Capitolo 1: Ieri e oggi
I giovani tossicomani costituiscono macrosocietà ben compartimentate di consumatori: separate da quelle adulte ma anche tra loro per etnia, localizzazione geografica, quartiere. Per Olievenstein la tossicomania non è solo un fatto patologico: nel drogato c’è qualcosa di molto specifico, che sfugge al campo medico.
Si può essere perfettamente equilibrati, normalissimi, e aver voglia di farsi per il semplice piacere: non è una malattia; quindi, se il fenomeno è specifico, occorre trovare un approccio specifico per aiutare il tossicomane ad uscirne dalla schiavitù. Olievenstein sosteneva che prima di iniziare qualsiasi terapia, si doveva attendere che fossero loro a fare il primo passo, non si poteva fare nulla di durevole senza il loro consenso.
Il 21 luglio 1971 ha aperto i battenti Marmottan: nelle intenzioni delle autorità amministrative responsabili del progetto, il centro doveva essere un ospedale come gli altri e funzionare secondo le norme abituali. Ma non per Olievenstein. Egli non concepiva Marmottan come uno spazio medico o un centro di reinserimento sociale, ma come un centro di aiuto e assistenza in cui tutti gli aspetti della tossicomania fossero trattati nella loro globalità.
Le persone che avrebbero assunto il compito di accogliere e di ascoltare i drogati in arrivo, non erano né infermieri, né medici: egli aveva deciso di reclutare questi addetti tra gli ex tossicomani, tra gente che aveva imparato sulla propria pelle cosa fosse l’astinenza, il dolore, il vissuto della droga e che perciò avrebbero più di chiunque altro saputo ascoltare, capire i pazienti, stabilire un legame con loro; tali addetti avrebbero anche rappresentato, con la loro semplice presenza, la prova tangibile che si poteva uscire dal baratro della droga.
Tuttavia, il lavoro fin lì svolto non poteva bastare per aiutare veramente i tossici: Olievenstein non permetteva che una volta usciti dalla cura di disintossicazione e dal ricovero i pazienti si ritrovassero abbandonati a loro stessi, in quanto essi si erano liberati da una schiavitù, ma restavano fragili, come nudi. Occorreva quindi trovare strutture, fuori delle mura di Marmottan, che consentissero un accompagnamento, un sostegno, sempre rigorosamente in condizioni di volontariato: così nacque e si instaurò a partire dal 1975 la “catena terapeutica”, denominata da alcuni “il modello francese di cura” e costituita da una serie di anelli che comprendevano centri di ospitalità, centri di post-cura, famiglie d’accoglienza o appartamenti terapeutici.
Inoltre nei primi anni ‘90, nell’intento di lottare contro la circolazione di siringhe usate (portatrici del virus dell’AIDS) alcuni medici si misero a prescrivere liberamente prodotti di sostituzione in forma di compresse. Olievenstein criticò subito la sostituzione, non per ragioni mediche ma in quanto questa pratica tende a rendere schiavo del prodotto chi lo consuma. Dopo lunghe discussioni interne, si arrivò ad un compromesso: si doveva ricorrere alla sostituzione solo in alcuni casi precisi, per sbloccare la situazione (per permettere al tossico di evitare l’uso di siringhe usate e farlo uscire dal mondo degli spacciatori) e in dosi parsimoniose.
Capitolo 2: La grande bottega
I drogati che aveva conosciuto Olievenstein all’inizio erano per lo più consumatori di droghe leggere, non avevano sviluppato dipendenza e sembravano molto lontani dalla degradazione fisica o mentale. Erano pacifici, idealisti, l’unico loro desiderio era di vivere ai margini della società, liberi e felici, lontani dai problemi.
I drogati di molti anni dopo, invece, avevano la faccia triste, la droga che circolava recava il segno della tristezza, della noia, del grigiore assoluto. Queste due generazioni di consumatori, così diverse per natura e aspirazioni, hanno tuttavia qualcosa in comune: l’attaccamento frenetico al prodotto.
Per Olievenstein sono 3 gli inneschi potenziali di quella che chiamiamo addiction: il prodotto, la qualità dell’individuo e il momento socioculturale. Quando questi 3 fattori si coniugano, la tossicomania trova un terreno fertile al suo insorgere; nessuno è determinante in sé, ma insieme acquisiscono una forza devastante, potenzialmente omicida.
Tuttavia, vi è un paradosso che risalta: il tabacco e l’alcol sono i due peggiori flagelli del nostro paese, mentre le droghe considerate leggere interessano solo una piccola parte della popolazione; eppure è contro di esse che si manifesta la grande paura della nostra società, forse per il fatto che il tabacco e l’alcool forniscono risorse sostanziali allo Stato, creando anche posti di lavoro.
Nel suo libro, Olievenstein dà anche una descrizione abbastanza ampia delle droghe. Da millenni, si ottiene oppio incidendo le capsule di una particolare varietà di papavero, coltivato nel cosiddetto triangolo d’oro (Laos, Cambogia e Thailandia), in Afghanistan e nel nord dell’India. Esso è stato largamente utilizzato in medicina per combattere il dolore, le coliche o semplicemente la tosse, sotto forma di laudano o altri sciroppi.
L’oppio contiene alcune sostanze dette alcaloidi: la codeina (presente in numerosi sciroppi antitosse) e la morfina, più attiva. A partire dalla morfina, agli inizi del XX secolo si elaborò un farmaco di sintesi che, a parità di dosi, produceva effetti più forti: tale farmaco lo si disse eroico e da tale aggettivo, per deformazione, nacque il termine eroina. L’eroina era molto diffusa in forma legale, attirando molto rapidamente i tossicomani e solo negli anni ’20 divenne illegale.
La morfina viene trasformata in eroina in numerosi laboratori clandestini: essa ha l’aspetto di una polvere bianca, sciogliendola nell’acqua in un piccolo cucchiaio riscaldato con un fiammifero o un batuffolo di cotone imbevuto dall'alcol si ottiene un prodotto (il cosiddetto fix) che poi viene sparato per via endovenosa. L’eroina può anche essere tirata col naso direttamente o tramite una cannuccia, oppure può essere fumata, da sola o associata alla cocaina (il cosiddetto speed-ball), alle anfetamine, all’ecstasy, all’hashish o alle benzodiazepine.
L’eroina di buona qualità suscita una sensazione fisica molto intensa: in primo luogo il flash, un’esplosione di piacere che investe il corpo e la mente; subito dopo, il tossicomane appare indifferente, quasi distaccato da tutto; poi, per 2 o 3 ore resta immerso in una sorta di bozzolo d’acqua calda; alla fine vi è il down, la discesa: il ritorno allo stato di normalità è molto violento e spesso traumatizzante. Non appena il periodo d’estasi viene meno, il consumatore ha l’idea ossessiva di ritrovarlo: comincia così l’escalation in cui occorrono quantità di droga sempre maggiori perché il piacere si possa attenuare sino a scomparire se la dose non viene aumentata; dopo un certo periodo, la motivazione non è più la ricerca del piacere: il corpo diventa dipendente, per cui ci si deve bucare per non cadere in crisi d’astinenza.
E poi c’è la sofferenza: l’eroinomane non mangia più, non ha più vita sessuale, la memoria è alterata, il corpo si fa sempre più fragile e i problemi di salute si moltiplicano. La mortalità degli eroinomani è elevata e può essere dovuta ad overdose, che si ha quando la purezza della droga aumenta improvvisamente o quando la sostanza viene associata ad altri prodotti: spesso è volontaria, una forma di suicidio.
Inoltre, l’eroinomane vive secondo un suo ritmo, si addormenta molto tardi la notte e prolunga il sonno nella mattinata; se non ha una riserva di droga, il resto della giornata lo dedica alla ricerca della magica polverina. Molti lasciano la loro attività professionale per ritrovarsi disoccupati e vivere in condizioni precarie, presto cominciano a rubare o commettere altri reati per procurarsi la droga.
I fornitori sono o piccoli spacciatori (i cosiddetti cavalli, soldati, ecc.) o grossi importatori organizzati in grandi società criminali. Per farla rendere ancora di più, l’eroina viene tagliata ad ogni tappa del circuito commerciale: la si mescola al lattosio, a diversi farmaci, persino a gesso; quando arriva in strada la polvere venduta contiene solo dal 3% al 10% di eroina pura: questo ha un effetto positivo in quanto diminuisce il rischio di overdose, ma anche uno negativo in quanto si può avere overdose quando si passa, senza saperlo, da un prodotto diluito ad uno quasi puro.
Oltre a ciò, la trasformazione della morfina base in eroina produce un residuo che contiene una dose minima di eroina pura e detto brown sugar, la droga dei poveri. Da millenni, gli indios della Bolivia, della Colombia, del Perù e del Venezuela masticano le foglie di coca per combattere la fatica, la fame e il freddo. Dopo diversi trattamenti si ottiene la cocaina vera e propria (detta coke) o una cocaina base (detta crack).
Essa si presenta sotto forma di polvere bianca: per assumerla la si dispone in piccole file che si aspirano, si sniffano, spesso servendosi di una cannuccia anche improvvisata, ma può anche essere scaldata e inalata o iniettata. La prima assunzione non è sempre felice: alcuni si sentono male, sino al vomito, nella maggior parte dei casi gli altri partecipanti cercano di convincere il neofita a fare un altro tentativo, così alla seconda assunzione o alla terza prova lo sballo è assicurato. Il down, la discesa, è più dolce rispetto all’eroina.
La cocaina viene assunta soprattutto come stimolante: procura un’euforia estrema, dà l’impressione di divenire molto attivi, un senso assai gratificante di superiorità; all’inizio è solo un aiuto puntuale, ma presto le assunzioni si fanno sempre più frequenti e il bisogno è forte: per rallentare questa escalation, alcuni pensano di risolvere il problema iniettandosi la sostanza in vena, che tuttavia provoca reazioni più violente: manca il respiro, si hanno sensazioni di vertigine, ma il corpo si abitua in breve tempo a questo nuovo ritmo, reclama molto presto un’assunzione più massiccia e l’escalation riprende.
Negli utenti regolari la cocaina produce spesso insonnie, attacchi di collera incontrollati, allucinazioni, e lo stato di astinenza provoca crisi d’angoscia molto acute. In Francia la si trova mescolata al cosiddetto shit (flash): il cocktail shit-coke, cui si aggiunge spesso hennè, viene fumato di solito quando si va in gruppo in un locale; lo shit fa pizzicare il naso e la coke compensa tale effetto dando un senso di energia.
La cocaina si presenta anche sotto forma di crack (freebase, supercoke): è cocaina base non raffinata a cui viene aggiunto etere e si presenta sotto forma di cristalli; può essere fumato (mescolato a tabacco o a cannabis) o inalato attraverso una pipa di vetro o in barattoli di marmellata bucati, previo riscaldamento con la fiamma di un accendino; il nome crack deriva, infatti, dal caratteristico rumore simile ad uno scricchiolio che i cristalli emettono quando vengono riscaldati.
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