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Indice

Capitolo 1: Barbari e barbarie tra mondo interno e realtà esterna (eterotipie - non luoghi - disagio giovanile)

  • La rappresentazione del barbaro
  • Barbari e tempo
  • Barbari e spazio
  • I non-luoghi
  • Il fenomeno dei rave-party
  • Le comunità virtuali

Capitolo 2: Le forme del disagio giovanile e l’esperienza della complessità

Capitolo 3: Disagio giovanile e confronto con il rischio: esperienze del limite, condotte ordaliche e ricerca di stati di eccitazione

  • Ipotesi interpretative
  • Adolescenza e compiti di sviluppo
  • Valorizzazioni sociali della cultura "no limits"
  • La ricerca di comportamenti di assunzione del rischio come addiction
  • Aspectti psicologici e psicopatologici della "passione per il rischio"
  • Approccio biologico allo studio della sensation seekers
  • L'uso del corpo come fonte di stati di eccitazione estremi
  • Ordalia e condotte ordaliche: un tentativo di definizione
  • Le condotte ordaliche come riti di passaggio-iniziazione
  • Riti di passaggio ed adolescenza
  • Adolescenza e comportamenti ordalici
  • Le condotte suicidarie e autolesive: sfida della morte tra i più giovani
  • Le condotte suicidarie e autolesive: suicidi e tentativi di suicidi
  • Tossicomania come equivalente del suicidio

Capitolo 4: La macchina della prevenzione e le tossicodipendenze

  • La prevenzione: un concetto confusivo
  • Il mito dell'escalation: brevi note per un approccio critico alla Stepping Stone Theory
  • La prevenzione primaria e le sue illusioni
  • Educazione alla salute e prevenzione tra divieto e minaccia
  • La società normalmente tossicomane e le seduzioni nella normalità
  • L'economia psichica dipendente ed il tramonto della capacità di auto-narrazione
  • Condizione giovanile e assunzione del rischio: dal figlicidio ad una società adultomorfa

Capitolo 5: Le nuove tossicodipendenze tra malattia mentale e scelte esistenziali

  • Rappresentazioni individuali e collettive della tossicodipendenza
  • Linee evolutive della tossicodipendenza dagli anni '60 ad oggi
  • Le designer drugs: la generazione dell'ecstasy

Capitolo 6: I giovani e la TV del dolore

Linee guida per un possibile percorso negli scenari del disagio giovanile contemporaneo

La società contemporanea offre uno scenario che appare sempre più percorso da pericolose tendenze alla semplificazione e all’omologazione. Queste tendenze sembrano riguardare soprattutto i giovani e i giovanissimi, che pur forniti di grandi risorse potenziali, sono i soggetti più fragili e indifesi di fronte agli assalti dei media e alle diverse sollecitazioni al consumismo provenienti dalla società degli adulti: spesso, infatti, la cultura giovanile sembra essere un prodotto del mondo degli adulti, confezionato dagli adulti.

Nello studio delle diverse forme di disagio, risultano vistosamente scotomizzate, le responsabilità (dirette o indirette) degli stessi adulti, i quali sono sia promotori del malessere, sia invisibili promotori di vie di fuga da esso. C’è il sospetto che la comparsa del disagio con manifestazioni esplicite di disadattamento sia preceduto da un lungo periodo di assorbimento intossicante dei diversi prodotti della società degli adulti, per esempio:

  • La tendenza alla immissione incontrollata di videogames sul mercato per la fruizione nei PC domestici da parte degli adolescenti, senza alcun controllo preventivo sulle loro caratteristiche, né sul tipo di uso che i ragazzi ne fanno;
  • La tendenza dei genitori a sottrarsi al proprio irrinunciabile ruolo educativo e lasciare i figli a gestire in solitudine il rapporto con i mezzi della tecnologia, senza chiedersi cosa possa loro succedere a causa di questo rapporto de-realizzante: infatti, bambini e adolescenti trovandosi a vivere in un scenario de-animato, sono portati a stabilire con le cose e con le persone un rapporto di bisogno, anziché d’amore o d’amicizia, e facilmente tendenti a regredire, dinanzi a nodi problematici, alla ricerca di situazioni-brivido che diano loro sensazioni di coesione interna.
  • La tendenza generale della società contemporanea – soprattutto nei grandi centri metropolitani – a valorizzare il raggiungimento di un’autonomia sempre maggiore da parte dell’individuo: ciò sembra avere come conseguenza una minore disponibilità alla solidarietà e l’accentuazione di una competitività che in certi casi può divenire brutale.

Quindi all’interno di questo scenario si possono cogliere i segni di un malessere emozionale che sembra crescere soprattutto tra bambini e giovani. Il loro bisogno di guide attendibili e di contenimento rimane di fatto inevaso, venendo sostanzialmente mascherato dalle spinte all’autonomia. Così l’impennata delle manifestazioni di violenza da parte dei più giovani (il più delle volte atti privi di senso e non supportati da motivazioni fondate) inducono a ritenere che molti di loro si stiano avviando alla transizione verso l’età adulta con gravi carenze, soprattutto per quanto riguarda le capacità di autocontrollo o di gestione delle propria collera, l’attitudine a valutare il valore sociale dei propri atti o lo stabilire relazioni improntate all’empatia e allo spirito di solidarietà.

Inoltre, visto che i genitori sono fisicamente assenti, perché assorbiti dalle proprie faccende, i bambini, non avendo sviluppato le loro risorse, trovano delle vie di uscita il più delle volte traumatiche, che si configurano come una vera e propria fuga dalla possibilità di stabilire un rapporto autentico con quelle figure genitoriali presenti/assenti. Emergono così quadri generazionali sempre più disertati dalle passioni, con l’emergere di valori generazionali sempre più spenti, fondati sul soddisfacimento dei bisogni libidici e sulla ricerca estrema e non dilazionata di gratificazioni narcisistiche (quindi modalità tipiche di acting out).

Esiste poi, accanto alla progressiva assenza (mascherata) degli adulti, un fenomeno di emarginazione sociale: nella città, infatti, le famiglie con un più elevato livello socio-economico tendono a concentrarsi maggiormente in specifiche aree del reticolo urbano, al contrario di quelle più disagiate che finiscono con l’assumere una collocazione sempre più periferica. Da ciò sembra originarsi la perdita di speranza che caratterizza tanto le nuove generazioni (Pistolini si rivolge a quest’ultime utilizzando l’appellativo di “sprecati”).

Inoltre gli orientamenti educativi attuali tendono sempre più a facilitare nei bambini e nei giovani la costruzione di un falso sé, compiacente rispetto alle aspettative degli adulti, per cui i bambini crescono educati, obbedienti, ossequiosi, sottomessi alla volontà degli adulti per riuscire precocemente ad accedere al loro potere senza perderne l’affetto: di conseguenza, viene messa tra parentesi la vera immagine del sé, e i sentimenti più genuini e autentici. Si attua così quella distorsione psichica (una vera e propria “follia della normalità”) che porta all’odio per sé stessi, sotto la spinta derivante dalla percezione di avere tradito il proprio sé.

Dall’eccesso di odio e dall’impossibilità di contenerlo e trasformarlo scaturisce la distruttività, sia quella diretta verso sé stessi, sia quella diretta verso altri e/o cose: da qui le manifestazioni di violenza improvvise, e azzardate da parte di individui apparentemente “normali e irreprensibili”, da qui la tendenza al vandalismo nelle grandi derive metropolitane, ma anche in ambienti scolastici: un esempio è il caso bullismo, ecc.

Capitolo 1: Barbari e barbarie tra mondo interno e realtà esterna (eterotipie – non luoghi - disagio giovanile)

Il titolo di questo capitolo dà il nome a un ciclo di seminari policattedra che si propone di indagare le problematiche che si collocano al confine tra mondo interno e mondo esterno, tra la percezione di sé e quella dell’altro, e che caratterizzano la relazione con l’estraneo, con lo straniero, con coloro i quali vengono considerati barbari.

Questa relazione appare particolarmente evidente oggi, epoca in cui il massiccio flusso migratorio verso l’Occidente ha fatto sì che le popolazioni indigene si trovassero costrette a confrontarsi con gli aspetti della multiculturalità e dell’integrazione razziale, per cui:

  • Da un parte si può avere la comparsa di sentimenti spaesanti di appartenenza ad una moltitudine indistinta, dalla quale si vuole fuggire e nei cui confronti possono manifestarsi forme diverse di reazione;
  • Dall’altra si può avere il bisogno più o meno consapevole di costruire continuamente delle immagini di “nemici” il cui riconoscimento e la cui “persecuzione” diventa l’occasione per una definizione in chiave identitaria della cultura originaria.

La rappresentazione del barbaro

Con il termine barbaro si vuole indicare generalmente “uno stato di civiltà inferiore o arretrata”; in senso figurato esso designa ciò che appare “rozzo, feroce e crudele”. I Romani e gli antichi Greci consideravano barbari tutti i popoli che non appartenevano alla loro civiltà, e furono proprio questi ultimi a trasmetterci il concetto di barbaro come di persona straniera, appartenente ad una civiltà inferiore e rappresentato come un individuo rozzo, feroce, aggressivo, privo di competenze linguistiche idonee: tale rappresentazione, invece, finisce col dare volto all’immagine dell’altro interiore, assai più perturbante, e tale da attivare il più delle volte delle difese di tipo proiettivo.

Per esempio, intorno all’8o anno il bambino ha una reazione d’angoscia di fronte ad un viso estraneo, ha proprio “paura degli estranei”, ciò vuol dire (secondo Spitz) che il bambino ha acquisito la capacità di distinguere tra Io e non Io, tra madre e non madre.

Nella sua forma più primitiva, l’immagine dell’estraneo si rappresenta come l’immagine delle non madre, la cui assenza è in grado di scatenare le angosce più inquietanti, che successivamente verranno quasi sempre associate al non conosciuto: l’estraneo. A poco a poco nell’immagine dell’estraneo si concentra tutto quanto (di familiare) risultava minaccioso (non è la madre ad essere cattiva, non abbiamo visto l’odio nei suoi occhi, ma l’estraneo): la rappresentazione dell’estraneo diventa, così, una sorta di museo dell’orrore, diventa la parte della realtà oscura e minacciosa, che mette paura. Più tardi, nello sviluppo, l’estraneo cessa di essere la parte della realtà oscura e minacciosa e diventa l’Altro: conoscibile.

Tuttavia, per conoscere l’altro bisogna passare dall’esperienza di essere uno all’esperienza dell’essere due, bisogna cioè concepire la dualità, e mentre in passato ciò era un’esperienza fondamentale, oggi invece il pensiero sembra rifarsi a un’esperienza del sé individuale, sganciato dall’altro.

La simbologia dello straniero è densa di significati: il viaggiatore ignoto che arriva è rivestito da un’aura di sacralità e considerato portatore di potenzialità trasformative, per questo va trattato con tutto rispetto. Oggi lo “status dello straniero” sembra cambiato: egli non è più il viaggiatore (forse divino) che oggi è qui, domani là: oggi lo straniero è essenzialmente vagabondo, cioè colui che potrebbe stanziarsi definitivamente all’interno della struttura e che perciò minaccia il senso di identità collettiva, intesa sia a livello culturale, religioso, politico ecc.

Grienberg parla della relazione tra immigrato e comunità, simbolizzandola nella classica immagine di contenitore/contenuto: tale relazione può avere come risultato un cambiamento catastrofico o essere una vera e propria catastrofe, cioè può succedere nel caso del contenitore che attraverso rotture, momenti di dolore, disorganizzazione e frustrazione si perviene ad una elaborazione e trasformazione che permetterà l’evoluzione della personalità dell’immigrato; mentre nel caso del contenuto può accadere che esso, per alcune sue caratteristiche particolari, finisca per minacciare e distruggere il contenitore, il quale per eccesso di rigidità e di paura soffocherà il contenuto impedendogli di evolversi. Un esito più positivo è dato dalla possibilità che entrambi – contenitore e contenuto – siano in grado di tollerarsi a vicenda ed operare una reciproca integrazione ed evoluzione comune.

Barbari e tempo

Il barbaro che sopraggiunge da un luogo altro, ha un modo diverso di concepire lo spazio e il tempo, e ha una diversa rappresentazione del proprio essere nel mondo. All’interno delle metropoli i nuovi barbari potrebbero essere definiti proprio in virtù del diverso uso che essi fanno del tempo, per esempio: i barbari extracomunitari sembrerebbero introdurre o reintrodurre nel mondo occidentale una “lentezza” che, scaturendo dai valori tradizionali dei loro paesi d’origine, appare come disvalore agli occhi dell’occidentale integrato; così come i barbari delle metropoli che, dal canto loro, sembrano esprimere come disvalore un’estrema velocizzazione (guida delle automobili, concitazione del linguaggio e della gestualità).

Tali differenze creano le premesse per la creazione di un’incomprensione tra individui che vivono velocità diverse. In realtà (secondo Calabrese) la velocità in sé – come del resto la lentezza – non è né buona né cattiva: essa può essere studiata non come entità a sé stante, ma come elemento della coppia velocità-lentezza, a sua volta definita attraverso una serie di altre coppie semantiche anch’esse importanti (per esempio sobrietà-ebbrezza, stabilità-instabilità, sicurezza-rischio, calma-fretta, arretratezza-progresso..).

Sembra che oggi la preferenza che viene accordata alla velocità a scapito della lentezza si accompagni alla passione per la “meccanicità”, ovvero per la possibilità di mantenere sempre - come una macchina - livelli elevati di performance. È il passaggio dal tempo estensivo al tempo intensivo, o meglio dal tempo lineare al tempo circolare. Il tempo lineare è il tempo del contadino, esso implica programmazione, sacrificio, capacità di rinuncia, attesa, ecc.. Mentre il tempo circolare è il tempo del cacciatore che, pur percorrendo un sentiero, è pronto ad affrontare l’imprevisto e l’improvvisazione per procacciarsi quanto gli serve, il tempo circolare infatti richiede capacità d’improvvisazione, piacere del rischio, adesione al materialismo, e al soddisfacimento pulsionale immediato. Il tempo circolare implica, inoltre, un contatto più diretto con elementi di violenza e aggressività nei confronti dell’Altro, giustificato non più dal fine originario (procacciarsi il cibo) ma da uno scopo non realistico, a parte la possibilità di trarne una gratificazione in termini di piacere/eccitazione. Di conseguenza l’incremento della velocizzazione osservabile nelle metropoli porterà al suo corrispettivo negativo: l’imbottigliamento (Baudrillard).

Barbari e spazio

Le nuove metropoli, pur essendo abbastanza estese, non sempre consentono agli individui l’effettiva costruzione di un corrispondente spazio mentale. Il luogo eterotipico può essere interpretato come il rapporto che lega i nuovi barbari allo spazio. Il concetto di eterotipia è stato introdotto da Foucault per descrivere quei particolari luoghi la cui caratteristica è quella di rendere possibile l’accostamento di spazi e luoghi diversi e incompatibili tra loro. Foucault afferma che tali luoghi probabilmente esistono in ogni cultura e civiltà: “sono dei luoghi reali, dei luoghi che appaiono delineati nell’istituzione stessa della società e che costituiscono una sorta di contro-luoghi in cui tutti gli altri luoghi reali vengono al contempo rappresentati, contestati e sconvolti, una sorta di luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili”.

Una delle funzioni del luogo eterotipico nel tempo è stata quella di gestire le figure o categorie in crisi. All’inizio dell’età classica il luogo eterotipico per eccellenza era la nave dei folli: questa non aveva alcuna specifica collocazione geografica, veniva rappresentata come un’entità itinerante, continuamente in movimento tra una città e l’altra e mai all’interno di esse.

Più di recente un luogo eterotipico può essere considerato la comune, comparsa nel mondo occidentale come risultato della contestazione giovanile degli anni ’60, un luogo fortemente idealizzato e dotato di un alto grado di libertà espressiva ma di fatto caratterizzato da auto-reclusione e chiusura rispetto ad uno scambio dialettico con la società contestata. Foucault parla anche di eterotipia della crisi, concetto che oggi è stato sostituito da quello di eterotipia di deviazione. Nelle società antiche era sempre possibile identificare dei luoghi riservati a quegli individui che in relazione al contesto sociale in cui vivevano si trovavano in uno stato di crisi (adolescenti impegnati nei riti di passaggio, donne nel periodo mestruale...)

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marilu1312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia delle tossicodipendenze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Di Blasi Maria.
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