Parte prima: I media elettronici
I media e la comunicazione
Per comunicazione si può intendere lo scambio di messaggi, dotati di significato, tra individui che condividono un codice per interpretarli. La più elementare e diffusa forma di comunicazione è quella interpersonale: due o più persone parlano fra loro, si scambiano reciprocamente messaggi in forma di parole. Questa conversazione è una comunicazione "punto a punto".
Nella comunicazione "punto a punto" ciascuno dei due è, di volta in volta, emittente e ricevente. Quando il ricevente ha la possibilità di rispondere e di interagire a sua volta con l’emittente si parla di comunicazione interattiva. Generalmente la comunicazione punto a punto lo è.
La comunicazione di massa è invece una forma di comunicazione da "uno a molti". In questo tipo di comunicazione, le funzioni di emittenza e di ricezione tendono a polarizzarsi ai due estremi; una persona emittente, molti riceventi. Si chiama unidirezionale (l’opposto di interattiva) una comunicazione in cui gran parte dei messaggi vanno in una sola direzione, da un solo emittente a molti riceventi.
Una comunicazione evoluta va oltre la vicinanza fisica dei comunicanti, utilizzando la tecnologia. Perché questo avvenga è necessario riprodurre e/o trasportare a distanza il messaggio attraverso appositi mezzi tecnici. Questi strumenti di riproduzione e/o trasporto sono i "mezzi", cioè i media. I media da soli non bastano. Per la comunicazione a distanza è essenziale una "rete". Ciascuno dei punti della rete è raggiungibile da tutti gli altri, in forma diretta o indiretta.
La città è l’ambiente in cui nasce il cinema. Fra le diverse attrazioni del varietà, nasce un’attrazione meccanica. Le prime proiezioni cinematografiche pubbliche dei fratelli Lumière (1895) si svolgono infatti al Grand Café di Parigi, un classico luogo dell’intrattenimento e della conversazione. Fin dall’inizio infatti il cinema è presentato come una forma di spettacolo pubblico.
All’inizio prevalgono quelli che oggi chiameremmo "documentari", che servono a dimostrare le possibilità del mezzo; ma già nella prima serata a pagamento c’è la scenetta umoristica dell’"innaffiatore innaffiato" (un tizio che innaffiando i fiori vede improvvisamente mancare l’acqua dal tubo; ci guarda dentro ma a quel punto l’acqua ritorna bagnandolo tutto): è già a tutti gli effetti finzione spettacolare, un racconto interpretato da attori, progettato e realizzato per intrattenere un pubblico pagante.
Il film imboccherà decisamente la strada della finzione; il documentario e l’informazione saranno generi importanti, ma nessuno di essi si dimostrerà capace, da solo, di attirare il grande pubblico nella sale; il giornale quotidiano è assai più tempestivo. La necessità dello sviluppo e del montaggio toglie al cinema la possibilità della diretta; esso dà il meglio di sé con una lunga e accurata preparazione. La diretta ci sarà solo con la televisione.
La differenza di forma culturale fra teatro e cinema sono molto profonde. Siamo di fronte alla comparsa di una forma nuova, lo spettacolo riprodotto, che sarà poi anche radiofonico e televisivo. Lo spettacolo teatrale di ogni sera è un originale, un’opera autentica, frutto dell’interpretazione tra il testo, il regista, gli attori e il pubblico. Il teatro è quindi un evento rituale unico, autentico; il cinema un prodotto sintetico e composito, riproducibile tecnicamente.
La diffusione e la popolarità del teatro subirono un ridimensionamento, simile a quello che subirà la radio dopo l’avvento della televisione. Il limite del teatro rispetto al cinema è l’impossibilità di divenire un fenomeno industriale riproducibile; ma questa è stata anche, paradossalmente, la sua salvezza: infatti è la chiave del suo fascino.
I media nella società di massa
La situazione culturale antecedente l’Ottocento si può riassumere in questo modo: una prevalenza della scrittura e della stampa nella cultura e nella comunicazione, che però esclude grandi maggioranze di persone che non sanno leggere e scrivere (prevalentemente abitanti nelle campagne dediti all’agricoltura), per le quali la comunicazione di massa è una risorsa molto scarsa, limitata ad alcune occasioni festive (cerimonie, rituali, fiere, festività religiose) o al passaggio dal loro villaggio di una compagnia di teatranti o saltimbanchi.
L’Ottocento è il secolo in cui questo quadro viene radicalmente messo in discussione. Già nel Settecento la circolazione delle idee si era fondata soprattutto sulla diffusione di libri e giornali, quasi ovunque soggetti a censure e autorizzazione delle autorità costituite, che apparivano sempre meno tollerabili. Sia nel Primo emendamento della Costituzione americana del 1787, sia nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, viene affermato il principio della libertà di stampa, che si affianca alla libertà di parola e di espressione.
L’Ottocento è il secolo dell’elettricità. Il secolo si apre con la presentazione a Napoleone da parte di Alessandro Volta della pila elettrica. La prima applicazione dell’elettricità alla comunicazione è il telegrafo elettrico, introdotto da Samuel Morse negli Stati Uniti nel 1844. Morse è anche l’inventore dell’alfabeto omonimo, un codice che permette di trasmettere a distanza lettere dell’alfabeto sotto forma di linee e punti. Dai tempi dei falò sulle montagne, è la prima comunicazione a distanza senza il trasporto fisico di un messaggio.
Il telefono, realizzato da Graham Bell nel 1876, è sempre una comunicazione "punto a punto", col vantaggio rispetto al telegrafo di non richiedere un operatore specializzato che codifichi e decodifichi il messaggio, perché trasmette, sempre nella forma di impulsi elettrici, direttamente la voce umana. A differenza del telegrafo, quindi, il telefono divenne un mezzo di comunicazione privato (installato in casa), sono una versione elettrica del servizio postale, l’industrializzazione della corrispondenza epistolare.
In sé, non sono mass media, ma sono piuttosto perfezionamenti della comunicazione punto a punto. Sono "media vuoti", perché non contengono alcun messaggio proprio, ma si limitano a trasmettere i messaggi dei comunicatori, anche se li adattano a una particolare forma culturale. Il giornale, il cinema, la radio, la televisione saranno invece "media pieni", anche se i "vuoti" sono stati molto utili per lo sviluppo della comunicazione.
Ad esempio, il telegrafo è servito per inviare rapidamente al giornale le notizie; molti quotidiani nel mondo hanno una testata che lo ricorda ("The Daily Telegraph", "Il Telegrafo"). Nella città moderna, nella metropoli, vi è un ampio "spazio pubblico" ormai in buona parte sottratto all’arbitrio dei potenti: strade e piazze, parchi e giardini, reti di mezzi di trasporto pubblico, negozi e grandi magazzini, ma anche ritrovi, teatri, sale da ballo e da concerto, caffè ristoranti.
Questo spazio pubblico è la palestra nella quale si esercitano l’opinione pubblica, i movimenti, le forze sociali. Questo luogo, sociale e fisico, a ben vedere racchiude due concetti distinti:
- Una sfera pubblica di libera espressione, di comunicazione e di discussione di idee e progetti, anche attraverso libri, giornali e altri mezzi, da parte di singoli cittadini e delle loro forme associative, che costituisce una forma di mediazione fra la società civile e lo Stato;
- Una scena pubblica, in cui accedono alla visibilità pubblica (notorietà) persone, istituzioni, aziende, oggetti, ma dove anche gli eventi e i problemi sono rappresentati, e quindi diventano visibili e sono avvertiti come rilevanti.
La comunicazione di massa circola attraverso i giornali, ma senza più si rivolge attraverso i suoni e le immagini al vasto pubblico che non ha pratica della lettura e spesso né il tempo né il denaro necessario. L’esperienza comunicativa ed estetica di queste grandi masse è fatta soprattutto di cartelloni pubblicitari, della scoperta della città con le sue architetture, i suoi abitanti, i suoi mille luoghi, e infine di molteplici forma di spettacolo dal vivo. Ne parliamo diffusamente perché poi tutte queste forme si trasferiranno nei media elettronici.
La radio dalla telegrafia al broadcasting
La radio è stata inventata nel 1895. Essa è un’applicazione pratica delle onde elettromagnetiche di cui James Clerk Maxwell dimostrò l’esistenza nell’atmosfera (1873), e che Heinrich Hertz, allora trentenne, produsse sperimentalmente nel 1887. Guglielmo Marconi ingegnerizza questo principio, riuscendo a generare artificialmente onde di varia frequenza, dimostrandone l’utilità pratica per la comunicazione e creando attorno ad esse una profittevole attività commerciale.
Nel 1906 l’americano Lee De Forest inventò una valvola elettronica, il triodo, che permetteva di trasmettere la voce umana invece dell’alfabeto telegrafico Morse utilizzato da Marconi. Ma che cosa si poteva ascoltare con la radio? Un contenuto era necessario, perché la gente sentisse il bisogno di acquistarla. Si pensò di rifornire questi apparecchi con musica e parole, trasmessi da una potente stazione e ricevuto da tutti gli apparecchi sparsi nell’area di ricezione, senza bisogno di alcun collegamento materiale.
La rete immateriale che così si forma è una rete piramidale solo discendente, con un vertice che è la stazione emittente e una base costruita da apparecchi solo riceventi che non possono comunicare né con l’emittente, né fra di loro. La trasmissione via etere in questa forma viene definita broadcasting, un termine inglese che significa propriamente "semina larga", e che sarà usato per le emissioni radiofoniche e poi per quelle televisive.
Come il telefono, il broadcasting radiofonico e poi televisivo è una forma di comunicazione diffusiva in grado di penetrare nel domicilio, con la differenza che se il telefono è una comunicazione punto a punto "vuota", la radio assolverà a ben altre funzioni, perché trasmette "piena" di contenuto. La radio diventa un servizio "a flusso": è disponibile in casa quando lo si desidera e viene erogato finché non si chiude il collegamento. Accendere la radio è un po’ come aprire il rubinetto dell’acqua: per proseguire l’esempio, andare al cinema è invece come acquistare una bottiglia di acqua minerale (più pregiata e costosa dell’acqua di rubinetto, ma fornita in quantità limitata).
Per avere l’acqua minerale (come per andare al cinema) devo compiere un esplicito atto d’acquisto; invece, aprendo il rubinetto o accendendo la radio, di fatto non pago niente. Se ascolto una stazione radio commerciale, è la pubblicità a pagare per me; se ascolto una radio pubblica sostenuta da un canone o una tassa, il suo pagamento è un atto remoto, e comunque non proporzionale a quello che prelevo.
La fruizione è domestica, e quindi ciascuno ne usufruisce come e quando crede, anche in contemporanea con altre attività. I concetti di pubblico e privato ne escono stravolti. Lo spettacolo era sempre stato associato allo spazio pubblico. Parliamo di "pubblico della radio" mentre i membri che lo compongono non sono fisicamente compresenti e si trovano tutti nel loro privato. Parliamo di "comunicazione di massa", ma in realtà la massa (nel senso tradizionale di folla, di simultanea presenza fisica) non c’è più, a differenza di quello che avviene con altri media, come ad esempio il cinema. Per essere più precisi, una massa che ascolta c’è, ma non è riunita nello stesso posto: ciascuno è a casa sua.
Di questa dimensione collettiva per necessità fu fatto negli anni Trenta un uso politico: il fascismo e il nazismo hanno usato la radio all’interno di un paradigma informativo del regime, in tempo reale, come un altoparlante per i propri comizi, ma il mezzo radiofonico era piegato ad un uso che non era il suo. La radio rappresenta il trionfo dell’uso domestico della comunicazione e della quotidianità rispetto al giornale, che presuppone alfabetizzazione e "impegno".
Il livello di attenzione e di concentrazione che richiede e che le viene prestato è minore rispetto ad altri mezzo di comunicazione di massa, come avverrà anche per la televisione. Si tratta di una rivoluzione sociale di notevole portata, perché in grado di raggiungere le fasce sociali più basse, perché è gratuita, perché non richiede la capacità di saper leggere e scrivere, perché è compatibile con le attività quotidiane e non richiede uno spostamento nello spazio pubblico né un atto di acquisto. Anche laddove il giornale gode di larga diffusione, la radio arriva a strati sociali più bassi e più numerosi, che raggiunge direttamente a casa loro.
Negli Stati Uniti, dove la radio è nata, un primo tentativo di farne un monopolio della Marina militare fallì sul nascere. Da allora essa costituì un’attività commerciale, svolta da un colosso come la RCA, costituita nel 1919, e da tanti piccoli e medi privati. La radio era vista come un affare: si distribuivano gratuitamente i programmi perché i cittadini-clienti comprassero gli apparecchi radio.
Più tardi, quando il mercato degli apparecchi fu saturo, il ruolo del finanziatore sarebbe stato preso dalla pubblicità. Per la prima volta, questa rappresentava l’unica fonte di entrate di un mezzo di comunicazione. Nel 1927 fu emana una legge, il "Radio Act", che sostanzialmente diceva: chiunque può effettuare trasmissioni radiofoniche, purché in possesso di una licenza, in cui erano indicate anche le frequenze su cui trasmettere. La radio americana si organizzò in tre grandi network: NBC, CBS, ABC, che poi diventarono anche televisivi. Ciascun network è collegato con un gran numero di stazioni locali affiliate, che ripetono il loro segnale. Una parte di stazioni è di proprietà dei network, altre sono affiliate.
I network forniscono solo una parte della programmazione giornaliera, comprensiva di pubblicità; nelle altre fasce orarie le emittenti locali mandano in onda programmi propri, con pubblicità locale. Possono anche consorziarsi con altre stazioni per la produzione di programmi o la ricerca di pubblicità; questi consorzi prendono il nome di syndication.
In Europa il problema si presentava in modo completamente diverso e la radio si sviluppò secondo un modello opposto. In quasi tutti i paesi europei la radio si consolida come un "servizio pubblico", monopolio diretto dello Stato, che si sovvenziona attraverso una tassa o un canone di abbonamento ed esclude, o lascia ai margini, la pubblicità. Segno questo di una visione molto diversa dello Stato e dell’iniziativa privata; tuttavia in nessuno dei paesi europei, nemmeno nei più sviluppati, l’industria radioelettrica avrebbe avuto le dimensioni necessarie a finanziare, come in America, la nascita dei programmi radiofonici.
L’esempio più tipico fu quello inglese. Nel 1926 venne costituita un’impresa pubblica, la BBC (British Broadcasting Corporation), che aveva il monopolio delle trasmissioni radiofoniche ed era dotata di una precisa missione di servizio: "istruire, informare, intrattenere", secondo le parole del suo primo direttore, John Reith, che diventarono un modello per tutta l’Europa. La BBC non ammetteva la pubblicità e si finanziava soltanto attraverso fondi pubblici. La radio è vista come un servizio culturale ed educativo che lo Stato eroga potenzialmente a tutti i cittadini; si parla per questo di una "impostazione pedagogica" del servizio pubblico.
La televisione
Nel corso degli anni Trenta vari paesi (l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l’Unione Sovietica e anche l’Italia) effettuarono esperimenti di televisione che in Germania, Inghilterra, Stati Uniti portarono all’inizio ufficiale delle trasmissioni tra il 1936 e il 1939. La guerra però bloccò tutto. Soltanto nel dopoguerra si verificarono le condizioni sociali di sfondo, come il benessere, il desiderio di investire in beni durevoli per una migliore qualità della vita, o una coesione sociale sufficiente, che potevano rendere plausibile la televisione.
Tra l’altro, solo nel dopoguerra il nome "televisione" prevalse nell’uso generale rispetto a "radiovisione" e ad altre denominazioni oggi dimenticate. Negli Stati Uniti il decollo della Tv fu molto rapido e si colloca tra il 1948 e il 1952, con un immediato successo e imponenti fenomeni di costume a spese della radio, del cinema, dei ritrovi. In Europa la televisione giunge più tardi, negli anni Cinquanta, insieme alla motorizzazione privata, con analoghe conseguenze sociali. In Italia il servizio televisivo inizia il 3 gennaio 1954 ed è svolto dalla RAI, in regime di monopolio e sotto controllo governativo, insieme a quello radiofonico.
La grande espansione della Tv in Italia avviene tra il 1956 e i primi anni Settanta; dal 1961 ci sarà un secondo canale, dal 1979 un terzo e la Tv a colori.
Il modello televisivo americano riprende le caratteristiche del sistema radiofonico. Esso è fondato sulla competizione tra più catene televisive indipendenti (network), finanziate dagli investitori pubblicitari e gratuite per lo spettatore. I network non hanno dunque le preoccupazioni pedagogiche e di qualità di
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