Relazioni internazionali capitolo 1
Stato e relazioni internazionali
I confini della disciplina
Le Relazioni Internazionali (RI) come realtà nascono nel momento in cui si formano unità politiche indipendenti, che siano in grado di scindere tra rapporti interni e rapporti con le altre unità politiche. Quindi già dalla preistoria esistono le RI, con i clan, poi l’Antica Grecia e compagnia bella. Siccome le RI si svolgono tra le unità politiche protagoniste di una determinata epoca, è ovvio che la natura delle unità politiche e la natura delle RI sono indissolubilmente legate. Infatti, nel momento in cui cambiano le unità, cambiano anche le RI, che non risultano più continuative, ma addirittura incompatibili tra un’epoca e l’altra. Un altro appunto importante è che nel momento in cui le unità politiche non esistono, cioè quando non c’è distinzione tra rapporti con l’interno e con l’esterno, non esistono più le RI. Totale interdipendenza tra RI e organizzazione istituzionale e politica del mondo. La teoria delle RI è invece recente, nata nel 1919 in Gran Bretagna.
Il sistema politico internazionale moderno
Quando si parla di RI si danno per scontate due cose: che il mondo sia un sistema politico, giuridico ed economico unitario, tenuto insieme dalla globalizzazione; che gli stati abbiano un posto più rilevante rispetto agli altri attori internazionali e siano gli unici a poter impiegare legittimamente la violenza. La concezione del mondo come un’unità è frutto di un processo storico iniziato tra il XVI e il XVIII secolo con l’espansione europea, con la formazione di un’economia-mondo, col capitalismo, l’imperialismo e infine le due guerre mondiali e la guerra fredda. Si noti che i processi storici sono reversibili. Cosa ripetuta e stra ripetuta è che il sistema internazionale moderno risale al 1648, che chiuse la guerra dei Trent’anni, l’ultima guerra di religione in Europa, tant’è che il sistema moderno prende il nome di sistema westfaliano. Questo perché la guerra dei Trent’anni era stata il tentativo, fallito, di riunificare l’Europa sotto un impero, ma c’era già un sistema pluralistico di stati che ritenevano la loro sovranità inviolabile e non ritenevano che ci fosse un’autorità superiore alla loro (superiorem non recognoscens).
Anarchia, insicurezza e guerra
Primo punto distintivo del sistema internazionale moderno è l’anarchia internazionale, per la quale non c’è un governo supremo che provveda a tutte le necessità dei singoli stati, ma sono gli stati stessi a dover soddisfare i loro bisogni da soli. Però anarchia per quanto riguarda il sistema internazionale non sempre vuol dire anche disordine, oltre a mancanza di governo. Infatti, il problema principale della teoria delle RI è stabilire come sia possibile e a quali condizioni ottenere l’ordine malgrado l’anarchia. Eppure, il sistema internazionale ha conosciuto fasi d’ordine! Ora siamo abituati a vedere l’anarchia come un problema, ma per il sistema internazionale moderno non lo era affatto: era un incentivo per gli stati a migliorare politicamente, economicamente e militarmente, per potersi meglio difendere da eventuali attacchi altrui. E questo ci porta al secondo punto distintivo del sistema internazionale moderno: il dilemma della sicurezza. A tale proposito è giusto citare la raffigurazione dello “stato di natura” data da Hobbes: manca un organo di governo centrale, quindi tutti sono costretti all’autodifesa; manca un organo giudiziario centrale, quindi non è detto che le promesse altrui vengano mantenute. Questo comporta la totale diffidenza verso gli altri ed il fraintendimento delle loro intenzioni. Se si è costretti all’autodifesa si tenderà a rimpolpare sempre di più gli eserciti per essere pronti ad ogni evenienza. Il problema però è che il rimpolpamento potrebbe essere inteso dagli altri come un’intenzione offensiva nei loro confronti, e non autodifensiva, quindi questi altri che si sentirebbero minacciati potrebbero decidere di attaccare per primi a scanso di equivoci. Potrebbero. Ad ogni modo il tutto genera una corsa agli armamenti. È quel che è capitato poco prima della Prima Guerra Mondiale: la Germania ha incrementato i suoi armamenti e tutti stringono alleanze e incrementano gli armamenti per contrastare un suo eventuale attacco. C’è anche da dire che talvolta questa spirale è mitigata dai produttori pubblici di fiducia, cioè la somiglianza culturale e di istituzioni o la continuità delle relazioni tra le parti.
Ci sono tre grandi tradizioni di pensiero che hanno accompagnato la riflessione sul sistema internazionale moderno. La tradizione hobbesiana si fonda sull’analogia tra anarchia internazionale e tutte le altre forme di anarchia: ogni volta che manca un’agenzia che garantisca i propri diritti chiunque può legittimamente fare quel che ritiene opportuno per difendersi dagli altri. Comunque questo sistema non è condannato all’onnipresenza della violenza, per due ragioni: per Hobbes lo stato di guerra si ha quando la volontà di affrontarsi è sufficientemente dichiarata e per tutto il tempo in cui non c’è garanzia che l’attacco non avvenga; politica internazionale e politica interna sono diverse per i modi diversi di organizzarsi per impiegare la forza. In politica interna se uno minaccia di usare la forza viene fermato dalle sanzioni emesse dall’organo apposito, in politica internazionale questo non avviene, perché non c’è un organo apposito. Qui si arriva alla seconda tradizione, quella groziana, secondo la quale il sistema internazionale moderno ha sviluppato un proprio tessuto di istituzioni tese a mantenere l’ordine e a far fronte ai cambiamenti. Di questo tessuto di istituzioni fanno parte le conferenze internazionali, la formalizzazione del principio di equilibrio, la nascita e lo sviluppo del diritto internazionale. In questa tradizione la guerra può risultare essere il contrario del disordine, perché mantiene l’ordine internazionale imponendo il diritto, preservando l’equilibrio di potenza, consentendo il mutamento. In più svolge questofunzioni entro i limiti della legittimità (perché non vi si può ricorrere se non c’è una giusta causa), dei limiti spaziali e temporali dello scontro, preservare i neutrali e i non combattenti, la titolarità propria degli stati di combatterla legittimamente (gli altri attori non possono). La terza tradizione, quella kantiana, si basa sulla tentazione di liberarsi della guerra e superare del tutto l’anarchia internazionale. Questa cosa nasce ovviamente dal progetto per la pace perpetua di Kant, ma va avanti ancora oggi! Quel che si sta cercando di fare con tutti i trattati di limitazione della legittimità del ricorso alla guerra (primo fra tutti la Carta delle Nazioni Unite) è riappacificare il globo sotto un governo mondiale.
Anarchia o anarchie? La politica internazionale come politica interstatale
Anarchia internazionale e altre forme di anarchia non coincidono, come Hobbes credeva, poiché ci sono delle differenze tra loro. La prima è la disuguaglianza di potere. L’anarchia esiste indipendentemente dalla distribuzione del potere tra gli attori. Per Hobbes nello stato di natura tutti gli uomini erano uguali perché tutti erano in grado di uccidere, ma per l’anarchia internazionale la soglia per uccidere gli altri attori può risultare più o meno alta e mai tale da poter essere attraversata da tutti nella stessa misura. Comunque la disuguaglianza di potere può essere vista come il surrogato di un governo in un ambiente anarchico, perché colui che ha più potere degli altri può governare gli altri. Poi c’è la disuguaglianza tra gli stati e tutti gli altri attori. Gli stati sono i più importanti perché hanno concentrato su di se la maggior parte delle risorse di potenza. La seconda differenza si ha nei rapporti tra gli attori: nelle tante forme di anarchia i vari attori restano sempre isolati e hanno rapporti molto sporadici, mentre nell’anarchia internazionale i rapporti tra gli attorisono continui. La terza differenza sta nel fatto che gli stati si sono imposti come gli unici titolari della piena legittimità internazionale, quindi gli unici a poter creare norme valide per tutti a livello internazionale, norme che vanno rispettate se si vuole negoziare la pace o fare la guerra (e per fare queste due cose devi essere per forza uno stato), mentre nelle altre forme di anarchia questa cosa non esiste, non ci sono delle norme create dagli unici attori che ne hanno il diritto, perché nelle altre anarchie gli attori sono tutti uguali! Tutta questa riflessione sulle tre differenze sono state esposte per far capire che politica internazionale e politica interstatale coincidono, essendo gli stati i più importanti in tutti i campi.
Il sistema interstatale come eccezione storica
Ormai il nostro pensare alle RI è dominato dall’equiparazione tra politica internazionale e politica interstatale, non riusciamo a toglierci dalla testa questa cosa! Eppure quest’equiparazione è un’eccezione storica: non esistono sistemi politici come quello moderno nel passato, prima tutti si organizzavano diversamente a livello internazionale e interstatale, soprattutto perché non era ancora definito lo stato come noi lo intendiamo oggi. Inoltre il sistema è globale perché l’esperienza europea è stata estesa al resto del mondo; infatti quando il sistema internazionale moderno si è creato si parlava solo di Europa, non del resto del mondo. Questi due elementi (unicità storica e l’eurocentrismo che ha determinato il tutto) sono i punti dell’eccezionalità e della fragilità del sistema internazionale westfaliano.
Il carattere circoscritto e parziale della politica interstatale
Abbiamo capito che c’è l’equiparazione tra politica internazionale e politica interstatale, ma è giusto dire che l’equilibrio tra relazioni interstatali e relazioni internazionali non statali si è sempre spostato da un estremo all’altro: nei sistemi internazionali ideologicamente eterogenei gli scambi quindi le relazioni erano vivissime, mente nei sistemi internazionali ideologicamente omogenei nonlo erano (Aron). Ovviamente il momento storico in cui le relazioni sono state al minimo è la Guerra Fredda, che presenta un sistema internazionale ideologicamente omogeneo. Tuttavia, all’interno del blocco statunitense le relazioni interstatali sono cresciute a dismisura, fino a creare quella che Keohane e Nye definiscono interdipendenza complessa, non solo tra gli stati, ma anche tra gli altri attori.
Verso la crisi del sistema interstatale?
La transizione dal sistema bipolare a quello che si sta formando, che non si sa ancora se sia multipolare o unipolare, mette in luce molte cose, prima fra tutte la crisi della politica interstatale, poi ha scongelato alcune vicende storiche, come la rivolta contro l’Occidente o la crisi degli ordini post-imperiali e post-coloniali. La politica interstatale è in crisi per un mucchio di cose (economia, commercio, ambiente), ma la più importante è il monopolio sulla guerra, perché sono emersi dei soggetti così tanto competitivi che sono in grado di violare la sicurezza interna dell’unica superpotenza rimasta. La crisi del sistema interstatale dipende da due processi diversi e storicamente opposti. Il primo processo è quello dell’instaurazione e del consolidamento dei nuovi sistemi statali, nati nell’ultimo secolo, quindi che non hanno ancora del tutto allineato statualità giuridica e statualità empirica, sono cioè riconosciuti come stati a livello internazionale, ma al loro interno non hanno ancora delle istituzioni politiche efficienti, oppure stati con istituzioni politiche efficienti ma non ancora riconosciuti a livello internazionale. In questi sistemi le relazioni interstatali non esistono, o sono minime, perché gli stati non si riconoscono reciprocamente, quindi non possono ancora fare una distinzione tra politica interna ed internazionale. Il secondo processo che scinderebbe definitivamente le relazioni internazionali dalle relazioni interstatali è la politica globale. La globalizzazione ha raggiunto un livello tale che la società globale non è più formata dagli stati, ma dai singoli individui. Però gli stati continuano comunque ad esistere e ad essere i più importanti perché hanno il monopolio dell’uso legittimo della forza. Quindi siamo in un periodo di transizione istituzionale, perché principi e istituti appartenenti a modelli diversi di convivenza internazionale convivono, resistono alle pressioni altrui, ma non sono abbastanza forti da scalzare gli altri in modo definitivo.
La disciplina contemporanea delle Relazioni Internazionali
Ormai è chiaro che le RI si stanno discostando dalle relazioni interstatali, eppure la maggior parte delle letteratura contemporanea delle RI mette al centro l’anarchia e la centralità degli stati (realismo, neorealismo, Morgenthau, Waltz, Gilpin, Mearsheimer), anche se si sono sviluppate teorie che contrastano tali punti di vista (internazionalismo neoliberale, idealismo, teoria della pace democratica, che mostrano come gli stati stiano creando una rete sempre più fitta di istituzioni per limitare il ricorso alla violenza). Il discostamento appare chiaro anche se si osservano i nuovi punti di interesse delle RI, che non sono le istituzioni costitutive della convivenza internazionale degli ultimi cinque secoli, bensì istituzioni prettamente novecentesche, quindi già più distaccate dalle relazioni interstatali.
Una “scienza americana”?
Sì, le RI ormai sono una scienza prettamente americana, perché il nucleo dei dibatti e delle scuole di pensiero si trova negli USA. Gli altri nuclei di dibattito e teorie, gli altri autori, vengono accantonati e addirittura non compaiono nei riferimenti bibliografici. Ma quali sono le ragioni di questa esclusività americana? Le ragioni sono storiche, scientifiche e organizzative. Prima fra tutte è l’egemonia che gli USA esercitano sul resto del mondo. Com’è che la centralità americana ha influito sulla scelta degli argomenti da trattare? Ovviamente i problemi posti dalla comunità scientifica americana hanno più importanza degli altri. Poi la disciplina accademica delle RI ricalca perfettamente quella del paese che è garante dell’ordine internazionale. L’ultima conseguenza è il fatto che le RI ignorano e marginalizzano la fine della centralità dell’Europa e della sua influenza sui rapporti tra occidente e mondo, fatto che in realtà è la vicenda capitale del Novecento. Gli USA hanno sempre subordinato la partecipazione agli affari internazionali alla garanzia della propria superiorità. La loro forza deriva anche dalla possibilità geografica di isolarsi dai conflitti altrui, cosa che aveva potuto fare prima di loro solo la Gran Bretagna.
Le Relazioni internazionali e i traumi storici del Novecento
Anche lo svolgimento della politica internazionale e gli avvenimenti storici hanno influenzato la riflessione contemporanea sulle RI. Nel 1919 viene istituita la prima cattedra di relazioni Internazionali in Galles, affidata a Zimmern ed intitolata a Wilson. È la prima volta che la guerra viene vista come una patologia sociale o una malattia da curare. Sulle ceneri della Prima Guerra Mondiale nasce l’idealismo, una teoria che voleva eliminare anarchia e guerra, cioè le caratteristiche distintive ed ineliminabili della politica internazionale. Per l’idealismo la guerra è fondata su tre fattori combinabili tra loro: la causa della guerra sono la divisione del mondo in stati in contrapposizione alla crescente interdipendenza; altra causa è l’anarchia internazionale che è un incentivo all’uso legittimo della violenza ed alla competizione; ultima causa è il carattere incline alla guerra di alcuni stati. Per eliminare queste cause si voleva creare un governo mondiale, oltre ad un organo che limitasse l’uso legittimo della violenza (Società delle Nazioni). La storia ha tuttavia smentito la teoria idealista, permettendo l’affermarsi del realismo, che sostiene che la politica internazionale sia immutabile ed è tutto il contrario dell’idealismo: gli attori principali sono gli stati e le loro relazioni sono le più importanti (per l’idealismo contano le relazioni economiche e gli attori non statali), la politica interstatale è più importante di quella intrastatale, la sicurezza nazionale prevale su quella collettiva, affidata alle alleanze. Il realismo ha avuto così tanta popolarità perché rispecchiava esattamente il clima storico postbellico. Non a caso i grandi dibattiti delle RI si hanno in ambito realista: tradizionalismo scientifico (Morgenthau) contro neorealismo o realismo strutturale (Waltz), realismo difensivo (Waltz, conservare la potenza che già si ha massimizzando la sicurezza) contro realismo offensivo (Mearsheimer, massimizzare la potenza), equilibrio di potenza (Waltz) contro egemonia (Gilpin). Ancora vicende storiche, quali la decolonizzazione, ha fatto nascere un nuovo approccio alle RI, cioè il neomarxismo, secondo il quale, come per l’idealismo, le relazioni economiche erano più importanti di quelle politico-militari, il mondo era espresso nei termini di “sistema capitalistico mondiale” e non di “bipolarismo”, nel capitalismo stava la ragione di dominio/dipendenza e della struttura profonda della conflittualità quindi bisognava modificare l’economia internazionale.
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