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Relazioni internazionali

Introduzione allo studio delle relazioni internazionali

Il termine relazioni internazionali indica in primo luogo un insieme di eventi concreti (la realtà empirica), quindi le interazioni che si sono storicamente sviluppate tra le unità di un determinato sistema, dalle poleis greche, agli imperi fino agli Stati nazionali. In secondo luogo, l'elaborazione di teorie che spiegano le relazioni (la disciplina accademica), ovvero una serie di approcci che nel corso del tempo hanno progressivamente plasmato e arricchito la disciplina.

Sono state individuate quattro fasi di sviluppo che scandiscono l'evoluzione disciplinare delle relazioni internazionali dal 1919 al 1989.

Fase idealista/liberale (1919-1939)

Il periodo compreso fra le due guerre (1919-1939) segna la fase d'inizio dello sviluppo della disciplina, definita idealista, che trova grande espressione in Gran Bretagna con i lavori di Woolf, Baker e Angell, e che si protrae fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nella fase idealista le origini intellettuali sono il liberalismo e l'idealismo wilsoniano. Difatti, l'approccio idealista è studiare la guerra con una prospettiva scientifica al fine di impedire il ripetersi dell'esperienza appena vissuta (I guerra mondiale). Difatti prevale la convinzione della naturale armonia tra gli stati e la conseguente fiducia nella possibilità di predisporre una serie di strumenti istituzionali in grado di favorire la cooperazione (Società delle Nazioni).

In questo contesto la cosiddetta low politics, ovvero la politica commerciale e finanziaria, è funzionale alla creazione di un ordine pacifico fondato sul presupposto, presto rivelatosi errato, che il commercio potesse rappresentare uno strumento in grado d'influenzare positivamente i rapporti tra Stati. Infatti secondo la visione idealista, il ricorso alla guerra avrebbe rappresentato un'alternativa sempre più onerosa per gli Stati, impedendo ad ognuno di essi di conseguire vantaggi economici mediante la continuità delle relazioni commerciali. Il ricorso al diritto viene visto, dagli idealisti, come l'arma fondamentale per garantire la sicurezza e l'ordine all'interno del sistema internazionale.

Essi ritengono che l'uso della forza può essere ostacolato applicando sanzioni internazionali volte a produrre un effetto dissuasivo sugli Stati aggressori, ed è qui che entra in gioco il ruolo fondamentale delle organizzazioni internazionali nel dirimere le controversie fra Stati. Non è un caso che la concezione dello stato di diritto kantiano rappresenta il punto di riferimento per eccellenza del pensiero idealista, che con la creazione della società delle nazioni avrebbe dovuto coincidere con la realizzazione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla sicurezza collettiva.

La crisi degli anni '30, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e il conseguente fallimento della Società delle Nazioni mettono definitivamente in discussione le assunzioni idealiste, segnando una svolta disciplinare che apre alla strada alla fase realista (anni '40-'50).

Fase realista/realismo classico (1940-1950)

Gli ispiratori della fase realista sono Carr e Morgenthau, due americani. Essi ritengono che l'assunzione utopistica secondo cui esiste un interesse mondiale a mantenere la pace, e che questo sia identificabile con gli interessi di ciascuno stato, ha aiutato politici e politologi a sfuggire dalla spiacevole realtà che esiste una fondamentale divergenza di interessi fra gli Stati che desiderano mantenere lo status quo e gli Stati che invece desiderano sovvertirlo.

Dunque se gli idealisti tendevano a rappresentare la realtà come dovrebbe essere (visione prescrittiva), i realisti spiegano la realtà come effettivamente è (visione descrittiva). L'anarchia, intesa come assenza di una autorità suprema dotata del monopolio legittimo della forza, costringe gli Stati ad agire all'ombra della guerra.

Sulla base di queste premesse, i realisti rifiutano l'approccio del diritto e concentrano la loro analisi sulla lotta per il potere e sul mantenimento dell'equilibrio di potenza come meccanismo essenziale e di stabilizzazione delle relazioni tra Stati. Proprio gli Stati, nell'approccio realista, rappresentano le unità principali del sistema internazionale. La divergenza tra interesse nazionale e bene universale, posta alla base dell'elaborazione della teoria realista, comporta due conseguenze fondamentali: il dilemma della sicurezza e la politica di potenza.

Fase realista (realismo eterodosso) anni '60-'70

Negli anni '60-'70 in Europa, Aron (francese) e Wight (britannico) propongono una versione attenuata del realismo, definita eterodossa, che sostituisce alla teoria antropologica, legata alle pulsioni derivanti dalla natura umana, lo studio delle caratteristiche interne delle singole unità, quindi dei singoli stati. I fattori culturali, istituzionali e soprattutto ideologici assumono una rilevanza cruciale per spiegare la politica internazionale e la propensione degli Stati a ricorrere, di volta in volta, al compromesso oppure alla guerra.

Fase comportamentista (anni '50)

Negli Stati Uniti, a metà degli anni '50 si delinea una terza fase, detta comportamentista. In questa terza fase l'analisi scientifica assume come oggetto privilegiato di studio il comportamento degli Stati e attribuisce alle scienze sociali il compito di individuare le regolarità in grado di suggerire le generalizzazioni da sottoporre a verifica empirica. Maggior esponente di questa fase è Schnyder, il quale ritiene che per comprendere le decisioni, quindi il comportamento degli stati, è necessario adottare una prospettiva individuale focalizzata sul ruolo dei singoli attori e sui loro comportamenti concreti. Demolendo in questo modo la concezione dello stato come attore unitario e ponendo al suo posto i comportamenti dei funzionari e dei politici che intervengono nel processo decisionale.

Fase neorealista e neoliberale (anni '80-'90)

La quarta fase delle relazioni internazionali inizia nel 1979 con la pubblicazione del volume di Waltz, e vede contrapporsi la scuola neorealista con quella neoliberale, le cui rispettive eredità derivano dal realismo classico e dall'idealismo. Dunque Waltz, definito padre del neorealismo, muove dal presupposto che le teorie precedenti alla sua, definite riduzioniste, si siano dimostrate incapaci di spiegare la politica internazionale perché avevano come scopo quello di individuare le cause dei conflitti nella natura umana (realismo classico, Carr e Morgenthau) oppure nelle caratteristiche delle singole unità, quindi dei singoli Stati (realismo eterodosso, Aron e Wight) senza invece postulare un condizionamento del sistema internazionale (livello sistemico).

Waltz dunque, recuperando gli assiomi della dottrina realista classica come l'anarchia, il dilemma della sicurezza e l'equilibrio di potenza, li coniuga con l'approccio strutturale, producendo una teoria generale della politica internazionale fondata su basi deduttive. Waltz definisce la struttura in termini di condizioni che puniscono o premiano i comportamenti degli Stati. La struttura del sistema internazionale, secondo Waltz, è formata da due componenti principali: il principio ordinatore, ovvero l'anarchia, che stabilisce la disposizione delle parti all'interno del sistema, e la distribuzione di potenza che ne determina le interazioni.

Sul fronte opposto la scuola neoliberale, pur accogliendo l'approccio sistemico, riformula le precedenti assunzioni liberali e sottolinea sia il ruolo svolto da attori diversi dagli stati nell'arena internazionale, come le OIG, le ONG e le multinazionali, sia la funzione essenziale delle istituzioni nel favorire la cooperazione tra i vari stati, condizionando i loro comportamenti e vincolando le loro strategie al rispetto degli accordi internazionali piuttosto che al mero interesse nazionale.

Il crollo del muro di Berlino produce un impatto devastante sulle relazioni internazionali. La fine della quarta fase di sviluppo della disciplina non consente di rintracciare un approccio dominante in grado di caratterizzare il periodo attuale. L'ingresso dell'approccio costruttivista rappresenta un primo elemento di rottura alle fasi precedenti. Nel tentativo di superare le teorie neorealiste e neoliberali, questo approccio propone di analizzare le relazioni tra stati non attraverso comportamenti e interessi, bensì attraverso un approfondimento dei significati intersoggettivi e delle interpretazioni che ciascun attore ha di se stesso e degli altri.

Dunque l'atteggiamento che uno stato ha nei confronti dell'altro dipende dall'immagine che ha di questo, quando si percepisce la presenza di valori e principi comuni si tenderà a trattare l'altro come amico, al contrario lo si tratterà come nemico. Tuttavia, dopo il 1989, i neorealisti hanno sottolineato un sostanziale mutamento nella distribuzione del potere all'interno del sistema, ribadendo la centralità dello stato rispetto agli altri attori. La corrente liberale ha posto l'accento sull'espansione del modello democratico come fattore di pacificazione tra gli stati.

In fine c'è una terza osservazione, che combina le due tesi precedenti, avanzata da Buzan che suddivide il sistema in zone di pace (Europa) e zone di guerra (area medio orientale, africana e asiatica) e da Huntington che individua nella civiltà il fattore esplicativo in grado di determinare la natura delle relazioni tra stati dopo il 1989, e in particolare lo scontro tra la civiltà occidentale e quella islamica.

Inoltre dopo il 1989 si è intensificato il processo di interdipendenza economica, politica, sociale e culturale tra gli stati, a tale proposito esiste una letteratura che si è soffermata tanto sulle dinamiche prettamente economiche, dando vita ad una vera e propria sottodisciplina delle relazioni internazionali, la cosiddetta International political economy, che sugli effetti negativi della globalizzazione nei confronti dei paesi in via di sviluppo, sottolineati soprattutto dalle teorie radicali.

Approccio allo studio delle relazioni internazionali

Le relazioni internazionali sono lo studio delle interazioni tra i vari attori che partecipano alla politica internazionale. Sono lo studio dei comportamenti di questi attori quando partecipano individualmente e collettivamente ai processi politici internazionali. Le teorie base sono:

  • Realismo: sostiene che gli stati vivono in un sistema internazionale anarchico. Ogni stato basa la sua politica su un'interpretazione dell'interesse nazionale definito in termini di potere. La struttura del sistema internazionale è determinata dalla distribuzione del potere tra gli stati.
  • Liberalismo: è radicato in diverse tradizioni filosofiche che postulano che la natura umana sia sostanzialmente buona. Gli individui formano gruppi e, successivamente, gli stati collaborano fra loro attenendosi alle norme e alle procedure internazionali che hanno concordato insieme.
  • Radicalismo: teoria legata all'economia; le azioni degli individui sono determinate dalla classe economica; lo stato è l'agente del capitalismo internazionale che domina lo stesso sistema internazionale.
  • Costruttivismo: sostengono che le strutture chiave del sistema statale non siano materiali ma intersoggettive e sociali. L'interesse dello stato non è fisso ma malleabile e mutevole.

Per spiegare le proprie teorie gli scienziati utilizzano strumenti come la storia, la filosofia e il metodo scientifico.

La storia fornisce una formazione cruciale per lo studio delle relazioni internazionali, è stata così fondamentale che fino all'inizio del ventunesimo secolo non esisteva una disciplina autonoma, ma le relazioni internazionali erano studiate sotto l'ombrello della storia diplomatica. La storia deve comunque essere usata con cautela, può a volte risultare una cattiva guida. Anche se non possiamo ignorare la Storia, non possiamo trarre semplici lezioni da altre esperienze storiche.

La filosofia può rispondere ad alcune domande delle relazioni internazionali (Platone, Aristotele, Rousseau, Kant, Hobbes). La tradizione di pensiero stabilita dai filosofi ha contribuito allo studio della politica internazionale, società e tra la società.

Storia e filosofia ci permettono di approfondire le questioni fondamentali, la natura dell'uomo e le caratteristiche generali dello stato e della società internazionale, e di riflettere sugli elementi normativi o morali della vita politica.

Negli anni '50 alcuni studiosi, insoddisfatti degli strumenti tradizionali della storia e della filosofia, hanno trovato nel metodo scientifico lo strumento più utile per fornire risposte empiriche alle questioni fondamentali. Il comportamentismo (Rivoluzione comportamentista anni '50-'60 nelle scienze sociali USA) afferma che gli individui, sia soli che in gruppo, agiscono secondo schemi ricorrenti. Il compito dello scienziato comportamentista è quello di suggerire ipotesi plausibili per questi modelli d'azione allo scopo di verificare empiricamente le teorie. Utilizzando gli strumenti del metodo scientifico per descrivere e spiegare il comportamento umano, questi studiosi speravano in ultima istanza di riuscire a prevedere il comportamento futuro. Tuttavia, per alcuni, il comportamentismo trascura molte delle questioni fondamentali, la natura dell'uomo e della società, perché non sono facilmente verificabili attraverso metodi empirici. Questi critici suggeriscono di tornare alle radici filosofiche delle relazioni internazionali.

Nessuna questione fondamentale delle relazioni internazionali può essere risolta affidandosi a un solo metodo.

Il contesto storico delle relazioni internazionali contemporanee

La maggior parte dei teorici delle relazioni internazionali data il sistema contemporaneo a partire dal 1648, anno in cui il trattato di Vestfalia pone fine alla guerra dei trent'anni. Questo trattato ha segnato la fine del dominio dell'autorità religiosa in Europa e ha permesso lo sviluppo della nozione di integrità territoriale degli Stati, intesi come unità giuridicamente uguali e sovrane del sistema internazionale.

Quando l'impero romano si è disintegrato nel quinto secolo, in Europa il potere e l'autorità hanno subito un intenso processo di frammentazione. Entro l'anno 1000, tre civiltà sono emerse dalle macerie di Roma: araba, impero bizantino, resto d'Europa. Il feudalesimo, che ha posto l'autorità in mani private, ha rappresentato la risposta al disordine prevalente: potere e autorità tendevano a collocarsi su livelli spesso sovrapposti. La lotta tra autorità religiose e secolari e il dibattito riguardante le sfere sulle quali si sarebbero dovute rispettivamente pronunciare, si sono prolungati per centinaia di anni.

Dopo l'anno 1000 l'attività commerciale si è estesa in aree geografiche sempre più ampie consentendo ai commercianti di avviare gli scambi lungo vie di trasporto più sicure. Le forme di comunicazione sono visibilmente migliorate. Le relazioni sociali si sono modificate in 3 modi:

  • È emersa una comunità d'affari transnazionale,
  • Scrittori e accademici hanno riscoperto la letteratura classica e la storia antica, trovando sostentamento e ispirazione intellettuale nel pensiero greco e romano.
  • Niccolò Machiavelli aveva compreso i cambiamenti in atto e il conseguente abisso che si stava aprendo tra il mondo medievale cattolico e le nuove istituzioni secolari. La scissione tra la religiosità medievale e l'umanesimo rinascimentale veniva definitivamente segnata attraverso la separazione tra “politica” e “morale”.

Il desiderio di allargare sempre di più i rapporti economici, assieme alle invenzioni tecnologiche che hanno reso più sicura l'esplorazione dell'oceano, hanno alimentato un periodo di espansione territoriale da parte degli europei. La graduale incorporazione delle zone meno sviluppate periferiche dell'economia mondiale e del sistema capitalista internazionale, segnano l'inizio della storia rilevante per le relazioni internazionali contemporanee.

La formulazione del concetto di sovranità, concetto centrale nelle relazioni internazionali contemporanee, è stato uno dei più importanti sviluppi della pace di Westfalia. La sovranità per Bodin rappresenta “il potere assoluto e perpetuo che è proprio di una comunità.” Essa non risiede nell'individuo, ma bensì nello Stato.

I sovrani, anche se assoluti, sono comunque soggetti alla legge divina o naturale. La pace di Westfalia non ha legittimato solo la territorialità e il diritto degli Stati di scegliere la propria religione, ma ha stabilito anche che questi avrebbero determinato le proprie politiche interne, liberi da pressioni esterne e con piena giurisdizione all'interno dei propri confini. Viene introdotto per la prima volta il principio di non ingerenza negli affari interni. Vengono creati eserciti nazionali permanenti che hanno favorito la stabilizzazione di un potere statale sempre più centralizzato.

Si formavano così Stati con eserciti nazionali, una sovranità riconosciuta e una base laica fermamente consolidata. Il trattato ha legittimato il nucleo di stati che avrebbero dominato il mondo fino all'inizio del XIX secolo. Mentre i paesi occidentali vivevano una rinascita economica sotto l'egida del capitalismo, le zone orientali mantenevano le pratiche feudali. La teorizzazione del libero scambio e della mano invisibile di Adam Smith ha avuto profonde ripercussioni sullo sviluppo economico del mondo occidentale e sulle scelte compiute dai governi nazionali, alterando il quadro della governance dei secoli successivi.

La rivoluzione americana e la rivoluzione francese hanno introdotto il 19° secolo. Entrambe le rivoluzioni sono un prodotto del pensiero illuminista.

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giovanni1307 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Barbara Pisciotta.
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