

gamma più ampia di poteri, risorse e responsabilità. (vedi cap. 7) Le motivazioni che

originariamente spinsero gli stati a cooperare furono spesso di carattere militare-difensivo o

economico. Al di fuori del mondo industriale le dinamiche che stanno alla base della cooperazione

sono più o meno simili. Per esempio, nel 1980 Angola. Botswana, Lesotho, Malawi, Mozambico,

Namibia, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbabwe, formarono la Conferenza per il

Coordinamento dello sviluppo dell’Africa Meridionale (SADCC) per promuovere e ridurre la

dipendenza dal Sudafrica dell’ apartheid. Dopo l’apartheid l’organizzazione sopravvive col nome di

Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC). Paradossalmente è più difficile stabilire

rapporti di cooperazione economica tra paesi meno sviluppati che sono quello che ne trarrebbero

risultati maggiori =>> questo è difficile perché ci deve essere uno Stato o gruppo d Stati in grado di

farsi carico dei costi della cooperazione. Questo ruolo è stato tradizionalmente assunto dal potenze

egemoniche relativamente benigne, come gli Stati Unti nei confronti dell’Europa occidentale subito

dopo la seconda guerra mondiale. NB: una potenza egemonica d successo può essere generosa, ma

non altruista, non opererà mai contro i propri interessi, ma in tutela dei suoi interessi di lungo

periodo, facendosi carico di alcuni costi nel breve periodo.

5. Spiegare le istituzioni internazionali

Le istituzioni internazionali nascono con lo scopo di raggiungere il bene pubblico, ma questo non

sempre è successo (si veda il fallimento della Società delle Nazioni dopo la prima guerra mondiale).

Contributo di Susan Strange =>ritiene che la maggior parte delle istituzioni internazionali

o sono state create per servire gli interessi dei loro membri più potenti e che ONU, BM, FMI,

WTO sono meglio intese come istituzioni dell’impero informale che gli Stati Uniti hanno

fatto sorgere tra Americhe, Europa occidentale, Asia orientale, Africa.

Contributo dei neomarxisti (Cox, Murphy) concordano con la tesi della Strange e

o aggiungono che, guardando la storia della globalizzazione si può ridiscutere il ruolo delle

lotte sociali, che hanno influenzato l’emergere delle istituzioni internazionali e delle relative

‘ere’.

Contributo dei neoliberali, de-enfatizzano l’aspetto utopico della tradizione liberale e

o puntano l’attenzione sulla lettura realistica del potere statale, ma, come i contributi sopra,

riconoscono che li istituzioni internazionali determinano alcune conseguenza (intervento

sullo Stato e sui suoi self-interest).

>>tutti i contributi: le istituzioni influenzano le comunità epistemiche e di conseguenza l’agenda dei

Paesi. Il ritratto fatto delle istituzioni internazionali sembra pessimistico, ma è chiaro a tutti che le

istituzioni internazionali almeno all’inizio serviranno l’interesse dei Paesi che le hanno create; nel

medio periodo serviranno gli interessi degli affari e del commercio che difficilmente (la storia lo

insegna) garantiscono prosperità né la pace. 13

CAPITOLO 7: L’UNIONE EUROPEA NEL SISTEMA POLITICO GLOBALE

(di Fulvio Attinà)

1. Le origini

- Fine del XIX secolo: prime collaborazioni tra Stati europei sono nel campo della

comunicazione (es. Unione Telegrafica Internazionale, Unione Postale Internazionale, fondate

nel 1865 e nel 1874); in un secondo momento gli Stati considerarono la possibilità di sfruttare la

via cooperativa per ottenere vantaggi economici e politici.

- Dopo la seconda guerra mondiale: alcuni politici e intellettuali proposero la via federalista

altri quella funzionalista (che ebbe la meglio). Questa opzione consisteva nel dare realizzazione

a un progetto di unione europea basato sulla creazione di relazioni intergovernative che sotto

l’alta autorità di un organo comune definivano e attuavano la stessa politica di tutti gli Sati

membri. >>> nel 1952 nasce la CECA (comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, tra

Belgio, Francia, Lussemburgo, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi).

>>> successivamente si attua una politica di unione doganale tra i sei stati e altre

politiche (agricola, commerciale, trasporti)

>>> nasce nel 1957 la CEE (Comunità Economica Europea)

>>> nasce la CEEA (Comunità Europea dell’Energia Atomica)

- L’Unione Europea di oggi è un sistema politico:

• Multistatale = a dominanza degli Stati membri

• Multicentrico = la funzione di governo è distribuita in diversi centri che sono le

istituzioni formali di governo degli Stati e dell’Unione e diverse agenzie.

• Multilivello = sistemi di governo sovrapposti sullo stesso territorio

• Multidimensionale = competente in molte dimensioni della vita sociale

• Multisoggettuale = sistema che attribuisce la legittimità politica alle istituzioni politiche

formali, alle associazioni politiche tradizionali come i partiti, i sindacati, le associazioni

delle società civile.

• Multinazionale, che ha possibilità di svilupparsi come sistema multiculturale, cioè aperto

all’autonomia culturale di gruppi provenienti da altre culture e civiltà.

L’UE è uno stadio provvisorio del processo evolutivo dell’organizzazione politica, economica e

culturale dell’Europa che da secondo dopoguerra è entrata nella fase del post-Stato nazionale. Il

meccanismo si dispiega in tre fasi: 1. proposte di diverse strategie istituzionali e politiche di

aggregazione; 2. ricerca negoziata di un mediatore; 3. selezione di una strategia mediata e firma di

un trattato nell’ambito di una conferenza intergovernativa.

2. La politica dell’Unione Europea nel sistema economico mondiale

L’UE è il più grande mercato interno al mondo e il suo import-export supera quello degli Stati

Uniti.>> carattere liberale dell’economia: politica estera volta a consolidare la solidità

dell’economia dell’unione in un quadro di libero commercio internazionale. L’Europa aderisce al

Wto ma alcuni accordi distorcono le regole del libero commercio al fine di favorire/ difendere le

industrie europee, altri invece danno privilegio ai Paesi economicamente più svantaggiati (Accordi

di Lomè: tra Africa, Asia, Pacifico; Sistema di Preferenze generalizzate con 145 PVS). Alcuni di

questi accordi svolgono un importante ruolo anche a livello economico ( Accordi Euro-Mediterranei

con Libani, Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto, Giordania, Tunisia,…). Non si tratta di “Europa

fortezza”, ma di un modello guidato da una politica per consolidare le posizioni europee nel sistema

del commercio mondiale e conservare solidarietà politiche già esistenti e crearne di nuove. 14

3. La politica estera dell’Unione

A) Gli anni del CPE (1969-1992)

Sono anni di importanti cambiamenti nel sistema mondiale: globalizzazione, crolla Bretton Woods,

crisi petrolifere, creazione del Gruppo de 77 PVS…inoltre: cambiamento dell’egemonia americana

con la guerra del Vietnam, cambiano i sistemi politici regionali di tutto il mondo. In Europa inizia

una fase di cooperazione interna con il “processo di Helsinki”, lungo dialogo tra le due Europe

denominato nel 1975 Atto di Helsinki durerà fino al 1990 tramite le Conferenze sulle Sicurezza e

la Cooperazione in Europa (CSCE). Per quanto riguarda la politica estera comune, nascere con il

CPE (cooperazione politica europea) fino al 1992 anno in cui si inaugura la PESC (acronimo

introdotto nel trattato di Maasticht). La CPE nasce nel 1969 durante un vertice di capi di governo e

di Stato: ci si rende conto che all’integrazione economica non ha fatto seguito un’integrazione

politica. I lavori delle commissioni intergovernative, al fine di armonizzare le politiche estere dei

diversi stati, culminano con l’emissione nel 1973 della “Dichiarazione dell’identità europea nelle

relazioni internazionali”>> i destinatari sono gli Stati Uniti ma anche gli altri Paesi, in primis quelli

arabi. >>> dura reazione degli USA nei casi in cui l’Europa si dissocia dalla linea di Washington

(posizioni scomode verso l’ex unione sovietica e verso il Terzo Mondo; rifiuto di seguire gli Usa

nelle azioni simboliche come boicottaggio olimpiadi di Mosca…). Dopo i cambiamenti succeduti

alla caduta del muro di Berlino, alla Guerra del Golfo e la crisi balcanica, la Comunità Europea si è

posta il problema se fosse sufficiente puntare sul ruolo di potenza civile dell’Europa o se si dovesse

dotare l’Europa di un braccio armato, o comunque come provvedere a una politica di difesa. (trattati

di Amsterdam, Maastricht, Nizza).

B) Gli anni delle PESC (1999-oggi)

Nonostante un suo graduale rafforzamento, la Cooperazione politica europea rimase

sostanzialmente invariata fino alla creazione dell'Unione Europea. Il Trattato di Maastricht

(TUE) del 1992 trasformava infatti la Comunità Economica Europea in Unione Europea,

affiancando alle strutture e alle politiche della Comunità Europea (1° pilastro) altri due cosiddetti

pilastri. Il 2° pilastro introdotto dal Trattato di Maastricht era proprio la politica estera e di

sicurezza comune, che prevedeva una cooperazione più forte che in precedenza, necessaria per

consentire all'UE di svolgere un ruolo sul piano mondiale adeguato al suo peso e per gestire in

modo efficace i cambiamenti geopolitici seguiti alla fine della guerra fredda.

Il titolo V del Trattato di Unione Europea (TUE) definisce gli aspetti formali della politica estera e

di sicurezza comune. = sottolineatura dei caratteri identitari, territoriali, adesione al

multilateralismo. Gli strumenti formali sono:

la definizione di principi e linee guida,

la scelta di strategie comuni,

l’adozioni di azioni congiunte e posizioni comuni,

il rafforzamento della cooperazione sistematica tra gli stati membri nella politica estera.

I principi e gli orientamenti generali della politica estera e di sicurezza comune vengono definiti

dal Consiglio europeo, che individua anche le strategie comuni da perseguire attraverso l'Unione

Europea. Sulla base delle indicazioni del Consiglio europeo, il Consiglio dei ministri prende le

decisioni necessarie per la definizione e la messa in opera della PESC, adottando: azioni comuni: e

posizioni comuni. Le decisioni riguardanti questi strumenti la PESC in generale sono preparate in

seno al Consiglio e sono prese da questo all’unanimità oppure (dopo il trattato di Amsterdam), con

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l’astensione degli Stati che, pur non condividendo, non si oppongono a che questa venga assunta

dell’Unione.

Il funzionamento della PESC è basato sul metodo intergovernativo e dunque su una logica di

cooperazione tra i governi degli stati membri e sulla centralità del Consiglio. La Commissione ha un

diritto di iniziativa limitato a determinati aspetti specifici e il Parlamento europeo ha solo un ruolo

consultivo.

Nel 1999 il Trattato di Amsterdam introdusse alcuni cambiamenti nella PESC, creando la

PPEWU (Policy Palnning and Early Warning Unit) con a capo la figura dell'Alto rappresentante per

la politica estera e di sicurezza comune e assegnando all'UE la possibilità di promuovere operazioni

di "peace-keeping". Il ruolo dell’Alto rappresentante è fondamentale perché assiste il Consiglio

nella formulazione, preparazione e esecuzione delle decisioni della PESC e, per conto del Consiglio

può condurre il dialogo con Paesi terzi.

Nel 2010 il Trattato di Lisbona ha abolito la "struttura a pilastri dell'UE", cancellando la

distinzione netta tra i tre ambiti dell'integrazione europea. Nonostante alcune modifiche, la PESC

continua però sostanzialmente a funzionare secondo il metodo intergovernativo, dunque

la Commissione europea e il Parlamento europeo hanno poteri molto ristretti in questo ambito. Il

Trattato di Lisbona ha introdotto altri cambiamenti rilevanti, come in particolare la creazione

dell'Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza come figura stabile e

del Servizio europeo per l'azione esterna come apparato diplomatico e amministrativo che gestisce

la politica estera comune.

Posizione dei diversi Paesi nei confronti della PESC:

• Favorevoli e propositivi:

- Belgio, Olanda, Lussemburgo = non hanno riserve/condizioni

importanti

- Italia, Spagna, Portogallo = partner affidabili ma segnalano una

sottovalutazione degli interessi europei nel Mediterraneo

- Francia = vede nella Pesc uno strumento per rendere l’Europa

indipendente all’interno della politica mondiale (nuovo rapporto con gli

USA)

- Germania = ha tratto molti vantaggi politici dalla politica comune che

hanno sostenuto la riunificazione> continua a sostenere la PESC come

strumento per riequilibrare posizione interne all’Unione.

• Meno propositivi: Austria, Finlandia, Svezia, Irlanda (a causa della

loro tradizionale politica nazionale sono sempre state un po’ tiepide

verso la PESC)

• Resistenza:

- Grecia = discordanza con alcune posizioni di altri membri rispetto ad

alcune tematiche (relazioni con la Turchia, Macedonia e Medio

Oriente)

- Danimarca = sfavorevole a qualsiasi processo di integrazione che non

sia quella economica

- Gran Bretagna = oscilla tra l’atteggiamento danese e la volontà di una

politica europea reattiva e pragmatica (da caso a caso). 16

? Come si spiega il fatto che,nonostante le divergenze, la politica estera europea vada verso una

maggiore integrazione>>> logica della convergenza:

a) progressivo avvicinamento degli interessi e delle identità degli Stati europei (modo comune

di percepire le relazioni internazionali)

b) adattamento al processo di globalizzazione che assume due aspetti:

- Logica della politica di scala>>> idea che quanto più grande è l’attore tanto più adeguati

sono i suoi mezzi in un teatro di dimensioni planetarie. La politica di scala ha anche

molti vantaggi nell’ambito della politica interna (consenso acquisito per allinearsi alla

linea europea); infine essa serve per ‘farsi forza’ collettivamente là dove un singolo

governo incontrerebbe pressioni esterne alle quali difficilmente potrebbe resistere.

- Logica multidimensionale dell’azione internazionale>>> Europa come potenza civile:

approccio globale verso i paesi dell’Europa orientale e del Mediterraneo.

c) Pressione delle aspettative sia interne che esterne (Usa, Cina, Paesi Arabi); quelle esterne

prevedono che in alcune situazioni l’Europa dica ‘la sua’ e allo stesso tempo hanno un carattere

altalenante (richiesta di intervento in certe situazione, ricerca dell’appoggio dell’UE spesso

come tornaconto personale). Rimane da chiarire quale sarà il rapporto UE-USA e soprattutto il

rapporto tra il braccio armato dell’unione e quello americano, né quale sarà il grado di

corresponsabilità nella sicurezza internazionale.

4. Conclusioni

Gli analisti sono discordi sia sull’origine e formazione della politica estera europea sia sui suoi

possibili sviluppi:

Chi ritiene fondamentale l’obiettivo di trovare politica estera comune anche se il

o percorso è lento e complesso

Chi constata che il percorso compiuta ha enormi contraddizioni da cui difficilmente

o la PESC potrà uscire (contraddizioni tra i governi dei diversi Paesi)

Chi sostiene che nel sistema globale come il nostro sia inutile sostenere la PESC

o come strategia politica, ma che la politica estera dell’Unione si faccia attraverso la

politica economica.

Chi sostiene che negli anni si cono raggiunti importanti accordi sull’ambiente,

o biosfera, diritti umani, contenimento criminalità che la politica della PESC e

soprattutto la politica di sicurezza rischiano di vanificare. Si rischia ciò di perdere

quel ruolo di ‘potenza civile’ che si era acquisito. 17

PARTE TERZA

CAPITOLO 8: LA GUERRA

(di Luigi Bonanate)

Pratica sociale antichissima, risale al 3000 a.C.; nell'ultimo periodo lo spazio delle grandi guerre

sembra essersi ridotto, specie dopo la fine del bipolarismo e con l'emergere della guerra endemica.

Per l'autore, bisogna studiare la guerra in quanto fenomeno della politica internazionale.

1. Guerra e politica

Le guerre occupano, nella storia, uno spazio di tempo inferiore ai periodi di pace; ciononostante,

rappresentano l'evento centrale della politica internazionale, i cui protagonisti principali rimangono

gli Stati, o meglio Stati-nazione. Con il passare degli anni comunque anche grandi organizzazioni

internazionali, come l'ONU, si sono trovate più o meno coinvolte nelle operazioni militari, in

sempre più occasioni.

Definizione: la guerra è principalmente il momento in cui due Stati (o due loro coalizioni) si

affrontano per mezzo dei loro eserciti (eventualmente riuniti in alleanze militari) in vista della

rispettiva sottomissione alla propria volontà realizzata prevalentemente attraverso la conquista del

territorio, e sostanzialmente con la decisione dello Stato sconfitto di ammettere la resa.

Connessione Stato-guerra: innanzitutto non esiste uno Stato che non abbia combattuto almeno una

guerra; inoltre sono sempre state delle guerre a dar vita agli Stati, i quali poi hanno, a loro volta,

utilizzato le guerre per realizzare i loro fini politici

Clausewitz: la guerra è nient'altro che la continuazione della politica con altri mezzi. C'è quindi un

complesso nodo rappresentato dall'intreccio tra volontà politica e la sua determinazione a dar vita a

una guerra.

2. Ecologia della guerra

Grazie allo sviluppo della ricerca quantitativa sulle guerre, disponiamo ora di indicatori comparativi

che ci aiutano a stilare una prima graduatoria delle guerre.

1982: David Singer e Melvin Small (università del Michigan) sono i curatori del più grande

progetto di ricerca mai impostato sulle guerre, il “Correlates of War Project”. Quest'indagine riesce

a raccogliere dati adeguati solo per il periodo 1816-1980. Con questo testo, si possono classificare

le guerre secondo più criteri:

− intensità: rapporto tra perdite subite, popolazione e durata della partecipazione alle ostilità

per ciascuno degli Stati coinvolti;

− ampiezza: rapporto tra la durata della partecipazione al conflitto e le dimensioni del sistema

internazionale del tempo;

− assolutezza: composizione dei primi due indici

− universalità: capacità di coinvolgimento delle popolazioni alle guerre

Di seguito la classifica delle guerre risultanti ai primi posti per ogni indice

Intensità Ampiezza Assolutezza Universalità

Guerra dei sei giorni Seconda guerra Seconda guerra Seconda guerra

(1967) mondiale mondiale mondiale

Seconda guerra Prima guerra mondiale Prima guerra mondiale Prima guerra mondiale

mondiale (1939-1945) (1914-1918)

Seconda guerra Guerra di Lopez (1864- Guerra dei sei giorni Guerra del Vietnam

balcanica (1913) 1870)* 18

*Guerra di Lopez: combattuta tra il 1864 e il 1870 dal Paraguay contro Argentina, Brasile e

Uruguay

Da questa tabella otteniamo informazioni importanti come:

− la centralità delle due guerre mondiali,

− la comparsa di ogni continente all'interno della graduatoria,

− il fatto che quasi metà delle guerre sia appartenente al secolo scorso,

− il fatto che non sempre le guerre più violente sono anche le più lunghe,

− il fatto che nessuna guerra diadica compare nel campione.

Se invece ci concentriamo sul secolo scorso (in particolare 1900-1988), scopriamo che su 52 guerre

combattute, ben 41 sono diadiche, il che ci indica la portata limitata dei conflitti stessi; inoltre più

della metà dei conflitti non riguarda Paesi europei (che prima del XX secolo era la regola).

A partire dal secondo dopoguerra, il maggior numero di conflitti ha avuto matrice coloniale, con

nuovi soggetti come protagonisti, ovvero gli Stati emergenti.

3. Polarità e guerra

RI trovano difficoltà a teorizzare i rapporti fra Stati, in quanto intermittenti, episodici e talvolta

bellicosi. Per superare ciò, le RI hanno bisogno di due condizioni:

1) le r.i. devono essere considerate una forma di politica (al pari di quella interna);

2) si devono individuare meccanismi di funzionamento elementari.

La dottrina vuole che non si potesse teorizzare nulla prima della guerra dei trent'anni (1618-1648),

che vide il conseguente formarsi del sistema internazionale fondato sul “modello Westfalia”,

fondato sulla presenza di alcune grandi potenze sulla scena internazionale, dove una di esse tende

all'egemonia e le altre si coalizzano per contrastarla. Il primo a dar vita a quest'ipotesi è David

Hume (Saggi morali, 1752), che parla in tal senso di “balance of power”, ovvero di “principio di

conservazione dell'equilibrio di potere”. Così, con il realizzarsi dell'equilibrio abbiamo pace, mentre

in caso di rottura dell'equilibrio scoppia una guerra, mirante a ricostruirlo su nuove basi.

Da qui origina il dibattito (ancora aperto) sui due modelli principali di equilibrio, quello bipolare

(es. guerra fredda) e quello multipolare (es. Italia nel '400), ovvero su quale dei due sia preferibile

per evitare la guerra.

4. Il sistema internazionale e la guerra: la posizione realistica

Il filosofo inglese Thomas Hobbes è il primo ad inserire la guerra al centro delle RI, estendendo

così agli Stati la teoria politica che aveva costruito per gli individui:

al fine di uscire dalla condizione anarchica di bellum omnium contra omnes, essi son costretti ad

accordarsi per dar vita a una società civile, conferendo il potere politico a un sovrano rappresentante

di tutti i cittadini;

così dovrebbe fare anche lo Stato, che comunque ha la libertà di fare ciò che giudica più

confacente al suo interesse.

=> i rapporti tra gli Stati sono definiti dalla loro permanenza nello stato di natura, la cui

caratteristica fondamentale è l'anarchia, e la cui inevitabile conseguenza è la guerra.

1959: Kenneth Waltz, nell'opera “L'uomo, lo Stato e la guerra”, si chiede se la sede delle guerre

risieda nell'aggressività umana, nelle caratteristiche ideologiche dello Stato o nell'anarchia

internazionale. Deduce che, essendo la forza il mezzo che gli Stati hanno per realizzare i loro fini, la

19

guerra è “la conclusione inevitabile per ricomporre i conflitti di interesse che sorgono

inevitabilmente tra unità simili in una condizione di anarchia”.

Stato

=>

sovrano, ovvero superiorem non recognoscens

(non riconosce ente superiore a se stesso)

=>

condizione anarchica

(nessun arbitro o giudice superiore)

=>

principale preoccupazione dello Stato: difesa della sua integrità

=>

l'unico fattore decisivo è la forza:

è determinante dato che nessuno Stato è autosufficiente,

quindi si svilupperanno lotte o contese per l'acquisizione delle migliori condizioni di vita possibili,

con conseguente attenzione per i propri confini e sviluppo di un apparato militare-bellico idoneo.

=> la politica internazionale è quindi “lotta per il potere” (Morgenthau);

la guerra sarà inevitabile finché esisteranno gli Stati, egoisti razionali che agiscono per perseguire i

propri fini in un ambiente composto di attori che seguono la stessa impostazione.

MA

- Waltz (1979) sostiene che, in queste condizioni, diverse razionalità si trovano a competere,

diversificate dai principi ideologici ai quali si ispirano;

- Bruce Bueno de Mesquita (1985): lo Stato è conscio dell'incertezza in cui vive, quindi è in grado

di calcolare l'utilità attesa da una guerra sulla base del confronto costi-benefici sia della guerra

(mutamento di condizioni) che della pace (status quo).

l'evidenza empirica prova la razionalità del modelli, non l'attendibilità delle risposte che propone

(il modello è logico e valido, ma non per questo ogni calcolo fatto dagli Stati è per forza esatto,

altrimenti i futuri sconfitti non scenderebbero mai in guerra).

- Robert Gilpin (1981): la guerra è una “transizione di potere” a cui consegue dunque una guerra

egemonica, dall'esito della quale discenderà una nuova distribuzione del potere internazionale. 20

CAPITOLO 9: LA PACE DEMOCRATICA

(di Luigi Bonanate)

1. La pace

Studio sulla natura e concettualizzazione della pace, la cui prima manifestazione storica è la Pace di

Antalcida del 386 a.C. Tra Persia e Sparta.

Prima: accordi, tregue, trattati, ma non una pace che potesse essere intesa come stato normale dei

rapporti internazionali; sarà invece ben nota alla civiltà romana come vera e propria “forma di

relazioni internazionali” (Momigliano, 1996), che porterà l'impero romano a imporre la pax

augusta.

Così intesa, la pace può essere vista come lo specifico momento in cui le parti in guerra giugnono al

termine delle loro ostilità.

Nella storia circa 220 le guerre sono il quadruplo, segno che non devono per forza concludersi

con la pace; inoltre la pace può non essere né duratura, né giusta.

Holsti (1995): condizione essenziale per la pace è la presenza di Stati “forti”. Ciò pone quindi il

problema della stabilità del sistema internazionale;

Del Vecchio (1911), quattro tipi di pace:

− pace ascetica

− imperialistica

− empirico-politica

− giuridica

1962: Aron, in “Pace e guerra tra le nazioni” distingue tre tipi di pace: equilibrio, egemonia,

impero; questi tipi vengono ricondotti a un principio di pace, ovvero alla “pace di potenza”, distinta

dal principio di “pace di impotenza” e da quello di “pace di soddisfazione” (Bobbio, 1979: integra a

queste la “pace di sterminio” e la “pace federale”)

=> pace e guerra andrebbero poste su un continuum, segno che esistono più tipi di pace. Ad

esempio, pace per incapacità di condurre un conflitto, o la presenza di conflittualità spezzettata e

non domata; queste sono forme di pace “di sopportazione reciproca”, a cui si ricollega la strategia di

sovversione (ad esempio quella di attività spionistiche che hanno caratterizzato la guerra fredda);

oppure ancora possiamo avere pace come programma di disarmo o di controllo degli armamenti.

Definizione (Carta delle Nazioni Unite): “I membri devono astenersi nelle loro relazioni

internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o

l'indipendenza di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle

Nazioni Unite”.

2. La pace tra gli Stati

Gli Stati hanno aderito all'ONU, ma non per questo hanno smesso di fare guerra. Non solo, ma

bisogna anche chiarire se gli stessi obbediscono agli stessi principi costituzionali.

Aron distingue fra:

− sistemi internazionali omogenei: quelli nei quali gl iStati appartengono al medesimo tipo,

obbediscono alla stessa concezione di politica (es. Concerto europeo, 1815-1848); 21

− sistemi internazionali eterogenei: quelli nei quali gli Stati sono organizzati secondo principi

diversi e fanno appelli a valori contraddittori (es. Bipolarismo USA – URSS 1945-1989).

E' uno più pacifico dell'altro?

I sistemi bipolari sono più o meno pacifici di quelli multipolari?

Pace e guerra possono dipendere più dalla volontà degli Stati, che dalla struttura del sistema

internazionale. Bisogna quindi guardare agli Stati, anche perchè certi possono essere pacifici e

organizzati all'interno, ma costretti ad essere bellicosi all'esterno.

1795: Kant, in “Per la pace perpetua” collega direttamente regime politico interno e propensione

alla pace, facendo riferimento a una forma di pace democratica, che rifletterebbe “a lungo prima di

iniziare un così cattivo gioco” come quello della guerra.

Nesso regime politico-pace: due osservazioni

3) una relativa alla natura del rapporto interno a queste forme di comunità

4) una sul rapporto che si instaura fra queste comunità

1. Rapporto interno alle comunità. Astrazione: mondo pacificato secondo la teoria democratica e

quella socialista. Nel primo avremmo sviluppo irrefrenabile del modello economico capitalistico,

con forme di federazione o unificazione, con un'unificazione mondiale garantita dal monopolio

della forza detenuto da una sola potenza dominante; nel secondo caso, avremmo uno sviluppo

autoritario che guiderebbe la transizione verso l'obiettivo dell'estinzione dello Stato (teoria

marxista), forzando Stati concordi e contrari a partecipare al movimento che porterebbe al regno

della libertà (Bobbio, 1999).

2. Rapporto tra le comunità. Le ragioni politico-strategiche prevalgono ssu quelle ideologiche,

cosicché anche totali o gravissime incompatibilità di principio hanno finito (o finiscono) per essere

piegate alle ragioni della stabilità e di una pace giudicata provvisoria, ma necessaria come fase di

passaggio per il consolidamento della propria comunità, in vista di ampliarla verso l'ingresso di

nuovi alleati. Il fine ultimo è prepararsi all'aggressione dell'altro blocco o preparare l'attacco finale.

mai visto pace simile, consensuale e condivisa a livello mondiale.

→ 3. Verso la pax democratica

1983: Doyle dà ragione a Kant, sul pacifismo degli Stati democratici; espone la tesi per cui “Stati

costituzionali solidi e liberali non si sono mai fatti la guerra gli uni contro gli altri” (prendendo per

“democratici” quelli che lui definisce Stati “liberali”).

Doyle mette al primo posto il regime politico: distinzione basilare fra Stati democratici e non-

democratici. Conta quindi lo Stato, non l'anarchia internazionale.

Si sviluppa ampio dibattito su quella che viene definita pax democratica.

Due iniziali varianti della tesi:

Tesi “diadica”: gli Stati democratici non combattono fra di loro, ma contro Stati non-

democratici (Panebianco, 1997);

Tesi “monadica”: gli Stati democratici sono sempre e comunque poco inclini a ricorrere alla

forza, qualsiasi sia lo Stato nemico (Rummel, 1995).

comunque, lo Stato democratico è tendenzialmente pacifico, non combatte mai contro altri Stati

democratici e comunque soltanto quando vi è costretto combatte contro Stati non-democratici.

Perchè questa teoria funzioni, conviene applicarla all'età successiva alla prima guerra mondiale. 22

Dubbi:

− alleanza perversa di Stati democratici che ammettono tra loro anche uno Stato non-

democratico come l'Unione Sovietica;

− Guerra del Vietnam: gli Stati Uniti hanno smesso di essere uno Stato democratico quando

hanno attaccato il Vietnam?

− Elman, 1997: elenca ben 11 tipi di obiezioni contro questa tesi.

Esiste quindi un nesso tra democrazia e pace?

Risposta affermativa, ma due dubbi da fugare:

1. l'eventualità che la democrazia sia una qualità che possono avere soltanto Stati ricchi e

soddisfatti, cosicché la pace finisce per essere un loro interesse e non un bene in sé;

Kacowicz (1995) risponde alla critica suggerendo un'interpretazione di tipo “genetico”, che

vede l'aumento di Stati democratici come progresso dell'ampliarsi di una ristretta “zona di

pace” iniziale;

2. in discussione il fatto che uno Stato possa “permettersi” di svolgere una politica estera

democratica in ogni circostanza. Questa tesi non ha contro-argomentazioni, ma si rischia di

mettere in dubbio la preferibilità di valori democratici a quelli non-democratici. Abbiamo in

tal senso dati oggettivi:

Stati democratici, a coppie, non si sono mai fatti la guerra;

◦ Stati democratici combattono quando un avversario non-democratico rappresenta

◦ per loro una minaccia intollerabile;

difficile accollare alla democrazia la volontà di iniziare le guerre;

◦ non va escluso che le democrazie possano ritenere l'ingresso in guerra

◦ vantaggioso, anche in termini economici o in vista di vantaggi futuri;

spesso le democrazie fanno guerre segrete o “coperte”

◦ gli Stati democratici prevalentemente vincono le guerre in cui sono coinvolti

◦ con queste vittorie, gli Stati democratici favoriscono l'instaurazione di regimi

◦ democratici negli Stati non-democratici sconfitti

4. Democrazia e politica internazionale

Difficile dimostrare che democrazia è garanzia di pace perpetua; ma è facile constatare che lo

spirito pacifico inserisce più facilmente a Stati democratici, in quanto le condizioni di vita al loro

interno risultano mediamente preferibili a quelle di Stati non-democratici.

Sen, 1999: soltanto nei Paesi democratici esistono strutture informative, controllo da parte

dell'opinione pubblica, dibattito pubblico che fan sì che all'approssimarsi di una crisi una serie di

canali di comunicazione e intervento vengano attivati, mettendo in azione forme di solidarietà e

soccorso.

Democrazia quindi non è solo insieme di principi politici; prevale la componente valoriale, offerta

dalla sua natura elettivamente non-violenta (tecnica di risoluzione del conflitto in modo non-

violento, sostituisce alla forza il voto).

forte nesso pace-democrazia, ruolo promozionale nella vita internazionale, che va ben oltre la

pax democratica; la prospettiva più interessante di questo nesso diventa quella legata alla

democratizzazione di sempre più Stati. Ma ciò non potrà avvenire se all'esterno l'ambiente sarà

ostile: alla volontà e consapevolezza interna dovrà accompagnarsi l'appoggio della comunità

internazionale che ha già avuto modo di apprezzare la democrazia la democrazia dovrà

internazionalizzarsi. 23

CAPITOLO 10: L’AMBIENTE

(di Peter M.Haas)

1. Caratteristiche della politica internazionale per l’ambiente

Molti studiosi neorealisti e istituzionalisti concepiscono le politiche ambientali come problemi di

scelta collettiva (Keohane, 1995); si ritiene che il sistema internazionale sia troppo debole, dal

punto di vista istituzionale, per mobilitare una pressione politica sufficiente a far sì che gli Stati

agiscano -> gestione dei problemi debole e inadeguata a proteggere l’ambiente.

Invece a livello interno i costi della protezione ambientale sono spesso concentrati, mentre i

benefici sono diffusi, favorendo una potenziale pressione a favore di un’azione nazionale vigorosa.

Concezione costruttivista: gli Stati non sono sostanzialmente o proceduralmente razionali; prendono

decisioni in base al principio della razionalità limitata: le scelte più facili sono compiute in un

momento qualsiasi e non mutano fino a che crisi politiche non stimolano una nuova azione statale.

In pratica, la politica internazionale per l’ambiente può essere vista come uno scenario nel quale gli

Stati agiscono in condizioni di incertezza (Haas, 1999): con temi nuovi e complessi in tema

ambientale, i funzionari pubblici sono spesso incerti su interessi e preferenze dello Stato, che quindi

non sono dati e possono mutare in seguito a nuove informazioni; in altre parole, gli Stati possono

apprendere come conseguenza dell’essere impegnati in regimi ambientali internazionali.

2. Le forze nella politica internazionale per l’ambiente

Per le RI ci sono cinque fattori chiave che influenzano le scelte dello Stato e plasmano i regimi

ambientali internazionali:

1. Leadership nazionale.

Non si è rivelata centrale nella produzione di politiche ambientali internazionali. Pochi realisti

(che attribuiscono alla leadership nazionale un ruolo chiave in ogni ambito delle r.i.) si sono

occupati di quest’ambito, solo per sottolineare le conseguenze che la scarsità di risorse e il

degrado ambientale possono avere per la sicurezza nazionale.

Si è quindi cooperato molto e con successo in assenza di una forte leadership statale che, tra

l’altro, non conduce necessariamente a risultati positivi.

2. ONG e società civile.

Le prime hanno esercitato nel tempo una presenza sempre più incisiva (es. Rio 1992), con un

ruolo potenziale che le stesse usano per dar forma alle percezioni e ai valori pubblici riguardanti

l’ambiente, e nel fare pressione sui governi perché adottino e facciano valere posizioni

ambientali più decise.

Tuttavia, pur contribuendo a un’effettiva governante regionale, la pressione interna e le ONG

non hanno giocato sinora un ruolo significativo nella governante ambientale; quando sono state

coinvolte, le ONG hanno spinto per forti impegni di massima dei quali i governi potessero poi

essere ritenuti responsabili, ma senza precise formulazioni di regole di regime, dal momento che

non dispongono delle risorse per monitorarne attentamente il rispetto.

3. Le istituzioni internazionali.

Quando concesso dai loro membri, queste possono giocare un ruolo importante nella

promozione della governance ambientale e dello sviluppo sostenibile. Possono contribuire a

costruire regimi di portata più ampia e ad incoraggiarne l’implementazione, offrendo un

ambiente favorevole alla cooperazione internazionale, attraverso l’offerta di strumenti

politicamente efficaci ai gruppi nazionali coinvolti in tema ambientale e alla costruzione di

coalizioni politiche stabili che siano in grado di fare pressione sui propri governi dentro e tra i

24

paesi, rispetto a queste issues. Comunque non tutti gli Stati sono sensibili alle pressioni e agli

incentivi istituzionali: gli Stati democratici sono più sensibili (soprattutto a livello di istruzione e

informazione), mentre Stati e società forti scientificamente e tecnologicamente trovano modeste

le offerte delle istituzioni internazionali.

3. Conoscenze e comunità epistemiche.

Con una politica internazionale sempre più complessa e incerta, gli Stati son sempre meno

capaci di anticipare chiaramente il modo in cui il benessere nazionale sarà condizionato da

scelte di politica interna o estera.

Per i costruttivisti, gli Stati sono incapaci di cercare nuove informazioni al momento delle

decisioni, che quindi verranno prese non in base a un calcolo razionale, ma come adesione per

convinzioni generalizzate a livello sociale e interpretazioni di come gli interessi nazionali

possano essere perseguiti in qualsiasi ambito politico. Le più importanti fonti d’influenza, per i

costruttivisti, sono le concezioni causali condivise o conoscenza consensuale, che aiutano i

decision-makers nelle scelte in ambiti complessi e poco familiari; in altri termini, gli Stati

imparano ad adeguarsi nell’apprendere a riconoscere condizioni internazionali non desiderabili

che influiranno negativamente sul loro interesse nazionale.

Il meccanismo principale attraverso cui idee di questo tipo si sono sviluppate e diffuse è

rappresentato da network transnazionali di professionisti di policy, i quali condividono valori

comuni e interpretazioni causali, chiamati “comunità epistemiche”. I loro membri cercheranno

di introdurre misure nazionali coerenti con le proprie convinzioni e di utilizzare i meccanismi di

applicazione delle unità burocratiche nelle quali operano.

Il loro impatto sarà maggiore in Paesi democratici più industrializzati, capaci di valutare i

consigli esterni e le indicazioni scientifiche transnazionali; lo stesso impatto sarà invece minore

nei Paesi meno sviluppati, sospettosi verso informazioni dall’esterno e più confidenti con i

consigli scientifici provenienti dai canali interni.

Le comunità epistemiche hanno molta influenza sui negoziati internazionali, che riflettono

quindi le credenze causali e di principio delle comunità epistemiche interessate.

4. Evoluzione della governance ambientale

I regimi ambientali rientrano in quattro idealtipi, le cui distinzioni principali riguardano la forma

legale dei trattati all’interno del regime, (governance istituzionalmente forte o debole) combinata al

coinvolgimento (o alla sua mancanza) delle comunità epistemiche.

Quando istituzioni forti combinate a coinvolgimento scientifico transnazionale sono in grado di

immettere conoscenze nelle pratiche nazionali standard, allora si delineano, attraverso

l’apprendimento sociale, differenti modelli di governance ambientale.

Modelli di governance ambientale

Istituzionalmente forte Istituzionalmente debole

Coinvolgimento delle comunità Apprendimento sociale Gioco parallelo?

epistemiche Trattati regolatori di ampio Politica nazionale disgiunta,

respiro con obblighi nazionali senza alcuna azione formale o

differenziati e impegni congiunta o espressioni di

sostanziali basati sul consenso impegno. Possibilità che la

degli esperti circa le cause e gli performance nazionale (in

effetti ambientali. I trattati per Paesi con comunità

la conservazione epistemiche locali coinvolte)

focalizzeranno l’attenzione ecceda gli standard collettivi 25


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