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Relazioni internazionali

Informazioni generali

  • Docente: Caffarena Anna
  • Corso di studi: Corso di laurea triennale in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione (Classe L-36)
  • Anno: 1o anno
  • Tipologia: Caratterizzante
  • Crediti/Valenza: 12
  • Lingua: Italiano
  • Frequenza: Facoltativa
  • Tipologia d'esame: Scritto ed orale

Introduzione

Quest’anno ricorre il centenario dell’attivazione della prima cattedra di relazioni internazionali al mondo. La nascita di questa cattedra nasce dalla necessità di comprendere al meglio le radici politiche di alcuni particolari fenomeni. Le relazioni internazionali nascono non solo a scopo conoscitivo ma anche a scopo prescrittivo: dare indicazioni alla comunità internazionale per evitare conflitti e per costruire istituzioni, norme e pratiche che consentano loro di raggiungere obiettivi comuni.

Sustainable Development Goals

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile costituiscono una serie di 16 obiettivi concordati dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per garantire un progresso che coinvolga l’intera comunità. L’obiettivo è quello di promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, fornire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli. Tuttavia, nello stesso tempo abbiamo una politica internazionale in cui dobbiamo chiederci quando scoppierà la prossima guerra fra grandi potenze.

Domanda guida

Se, ed eventualmente come, sia possibile accompagnare il cambiamento dell’ordine mondiale, in modo da evitare conflitti e preservare un livello di capacità di governo tale da poter raggiungere qualcuno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile. La domanda è se l’ordine internazionale (cioè l’insieme di principi, norme, regole e istituzioni), dinamico per sua natura, possa, trasformandosi, continuare a funzionare.

Conoscere la politica mondiale: relazioni internazionali

Si studia Relazioni Internazionali per analizzare con competenza le principali dinamiche della politica internazionale contemporanea e per avere uno strumento critico al fine di valutare quello che dicono gli altri, così da poter affrontare criticamente un discorso pubblico su questi temi.

Che cosa giustifica il nostro investimento nello studiare la teoria piuttosto che concentrarci in modo esclusivo sulla pratica?

Ciò che giustifica lo studio delle teorie delle Relazioni Internazionali non è solo il fatto di essere più colti e sofisticati nell’analisi ma è una necessità. È una necessità della quale non se ne può fare a meno perché il rapporto tra teoria e realtà/pratica è molto più stretto di quello che noi possiamo immaginare. È così stretto che è difficile fare i conti con la pratica senza avere consapevolezza di quali sono gli approcci teorici che la disciplina offre per interpretare la realtà.

Le teorie, per i decisori e per gli esperti, sono come delle “lenti”: qualcosa che filtra il nostro modo di vedere il mondo. Queste “lenti” filtrano la visione del mondo di ciascuno di noi perché quando guardiamo la realtà, vediamo una serie di fatti molto complessi, variegati e dinamici. Senza qualche strumento che mette in ordine la realtà, potremmo descriverne solo qualche pezzo. Le teorie – e i concetti che sviluppano – sono strumenti per mettere ordine in una realtà complessa sulla base di qualche criterio. Senza l’ausilio delle teorie potremmo al massimo descriverne alcuni aspetti affidandoci a una conoscenza impressionistica. Dopo aver ordinato la realtà, l’abbiamo piegata al nostro criterio.

Ogni teoria cerca di far passare l’idea che il modo in cui ordina la realtà sia realistico e quindi coincida con la realtà. Se una teoria riuscisse ad individuare un criterio che produce una rappresentazione semplificata ma oggettiva, allora può restituire l’immagine vera, ma “in scala”, e che coincide con la realtà. Ciò che rimandano non è dunque una semplice fotografia/mappa della realtà, ma una interpretazione che riflette delle scelte (ad esempio, quali variabili porre al centro della spiegazione). Dunque, se si agisce sulla base della rappresentazione proposta non si potrà che essere efficace.

Realtà e rappresentazioni

Nelle relazioni internazionali, i teorici usano e hanno usato molto l’idea della mappa (mappare il mondo, lo scenario del mondo …). Sono tutti modi per farci credere che non ci siano spazi per individuare i criteri e mettere in luce la portata interpretativa di quella rappresentazione. Se non si coglie l’aspetto che molto di quello che noi vediamo, in realtà, è mediato dalle rappresentazioni, noi perdiamo un pezzo di mondo e un pezzo della possibilità di criticare il modo in cui quel mondo è costruito. La realtà che ci proponiamo di spiegare è spesso frutto di una nostra percezione ed è influenzata da teorie, rappresentazioni e immagini della politica mondiale. Questo nesso che lega quella che ci viene resa come la realtà, frutto di un’interpretazione, è la prima e fondamentale ragione che ci costringe a fare i conti con la teoria, con le visioni del mondo e le “lenti” che ciascuno mette per spiegare la realtà, se vogliamo affrontare in modo competente la pratica della politica mondiale.

Per comprendere come le visioni del mondo possono condizionare direttamente la condotta degli attori si guarda all’autore Robert Kagan. Kagan nella fase della guerra in Iraq del 2003 ha provato a dare una spiegazione delle tensioni tra l’America, che voleva fare la guerra all’Iraq anche senza avere il beneplacito del Consiglio di sicurezza delle nazioni unite, e parte dell’Europa che era contraria a fare la guerra. Questa riflessione è molto rilevante in quanto Kagan aveva colto un aspetto molto profondo della divergenza fra questi due paesi che è persino più evidente oggi di quanto non lo fosse nel 2003. La sua lezione prende spunto da una vicenda specifica ma investe una questione molto importante: le visioni del mondo dei decisori (World’s views).

Robert Kagan

Robert Kagan (Atene, 26 settembre 1958) è uno storico e politologo statunitense che ha scritto Paradise and Power: America and Europe in the New World Order. La formula del nuovo ordine mondiale è una formula che era stata introdotta da George Herbert Walker Bush per definire l’ordine post 1989 o post bipolare. Kagan ragiona sulle relazioni tra Stati Uniti ed Europa: relazioni al tempo fortemente influenzate dalla “minaccia sovietica”. Con la fine del bipolarismo, essendo venuto a meno l’antagonismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica, si apre una stagione in cui si sarebbe potuto realizzare quell’ordine mondiale pensato dopo la II Guerra mondiale e basato sulle regole e istituzioni. Tuttavia, se gli interessi tra Europa e Stati Uniti coincidevano perfettamente durante la guerra fredda, ora con il venir meno della minaccia sovietica, la situazione cambia tra i due attori.

La “lezione” di Kagan

Un tema che emerge in modo visibile nel libro di Kagan è una divaricazione di interessi tra i due attori:

Dobbiamo smetterla di far finta che Europei e Americani condividano una stessa visione del mondo, o addirittura che vivano nello stesso mondo. Sulla fondamentale questione del potere – dell’efficacia del potere, della moralità del potere, della desiderabilità del potere – i punti di vista dell’America e dell’Europa stanno divergendo. L’Europa si sta allontanando dal potere, o per dirla altrimenti, sta andando oltre il potere in un suo mondo di norme e regole, di negoziati transnazionali e di cooperazione […] Nel frattempo, gli Stati Uniti restano impigliati nella storia, a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale non ci si può fidare delle norme e delle regole internazionali […] Questa è la ragione per la quale sulle principali questioni di natura strategica e politico-internazionale, gli Americani vengono da Marte e gli Europei vengono da Venere.

Mentre America ed Europa disputavano sulla questione della guerra in Iraq, Kagan si chiese il perché America ed Europa avessero visioni diverse. La risposta fu che i due attori vedevano il mondo in due modi molto diversi, così diversi da portarli lontani gli uni dagli altri per effetto del fatto che ciascuno finisce per vivere nel mondo che vede. Per Kagan America ed Europa vivono in due mondi separati perché sulla fondamentale questione del potere (l’efficacia del potere, la moralità del potere, la desiderabilità del potere) i punti di vista stanno divergendo. Secondo Kagan esiste un mondo in cui il potere conta molto, l’America, e poi l’Europa. L’Europa è andata oltre quel mondo della forza bruta e ha creato un mondo di regole e istituzioni. Mentre l’Europa va avanti e fa questo suo percorso, gli Stati Uniti continuano a esercitare il potere in un mondo anarchico nel quale non ci si può fidare delle norme e delle regole internazionali: è un mondo in cui ciascuno deve difendere la propria sopravvivenza. Con la metafora gli Americani vengono da Marte e gli Europei vengono da Venere, Kagan vuole affermare che, vivendo in due mondi così diversi, finisce che Americani ed Europei non si capiscono più e che gli Americani sono sempre più inclini ad usare la forza di quanto non lo siano gli europei.

World’s views – Il Realismo e il Liberalismo

Kagan chiarisce inoltre che il nostro rapporto con la politica mondiale è mediato da interpretazioni (World’s views) che influenzano la policy comprensione dei fenomeni e orientano la politica la condotta dei policy makers (dunque la pratica). Queste visioni del mondo dell’America e dell’Europa riflettono il Realismo per l’America marziana e il Liberalismo per l’Europa venusiana. Sono due visioni del mondo che se ci sfuggissero sarebbe più difficile per noi spiegare il comportamento di ciascuno.

Il Realismo concepisce la politica come lotta per il potere. Mentre dentro uno Stato ci sono delle regole che governano la lotta per il potere a livello internazionale queste regole non ci sono. Questa lotta, a livello internazionale, si estrinseca nella sua forma più pura, ossia la guerra, perché questa lotta si sviluppa in un contesto in cui non c’è un soggetto terzo sopra le parti che sia in grado di imporre sanzioni a chi ricorre alla violenza. Di conseguenza, ciascuno esprime tutta la capacità di potenza di cui dispone. In una simile condizione gli Stati saranno indotti a promuovere i propri interessi ricorrendo all’esercizio del potere, il quale diviene in sé una posta in gioco della politica mondiale.

Il Liberalismo ritiene che, pur in assenza di un soggetto in grado di imporre il rispetto delle regole, nella sfera internazionale sia possibile superare la politica di potenza. Ciò grazie al diritto internazionale e alle organizzazioni internazionali che favoriscono la cooperazione.

Paradiso e Potere

Un elemento che deriva da questa riflessione di sulle interpretazioni e i punti di vista è che adottare un’interpretazione o l’altra non è un atto neutro ma significativo: adottare un’interpretazione incide sulla propensione a usare la forza. Quando un decisore abbraccia un punto di vista lo condivide e lo utilizza.

Kagan: potere senza responsabilità

Come spesso accade negli affari umani, a costituire il vero problema sono le cose immateriali: le paure, le passioni, le credenze. Il fatto è che gli Stati Uniti devono a volte giocare secondo le regole di un mondo hobbesiano, anche a costo di violare le norme del mondo postmoderno dell’Europa. Devono rifiutare si sottomettersi ad alcune convenzioni internazionali che potrebbero ostacolarne la capacità di combattere con efficacia nella giungla […]. Devono appoggiare il controllo degli armamenti, ma non sempre i propri. Devono applicare due pesi e due misure.

La vera responsabilizzazione degli Stati Uniti parte con la formulazione gli Stati Uniti restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico. Kagan perciò dipinge il mondo come una giungla, un luogo pericoloso e irto di insidie. Per questo motivo l’America è obbligata a appoggiare il controllo degli armamenti, ma non sempre i propri e devono applicare i doppi standard in base alle circostanze.

Nel discorso pubblico

L’anarchia internazionale è la condizione nella quale gli altri Stati costituiscono una minaccia perché non c’è nessuno che mi difende. Il fatto che non ci sia un governo centrale e che gli Stati vivano in un mondo pericoloso in cui la forza militare diventa una garanzia per difendersi può diventare nel discorso pubblico una buona giustificazione per fare un incremento negli armamenti. Tutto dipende da quanto la lettura che i decisori danno nell’ambiente internazionale è una lettura efficace. Tuttavia, quando si spende più in armamenti, si spostano delle risorse da altri capitoli del bilancio (istruzione, sanità…).

Workshop – Lettura estratto “Paradiso e Potere”

La diversa percezione delle minacce e di come affrontarle è in un certo senso soltanto il sintomo di una differenza più profonda nella visione del mondo di un'America forte e di un'Europa debole. Non si tratta tanto di divergenze su un singolo problema, poniamo l'Iraq, bensì del fatto che Europa e America la pensano diversamente su come governare il pianeta, sul ruolo che negli affari internazionali debbono avere le istituzioni e il diritto, su quale sia il giusto equilibrio fra il ricorso alla forza e il ricorso alla diplomazia.

La diversità dipende in parte dal divario di potenza. La relativa debolezza ha comprensibilmente prodotto nell'Europa un forte interesse a costruire un mondo in cui la forza militare e il potere hard contino meno della forza economica e del potere più soft, e un interesse altrettanto forte alla creazione di un ordine internazionale in cui il diritto e le istituzioni contino di più della potenza dei singoli paesi, in cui sia vietata l'azione unilaterale da parte degli stati più potenti e in cui tutte le nazioni, indipendentemente dalla loro forza, godano di uguali diritti e siano egualmente protette da regole di comportamento internazionali universalmente condivise. Proprio perché sono relativamente deboli, gli europei hanno tutto l'interesse a svalutare, e in ultima analisi estirpare, le leggi brutali di un mondo anarchico, hobbesiano nel quale la forza costituisce il fattore fondamentale per la sicurezza e il successo di una nazione.

Non è un rimprovero il mio. Le nazioni più deboli si sono sempre comportate in questo modo. L'hanno fatto gli americani nel XVIII secolo e agli inizi del XIX, quando la brutalità della politica di potenza europea, diretta da giganti globali come la Francia, la Gran Bretagna e la Russia, li lasciava continuamente esposti ai colpi imperiali. L'hanno fatto negli stessi anni anche i piccoli stati d'Europa, fra le risa dei Borbone e di altri monarchi potenti, che si appellavano alla raison d'état. Nel Settecento i più convinti sostenitori dell'applicazione del diritto internazionale in mare aperto erano gli Stati Uniti; a opporsi era la marina britannica, «la signora dei mari». In un mondo anarchico le piccole potenze temono sempre di essere le vittime predestinate. Le grandi potenze, invece, spesso temono le norme restrittive più dell'anarchia, perché in un mondo anarchico la loro forza è garanzia di sicurezza e benessere.

Questa diversità, naturale e storica a un tempo, fra i forti e i deboli si manifesta oggi nel dissidio transatlantico sulla questione dell'unilateralismo. Gli europei sostengono che il loro rifiuto dell'unilateralismo americano è la prova del loro rispetto più profondo per i principi dell'ordine mondiale. Effettivamente è vero che la loro adesione a questi principi, benché non assoluta, è superiore a quella della maggioranza degli americani. Ma c'è un'altra verità che gli europei sono meno disposti ad ammettere: che anche la loro ostilità all’unilateralismo non è disinteressata.

Non avendo la capacità di intraprendere azioni militari unilaterali, né singolarmente, né collettivamente come «Europa», è naturale che siano contrari a che altri facciano ciò che essi non sono in grado di fare. L'appello al multilateralismo e al diritto internazionale ha per gli europei ricadute molto concrete e pochi costi.

Diversa è la situazione degli Stati Uniti. I sondaggi hanno messo più volte in evidenza che in linea di principio gli americani sono favorevoli all'azione multilaterale. E sono anche favorevoli ad agire sotto l'egida delle Nazioni Unite, delle quali, dopo tutto, sono stati creatori. Ma resta il fatto

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Matte9500 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Caffarena Anna.
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