Relazioni internazionali: Università Cattolica - Milano
Riassunto del “Manuale di Relazioni Internazionali” (Ikenberry-Parsi) realizzati da Anna Tosetti e Jacopo Spatafora il 15/04/2011.
Manuale di relazioni internazionali: J. Ikenberry – V.E. Parsi
Prima parte: Lo scenario
Capitolo 1: Il mondo degli stati (di John A. Hall)
Scegliamo di concentrarci sul sistema delle relazioni internazionali che si è sviluppato nella storia europea, non per eurocentrismo, ma perché questo sistema è quello che ha dominato fino ad ora il mondo. Il cuore della disciplina delle RI è costruire un proprio sistema di sicurezza. Questa è la formulazione propria del realismo, teoria che propone tanto una visione della pace (o, meglio, della limitazione del conflitto), quanto una visione della guerra. Il raggiungimento dell’equilibrio è il fine delle RI secondo il realismo. Il realismo a sua volta comprende diverse scuole. Doyle (1997), ma già Tucidide, distingue:
- I fondamentalisti: danno grande importanza alle abilità dei leader politici (cfr. Macchiavelli, Kissinger) >>> equilibrio grazie alle doti del leader
- Gli strutturalisti: il comportamento degli stati deriva dai modelli di potere presenti nell’arena internazionale (cfr. Hobbes, Waltz) >>> equilibrio come somma di comportamenti esterni
- I costituzionalisti: ritengono che sia la natura della società interna a determinare l’incidenza di pace e guerra. (l’uso della parola costituzione può essere fuorviante) >>> equilibrio derivante dall’interno (anche detto realismo sofisticato)
Tra il 1648 e il 1945 l’analisi del mondo chiama in causa la visione strutturalista e quella costituzionalista. Nel periodo in questione, la caratteristica prevalente del sistema europeo è la guerra: anche nei periodi di pace, la preoccupazione degli Stati era quella di ‘preparare’ la guerra. L’incessante emulazione competitiva implicava un perenne cambiamento e una continua tensione sociale (Trotzkij: “la guerra non è altro che la locomotiva della storia europea”). Ovviamente non tutti i periodi sono stati ugualmente bellicosi: dalla terribile guerra dei Trent’anni (finita nel 1648), alla ‘guerra dei minuetti’ con Federico il Grande (‘700: guerre brevi).
Questa variazione tra ascesa agli estremi-moderazione si riflette:
- Nel pensiero di Carl von Clausewitz, grande teorico della guerra, che partendo da un’ottica strutturalista, dopo la disfatta di Napoleone, apprezzò la politica di Federico il Grande: meglio fare richieste limitate ed incrementali che minacciare tutti agevolando la formazione di controalleanze.
- Nella politica della Germania tra la fine del XIX sec e l’inizio del XX. Il realismo ‘sofisticato’ di Bismark fu soppiantato da un realismo aggressivo, con la conseguenza che Francia e Russia si allearono preventivamente.
In definitiva il realismo, che prevede che gli stati seguano la logica dell’equilibrio, si trova a che fare con grandi oscillazioni tra equilibrio ed escalation. Il modello equilibrio-escalation può essere spiegato alla luce di due fattori: l’ideologia e la natura dello Stato. Raymond Aron (1962) parla di omogeneità e eterogeneità all’interno del sistema degli Stati. L’omogeneità è data da fattori linguistico-culturali, dalla volontà di avere accordi formali con altri stati. L’eterogeneità è data dalla presenza di ideologie, che impediscono la stipulazione di accordi (nazismo e comunismo si ritirarono dai fora internazionali) e dall’incapacità di uno Stato di fare calcoli (prevedendo fallimento o successo: si veda fallimento di Napoleone e incapacità di calcolare i rischi della Germania delle prima guerra mondiale).
Il conflitto ha perciò perso di intensità dentro a un mondo omogeneo e popolato da Stati in grado di fare calcoli, mentre le ascese agli estremi sono nate dalla mancanza di questi fattori. Questa è la posizione del realismo sofisticato meglio che costituzionale alla Doyle, perché:
- La natura della società internazionale deve essere presa in considerazione al pari delle caratteristiche interne di uno Stato;
- Alcuni accordi che consentono chiarezza nel policy making estero non hanno niente a che vedere con le costituzioni.
Detto questo, non è ancora stato definito il modo in cui si possano addestrare leader capaci, in grado di sfruttare al meglio le condizioni strutturale che dipendono da condizioni sociologiche che non sono affatto facili da raggiungere.
Fattori principali che limitano i conflitti (oltre a quelli sopra citati):
- Capacità di prevederne le conseguenze
- Miscela tra realismo e liberalismo = forse è la presenza di liberalismo (vedi URSS), che ha facilitato il calcolo da parte degli Stati e che ha evitato conflitti peggiori. Lo stato liberale ad oggi sembra il meno peggiore disponibile.
Capitolo 2: Il sistema bipolare e la lunga guerra fredda (di V.E. Parsi)
1. Da Versailles a Yalta (1919-1939)
Dopo la prima guerra mondiale le potenze europee si illusero (visto l’abbandono della scena internazionale da parte di Usa e Urss per diversi motivi) che il gioco della politica internazionale fosse ancora nelle loro mani e che, quasi automaticamente, il governo del mondo spettasse alla potenza europea in grado di imporsi sulle altre. Questo periodo fu anche quello in cui prese forma e consistenza il “secolo delle ideologie” che vedrà lo scontro tra sistemi liberaldemocratici e di mercato e sistemi totalitari e collettivisti. Questo periodo è simile a quello compreso tra guerre rivoluzionarie-napoleoniche e la Restaurazione perché in ambedue i casi l’elemento scatenante di uno scontro tra visioni del mondo si fonde con spinte e tensioni nazionali (nell’800 il sentimento nazionale era una novità, mentre nel ‘900 il nazionalismo si fonde con l’elemento ideologico, vera grande novità del ‘secolo degli estremi’). Come vedremo: il sistema multipolare finora vigente, dopo il secondo conflitto mondiale, lascerà il posto ad un sistema bipolare.
2. La novità del bipolarismo e di un sistema politico mondiale
La Guerra Fredda vide contrapporsi due attori fino ad ora ai margini della politica internazionale che proponevano due visioni del mondo diametralmente opposte, in termini politici ed economici. Il sistema degli Stati europeo diveniva per la prima volta sottosistema all’interno di un sistema politico mondiale. La contrapposizione Est-Ovest divenne una sorta di guerra civile interna al Nord del mondo, una guerra combattuta alla luce del pericolo nucleare.
Sistematizzazione di questo scenario secondo:
- Raymond Aron (Pace e guerra tra le nazioni, 1962): divide i sistemi politici in base a: distribuzione della potenza e omogeneità/disomogeneità ideologica tra poli. La potenza può essere variamente definita in base alle epoche storiche, ma solitamente combina ricchezza, progresso tecnologico e forza militare. La potenza poi si addensa il poli (da cui i sistemi bipolari o multipolari). La novità di Aron non sta nella riflessione sulla potenza (presente in tutte le teorie delle RI), ma nell’introduzione della variabile ideologica: i poli possono essere ideologicamente omogenei o no. Con la guerra fredda, il balletto delle alleanze, diventa impossibile perché i due poli sono ideologicamente incompatibili.
- Kenneth Waltz (Teoria della politica internazionale, 1979): la struttura del sistema internazionale viene determinata da: principio anarchico (contrapposto al principio gerarchico, tipico dello Stato); distribuzione della potenza (data sia dal numero dei poli, che dalla capacità di minaccia dei singoli stati); sicurezza come preoccupazione primaria di tutti gli stati.
La stabilità del sistema durante la guerra fredda deriva dal fatto che il sistema è bipolare? O piuttosto dall’atomica? Il realismo strutturale (di cui anche Waltz faceva parte), ha avuto però il difetto di trascurare troppo le caratteristiche interne degli attori che spesso sono determinanti nel passaggio da un sistema ad un altro.
Riassumendo:
Il sistema politico mondiale che da dopo la seconda guerra mondiale si instaura per 40 anni è:
- Bipolare (fondato sulla competizione USA-URSS)
- Globale (a vario titolo coinvolge tutto il mondo)
- Disomogeneo (ideologie incompatibili)
- Bloccato dalla presenza del nucleare (tensione e pochi scontri diretti)
- A sovranità sospesa (cioè in cui la sovranità estera restava di fatto in mano alle due superpotenze)
3. L’influenza del sistema politico internazionale sui regimi politici interni degli Stati
Limitazione della sovranità
Sul grado e sulla modalità della limitazione della sovranità degli stati, ogni blocco faceva a sé. In ogni caso, l’incolmabile gap costituito dall’arsenale nucleare delle due potenze e la forza gerarchizzante del sistema, relegavano gli altri stati in una posizione marginale.
Influenza interna. Gli stati minori vennero fortemente influenzati dal fattore ideologico del blocco di appartenenza. In campo occidentale inoltre la coesione Stati Europei-USA era dovuta anche alla condivisione di un set di valori, credenze, standard di vita minacciate dal comunismo. (si veda la creazione dell’Alleanza Atlantica prima e della NATO poi che, con la scusa di difendere l’Europa dal ‘pericolo rosso’, hanno tutelato regimi tutt’altro che democratici: Portogallo di Salzar, Spagna di Franco, colonnelli in Grecia).
NB: Tutto questo discorso vale per il teatro europeo, nei paesi ‘periferici’ la coerenza ideologica e l’omogeneità politico-istituzionale vennero meno e USA e URSS non esitarono a stringere rapporti con i più disparati regimi e capi politici.
4. La struttura clientelare dei rapporti centro-periferia
Per centro si considera il nord del mondo (teatro principale della guerra fredda); il sud del mondo è stato presto definito come Terzo Mondo, termine che è diventato ben presto sinonimo di sottosviluppo, miseria, instabilità crescenti. L’imposizione del bipolarismo avveniva esportando forzatamente un conflitto interno alle logiche del Nord del mondo a tutto il pianeta con conseguenze spesso disastrose per il sud. Gli stati di nuova o incerta sovranità necessitavano di una qualche forma di istituzionalizzazione. Avveniva attraverso l’instaurazione di un rapporto clientelare (tra periferia e centro). Lo stato cliente ricava protezione, accesso al sistema politico internazionale, attenuazione della sua inferiorità. Lo stato patrono amplia la propria zona di sicurezza, accede alle risorse naturali del cliente, rinsalda la sua situazione di preminenza. I rapporti clientelari hanno natura conservativa.
5. Epilogo: l’uscita dal sistema bipolare e la costruzione di un sistema unipolare
La Guerra Fredda è finita con la guerra del Golfo (1990) e ha visto emergere gli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale. Con lo sfaldamento dell’URSS in Europa si assiste ad un ritorno della guerra (Iugoslavia, Serbia-Croazia, Kosovo, Macedonia). Non appare nessun attore internazionale in grado di sfidare credibilmente Washington. Durante la Guerra Fredda prendono corpo due importanti processi:
- Il sistema politico internazionale (SPI) lega la sua strutturazione agli aspetti istituzionali. La dimensione istituzionale del SPI è la manifestazione della mancata interdipendenza mai raggiunta nel dopoguerra.
- Il SPI è strettamente legato al sistema economico: la crisi del regime di Bretton Woods e la crescente multilateralità (con nascita di WTO, BM, FMI), già durante la guerra fredda preannunciano uno scenario che di lì a poco si sarebbe verificato: l’espansione del mercato e l’avvento della globalizzazione.
Capitolo 3: L’età della globalizzazione (di G. John Ikenberry)
| Tipo di globalizzazione | Conseguenze |
|---|---|
| Globalizzazione del mercato: può essere misurata in base al volume del commercio e ai flussi di capitale, che dimostrano ampiezza e profondità dell’integrazione dei paesi e delle regioni del mondo. |
|
| Globalizzazione della produzione: nascono le aziende internazionali (con IDE, investimenti diretti esteri, in tutto il mondo). |
|
| Globalizzazione dell’informazione: cfr. idea del villaggio globale (ruolo delle comunicazioni e della tecnologia). |
|
Implicazioni politiche della globalizzazione => OPPORTUNITÀ e VINCOLO
- Per partecipare al mercato c’è un pacchetto di impegni politici e istituzionali da fare: deregulation, convertibilità della moneta, liberalizzazioni tariffe, limitazioni agli IDE, principi di legalità, trasparenza e indipendenza dei processi amministrativi..etc
- Il pieno coinvolgimento nell’economia mondiale, comporta un rimpicciolimento della “zona della politica” dentro i paesi partecipanti: le ali radicali di destra e sinistra (con loro visioni economiche) diventano incompatibili con uno stabile coinvolgimento globale.
- È necessaria la riforma e la trasformazione della politica economica interna. Questo vale sia per i PVS che devono attuare anche adeguamento delle strutture burocratiche, politiche e produttive (casi di Giappone e Corea), sia per i PI che sono messi sotto pressione per altri aspetti (si veda la riduzione del Welfare in Europa e Usa, il lento declino dei sindacati,..)
- Il commercio interstatale si fa complesso e le vertenze economiche diventano più difficili da risolvere con i modesti metodi del nazionalismo. (anche perché è difficile distinguere tra interessi interni ed esteri ed è d’altro canto difficile minacciare la chiusura di relazioni economiche con un Paese).
È vero che la globalizzazione segna declino dello Stato? Per un verso la globalizzazione è stata parte integrante delle relazioni internazionali fin dalla nascita del sistema statale moderno nel Seicento: gli Stati sono sempre stati in relazione dinamica con i mercati e sono stati vitali nel creare e far valer regole e pratiche che hanno permesso ai mercati e alle aziende di estendersi su scala globale. Ora però essi non hanno altra scelta che rimanere attivamente integrati dentro l’economia mondiale. La globalizzazione non riguarda il declino dello Stato, ma piuttosto i diversi incentivi con i quali gli Stati si confrontano allorché perseguono durevoli obiettivi di crescita economica e di sicurezza.
Seconda parte: I protagonisti
Capitolo 4: Il ruolo internazionale dello Stato (di Lorenzo Ornaghi)
1. Definizioni e questioni preliminari
Per capire che ruolo svolge uno Stato all’interno del sistema internazionale, non basta elencare le funzioni che uno stato svolge. Bisogna distinguere tra posizione di ruolo e prestazione di ruolo, soprattutto quando, sul piano dell’indagine empirica, si analizzino le funzioni considerandole come attività esplicative = azioni in vista del perseguimento di uno specifico scopo da parte di uno Stato - attore nel sistema politico internazionale. Mantenere distinte posizione e prestazioni permette:
- Di comprendere le ‘tipologie’ di funzione in cui ogni ‘tipo’ comprende attività e azioni simili formalmente, ma esercitate differentemente da ogni singolo Stato.
- Di individuare la stratificazione del SI esplicitandone il sistema di interdipendenze che lega ‘stratificazione’ e ‘ruolo internazionale’ dello Stato.
- Di cogliere il nesso stretto tra posizione reale di ciascuno Stato e ordine gerarchico di capire la stretta connessione tra trasformazioni interne e internazionali. In modo particolare ci permette di capire due ordini di trasformazioni:
a. trasformazioni nello Stato (e dello Stato) rispetto al ‘modello’ della sintesi statale quale organizzazione politica che ha alla sua base il territorio e al suo centro (o vertice) un potere sovrano ed esclusivo.
b. trasformazioni nel e del sistema internazionale rispetto al ‘modello’ di un ordinamento e di uno spazio delle RI, assicurati e definiti in modo prevalente dagli Stati sovrani.
Si sceglie pertanto un metodo storico-critico che permetterà di conciliare modelli incentrati solo sullo Stato e modelli incentrati solo sulle RI.
2. Lo Stato nelle RI
Lo studio dello Stato, dominato da teorie giuridiche, politiche e sociologiche, ha per lungo tempo considerato le RI come proiezione della politica tout court. Solo nella seconda metà del ‘900 la dimensione internazionale si è diffusa e potenziata. La disciplina delle RI oggi conosce molto di più di quanto, senza di essa, uno Stato riuscirebbe a conoscere. Il contributo delle RI alla conoscenza scientifica dello Stato contemporaneo porta con sé due paradossi:
I. Il realismo è arrivato ad escludere che le caratteristiche interne di uno stato possano avere rilevanza cospicua per la politica internazionale (vedi cap.1) => si è arrivati a pensare che la politica tra gli stati sia analizzabile e interpretabile indipendentemente dai mutamenti che possono occorrere alla politica dentro gli stati.
II.
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