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per ottenere una posizione egemonica, quindi diventano meno contenibili da una coalizione loro

avversa. In questo caso (presenza di massimizzatori di potenza) l’equilibrio fallisce, perché

un’efficace deterrenza è molto difficile. Nell’ambito del realismo difensivo spiccano due importanti

studiosi: Snyder ha sviluppato le teoria della sovraespansione, secondo la quale alcuni stati in

particolare sviluppano politiche talmente aggressive da generare reazioni che li annienteranno.

Nella teoria della sovraespansione si dividono gli stati in due categorie, relative allo sviluppo

economico: industrializzatori precoci (sistema politico aperto e democratico) ed industrializzatori

tardivi (sistema politico chiuso, corporazioni e cartelli), che sono quelli la cui aggressività porta

all’autodistruzione. Schweller distingue gli stati in quattro tipi, a seconda delle loro intenzioni: i

leoni (fortemente orientati alla difesa dello status quo), gli agnelli (interessati allo status quo, ma

deboli e remissivi), i lupi (fortemente interessati al revisionismo), gli sciacalli (sperano di

guadagnare vantaggi opportunistici dal cambiamento degli assetti internazionali). Per Schweller

l’equilibrio internazionale dipende quindi dalla presenza equilibrata di leoni e lupi, agnelli e

sciacalli e dalla loro capacità estrattiva (la capacità di mobilitazione delle risorse; la strategia dei

singoli stati dipende anche dal consenso delle élite politiche, dalla sua coesione politica e sociale e

dalla forza delle sue istituzioni. Dal consenso dipende la volontà di bilanciamento dello stato, dalla

coesione sociale a dalla forza delle istituzioni dipende la capacità estrattiva. Gli stati in cui questi

valori sono bassi sono incoerenti” e faranno underbalancing, che comprende anche il

bandwagoning). Il realismo classico divide le potenze tra conservatrici e revisioniste, sostiene che i

meccanismi di bilanciamento si inneschino contro le potenze revisioniste, e non tiene conto della

politica interna, dando rilevanza alla politica estera e alla diplomazia. Il realismo strutturale o

nega lì importanza della politica interna, per il quale l’anarchia internazionale rende

offensivo

inevitabilmente gli stati massimizzatori di potenza, quindi aggressivi. Per Mearsheimer tutti gli stati

vogliono garantire la loro sicurezza e il modo migliore per farlo è eliminare alla radice ogni

possibile minaccia, quindi c’è l’attacco preventivo. Inoltre sostiene che ogni stato,

indipendentemente dalla politica interna, cerchèrà di diventare egemone alla prima occasione. In

sintesi: per realismo strutturale e classico è sufficiente considerare la struttura per spiegare la

tendenza all’equilibrio, per il realismo eterodosso e difensivo è necessario considerare anche le

variabili interne. Inoltre realismo offensivo e difensivo non contemplano la politica estera nel

mantenimento dell’equilibrio, cosa presa invece in considerazione da realismo classico ed

eterodosso.

Riscontri storici dell’equilibrio di potenza

4. 4.1 Equilibrio di potenza, guerra e stabilità

Insomma, per quanto riguarda l’equilibrio di potenza ci sono due esiti empirici: il primo riguarda gli

esiti sistemici, e sostiene che il sistema è stabile se la potenza all’interno di esso è distribuita

equamente; il secondo tiene conto dei comportamenti dei singoli attori, che tengono comportamenti

di bilanciamento nel momento in cui uno stato cerca di diventare egemone. La deterrenza funziona

meglio quando il potere è equamente distribuito. La ricerca empirica che deriva da questa idea tiene

conto sia della potenza dei singoli stati e la sua distribuzione nel sistema (variabile indipendente),

sia della guerra (variabile dipendente). Tra le due variabili c’è un rapporto di proporzionalità

inversa (scende l’equità della distribuzione di potenza, sale la guerra, sale l’equità della

distribuzione di potenza, scende la guerra). Ma come si misura la potenza di uno stato? A tale

proposito bisogna fare riferimento al Cow Project, che ha creato un indice di potenza che aggrega

diverse dimensioni della capacità degli stati, quali il peso demografico, quello economico e quello

militare. Questo però funziona solo nei rapporti diadici (guerra o no solo tra due stati), ma bisogna

anche misurare la distribuzione di potenza all’interno sistema nel suo complesso, perciò la ricerca

ha costituito degli indici di concentrazione, cioè degli indicatori che, partendo dalla capacità dei

singoli stati, calcolano il grado in cui essi sono diversamente dotati di risorse, distinguendo così tra

sistemi internazionali in cui la potenza è diffusa o concentrata. Per quanto riguarda la variabile della

guerra, la grande parte dei contributi all’equilibrio di potenza si è concentrata sulla guerra

interstatale (non contando quelle civili o coloniali). Per la guerra ci sono due ipotesi, quella

massimalista (Wright, Morgenthau, Gulick) e quella minimalista (Niou, Ordeshook e Rose). Per i

massimalisti una distribuzione equilibrata della potenza porta a una riduzione della guerra in

generale o della guerra di per sé nel sistema internazionale (quindi guardano alla guerra di per sé e

ad ogni tipo di inabilità). Per i minimalisti la distribuzione equilibrata della potenza aumenta la

stabilità del sistema internazionale. La guerra produce sempre instabilità, ma un conto è la guerra

che permette una ridistribuzione della potenza tra gli attori, un altro è la guerra che elimina degli

attori (perciò i minimalisti dicono che la guerra stessa è uno degli strumenti con i quali si conserva

l’equilibrio del sistema, e che guerre tra potenze medie o piccole producono effetti diversi da quelle

combattute tra potenze grandi). Ci si concentra quindi sulle guerre generali o sistemiche (quelle che

eliminano degli attori). Nell’ipotesi minimalista l’equilibrio di potenza impedisce che un qualsiasi

vuole l’egemonia la possa raggiungere pienamente, perciò il sistema rimane

attore che pluralistico.

Per testare l’ipotesi minimalista sono state condotte ricerche sia a livello diadico che a livello

sistemico. Nel caso diadico è stato verificato il rapporto tra coppie di stati per vedere se

effettivamente gli attori con un grado di potenza simile non si attaccano, nel secondo caso si è

cercato il grado di concentrazione di potenza nel sistema associato alla stabilità o all’instabilità di

quest’ultimo. Per quanto riguarda i rapporti diadici Ferris distingue le guerre a seconda del grado di

disparità della potenza dei combattenti: se supera una certa soglia la reciproca deterrenza non

funziona e ci sarà la guerra. Siverson e Tennefoss sostengono che non bisogna considerare solo il

momento in cui scoppia la guerra, ma anche quello in cui la guerra non scoppia, che è indice del

funzionamento del meccanismo di deterrenza, quindi considerano l’escalation delle dispute

verificatesi tra coppie di attori tra il 1815 e il 1965, individuando come variabile dipendente la

gradazione del conflitto misurata lungo una scala di tre punti, il più alto dei quali è la guerra, quelli

inferiori la minaccia di guerra e l’azione militare non reciprocata. Per quanto riguarda i rapporti

sistemici, Singer, Bremer e Stuckey hanno analizzato la mutazione della magnitudine delle guerre

che coinvolsero grandi potenze tra il 1820 e il 1965 a seconda della distribuzione della potenza nel

sistema e del suo mutamento. In definitiva, con la crescita della diffusione della potenza nel sistema

internazionale si ha una riduzione della guerra che scoppia, misurata tramite la sua magnitudine

(corrisponde alla somma dei mesi passati in guerra di tutti i partecipanti). Queste tre ricerche

empiriche (quella di Ferris, quella di Siverson e Tennefoss e quella di Singer, Bremer e Stuckey)

confermano solo in parte, ma quasi interamente, la teoria dell’equilibrio di potenza.

4.2 Le aspettative empiriche alternative circa la stabilità

teoria dell’equilibrio di potenza è stata confermata da evidenze empiriche per quanto riguarda il

La

sistema delle grandi potenze europee, evidenze che però restano circoscritte determinati periodi di

Ce n’è anche una riguardante

tempo. Questa è una delle critiche. i rapporti diadici, che mette in

dubbio il meccanismo per il quale la deterrenza sia rafforzata dalla distribuzione equilibrata della

potenza, sostenendo per contro che la parità di potenza rende più probabile la guerra, perché uno dei

due stati considerati può sperare di vincerla, mentre la deterrenza aumenta in condizioni di potenza

concentrata. Quest’ipotesi è stata confermata da numerose ricerche, condotte da (“la guerra

Bremer

è circa un terzo più probabile per le diadi caratterizzate da piccole o medi differenze di potenza di

quanto lo sia in quelle con maggiori differenze di potenza”) o da (“la parità di

Lemke e Kugler

potenza è correlata con le guerre che coinvolgono grandi potenze, mentre in assenza di parità di

potenza gli attori scelgono di combattere solo guerre minori che producono limitati effetti di lungo

periodo sul sistema internazionale”). Questo a livello diadico. Ma a livello sistemico? Queste

ricerche non sono valide a livello sistemico, perché non sono state prese in considerazione le

possibili alleanze con le quali si riequilibra il mutamento di potenza di un attore, o perché, pur

prendendo in considerazione le alleanze (Lemke e Kugler) non s trova sostegno empirico all’ipotesi

critiche all’equilibrio

qui sopra. Però ci sono altre di potenza a livello sistemico: la guerra è stata

operazionalizzata con ambivalenza, e viene trattata a volte come variabile (guardando alcune sue

caratteristiche, come durata e distruttività, esattamente come nel caso della magnitudine di Bremer,

Singer e Stuckey), a volte come un evento (guardando la sua occorrenza). Invece bisogna guardare

solo all’occorrenza della guerra, non alle sue caratteristiche. Comunque, l’ambivalenza con la quale

la guerra è stata operazionalizzata rimane un problema, perché altre ricerche contraddicono

l’aspettativa dell’equilibrio di potenza anche a livello sistemico. A tale proposito è interessante la

che lo porta a sostenere che sia l’aspettativa dell’equilibrio di potenza, sia

ricerca di Mansfield,

quella della sua concentrazione, possono tenere alla prova dei fatti. In realtà il rapporta fra la

distribuzione delle capacità degli attori nel sistema internazionale e l’occorrenza della guerra non

sarebbe monofonico, ma curvi lineare: quando la potenza è diffusa, la probabilità della guerra è

bassa, al crescere della concentrazione la guerra scoppierebbe più frequentemente, ma superata una

certa soglia, la probabilità del conflitto tornerebbe bassa.

4.3 Equilibrio di potenza e politiche di bilanciamento

In base all’aspettativa di bilanciamento (che riguarda il comportamento degli attori del sistema

la tradizione dell’equilibrio di potenza prevede che, quando un attore cerca di

internazionale)

massimizzare la propria potenza per diventare egemone, gli altri stati si coalizzino contro di lui,

opponendogli una potenza tale da sventare il suo tentativo (quindi non diventa egemone). Gli attori

che bilanciano possono assumere forme diverse: autorestrizione dell’aspirante egemone, prima che

avvenga il bilanciamento; bilanciamento diplomatico; formazione di uno schieramento di

C’è molta ricerca empirica che riguarda il comportamento

bilanciamento in una guerra generale.

degli attori internazionali, specialmente per le ultime due forme. Niou, Ordeshook e Rose hanno

costruito un modello formale della politica delle alleanze che parte dalle capacità delle grandi

potenze, assumendo che esse muovano guerra per aumentare le risorse a propria disposizione, ma

senza che ciò minacci la sopravvivenza di uno degli attori essenziali del sistema internazionale,

quindi senza minacciarne la stabilità. Hanno empiricamente provato il bilanciamento, perché tra il

1871 e il 1914 gli stati hanno costruito alleanze a scelto la loro coalizione in modo da bilanciare la

coalizione più forte. Anche Doyle analizza la politica delle alleanze tra le grandi potenze, ma trova

riscontro empirico al bilanciamento solo in un periodo molto circoscritto. Guardando più in

particolare alle guerre generali, si è visto che in tutti i casi il bilanciamento ha portato alla

riorganizzazione politica del sistema internazionale. Ci sono però anche qui delle critiche. Come

dice Schroeder, le grandi potenze tengono infatti anche comportamenti diversi dal bilanciamento,

come l’hiding (nascondersi dalle minacce sottraendosi dal conflitto o assumendo posizioni neutrali),

il buckpassing (come l’hiding), il transcendig (cercare di risolvere il conflitto con qualche

accorgimento istituzionale basato sul consenso internazionale o su un accordo formale), e il più

famoso bandwagoning (schierarsi con la potenza più forte).

L’equilibrio di potenza e il sistema internazionale contemporaneo

4.4

Altra critica all’equilibrio di potenza: nel sistema contemporaneo l’equilibrio di potenza è diventato

obsoleto, grazie ad alcune trasformazioni della politica internazionale, quali cambiamenti in politica

alcuni meccanismi dell’equilibrio di potenza.

interna ed innovazione tecnologica, che hanno inibito

In primo luogo c’è stata negli ultimi cent’anni una massificazione della politica, per la quale gli stati

hanno dovuto cominciare a giustificare al pubblico le loro scelte in politica estera, quindi si sono

create politiche estere più ideologiche, che legittimano le scelte sulla base di principi ideali. Sono

cresciute le democrazie, quindi la flessibilità degli allineamenti necessaria per il funzionamento

dell’equilibrio di potenza è stata ridotta, portando gli stati ad allineamenti più ideologici e più

permanenti. Le democrazie tendono ad allearsi tra loro, a prescindere dalle variabili di potenza. In

secondo luogo c’è un accelerato ritmo di innovazione tecnologica, che rende sempre più difficile

delle risorse degli stati, perché ora gli indicatori

calcolare l’impatto di potenza non sono più

demografiche, ma riguardano variabili qualitative e tecnologiche di difficile stima, quindi

l’equilibrio di potenza diventa più incerto (come fai a bilanciare una potenza che non sai a quanto

ammonta???). In terzo luogo bisogna considerare il rapporto tra equilibrio di potenza e guerra:

l’equilibrio riduce si i conflitti, ma non li elimina. Ci sono alcuni casi in cui la guerra si rende

necessaria per ripristinare l’equilibrio, o per capire i rapporti di forza tra le potenze in modo preciso,

per poter poi formare coalizioni di bilanciamento (allineamenti). Ormai questa caratteristica non

può più essere sopportata, perché, grazie all’innovazione tecnologica, le guerre sono diventate

troppo distruttive, che coinvolgono anche la popolazione civile. Perciò si sono cercate forme più

efficaci, dirette e preventive del mantenimento della pace. Per Ikenberry ci sono tre possibili tipi di

ordine nella politica internazionale: quello dell’equilibrio (spontaneo), quello costituzionale

(negoziato), quello egemonico (imposto). Siccome il primo tipo rende insoddisfatti, ci si è spostati

sugli altri due. Dopo la Prima Guerra Mondiale era stato introdotto uno dei più ambiziosi ordini

costituzionali, la sicurezza collettiva che si è tradotta nella Società delle Nazioni prima e nelle

Nazioni Unite poi. La sicurezza collettiva istituisce un obbligo legale a sostenere le vittime di un

comunità internazionale.

attacco e promette a tutti gli stati la protezione da parte dell’intera

Siccome nemmeno questo funziona a pieno, oggi si cerca un rilancio e un miglioramento delle

soluzioni multilaterali ed istituzionali. Poi, dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, ed in

concomitanza con l’ascesa degli USA, si è fatta strada l’idea che la sicurezza globale sia garantita

dalla presenza di un egemone. QUADRO 2.1

Geopolitica

La geopolitica è la branca delle RI che si concentra sulla dimensione spaziale della vita politica

internazionale (poiché la vita politica si svolge in uno spazio geografico e lo spazio la condiziona).

È sempre esistita un’attenzione alla dimensione spaziale dei fenomeni politici. Questa è la

tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del

geopolitica in senso lato. Quella in senso stretto si è costituita

Novecento quale riconoscibile ambito disciplinare degli studi internazionali. I pionieri furono il

All’interno della geopolitica c’è un

politologo Kjellen, il geografo Mackinder, lo stratega Mahan.

paradosso: essa è figlia della scoperta della globalità, ma è inattuale, poiché la dimensione

territoriale viene ormai superata grazie al progresso tecnologico. Proprio mentre nasceva la

globalità (e quindi la geopolitica) e tutti erano più vicini a tutti, ci si è accorti di un nuovo problema

di sicurezza: la sicurezza è anche un fatto spaziale (accesso a risorse fondamentali, la difendibilità

militare dei confini dello stato, il controllo delle linee di comunicazione vitali), ma la nuova

vicinanza ed interdipendenza aumentò la pressione sui confini statali e rendeva lo spazio una

“posta” politica della competizione internazionale, perché bisognava allontanare fisicamente gli

altri dai propri centri vitali, quindi bisognava espandersi territorialmente, acquisendo una profondità

strategica e allargando le proprie sfere d’influenza, in modo da mettere distanza tra se stessi e le

possibili minacce. La geopolitica è lo studio delle relazioni che esistono tra il condurre una politica

di potenza e il quadro geografico in cui ciò avviene. Geopolitica e realismo sono imparentati,

poiché la geopolitica concepisce la politica internazionale come competitiva ed è sensibile ai vincoli

e ai condizionamenti esterni (realismo strutturale). La geopolitica aggiunge qualcosa al realismo:

inserisce la collocazione nello spazio, quindi il comportamento dello stato non è analizzato solo in

base alla posizione che occupa nella scala del potere, ma anche alla sua posizione geografica, che

può influenzare un comportamento piuttosto che un altro (se la minaccia è più vicina

geograficamente ci si comporterà in un modo, ma se la minaccia è più lontana si tenderà a

sottovalutarla; è lo stesso motivo per il quale non p ancora entrato in atto il balance of power contro

la preponderanza degli USA: sono geograficamente lontani, quindi non sono considerati una

minaccia). Capitolo 3

EGEMONIA

La teoria dell’egemonia

1. 1.1 Definizione di egemonia

Il termine egemonia indica la guida, la direzione che veniva riconosciuta ai capi supremi degli

eserciti. Estendendo questo significato al sistema internazionale si arriva a definire l’egemonia

come la supremazia di uno stato sulle altre unità statali, supremazia dovuta a risorse di varia natura.

L’egemonia può variare dalla leadership al dominio, ma è sempre qualcosa di più della leadership e

qualcosa di meno dell’impero. Gli egemoni esercitano autorità parziale sopra multipli subordinati.

La politica internazionale è una successione di ordini imposti dalla potenza egemone di turno.

L’egemone di turno afferma la propria egemonia tramite la guerra di grande portata. Il mutamento

sistemico si ha quando l’egemone in declino viene sostituito dall’egemone in ascesa, perciò si ha un

cambiamento del governo del sistema internazionale.

Il tema dell’ordine internazionale

1.2

teorie dell’egemonia

Le si dividono in olistiche (o globaliste, analizzano il sistema internazionale,

come la teoria dei cicli lunghi o quella dell’economia-mondo) e riduzioniste (analizzano lo stato e le

relazioni tra gli stati, come la teoria della stabilità egemonica o quella della transizione di potere).

Tutte le teorie egemoniche si basano sulla concezione di fondo che la stabilità dipenda da una

concentrazione di potenza, cioè una distribuzione diseguale ma ottimale della potenza, cioè tutto il

contrario rispetto alla teoria dell’equilibrio di potenza. Più è concentrata la potenza, meno

probabilità di guerra ci sono. Comunque la guerra è il mezzo attraverso il quale gli egemoni si

sull’egemonia vengono dalla tradizione realista, che dice che gli

scambiano il testimone. Gli studi

attori lottano continuamente per il potere in una situazione di anarchia. La distribuzione del potere

tra gli stati è il fattore centrale per la stabilità o per l’instabilità di un sistema. All’interno del

realismo si incontrano due approcci speculari riguardo la relazione tra distribuzione/concentrazione

di potere e stabilità/instabilità, cioè la balance of power (equilibrio di potenza) e la teoria

dell’egemonia. Per l’equilibrio di potenza l’instabilità è data dalla presenza di un egemone in

ascesa, per la teoria egemonica l’instabilità è data dall’assenza di un egemone o dal declino dello

stesso, che apre la possibilità di rivalsa agli aspiranti egemoni, che cominceranno una guerra

costituente (le guerre costituenti sono chiamate così se da loro deriva un nuovo ordine

internazionale). L’egemone, per ritardare il suo declino, crea una serie di strutture politiche ed

(dell’egemone).

economiche che rendano il sistema più stabile e che aumentino la sua sicurezza

Sostenitori della teoria egemonica sono Organski, Kugler, Gilpin, Kennedy, Levy, Ikenberry,

Deudney. Per le teorie dell’equilibrio l’ordine è una riduzione delle conseguenze dell’anarchia,

mentre per le teorie egemoniche l’ordine è una momentanea attenuazione delle condizioni di

Anche l’egemonia può essere vista come instabilità, a seconda del momento in cui la si

anarchia.

guarda: essa è ciclica, come tutto. C’è una guerra costituente, a seguito della quale si ha il momento

cioè il culmine dell’ordine, e poi l’ordine va diminuendo, fino ad arrivare ad

di massima stabilità,

una nuova guerra costituente (questa è la ”legge dell’ordine internazionale”).La solidità di ciascun

sistema dipende dal tipo di guerra che lo ha generato. Ora proponiamo la teoria del ciclo lungo

(teoria globali sta), formulata da Modelski e Thompson, che si basa su quattro fasi del ciclo,

caratterizzate da un surplus o da un deficit di ordine. Le fasi sono: potenza mondiale (surplus di

ordine), delegittimazione (deficit di ordine), deconcentrazione (surplus), guerra globale (deficit). La

stabilità/instabilità dipende anche da altri fattori, quali la quantità e la natura delle risorse

dell’egemone, gli impegni ai quali deve e vuole rispondere, la configurazione del sistema in cui

opera, il tipo di egemonia che esercita, il comportamento degli altri attori (che possono essere stati o

organizzazioni).

1.3 Egemonia tra impero e leadership

Come mai la presenza di un egemone non genera necessariamente balancing, ma può anche

generare bandwagoning? Dipende dall’autorità, cioè il potere ritenuto legittimo. In una relazione di

autorità A vuole che B segua, e B segue volontariamente, perché intende il comando di A come

obbligatorio e legittimo. Le fonti dell’autorità sono molteplici: religione, ideologia, “pratica”

(scambio tra beni pubblici e fedeltà che a livello in terno intercorre tra governanti e governati, e che

a livello internazionale si verifica quando uno stato leader garantisce un determinato ordine al

sistema e agli stati che ne fanno parte, ottenendo che questi ultimi accettino come necessaria e

legittima la sua autorità). Ci sono diversi tipi di egemonia: nell’egemonia fondata sulla leadership

benevolente il leader fornisce sicurezza, non obbligando gli altri a contribuire, mentre

nell’egemonia basata sulla l’egemone utilizza il proprio differenziale di

leadership coercitiva

potenza per imporre la partecipazione altrui all’ordine economico e ai regimi internazionali che lo

con l’egemone il costo della sicurezza. C’è poi la

sostanziano, quindi gli altri stati condividono

leadership egemonica (la chiamano così quelli che aderiscono alla teoria della stabilità egemonica,

cioè una teoria riduzionista), cioè una leadership connotata da una reciprocità di vincoli e legami tra

il leader e il suo seguito, e dall’assenza di coercizione. Il potere di esercizio dell’egemonia dipende

sia dalla coercizione che dal consenso e dalla capacitò di generare collaborazione presso le élite

degli altri stati. L’egemonia si pone come concetto intermedio in un continuum tra influenza e

impero, caratterizzati l’una dall’esercizio benevolo del potere (potere persuasivo), l’altro

dall’esercizio coercitivo del potere (potere coattivo). Aron individua tre tipi di pace: la pace

d’equilibrio, la pace dell’egemonia e la pace dell’impero. pace d’equilibrio

La dipende

dall’equilibrio di potenza, la dipende c’è la presenza di un egemone che non cerca

pace egemonica pace dell’impero

di assorbire gli altri, anche se vorrebbero modificare lo status quo, la dipende dalla

presenza di un egemone che ha assorbito le altre élite politiche. Pace egemonica e pace d’equilibrio

possono coesistere a livelli diversi del sistema (per esempio una pace egemonica a livello

continentale ed una pace d’equilibrio a livello sistemico, come si è verificato durante la Guerra

Fredda). I potenti vogliono sempre cercare forme di legittimazione della loro supremazia, ma questa

esigenza è stata modificata da due recenti sviluppi, cioè l’emergere di un concetto di ordine

internazionale molto più solidaristico e normativamente più ambizioso (grazie

all’istituzionalizzazione del sistema internazionale), e la globalizzazione, che crea regole molto

intrusive. La teoria formulata da Ikenberry è molto interessante, e si basa su tre tesi: la natura

dell’ordine successivo alle guerre più importanti è cambiata perché sono cambiati i modi

dell’autolimitazione nell’uso del potere da parte degli stati , perciò si è passati dalla fase postbellica

dato dai pesi e contrappesi propri del

di dispersione e diluizione del potere, a quella dell’equilibrio

sistema costituitosi dopo la guerra, fino ad arrivare alla fase attuale, quella della gestione delle

incognite e delle disuguaglianze di potere tramite logiche istituzionali; la capacità degli egemoni di

usare le istituzioni per controllare politicamente gli altri dipende dalla rilevanza delle

disuguaglianze e dal tipo di stati che partecipano al nuovo ordine, perciò maggiore è la differenza di

potere, più può l’egemone esercitare il potere con intese istituzionali e avere guadagni a lungo

termine, più è grande il gap, più gli stati deboli partecipano alle intese istituzionali; la logica

istituzionale permette ai perdenti di capire che la loro posizione è temporanea. Su queste premesse

Ikenberry individua tre tipi di ordine internazionale: equilibrio di potenza, egemonia,

(l’ordine si basa su istituzioni vincolanti). Quindi l’egemonia è una modalità di

costituzionalismo

realizzazione dell’ordine. Le istituzioni danno stabilità perché tutelano i più deboli, con loro

l’egemone può esercitare l’egemonia risparmiando forza militare e aumentando il suo potere

istituzionale. Le istituzioni sono importantissime anche subito dopo la vittoria, perché l’ordine deve

ancora essere costituito, quindi bisogna porre le basi per la collaborazione tra stati di potenza

differente. Ikenberry individua all’interno dell’ordine egemonico una variante in cui sono assenti gli

aspetti più coercitivi de dominio. Questo tipo di egemonia tende al costituzionalismo e modifica i

motivi per i quali avviene bandwagoning e non balancing: negli ordini egemonici più benigni e

consensuali, in cui le limitazioni all’uso egemonico della forza sono sufficientemente sviluppate, i

vantaggi che è lecito attendersi dal bilanciamento e i motivi per perseguirlo sono minori.

2. Il tema del cambiamento e il ruolo del conflitto

La più importante teoria sul cambiamento dei sistemi internazionali e il ruolo che la guerra svolge a

tale proposito è offerta da Gilpin. La teoria combina sia il livello sistemico (globalista), sia quello

delle relazioni interstatali (riduzionista). A livello riduzionista si hanno tre livelli di cambiamento: il

mutamento dei sistemi (riguarda la natura degli attori), il mutamento sistemico (cambiamento del

governo internazionale), mutamento di interazione (deriva dalle normali relazioni tra gli attori). La

teoria del cambiamento sistemico si basa su cinque assunti: il sistema è stabile se nessun attore

ritiene vantaggioso un mutamento del sistema; un attore tenta di modificare il sistema se i benefici

sono stimati come maggiori dei costi; un attore cerca di modificare il sistema espandendosi

territorialmente, politicamente ed economicamente finché i costi non superano i benefici; una volta

raggiunto l’equilibrio tra costi e benefici il costo del mantenimento dello status quo aumenta e non è

più sostenibile; se non si risolve lo squilibrio del sistema, esso verrà modificato con una

L’egemone declina, ma gli altri attori acquistano più capacità, senza che il

ridistribuzione di potere.

loro rango venga modificato, perciò diventano revisioniste, vogliono vedersi riconosciute il giusto

rango rapportato alle loro capacità. Il gap tra rango e capacità è un fattore di instabilità sul quale

insiste anche la teoria delle transizione del potere, per la quale la causa del mutamento della

struttura di potere in un sistema internazionale deriva direttamente da una grande guerra. Maggiore

è l’equità della distribuzione di potere, maggiore è il rischio di guerra. La pace non è la principale

ma un risultato della concentrazione del potere nelle mani dell’egemone. Un

volontà dell’egemone,

altro fattore di instabilità è il difficile equilibrio tra potenza relativa e aspirazioni dei singoli stati,

fatto evidenziato dalla teoria del ciclo di potere, che dice che nel sistema politico internazionale

ogni stato ha un ruolo che riflette il suo potere relativo e le sue aspirazioni e la loro accettazione da

parte del sistema. Se potere relativo e ruolo di uno stato non sono più in sincronia, cresce la

possibilità di revisionismo, quindi di guerra, poiché gli altri stati attaccano preventivamente (come

con la Germania nella Prima Guerra Mondiale). Per questa teoria il cambiamento pacifico è tuttavia

possibile e il mantenimento dell’ordine è visto come una responsabilità condivisa e non propria solo

dell’egemone. La teoria dei cicli lunghi dice invece che la guerra egemonica è il motore permanente

del mutamento politico ed un modo per selezionare la leadership e da luogo a periodi di dominio

assicurano l’ordine del sistema. La guerra generale (quella dei cicli

globale di alcune potenze che

lunghi) deve avere tre caratteristiche: coinvolgere l’egemone, coinvolgere la maggior parte degli

attori più potenti del sistema, e deve avere grandi dimensioni ed essere violenta. Ci sono anche delle

teorie contrarie all’egemonia, anche eticamente, come la teoria “antiegemonica” di Doran.

Le risorse dell’egemonia: militari economiche, intellettuali

3.

Le principali risorse dell’egemonia sono la supremazia militare (soprattutto navale), la leadership

economica e l’influenza intellettuale, ma solo combinandole si ottiene l’egemonia. Nell’egemonia

gioca anche molto la posizione geografica: un insulare o peninsulare ha più probabilità di diventare

egemone rispetto ad uno continentale.

3.1 La supremazia militare

La supremazia militare da sola non basta ad ottenere l’egemonia, ma è uno dei fattori ritenuti

indispensabili, specialmente se si tratta di potere marittimo (secondo le teorie cicliche, che

evidenziano il fatto che gli egemoni che si sono succeduti nella storia avevano commercio a lungo

raggio, quindi marittimo, e potenza navale). Il potere navale permette di proiettare la forza militare

su scala globale e di avere una posizione economica dominante. Una cosa importante da fare è

il rapporto tra egemone e sfidante più potente, perché l’egemone potrà pur avere la

sottolineare

supremazia globale, ma la supremazia globale non arriva immediatamente ad influenzare le

transazioni regionali, quindi lo sfidante può crescere. In più lo sfidante nasce da coalizioni

oceaniche che hanno sconfitto aspiranti egemoni continentali. Dalle guerre globali, oltre che

all’egemone, nasce anche lo sfidante, dalle fratture presenti all’interno della coalizione vincitrice.

La presenza dello sfidante minaccia la stabilità, quindi si crea una coalizione che porta alla guerra

globale, a guerra vinta la coalizione si sfalderà e ne nasceranno il nuovo egemone e il nuovo

sfidante.

3.2 La leadership economica

C’è una relazione stretta tra leadership economica e supremazia militare, evidenziata dalle teorie

dell’economia-mondo. L’economia va a cicli di espansione e contrazione, cicli che sono paralleli a

quelli della distribuzione di potere, perché la supremazia economica è uno dei fattori necessari per

diventare egemone. Più l’economia-mondo capitalista si sviluppa, più un attore diventa potente e

può diventare sfidante, fino a diventare egemone, facendo variare la distribuzione del potere.

L’egemone per Wallerstein (autore della teoria dell’economia-mondo capitalista) ha un’efficienza

superiore in termini produttivi, commerciali e finanziari. Crescita economica e progresso

tecnologico aumentano la ricchezza, quindi sono decisivi nella distribuzione internazionale di

potere e nella lotta per l’egemonia. Più un attore si sviluppa economicamente, più cresce il gap tra

rango e capacità, quindi vuole un adeguamento (teoria della transizione di potere). Il rapporto tra

potere politico ed economico è definito come potere strutturale (Strange), cioè il potere di scegliere

strutture dell’economia globale, che deve andare bene per tutti gli appartenenti al

la forma delle

sistema (che tutti gli appartenenti al sistema devono farsi andar bene).

L’influenza intellettuale

3.3

È la capacità dell’egemone, necessaria all’essere veramente un egemone, e combinata a potenza

militare e economica, di forgiare e influire sulle preferenze e gli interessi degli altri stati. Questo è il

soft power, che va accompagnato all’hard power (economico e militare) per essere un egemone a

tutti gli effetti. Insomma, per essere egemoni bisogna combinare potere di coercizione (militare), di

condizionamento (economico) e di persuasione (intellettuale). Cox ha formulato una teoria

dell’egemonia nella quale individua tre forze che condizionano la struttura del sistema

internazionale: le capacità materiali, le idee e le istituzioni. In base a queste forze si individua una

struttura egemonica dell’ordine, nella quale il potere assume una forma consensuale, ed un ordine

non egemonico, dove le potenze non sono in grado di stabilire la propria legittimità sulle altre.

Limiti e alternative all’egemonia

4. 4.1 Perché le egemonie finiscono

Ogni egemonia è temporanea, perché i costi crescono più rapidamente delle risorse necessarie al

loro mantenimento (Gilpin). Le ricchezze economiche dell’egemone vengono condivise con gli altri

stati, tra i quali si trova lo sfidante. Quindi ci sono diversi modi per ritardare il declino: attaccare il

possibile sfidante, formare alleanze contro di lui, o porre un freno all’esportazione di ricchezza.

Uno dei motivi per i quali i costi del mantenimento dell’ordine crescono più velocemente delle

risorse è l’ipertensione del raggio d’azione dell’egemone. Ce ne sono di diversi

(overstretching)

tipi: territoriale (aumenta il territorio dell’egemone), funzionale o qualitativa (ampliamento degli

ambiti d’esercizio del’egemonia). Per evitare l’overstretching l’egemone può cominciare ad agire

solo in ambiti che siano vitali per il suo interesse nazionale. Questa manovra è però pericolosa,

perché genera instabilità nel sistema internazionale, favorendo il possibile sfidante. Secondo la

teoria dell’economia-mondo dell’egemone segue il percorso inverso rispetto a quello della

il declino

sua ascesa: la dispersione dei vantaggi tecnologici riduce e fa perdere il gap competitivo, il costo

del lavoro cresce, quindi si ha il declino commerciale, una minore efficienza finanziaria, una fuga di

capitali verso piazze più redditizie, l’aumento dei costi del mantenimento della superiorità militare.

Le fasi del ciclo egemonico per Wallerstein sono quattro: ascesa egemonica, vittoria egemonica,

egemonia matura, declino egemonico (descritto sopra).

4.2 Egemonia e cooperazione

la necessità di uno stabilizzatore per mantenere il sistema stabile (siamo nell’ambito

Kindleberger

della teoria della stabilità egemonica, quindi teoria riduzionista, a livello di relazioni interstatali).

non basta la presenza di un egemone, l’egemone deve decidere di sopportare i

Per avere stabilità

costi necessari per fornire il bene collettivo, ottenendo così il sostegno da parte degli altri stati.

cinque responsabilità che l’egemone deve

Kindleberger individua assumersi per mantenere il

sistema stabile: mantenere il mercato aperto per le scorte di merci in difficoltà; provvedere alla

fornitura di prestiti anticiclici a lungo termine; sostenere il credito durante la crisi; gestire la

struttura dei tassi di cambio; assicurare un certo grado di coordinamento delle politiche monetarie

nazionali. Queste funzioni possono essere sintetizzate nel concetto di mantenimento

dell’infrastruttura economica internazionale, che comprende l’assicurazione di un mezzo di scambio

internazionale, la garanzia di sufficiente liquidità, la capacità di definire e proteggere i diritti di

proprietà fondamentali per le merci e i valori oggetti del commercio e delle transazioni

internazionali. Non si capisce se la cooperazione (quindi la creazione di regimi internazionali) sia

favorita dall’egemonia (perché i regimi vengono creati per affermarla) o se nasca dal declino di essa

Per Keohane l’egemonia

(perché la creazione di regimi è anche un modo per fermare il declino).

mentre il declino dell’egemonia, che rende più difficile

facilita la cooperazione, la cooperazione,

mette a rischio i regimi egemonici e dunque l’ordine e la stabilità del sistema internazionale. Ma

proprio il declino dell’egemonia fa aumentare la domanda di regimi internazionali. L’egemonia non

è tuttavia una condizione necessaria e sufficiente per ottenere la cooperazione. Più che altro

l’egemonia è importante per indurre alla cooperazione, non per mantenerla (molti regimi sono

sopravvissuti all’egemone, e molti regimi si sono creati senza l’egemone, altri regimi, come quelli

economici non possono crearsi solo con l’egemone, servono anche gli altri stati più importanti). Un

altro oggetto di contesa è la natura dell’egemone: è necessariamente liberale? Dipende

dall’economia dell’egemone: a economie capital intensive corrisponderanno autentiche egemonie

liberali, mentre ad economie labour intensive corrisponderanno egemonie coercitive (sistemi

imperiali). QUADRO 3.1

Egemonia o equilibrio?

La società internazionale nell’età unipolare

I sistemi di stati hanno la regolarità della propensione alla combinazione e alla concentrazione della

potenza. L’equilibrio è instabile e si risolvono conflitti e questioni con una tendenza al monopolio

L’età unipolare presenta una disparità

della potenza. di potenza senza precedenti tra uno stato e tutti

gli altri, tale da essere giudicata persino innaturale per la politica internazionale. La potenza

dominante nell’età unipolare è lo stato che può difendere i suoi interessi ed esercitare la propria

ovunque nell’intera estensione di un sistema di stati. È importante analizzare il

forza

comportamento dell’egemone, che vuole affermare e mantenere la sua supremazia, ed il

comportamento che di volta in volta assumono gli altri stati, o si oppongono come possono con le

loro risorse, o si allineano all’egemone per ottenere benefici. Questo avviene in tutte le egemonie,

ma nel sistema unipolare questi comportamenti hanno caratteristiche peculiari: non c’è ancora stata

una pressione controbilanciante contro l’egemone attuale (USA), perché esso detiene il primato

nelle componenti decisive della potenza, quindi domina tutte le porzioni comuni del pianeta; si

pensa che gli Usa siano in grado di sottrarsi al normale ciclo di ascesa e declino dell’egemonia,

perché ha carattere insulare (non è sentito come una minaccia perché è geograficamente lontano ed

isolato); l’egemonia americana è benevola (liberaldemocrazia estesa globalmente, quindi immensa

influenza intellettuale, producendo benefici sia per l’egemone che per gli altri, garantisce la

sicurezza globale, controlla la governante mondiale e sostiene la globalizzazione). Però l’egemone

ha dato prova che l’impero è violenza, tentando, con la guerra preventiva all’Iraq, di estendere a

tutto il globo l’uniformità ideologica, soppiantandone il pluralismo costitutivo.

Capitolo 4

ISTITUZIONI INTERNAZIONALI

1. Le istituzioni internazionali tra speranze e scetticismo

Le istituzioni internazionali vengono frequentemente invocate come correttivo essenziale al

relazioni internazionali. Esse mettono gli stati all’interno di un quadro di

carattere anarchico delle

principi e regole che ne limitano l’arbitrarietà, ma che consentono di affrontare collettivamente

problemi sentiti da tutti, facilitando il coordinamento delle politiche pubbliche oltre le frontiere. Le

istituzioni internazionali possono svolgere alcune funzioni che nell’ambito dei singoli paesi

vengono svolte dagli organi dello stato. Ma c’è scetticismo, perché finché gli stati avranno il

monopolio dell’uso della forza armata le istituzioni internazionali non potranno vincolare le loro

azioni, solo formalizzare i rapporti di forza esistenti tra loro. Occorre scindere tra organizzazione

(gruppo di individui dotato di una struttura formale e orientato verso un obbiettivo comune) e

istituzione (insieme di regole che strutturano l’interazione tra individui e gruppi definendo i

comportamenti permessi e quelli non permessi). Le istituzioni internazionali sono sistemi di regole

accette dai vari stati che stabilscono come essi devono o non devono comportarsi gli uni nei

confronti degli altri. Invece le organizzazioni internazionali sono entità materiali composte da

personale di vario tipo, che usano risorse per perseguire obbiettivi stabiliti collettivamente dagli

stati che li hanno creati. Organizzazioni ed istituzioni vanno di pari passo, in quanto sono le

organizzazioni che sono incaricate di gestire le istituzioni internazionali, anche se a volte non c’è

organizzazione che gestisca un’istituzione, o organizzazioni che agiscono in campi dove mancano

le istituzioni. Il termine istituzione si applica a insiemi normativi, alle istituzioni artificiali (non

generate dall’evoluzione e consolidamento di pratiche nel corso di decenni o secoli, ma da atti

fondativi progettati, negoziati e approvati da rappresentanti di stati).

La Scuola inglese (ha come esponenti Wight, Bull, Buzan) si concentra sul primo tipo di istituzione

e distingue tra istituzioni primarie (pratiche fondamentali e durevoli, generate da processi evolutivi,

che definiscono gli attori e il loro comportamento reciproco. Ce ne sono otto: la sovranità, la

territorialità, la diplomazia, la gestione dei rapporti tra grandi potenze, l’uguaglianze degli esseri

umani, il mercato, il nazionalismo, la protezione dell’ambiente) e secondarie (che gli stati creano e

mantengono per la gestione dei loro rapporti reciproci). La Scuola inglese è legata

all’istituzionalismo costruttivista.

Lo studio delle istituzioni internazionali precede di molto la nascita della disciplina delle Relazioni

Internazionali. Quando fu istituita la prima cattedra di politica internazionale in Galles, gli studiosi

volevano approfondire la conoscenza delle condizioni che favoriscono la cooperazione pacifica tra

stati e il ruolo che le istituzioni internazionali hanno in tale cooperazione. Questi vennero chiamati

idealisti (istituzionalisti, secondo i quali le istituzioni internazionali possono avere un’influenza

determinante sulle relazioni internazionali e ridurre i conflitti tra gli stati) e presto vi si

contrapposero i realisti, creando il primo grande dibattito interno alle RI. Le due correnti si

svilupparono parallelamente.

L’istituzionalismo razionalista

2. Genealogia dell’istituzionalismo razionalista

2.1

Si affermò negli anni Ottanta per contrastare le critiche che il realismo pose alle precedenti forme di

istituzionalismo. I suoi precursori sono funzionalismo (lo stato come organizzazione sociale non

soddisfa i bisogni degli individui, quindi bisogna creare agenzie funzionali per cooperare basandosi

su conoscenza scientifica e tecnologica, senza sfidare direttamente la sovranità dello stato, portando

alla pace duratura) e neofunzionalismo (spiega i processi di integrazione regionale, la sua teoria è

da elementi prescrittivi, mette in rilievo le dinamiche politiche dell’integrazione

libera

sovranazionale, integrazione che in un settore di policy tende a debordare in settori vicini, creando

dovuto all’interdipendenza tra i settori dell’economia moderna, o

uno spill-over funzionale, politico,

promosso dalle élite amministrative ed economiche che si riorientano verso le istituzioni centrali

integrazione che viene prodotta dall’allargamento delle sfere di competenza delle

sovranazionali,

istituzioni regionali a partire dalla attività produttive e commerciali). Funzionalismo e

neofunzionalismo furono molto criticati dai realisti, che contrappongono la teoria della stabilità

egemonica come motivo di cooperazione (esiste una potenza predominante che può e vuole fornire

certi beni pubblici, assicurando alti livelli di cooperazione internazionale), non le istituzioni

sovranazionali.

2.2 Assunti e ipotesi

L’istituzionalismo razionalista vuole dimostrare che non è necessaria la presenza dell’egemone per

esponente è Keohane, che nel suo libro “After Hegemony”nel quale, per

cooperare. Il suo maggior

dimostrare che la cooperazione dipende anche dalla presenza di istituzioni internazionali, vengono

accetti gli assunti comuni a realismo e neorealismo: la centralità degli stati nelle RI; gli stati prima

l’azione

di agire analizzano le possibili conseguenze e scelgono che produce la maggior utilità nel

loro contesto strategico; la preoccupazione primaria degli stati è la loro sopravvivenza, non quella

altrui, quindi gli stati sono egoisti razionali; il sistema internazionale è anarchico. Gli istituzionalisti

razionali vogliono dimostrare che questi assunti sono compatibili con elevati livelli di cooperazione

interstatale e che le istituzioni internazionali contribuiscono a realizzarla. Gli istituzionalisti usano

molto la teoria dei giochi, approccio scaturito dall’economia matematica che offre una serie di

chiare proposizioni sul legame tra preferenze individuali, vincoli strategici e la probabilità di esiti

cooperativi (la usano per capire chi q quando vuole cooperare). La teoria istituzionalista considera

le preferenze degli stati come esogene, cioè non si interroga sul perché e sul come queste preferenze

sono nate, quindi la teoria è parziale, perché è necessaria una teoria aggiuntiva per spiegare quello

che gli stati vogliono ottenere quando agiscono sulla scena internazionale. La teoria ha una logica

funzionalista, cioè spiega l’esistenza delle istituzioni internazionali con le conseguenze benefiche

attese dagli stati. La teoria non è valida in tutte le situazioni, bensì solo quando gli stati si trovano in

una situazione di mixed-interest games, cioè quando gli interessi sono parzialmente condivisi e

parzialmente conflittuali. Allora la teoria interviene dimostrando come le istituzioni possano aiutare

gli interessi comuni a prevalere su quelli conflittuali. La teoria non vale in situazioni in cui gli

interessi sono completamente opposti, quindi se uno stato si procura beneficio, l’atro stato ottiene

l’equivalente danno, o in situazioni nelle quali gli interessi coincidono perfettamente, quindi la

cooperazione non è necessaria.

2.3 Collaborazione e coordinamento

Dei tipi di situazione in cui funziona la cooperazione, gli istituzionalisti si sono concentrati in

particolare su due gruppi: i giochi di collaborazione (gli stati traggono maggiori vantaggi se

cooperano, ma questo non vuol dire che avvenga la cooperazione, perché uno stato per esempio

potrebbe ottenere maggiore vantaggio scegliendo di non cooperare e lascando cooperare solo gli

altri, mettendo in atto il dilemma del prigioniero, nel quale l’interesse a defezionare prevale

sull’interesse comune a cooperare) e i giochi di coordinamento (gli stati hanno un interesse comune

a raggiungere un accordo, ma c’è conflitto di interessi, tuttavia si preferisce la cooperazione, messa

in atto da un processo negoziale per identificare una soluzione di compromesso, scegliendo

l’accordo che vada bene a tutti, aprendo così la possibilità di dissimulazione delle proprie intenzioni

negoziatori, che vorrebbero veder raggiunto l’accordo da loro preferito). Entrambi

da parte di alcuni

i giochi forniscono incentivi a cooperare e incentivi a non cooperare. La differenza principale tra i

due è che, quando vengono stabiliti i termini dell’accordo, nei giochi di coordinamento non c’è

interesse a violare i termini, mentre nei giochi di collaborazione si. Perché c’è il rischio che i

negoziati falliscano per la defezione? Per mancanza di informazione. Se si conoscessero le

intenzioni precise di tutti gli stati in anticipo, si potrebbe tranquillamente indovinare che vuole

deferire, quindi applicare le sanzioni necessarie a spingerlo a cooperare. Le istituzioni internazionali

facilitano la cooperazione anche perché grazie a loro la quantità e la qualità delle informazioni sui

partecipanti aumentano, quindi la carenza di informazione nel sistema può essere modificata

(aumentata) dagli stati con la creazione di istituzioni internazionali. La forma dell’istituzione deve

riflettere le funzioni che essa deve svolgere (se devo coordinare devo offrire un contesto nel quale si

possibile negoziare efficientemente e trasparentemente). Le istituzioni internazionali possono anche

facilitare il raggiungimento di un accordo riducendo il numero di accordi teoricamente possibili. Le

istituzioni che fanno parte dei giochi di coordinamento non devono necessariamente preoccuparsi

dell’attuazione dell’accordo una volta che è stato preso, perché non c’è rischio di defezione a

termini stabiliti. Invece le istituzioni che fanno parte dei giochi di collaborazione devono

preoccuparsi anche dell’attuazione dell’accordo, perché il rischio di defezione a termini stabiliti c’è.

A tale proposito sono state istituite delle regole che chiariscono gli obblighi dei partecipanti e

definiscono bene “defezione” nel contesto considerato, impongono obblighi di trasparenza e

giustificazione agli stati, delegano ad agenti imparziali la verifica del rispetto degli accordi,

strutturano la risposta collettiva ed eventuali sanzioni in caso di violazione degli accordi. Le

istituzioni aumentano la trasparenza dei rapporti interstatali, prevenendo le violazioni. Ultimamente

le situazioni di giochi di collaborazione e quelle di giochi di coordinamento sono considerate come

problemi che possono presentarsi contemporaneamente nella stessa circostanza.

2.4 Risultati empirici

Gli istituzionalisti ritengono la loro teoria valida nella misura in cui è applicabile in studi empirici.

Ci sono due tipi di studi empirici: il primo dimostra che le istituzioni sono create per via dei

benefici attesa dagli stati, dove la variabile indipendente sono le scelte degli stati e la variabile

dipendente le istituzioni; il secondo mostra se le istituzioni hanno gli effetti attesi sul

comportamento degli stati, dove la variabile indipendente sono le istituzioni e quella dipendente le

scelte degli stati. Alcuni studi combinano il primo e il secondo tipo. La storia ha mostrato come le

istituzioni siano utili in economia, sicurezza e ambiente. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si

nel blocco occidentale, ma c’erano problemi di coordinamento,

doveva cooperare economicamente

perché si temeva la multilateralità degli accordi, e di collaborazione, perché un sistema multilaterale

avrebbe necessitato di capitalizzare il sistema di pagamenti intraeuropeo. Perciò è stata creata

l’Unione europea dei pagamenti (Uep), che ha risolto i problemi permettendo la cooperazione

economica. Un altro esempio: il Fondo Monetario Internazionale. Il suo statuto proibisce agli stati

membri di imporre restrizioni dei pagamenti e trasferimenti inerenti a transazioni internazionali

correnti. Questa promessa è violabile, ma il rischio di defezione diminuisce perché è stata fatta

all’interno di un’istituzione internazionale, anche perché è molto chiari da cosa è costituita una

violazione, i cui casi sono resi pubblici. Nel campo della protezione ambientale le istituzioni

internazionali possono determinare l’esito positivo o negativo della cooperazione: per ridurre

l’inquinamento da petrolio c’era un problema collaborativo, perché tutti gli stati avevano interesse a

farlo diminuire, ma ognuno preferiva beneficiare degli sforzi altrui, defezionando (dilemma del

Poi è stata fatta la Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento

prigioniero).

marittimo, con due sub regimi, il secondo dei quali ha avuto un impatto molto positivo sulla

riduzione dell’inquinamento petrolifero. Le istituzioni internazionali funzionano anche nel campo

della sicurezza: aiutano a risolvere i problemi che sorgono quando un gruppo di stati vorrebbe

sanzioni contro stati terzi L’efficacia delle sanzioni dipende generalmente dalla

attuare

cooperazione di un numero di stati relativamente grande, ma nell’attuarle ci sono problemi di

collaborazione e coordinazione, risolti dalle istituzioni internazionali, perché promettono di

premiare altri stati per il loro consenso me aderenza alle sanzioni.

3. La critica del realismo

Ci sono molte critiche realiste all’istituzionalismo. La prima riguarda la conflittualità irrisolvibile,

stato guadagna tanto quanto l’altro perde), e dice che questi

quella dei giochi a somma zero (uno

casi, che per gli istituzionalisti sono rari, sono comuni. La seconda riguarda i casi di mancata

cooperazione, che per gli istituzionalisti sono dovuti alla mancanza di informazione, mentre per i

realisti sono dovuti all’incompatibilità degli interessi (per gli istituzionalisti si possono trovare

interessi comuni, ma la cooperazione è ostacolata da problemi di coordinamento e collaborazione).

Però hanno un punto in comune: sia istituzionalismo razionale che realismo concepiscono gli

interessi fondamentali come indipendenti dalle istituzioni stesse (non la pensa così lì

Una terza critica riguarda i guadagni: l’istituzionalismo guarda solo

istituzionalismo costruttivista).

i guadagni assoluti, non quelli relative, che secondo il realismo sono contro incentivi alla

cooperazione, perché, anche se due stati trarrebbero vantaggio dalla cooperazione, non vogliono

rafforzare l’altro, perché un giorno quest’ultimo potrebbe diventare una minaccia per il primo in

una situazione di anarchia internazionale. A ciò gli istituzionalisti ribattono dicendo che esistono

soluzioni istituzionali al problema dei guadagni relativi: se la cooperazione fa variare la potenza

relativa, ci si può accordare su una compensazione che riporti la potenza relativa ai livelli

precedenti. La quarta critica dice che le istituzioni sono epifenomeniche, cioè rispecchiano

meramente egli interessi e i rapporti di forza tra gli stati e non hanno alcun potere causale

indipendente (gli stati creano le istituzioni quando hanno già deciso di cooperare, quindi la

cooperazione non dipende dalle istituzioni).

L’istituzionalismo costruttivista

4.

Per l’istituzionalismo razionalista le istituzioni pongono vincoli esterni e forniscono incentivi ed

informazioni ad attori razionali che hanno già determinato le loro preferenze. Per l’istituzionalismo

costruttivista le istituzioni non influiscono solo su ciò che gli attori possono fare, ma anche su

quello che vogliono fare e su chi sono. Per entrambi l’istituzione ha un impatto causale

indipendente, ma per il primo le preferenze sono esogene, per il secondo endogene. Per Wendt è

importante la cultura, perché gli attori sono sempre costituiti nei loro interessi dai sistemi culturali

in cui sono inseriti, e siccome le istituzioni sono l’espressione di specifici modelli culturali,

l’identità degli stati viene almeno parzialmente determinata dal contesto istituzionale in cui

operano. Wendt identifica tre livelli di internazionalizzazione delle norme internazionali: nel primo

livello gli attori sanno qual è la norma ma obbediscono solo quando sono costretti a farlo; nel

secondo livello gli attori obbediscono alla norma perché pensano che sia nel loro interesse farlo; ne

terzo livello gli attori obbediscono alla norma perché la considerano legittima. Al terzo livello una

norma costruisce un attore, perché esso accetta come proprio un ruolo che gli viene attribuito

dall’istituzione. È su questo che si concentra l’istituzionalismo costruttivista. C’è la World Polity

Theory di Meyer, che dice che nel mondo contemporaneo gli stati sono organizzati strutturalmente

e cambiano politicamente e socialmente in modo reciprocamente simile per via della presenza di

modelli culturali generati e diffusi da processi di portata globale, come le organizzazioni

internazionali. Siccome il modello culturale è simile, gli stati sono organizzati in modo

reciprocamente simile.

4.2 Socializzazione e argomentazione

Per l’istituzionalismo costruttivista l’impatto delle istituzioni sugli stati avviene largamente

attraverso processi di socializzazione (uno stato, attraverso l’interazione sociale, interiorizza norme

e modi di vedere di un altro stato, fino a darle per scontate). Per Johnston ci sono due tipi di

socializzazione: influenza sociale (la conformità con norme deriva da benefici e sanzioni di tipo

sociale, quindi non materiale; questi fattori esercitano un’influenza importante sugli stati in quanto

membri di istituzioni e organizzazioni internazionali, perché se gli stati membri sbagliano temono di

perdere la reputazione) e persuasione (insieme di atti comunicativi che generano una convergenza

di preferenze e opinioni in assenza di sanzioni materiali o psicologiche). Per quanto riguarda la

persuasione, c’è una teoria molto influente, quella di Habermas: identifica i presupposti di un

dialogo autentico e razionale e le condizioni istituzionali in cui questi presupposti possono essere

realizzati, confrontando i discorsi con una situazione discorsiva ideale. Questa teoria evidenzia il

contrasto che c’è tra le due forme di comunicazione usate nei negoziati: la contrattazione (attori

orientati al successo, agiscono secondo minacce e promesse, i terzi sono mediatori e garanti,

produzione di un compromesso che non comporta un mutamento delle preferenze e riflette il potere

e l’argomentazione

contrattuale delle parti) (attori orientati alla reciproca comprensione, agiscono

secondo asserzioni condivisibili e norme, i terzi sono autorità morali e tecniche, può produrre un

consenso che comporta una trasformazione delle preferenze e riflette gli argomenti più persuasivi).

Per gli istituzionalisti costruttivisti influenza sociale e persuasione avvengono più facilmente in

contesti internazionalmente istituzionalizzati, perché le istituzioni forniscono un ambiente

particolarmente favorevole alla diffusione e alla penetrazione di nuove norme e nuovi modi di

interpretare la realtà. Non c’è consenso empirico per quanto riguarda la frequenza e l’intensità dei

processi di socializzazione nell’ambito di istituzioni internazionali.

QUADRO 4.1

Problemi di collaborazione:

il “Dilemma del prigioniero”

Agli stati conviene cooperare, ma scelgono la defezione perché non sono sicuri del comportamento

della controparte. Agendo razionalmente gli stati generano un risultato peggiore di quello che

avrebbero ottenuto cooperando. Nel quadro del dilemma del prigioniero l’incentivo individuale a

defezionare e ottenere un vantaggio unilaterale è forte e produce esiti peggiori rispetto agli esiti in

cui tutti cooperano. Il problema di collaborazione è prodotto dalla semplice possibilità di defezione.

QUADRO 4.2

Problemi di coordinamento: la “Battaglia dei sessi”

I protagonisti hanno simultaneamente due obbiettivi: evitare l’esito peggiore e fare in modo che

venga scelta l’alternativa preferita. Il problema è che questi due obbiettivi possono essere in

tensione, perché le tattiche che mirano a realizzarne uno possono ridurre la probabilità di

raggiungere l’altro. Una volta deciso non vi è un incentivo individuale alla defezione. Questa è la

differenza cruciale tra i problemi di coordinamento e i problemi di collaborazione, in cui la

defezione unilaterale è un’opzione attraente per le parti. Il problema nelle situazioni di battaglia dei

sessi è come fare in modo che le strategie negoziali producano una soluzione di compromesso

piuttosto che il fallimento delle trattative. Capitolo 5

INTERDIPENDENZA ECONOMICA E POLITICA INTERNAZIONALE

Origini della teoria dell’interdipendenza

1. 1.1 Il liberalismo nelle relazioni internazionali

occupa degli effetti dell’interdipendenza economica

La principale teoria che si è quella liberale, ed

l’unico attore

emerge da una critica dei principali assunti del realismo: lo stato non è visto come

rilevante della scena internazionale, lo stato è uno dei vari livelli ai quali è possibile aggregare le

preferenze degli individui, e un agente che opera per contro di altri principali, come le

organizzazioni internazionali, a livello superiore dello stato, attori transnazionali come le chiese o le

compagnie multinazionali, o a livello subnazionale; vari tipi di configurazione dei rapporti tra

società e stato, sia in questioni economiche che politiche, tenendo conto delle caratteristiche interne

degli stati (per i realisti ogni stato si comporta nello stesso modo a prescindere dalle sue

(l’anarchia internazionale non è

caratteristiche particolari); diversi tipi di anarchia internazionale

omogenea nel tempo e nello spazio e potrà essere quindi più o meno vincolante e con effetti

conflittuali a seconda delle circostanze e le relazioni tra gli stati saranno determinate dalla politica

interna degli stati, che porta questi ultimi ad avere rapporto con coloro che hanno forme di governo

simili alla propria); le relazioni tra gli stati non sono dominate solo dalla sicurezza, ma anche dalla

ricchezza economica. In definitiva, il realismo no guarda alle questioni economiche, la teoria

Altra differenza sta nella visione dell’evoluzione storica: i realisti non

liberale ne fa il suo centro.

credono nel cambiamento che consente di ridurre i sospetti reciproci e i conseguenti conflitti armati,

i liberali si. Quindi per i realisti la storia è ciclica, scandita da alternanza di momenti di pace e

momenti di guerra, mentre per i liberali la storia è lineare, una direzione progressiva di

miglioramento. Per il liberalismo ci sono tre modi per ridurre la guerra: le istituzioni internazionali,

il commercio internazionale e la democratizzazione. Le prime versioni del liberalismo erano molto

idealiste, credevano che potesse esistere una pacifica e perpetua interdipendenza tra stati, ma sono

state smentite dalla Seconda Guerra Mondiale. Poi sono arrivate le teorie neoliberaliste, che

illustrano l’esistenza di un’interdipendenza complessa, secondo la quale nello stesso sistema

internazionale potevano convivere sia relazioni conflittuali tra avversari che relazioni più

cooperative tra stati che non sentivano la loro sicurezza minacciata e quindi si occupavano

dell’economia. Perciò per i neoliberali non c’è più una gerarchia dei tipi di potere con quello

militare alla sommità, ma il tipo di risorse richieste dipenderebbe dal contesto nel quale devono

essere impiegate.

1.2 Il liberalismo commerciale

Interpreta fedelmente una visione whig, identifica il progresso nelle relazioni internazionali con la

diffusione delle moderne economie industriali da mercato a partire dalla fine del settecento. Negli

ultimi due secoli, grazie alla tecnologia, la ricchezza economica è cresciuta vertiginosamente, e

di più dell’economia e un po’ meno della sicurezza. Lo

questo ha indotto numerosi stati a curarsi

sviluppo economico ha tendenzialmente pacificato le zone del sistema internazionale in cui è

presente. L’ottimismo del liberalismo commerciale è basato sulla visione di Smith e Ricardo sui

benefici del libero commercio, che porta benessere a tutti. Secondo la teoria del vantaggio

se ciascuno si specializza nell’attività che gli è più congeniale, questo porta sia alla

comparato,

massimizzazione delle potenzialità di ciascuno, sia ad una maggiore efficienza complessiva.

L’opinione prevalente in precedenza era che era meglio attuare protezionismo che libero

commercio, perché lo stato poteva teoricamente arricchirsi solo a discapito dell’altro. La dottrina

mercantilista predicava principi che avrebbero portato allo stato sia ricchezza che potere: il sostegno

governativo alle esportazioni, l’accumulo di grandi risorse auree, il conseguimento della massima

L’apparato teorico del liberalismo è molto solido e ha successo

autosufficienza economica.

empirico, quindi molte economie sono diventate liberali, sviluppandosi in fretta ed alimentando le

economiche internazionali, fino all’odierna globalizzazione.

relazioni

2. Interdipendenza economica e politica interna

2.1 Interessi particolari e decisioni collettive

La scelta di diventare economicamente liberali è anche dettata dalle dinamiche interne che ci sono

tra i settori produttivi e che il governo non controlla direttamente, perché la maggior parte dei

settori produttivi dipende da attori sociali privati, i gruppi di interesse, che possono essere

influenzati allo stato solo indirettamente. Il miglioramento dato dal libero commercio nel breve

termine non è distribuito equamente: i gruppi ristretti e non competitivi a livello internazionale

guadagnano di più o prima. A volte il loro interesse può prevalere sull’interesse dello stato, quindi

influenzano lo stato; che sceglie un interesse diverso da quello comune (logica del log rolling). Ci

sono teorie che descrivono come e in che misura lo stato possa resistere all’influenza dei gruppi di

interesse. Katzenstein divide tra stati deboli e stati forti. I democratici sono i forti e non democratici

sono i deboli. I forti devono sottoporsi periodicamente alla prova elettorale, quindi si lasceranno

meno influenzare dai gruppi di interesse e perseguiranno l’interesse del paese, mentre i deboli non

come le elezioni per resistere all’influenza dei gruppi.

hanno un grosso motivo

Col crescere degli interscambi economici sono arrivati dei nuovi attori sul piano internazionale, le

società multinazionali (corporations), che non possono essere controllate da un singolo governo,

perché svolgono attività in più stati (quindi sono ad un livello superiore rispetto allo stato). Anche le

multinazionali influenzano le politiche dei governi, per far aprire il proprio mercato alle loro

attività. Secondo l’IPE (International Political Economy) le multinazionali sono diventate così tanto

importanti che, oltre alle relazioni tra gli stati, bisognerebbe considerare le relazioni tra stato e

multinazionali e quelle delle multinazionali tra di loro.

2.2 Le critiche neomarxiste

I neomarxisti hanno una visione diametralmente opposta a quella del liberali. Per i neomarxisti, sia

a livello statale che a livello globale, il mercato non porta alla ricchezza complessiva, ma allo

sfruttamento delle classi meno privilegiate, che prima o poi si stufano, cominciando una lotta di

classe risolvibile solo con la rivoluzione che collettivizzi i mezzi di produzione. Allo stesso modo a

livello internazionale le economie potenti sfruttano quelle deboli (indipendenti), che restano deboli

e continuano a di indebolirsi proprio perché interagiscono con quelle potenti (dipendenti dalle

e in cima c’è chi detiene le leve

deboli). Per i neomarxisti il sistema globale è piramidale

economiche, dominando gli altri anche politicamente. Il loro sistema-mondo piramidale è diviso in

tre aree poste in ordine gerarchico: il centro (avanzato ed industrializzato), la semiperiferia (in via di

sviluppo), la periferia (arretrata e sfruttata dalle altre due zone; la ricchezza del centro poggia

sull’arretratezza della periferia).

Le conseguenze dell’interdipendenza sulla politica internazionale

3. Gli effetti pacifici dell’interdipendenza

3.1

La conseguenza di una maggiore interdipendenza economica è una maggiore propensione a

cooperare ed evitare il conflitto. Già filosofi come Montesquieu, Hume e Mill hanno sostenuto che

il libero commercio pacifica la zona in cui è presente, ma l’apogeo della pace commerciale è stato

raggiunto dalla Scuola di Manchester. Secondo alcuni teorici liberali contemporanei la pace è più

probabile quando interessi commerciali interdipendenti rendono il conflitto non economico. Gli

gli incentivi degli stati nell’arena

effetti pacifici del libero commercio sono fondamentalmente tre:

internazionale vengono modificati (se prima doveva guerreggiare per ottenere delle risorse, ora le

può ottenere col commercio); i benefici economici di una maggiore interdipendenza diventano un

incentivo a mantenere la pace (la guerra spezzerebbe il flusso economico dal quale derivano i

benefici, e in tale ambito si distinguono due tipi di interdipendenza, quella sensibile, perché gli stati

diventano sensibili a eventi che avvengono presso i loro partner economici, e quella vulnerabile,

perché un’interruzione dei flussi economici peserebbe sul paese in termini di perdita di benefici);

(liberalismo sociologico, per il quale l’interdipendenza riduce i pregiudizi

effetti sociologici

reciproci ed enfatizza i tratti comuni tra popoli e nazioni).

3.2 le critiche realiste alla prospettiva liberale

Per il realismo le considerazioni economiche non prevalgono su quelle della sicurezza. Gli stati

sono in competizione per vantaggi relativi, non economici assoluti. Bisogna garantire la sicurezza

dello stato con misure protezionistiche e autarchiche. Solo chi è già forte e sicuro, o si trova in un

ambiente pacifico, può permettersi di intraprendere un commercio libero da condizionamenti

politico o strategici. Gli aspetti economici sono in secondo piano, anche se un gruppo, chiamati

neomercantilista, va oltre, dicendo che la cooperazione economica può essere inibita dalla

politica e può generare instabilità. Lo sviluppo dell’economia mondiale aperta

competizione secondo i realisti: il capitalismo fa andare l’economia ciclicamente, generando

produce tre pericoli

processi di espansione e contrazione, che generano instabilità economica, che genera cambiamenti

degli scenari politici, con conseguenze pericolose; l’interdipendenza deve essere simmetrica, ma

empiricamente non lo è, questo genera la possibilità che lo stato che perderebbe meno per

l’interruzione dell’interdipendenza influenzi quello che perderebbe di più, quindi lo sviluppo di un

intenso scambio commerciale crea un rapporto di competizione e controllo; la vulnerabilità derivata

dall’esposizione a fenomeni non controllabili può esaltare l’insicurezza ed incentivare il conflitto

(perché alcune materie potrebbero essere negate nel momento del bisogno, quindi diventerebbe

necessario ottenerle con la forza).

4. Interdipendenza e pace nella storia

La storia conferma entrambe le teorie: l’interdipendenza economica genera pace (liberismo) e

l’interdipendenza economica genera conflitto (realismo). È difficile stabilire se sia la cooperazione

economica a ridurre il conflitto politico o se sia la riduzione di conflitto a permettere la

cooperazione economica. Esempi storici: dopo il Congresso di Vienna la pace è coincisa con

l’interdipendenza economica, poi guerra (moti del ’48), poi pace con free trade e gold standard. Poi

Belle Epoque = interdipendenza, ma non c’è stato il miglioramento progressivo voluto dalla

perché c’è stata la Prima Guerra Mondiale. Poi dopo i patti di Versailles

concezione storica liberale,

dieci anni di pace, poi la crisi del ’29 ha indotto tutti ha usare misure protezionistiche tendenti

all’autarchia (in Italia c’è stata l’autarchia vera e propria, altro che protezionismo tendente

all’autarchia). Lo scoppio della Prima Guerra mondiale indebolisce le teorie liberali, perché in quel

periodo c’era l’interdipendenza, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale indebolisce le teorie

realiste, perché in quel periodo c’era il protezionismo. Questi due fatti rendono evidente il fatto che

gli effetti politici dell’interdipendenza complessa non sono semplici e lineari, e che il commercio

internazionale interagisce con la diplomazia in modo complesso. Ma visto che secondo il realismo lì

interdipendenza è tanto negativa, perché il blocco occidentale dopo la seconda Guerra Mondiale

l’ha subito restaurata? E perché l’interdipendenza tanto cattiva è addirittura sopravvissuta alla

Guerra Fredda e al cambiamento del sistema internazionale (da bipolare a unipolare)?

Evidentemente l’interdipendenza non è poi così negativa. L’aumento dell’interdipendenza dopo la

seconda Guerra Mondiale ha messo in luce due fatti: durante la Guerra Fredda si tenevano rapporti

commerciali con i propri alleati, per evitare influenze avversarie, quindi relazioni diplomatiche e

scambi commerciali tendono a sovrapporsi; l’utilità in termini di competizione militare, di detenere

maggiori risorse economiche frutto di una stretta interdipendenza, infatti il blocco occidentale è

sopravvissuto (perché era più ricco), quello sovietico no, quindi la correlazione tra apertura

economica e successo istituzionale potrebbe spiegare l’ascesa delle potenze occidentali negli ultimi

secoli. Capitolo 6

POLITICA INTERNA E PACE DEMOCRATICA

1. Politica interna e politica estera

è l’attività con la quale gli stati definiscono e perseguono i propri obbiettivi nel

La politica estera

sistema internazionale. Per il punto di vista del sistema statocentrico (realista), siccome la politica

estera è dettata da ciò che succede nell’ambiente internazionale, essa è omogenea e uniforme, non

cambia in modo rilevante se cambiano le caratteristiche interne agli stati. Sempre secondo il

modello stato centrico, gli stati sono razionali, autonomi e unitari. Però tenendo conto solo della

politica estera si rischia di non capire le dinamiche internazionali, quindi bisogna considerare anche

la politica interna. La politica estera dipende dall’intersezione di tra processi fondamentali: le

dinamiche intrastatali, le dinamiche intrasocietarie, le dinamiche tra stato e società.

1.1 La politica estera fra burocrazia e politica

Politica burocratica: gli stati sono dei concetti che rimandano nella realtà ad aggregati complessi di

persone, ruoli, organizzazioni, elementi materiali e simbolici; quindi, se sono insiemi di apparati,

per capire il modo in cui decidono e attuano la politica estera, è necessario tenere in conto il modo

in cui questi apparati funzionano e interagiscono. In definitiva, la politica estera di uno stato

dipende dall’interazione fra diversi apparati politici e burocratici, che lottano per far prevalere la

loro percezione delle situazioni e i oro interessi specifici. Così gli assunti stato centrici di razionalità

e unitarietà degli stati sono messi in dubbio (la politica estera non è formulata in modo centralizzato

e non è il frutto di un’analisi razionale, ma di un compromesso tra i vari interessi presenti. Il

modello della politica burocratica è stato prevalentemente applicato allo studio delle situazioni di

crisi e dei fattori che le innescano. Sono molto importanti le modalità concrete con cui si svolgono i

processi decisionali all’interno dello stato.

1.2 La politica estera fra gruppi di pressione e comunità epistemiche

Il modo in cui uno stato persegue i propri interessi esterni ha molte importanti conseguenze sul

piano interno. I decisori pubblici devono considerare le domande politiche domestiche. Quando una

decisione in politiche estera tocca attori economici e sociali domestici, questi si creeranno delle

preferenze, che tutelano gli interessi dei gruppi organizzati (detengono risorse consistenti che

possono essere impiegate per rafforzare le domande politiche). I gruppi organizzati perciò sono in

grado di influenzare scelte di politica estera. Il governo diventa quindi un attore che interagisce con

alcuni gruppi interni per perseguire le politiche estere che realizzano gli interessi di quella

coalizione specifica. I governi gestiscono un gioco a due livelli (Putnam): a livello nazionale i

governi interagiscono con i gruppi interni, che perseguono i propri interessi facendo pressione sul

governo; a livello internazionale i governi cercano di soddisfare il più possibile le pressioni interne

e allo stesso tempo di ridurre le conseguenze negative degli sviluppi internazionali. I governi si

rivolgono alle comunità epistemiche per avere consiglio su come comportarsi o per avere

informazioni che li aiutino a capire come comportarsi. Quindi si mettono nelle mani che delle

comunità epistemiche, che l influenzano a loro volta. Gli stati decidono in base alle conoscenze che

hanno. Le comunità epistemiche aumentano le loro conoscenze. Le comunità epistemiche sono

reticoli formali e informali di esperti che diffondono in modo autorevole informazioni e conoscenze

circa le questioni internazionali.

1.3 La politica estera fra opinione pubblica e mezzi di comunicazione

Il pubblico è tendenzialmente poco informato sui problemi internazionali, ma inserisce le poche

informazioni che ha in un quadro che viene costantemente aggiornato. Quindi il pubblico capisce la

situazione internazionale, e si crea una propria opinione, che viene fuori quando le preferenze della

popolazione in politica estera si compattano in modo percepibile, in grado di influenzare le

decisioni in politica estera del proprio governo, limitando la gamma dei comportamenti possibili o

L’effetto dell’opinione

stimolando certe decisioni. pubblica sulla politica estera può essere

intermittente, sensibile agli stimoli dei gruppi organizzati e al potere politico, debole, perché ha

interessi maggiori, come l’occupazione o il fisco. Però nei paesi liberali e democratici è

L’opinione pubblica è

empiricamente provata la relazione tra opinione pubblica e politica estera.

influenzata dai mezzi di comunicazione di massa in due modi: i media formano l’opinione pubblica

fanno variare l’agenda politica e le sue

perché è grazie a loro che si ottengono le informazioni;

priorità, dando più preminenza ad alcuni fatti e tralasciandone altri (Cnn effect).

Politica interna e politica internazionale: l’espansione dell’arena decisionale

2. di un centro politico coeso ed isolato dalle

Il realismo concepisce la politica estera come un’attività

influenze provenienti dall’ambiente interno. Il quadro in cui questa concezione valeva è cambiato,

grazie all’introduzione della politica di massa, della guerra generale, la crescita dell’interdipendenza

economica, lo sviluppo tecnologico. Per percepire schematicamente questo cambiamento bisogna

considerare tre dimensioni: l’espansione dei settori (la crescita dell’interconnessione economica ha

spinto la politica estera a non considerare solo materie di high politics, ma anche materie di low

politics); l’espansione degli attori (il numero degli attori è cresciuto); l’espansione delle pratiche di

politica estera (la politica estera ha pratiche più trasparenti, le sedi in cui gli stati si confrontano

Dopo queste trasformazioni l’arena

sono state diversificate, coinvolgimento della società civile).

decisionale della politica estera si è allargata ed è divenuta più complessa, cosa che ha reso più

rilevante il nesso tra politica interna e politica estera, quindi, siccome gli stati possono agire in

maniera diversa a fronte delle loro diverse caratteristiche interne, bisogna guardare alla natura del

regime politico degli stati.

3. La politica estera fra guerra e istituzioni politiche: la teoria della pace

democratica

Il fatto che gli stati si comportino diversamente a causa delle loro diverse situazioni interne

costituisce la base della teoria della pace democratica (o pace separata): relazione stretta tra regime

politico dello stato e comportamento a livello internazionale, specialmente tra democrazia e guerra

(le democrazie si comportano diversamente dagli altri per la loro natura pacifica). In realtà le

democrazie non sono più pacifiche degli altri, perché fanno la guerra con la stessa frequenza, ma il

fatto cruciale è che non si facciano guerra tra di loro.

3.1 I dati della pace democratica

Una serie di ricerche empiriche inutili, che non vale la pena citare. Sono annoiata, questo capitolo fa

schifo, quello precedente era molto meglio. Era anche più corto. Comunque, arriva finalmente la

generalizzazione: le democrazie tendono a non combattere guerre preventive e sperimentano strade

alternative per risolvere le controversi a seconda del regime che si trovano davanti:se si tratta di un

paese democratico cercano un accomodamento pacifico, mentre se si tratta di un paese non

democratico, creano alleanze contro di esso. Le democrazie tentano di risolvere le dispute in cui

sono coinvolte con lo strumento dell’arbitrato internazionale, molto più frequentemente di quanto

non facciano i regimi non democratici. Un esempio importante di come il carattere democratico

degli stati influenzi il loro comportamento è quel che è successo tra USA e GB quando l’egemonia

è passata da GB a USA: secondo la teoria della transizione di potere questo passaggio doveva essere

sancito da una guerra, ma non è stato così, perché i due sono entrambi democratici.

3.2 Le cause della pace democratica

Adesso dobbiamo analizzare le spiegazioni contemporanee neokantiane alla pace democratica.

Neokantiane vuol dire che si basano su quel che disse Kant, quindi prima dobbiamo sapere cosa

disse IK (/aikei/, che sta per Immanuel Kant). IK disse che la pace fra le nazioni si basava su tre

elementi da realizzare simultaneamente: la diffusione universale della democrazia (stati meno

stipulazione di un’unione pacifica fra le

propensi alla guerra per i suoi effetti sui cittadini);

e diffusione del principio dell’accomodamento

repubbliche (rispetto per la legge pacifico delle

controversie); Il rispetto del diritto cosmopolitico (protezione dello sviluppo del commercio fra le

nazioni, quindi rinforzo dei legami reciproci). I neokantiani dicono che le cause della pace

democratica sono di tre tipi: istituzionali, normative, economiche.

riguardano l’assetto istituzionale e i meccanismi decisionali delle democrazie.

Le cause istituzionali

Due elementi sono importanti: il governo delle democrazie dipende dalla capacità di conquistare e

mantenere il consenso dei cittadini tramite elezioni libere e periodiche; il governo democratico è

limitato dai contrappesi e dal controllo al quale il potere esecutivo è sottoposto, controllo da parte

degli altri poteri e dell’opposizione. Questi due elementi producono tre costrizioni alla guerra: i

costi finanziari e umani di una guerra ricadono sui cittadini, il cui consenso è indispensabile per

il ruolo dell’opposizione, le cui azioni sono tutelate nei regimi democratici; la divisione

governare;

dei poteri e la trasparenze e pubblicità degli atti delle istituzioni democratiche prevengono decisioni

affrettate e ostacolano una politica estera aggressiva, che richiede segretezza e flessibilità.

Le cause normative riguardano la cultura politica che caratterizza la classe politica e i cittadini delle

democrazie, che coltivano al proprio interno i valori di risoluzione pacifica delle controversie,

rendendo i cittadini ancora meno propensi alla guerra. In più esternano questi valori sul piano

internazionale, rendendo improbabile il ricorso alla violenza.

Le cause economiche: le democrazie tutelano la proprietà privata e la libertà economica, quindi si

crea l’integrazione in un sistema internazionale di libero scambio, che fa aumentare i costi della

guerra e ridurre i suoi benefici.

Per IK l’affinità istituzionale fra le democrazie avrebbe portato alla formazione di una comunità

pluralistica di sicurezza, cioè un insieme di stati indipendenti che escludono l’uso della forza nei

loro rapporti reciproci. Perciò la pace è democratica, perché ristretta ai rapporti fra le democrazie, o

separata, perché confinata nello spazio della loro comunità di sicurezza. La pace è connessa

all’evolversi delle condizioni che l’hanno prodotta.

Però queste cause non sono sufficienti, perché dovrebbero rendere le democrazie più pacifiche in

generale, non solo tra di loro, quindi servono altri fattori, come la causa informativa: riguarda il

grado in cui gli stati riescono a comunicare in modo serio le proprie intenzioni alle controparti. Le

democrazie sono più credibili degli altri regimi politici nella negoziazione e implementazione degli

accordi (perché bluffare causa costi molto alti in termini di reputazione domestica; perché il loro

pluralismo istituzionale coinvolge nelle decisioni anche altri attori, il cui veto è indispensabile per

modificare una decisione presa, quindi è improbabile che venga modificata; perché non fondano la

loro legittimità sul leader, quindi le decisioni non cambiano col cambiare del leader; perché gli

accordi sono presi apertamente, quindi i partner possono agire se uno di loro vuole modificare gli

accordi, impedendoglielo).

3.3 Il dibattito sulla pace democratica

Anche se le basi empiriche della teoria della democratica sono fortissime, anche qui ci sono

critiche. Si comincia. Ci sono diverse definizioni di democrazia, è stata scelta una definizione

“larga” per dare profondità storica all’analisi. I realisti dicono che il numero di democrazie è stato

molto ridotto fino ai tempi recenti, quindi la correlazione empirica che fonda la pace democratica

non p significativa, quindi bisogna scegliere una definizione larga, che però ha eccezioni che

smentiscono la teoria. Le eccezioni sono i casi dubbi: guerre tra regimi che forse sono democratici.

Comunque le due grandi eccezioni, nelle quali sicuramente i regimi erano democratici, sono la

guerra ispano-americana del 1898 e la Prima Guerra Mondiale. Per spiegare queste eccezioni la

letteratura ha invocato il non completo possesso dei requisite delle democrazie, ma non basta,

perché allora a tutti i regimi democratici mancavano delle caratteristiche, perché erano ancora in

formazione. Allora si dice cha anche se quei paesi erano democrazie, non erano percepiti come tali

Un’altra critica dice che la pace democratica ha teorizzato il comportamento

dalle altre democrazie.

delle democrazie in generale, non il comportamento delle singole democrazie. Si dice poi che il

rapporto tra democrazie e guerra non è influenzato solo dalla natura democratica dei regimi politici,

ma anche dal loro grado di liberalismo. Quindi le democrazie sono distinte almeno per un elemento:

liberali o illiberali. Questa distinzione è importante perché alla base delle scelte di politica estera sta

il modo in cui i governi si percepiscono reciprocamente: che una democrazia sia governata da una

classe politica illiberale può quindi essere una ragione sufficiente per ritenerla una minaccia ed

essere disposti a combatterla. Se si considera questo fatto vengono meno le eccezioni.

L’introduzione del criterio dell’ideologia liberale riduce il campo dei regimi coinvolti nella pace

democratica, quindi cambia anche lo statuto esplicativo della teoria della pace democratica: diventa

teoria locale, non più globale, quindi sarebbe meglio parlare di pace separata, non democratica. Da

qui deriva la più importante obiezione realista: se nella sua versione locale la teoria della pace

democratica riguarda le democrazie consolidate di stampo liberale e ha un campo d’applicazione

limitato alla comunità di sicurezza occidentale che ha seguito il 1945, allora sorge un problema:

questo campo di applicazione coincide con quello che anche le teorie sistemico-strutturali

pretendono di spiegare in modo soddisfacente. Come si sceglie tra spiegazioni alternative dello

stesso fenomeno, entrambe confermate dai dati? Ci sono tre strade per procedere: le ipotesi derivate,

le influenze multiple, il mutamento strutturale.

Per il primo modo per scegliere basta derivare delle ipotesi addizionali da ciascuna spiegazione e

testarle empiricamente. Se sol una teoria spiega anche l’evento addizionale, allora è quella giusta.

Il secondo modo tratta statisticamente i fattori esplicativi invocati per spiegare la pace democratica

così da pesare l’influenza che ciascuno di loro ha, da solo o congiuntamente agli altri, nel causare

questo fenomeno. Se l’influenza di tutti e tre i fattori kantiani cresce significativamente, l’effetto è

molto significativo: il rischio di una disputa si riduce esponenzialmente. Questo avvallerebbe il fatto

che le democrazie siano pacifiche in generale e non solo tra di loro.

I terzo modo consiste nel configurare come si sono configurati i rapporti tra democrazia e guerra

quando le supposte cause realiste della pace democratica hanno assunto valori diversi da quelli del

periodo in oggetto.


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Relazioni Internazionali, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Relazioni Internazionali, Andreatta. Gli argomenti sono: Stato e relazioni internazionali, equilibrio di potenza, egemonia, istituzioni internazionali, interdipendenza economica e politica internazionale, politica interna e pace democratica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni Internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Parsi Vittorio Emanuele.

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