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Capitolo I

Infanzia: aspetti psicosociali della crescita

La crescita dei bambini è un processo lungo e complesso, che coinvolge molte persone, in primo luogo i bambini stessi, ma anche i genitori, i fratelli, i nonni. Quali sono le caratteristiche delle comunità in cui si svolgono i processi di sviluppo nell’infanzia? Le comunità sono contesti sociali e contesti culturali, perché tali relazioni possono essere interpretate se si conoscono le idee, i valori, gli obiettivi condivisi dal gruppo sociale a cui gli individui appartengono.

Per fare un esempio, le pratiche dei genitori costituiscono momenti di scambi sociali significativi per il piccolo ma riflettono anche sistemi di idee sullo sviluppo e sull’educazione che hanno indubbie ripercussioni sui processi di crescita. In un’ottica psicosociale la crescita dei bambini è il prodotto del coordinamento fra il sistema biologico umano e il sistema sociale e culturale. Lo sviluppo individuale è indissolubile da quello sociale. L’idea di fondo di questa prospettiva è che il bambino si trovi ad affrontare sfide evolutive e relazionali di complessità sempre crescente. Il bambino non arriva a conoscere se stesso senza conoscere l’Altro; le azioni quotidiane che si svolgono attorno a tali aspettative reciproche soddisfano le richieste del piccolo e gli lasciano spazio per l’interazione e la comunicazione.

Osservando gli scambi tra la madre e il bambino, Bruner e Sherwood hanno mostrato come i due partner riescano a costruire sequenze di azioni a cui il piccolo fin da subito riesce a partecipare e che contribuisce a propria volta ad abbellire e a modificare, per trarne ogni volta maggior piacere. In questa fase, è importante che l’adulto svolga il ruolo di struttura di sostegno nell’aiutare il piccolo ad organizzare i propri comportamenti e a partecipare alle sequenze interattive in modo più competente rispetto alla pura dotazione biologica di quel periodo di vita.

Persone, contesti e culture

La teoria ecologica dello sviluppo proposta da Bronfenbrenner costituisce ancora oggi il più noto e articolato modello contestualista, e rimane il riferimento principale di tutti coloro che, per comprendere lo sviluppo del bambino, condividono l’assunto di base secondo il quale non è possibile disgiungere le caratteristiche individuali dalle situazioni ambientali. L’ambiente ecologico ipotizzato da Bronfenbrenner prevede un modello di sviluppo rappresentato per mezzo di strutture concentriche, all’interno delle quali si trova la zona del microsistema, circondata dal mesosistema, dall’esosistema e dal macrosistema.

  • Il microsistema comprende un complesso di attività, ruoli e relazioni interpersonali di cui l’individuo ha esperienza diretta in un particolare contesto; Bronfenbrenner sottolinea come una delle caratteristiche del microsistema sia il suo essere esposto a cambiamenti di prospettiva, quando per esempio la famiglia si modifica nel numero dei suoi membri o nella qualità delle relazioni che cambiano in modo significativo la percezione di ciascun individuo nei confronti del contesto stesso.
  • Il mesosistema può essere considerato come un insieme di microsistemi. Si riferisce alle interconnessioni fra due ambienti ecologici che il bambino conosce personalmente. Secondo Bronfenbrenner, gli esiti di queste interconnessioni sono particolarmente rilevanti per lo sviluppo dei bambini: uno degli ambiti più indagati riguarda le relazioni fra l’ambito familiare e il gruppo dei coetanei, su cui ritorneremo più avanti.
  • L’esosistema è una struttura di cui il bambino non ha esperienza diretta ma che entra in relazione con i sistemi che lo stesso bambino conosce.
  • Il macrosistema rappresenta il più ampio cerchio dell’ambiente ecologico, e comprende i sistemi di idee, le norme, le rappresentazioni sociali o le aspettative rilevanti ai fini dello sviluppo.

In una prima ricerca di Kohn furono presentate alle madri diverse situazioni riferite a possibili trasgressioni domestiche da parte dei figli, e fu chiesto loro come si sarebbero comportate in tali circostanze: in linea con i presupposti della teoria ecologica, le madri provenienti dalle classi sociali inferiori si rivelarono più inclini a punire i figli nel caso di gioco violento, liti con i fratelli o disobbedienze ai genitori, mentre le madri della classe media sembrarono più orientate a far ragionare i figli per evitare la ripetizione delle trasgressioni.

In anni più recenti, Gole ha descritto tre indici che occorre tenere presente per studiare il contesto. In primo luogo, il contesto riguarda le specifiche condizioni in cui l’individuo affronta un dato compito psicologico, condizioni che sono designate e create nella vita quotidiana. Il contesto dipende dalla qualità dei legami possibili fra i diversi livelli delle organizzazioni sociali, prime fra tutte la famiglia e la scuola. Ritroviamo in questo aspetto l’eco delle influenze a livello del mesosistema, descritte da Bronfenbrenner. Cole sostiene tuttavia un intreccio più complesso, in quanto i legami fra i livelli delle organizzazioni partono dal singolo individuo e arrivano ai meccanismi culturali e della comunità.

Le situazioni di burnout degli insegnanti, sulle quali possono incidere aspetti individuali ma anche condizioni particolari legate alle frustrazioni professionali o all’esperienza di scarso sostegno ricevuto dalle famiglie dei propri alunni, o ancora alle aspettative non realizzate.

Regolazioni e attaccamento

All’interno di ogni contesto, le relazioni, le pratiche quotidiane e i significati ad esse attribuiti sono mediati attraverso un meccanismo particolare, che è stato definito da Sameroff come regolazione. Tale meccanismo è individuabile nelle caratteristiche di metodicità, organizzazione e pianificazione dello sviluppo. Le regolazioni che avvengono all’interno di piccoli gruppi, come la famiglia o la classe scolastica, sono definite come miniregolazioni.

Pianta riprende il concetto di regolazioni, e ne ribadisce il carattere eminentemente sociale: esse sono rivolte, nell’infanzia, in particolare verso alcuni temi principali, come la formazione di una relazione di attaccamento efficace, lo sviluppo della fiducia in sé e dell’autonomia, la capacità di coordinare le risorse individuali con quelle del contesto, la formazione del senso del Sé e dell’identità.

Secondo la teoria dell’attaccamento:

  • Il bambino nasce biologicamente adattato a garantirsi la sopravvivenza tramite la formazione di un legame privilegiato con la persona che gli fornisce le cure e la protezione, basato su due tipi di comportamento:
    • La segnalazione e l’avvicinamento al genitore;
    • Individua le origini biologiche ed evoluzionistiche dei comportamenti sociali.

Come sostiene Emiliani, “l’evoluzione della nostra specie ha iscritto nella genetica la predisposizione all’interazione sociale quale fondamento della sopravvivenza e dello sviluppo”. Ainsworth e colleghi hanno messo a punto una procedura di osservazione del comportamento del bambino detta Strange Situation, o situazione insolita, nella quale vengono osservate le diverse reazioni del bambino durante un breve periodo di separazione dalla madre e il successivo ricongiungimento ad essa in un luogo sconosciuto e in presenza di una figura estranea.

  • Il comportamento sicuro si evidenzia se il bambino gioca tranquillamente quando la madre è vicina, fa riferimento alla madre come base sicura per l’esplorazione dell’ambiente sconosciuto, e, sempre in presenza della madre, mostra un interesse positivo verso la persona estranea.
  • Il comportamento insicuro/evitante è poco influenzato dalla vicinanza o lontananza dalla madre.
  • Il comportamento insicuro/resistente è manifestato da bambini che esibiscono chiare difficoltà nell’ambiente estraneo; questi bambini si tengono avvinghiati alla madre, non esplorano l’ambiente nemmeno se incoraggiati dalla madre stessa.

Negli sviluppi più recenti della teoria dell’attaccamento, Bowlby sostiene che nel corso delle esperienze ripetute con le figure di attaccamento i bambini si costruiscono immagini mentali delle interazioni sociali, che funzioneranno da guida delle future relazioni adulte.

Se le pratiche interattive costituiscono miniregolazioni, le culture e le comunità allargate svolgono invece funzioni di macroregolazioni. Le macroregolazioni costituiscono la base della socializzazione in ogni cultura, e si fondano su codici culturali, definibili come il complesso delle caratteristiche che organizzano il sistema di allevamento dei bambini in una società. Consideriamo ora tre organizzazioni sociali che svolgono il ruolo di comunità per i bambini:

  • La famiglia;
  • La scuola dell’infanzia;
  • La scuola elementare.

Costituiscono i contesti più significativi nel corso dello sviluppo.

La famiglia

La famiglia è per i bambini la prima comunità, il luogo centrale della socializzazione primaria, intesa come processo tramite il quale il bambino diviene membro della società. Si tratta di un processo importante, in quanto coniuga al suo interno apprendimento cognitivo e circostanze cariche di componenti emotive. Le modificazioni che la famiglia ha subita nel corso degli ultimi decenni sono ben note, e testimoniate in particolare dagli storici e dai sociologi.

La maggioranza dei bambini vive con i genitori biologici, ma in altri casi l’ambiente di crescita è complicato e soprattutto vede la presenza di diverse figure allevanti: ad esempio, genitori adottivi o affidatari, il nuovo partner di uno dei genitori, o di entrambi, o anche gruppi comunitari che si assumono le responsabilità genitoriali. Il mondo familiare di un bambino richiede almeno tre caratteristiche di base:

  • La presenza di membri che si collocano fra loro in relazioni asimmetriche, di tipo verticale;
  • La presenza di figure di riferimento adulte che garantiscano la sopravvivenza, la risposta ai bisogni e la cura dei piccoli nella prima infanzia;
  • La messa in atto di pratiche di organizzazione quotidiane fondate su ritmi caratterizzati da regolarità e prevedibilità, che si trasformano rapidamente in routine e rituali domestici.

Questi aspetti sono importanti perché evidenziano come la famiglia costituisca per il bambino uno spazio di vita caratterizzato non solo dalle interazioni, ma soprattutto dalla condivisione delle pratiche e dalla loro interpretazione sulla base delle norme e dei valori culturali.

In altre parole, una famiglia non è caratterizzata solo dai legami affettivi fra i suoi membri, ma costituisce un vero e proprio gruppo sociale, o comunità, perché al suo interno si strutturano elementi di produzione e riproduzione continua di significati socioculturali. La conversazione, e il discorso che in essa si produce, costituiscono così lo spazio all’interno del quale si apprendono, si condividono, si costruiscono gli elementi portanti di ogni comunità socioculturale, primi fra tutti i valori veicolari proprio attraverso i miti e le storie familiari.

Alcuni aspetti della famiglia come sistema ecologico sono:

  • La famiglia come sistema ecologico: le transizioni evolutive. Le trasformazioni che riguardano le famiglie in quanto sistemi sociali comunitari sono costanti, e si avvertono in modo particolare durante quelle che vengono chiamate le transizioni evolutive, vale a dire i passaggi che comportano cambiamenti sia nella struttura familiare sia nell’organizzazione dei tempi e delle attività.
    • La prima transizione che consideriamo è una delle più importanti in ogni famiglia: la nascita di un secondogenito. Questo cambiamento investe l’intera famiglia di un compito molto impegnativo, in quanto comporta una moltiplicazione delle possibili interazioni fra i membri del gruppo, e ha immediata rilevanza per la condizione del bambino che fino a quel momento era l’unico destinatario delle azioni educative dei genitori.
    • Una seconda manifestazione importante di transizione evolutiva che riguarda la famiglia è osservabile nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza dei figli. Anche in questo caso, i cambiamenti avvengono a diversi livelli:
      • Cambia l’organizzazione familiare, in quanto la crescente autonomia dei ragazzi costringe l’intera famiglia a strutturare nuove forme di routine domestiche, cambiano le aspettative sui ragazzi, sempre più centrate sul raggiungimento di obiettivi formativi importanti e cambiano, in modo talvolta molto repentino, le relazioni all’interno della famiglia.

Steinberg propone un interessante excursus sulle caratteristiche specifiche delle relazioni fra genitori e figli adolescenti. L’adolescenza è il periodo dello sviluppo nel corso del quale si pongono i maggiori problemi educativi sia in famiglia sia a scuola, che però, in un’ottica psicosociale, non sono dovuti solo ai cambiamenti individuali dei ragazzi, ma alle nuove forme dell’assetto familiare, dipendenti da una concomitanza di fattori, fra i quali ricordiamo in particolare:

  • Le richieste, da parte dei figli, di svincolo dal controllo familiare sono in continuo aumento, mentre al contempo aumentano le preoccupazioni degli adulti per il benessere dei figli;
  • Il gruppo dei pari assume, agli occhi dell’adolescente, crescente importanza, al punto da diventare riferimento primario per la formazione di legami amicali e affettivi e per la condivisione di norme e valori.

Un aggiornamento al modello degli stili parentali, utile soprattutto per comprendere le relazioni fra genitori e figli adolescenti, è stato proposto da Steinberg, Dornbush e Brown che fanno riferimento ad una qualità chiamata «autonomia psicologica» dei figli nei confronti dei genitori, o «democrazia» dei genitori nei confronti dei figli, che comporta un più attivo coinvolgimento dei figli adolescenti nella definizione degli stili relazionali con i genitori.

Anche Fuligni e Eccles sottolineano che le possibilità di vedere riconosciute le proprie richieste e di prendere parte attiva ai processi decisionali che li riguardano sono elementi che orientano le azioni degli adolescenti, non solo in famiglia ma anche con i coetanei, e in questo modo aderiscono a un modello che suppone la presenza di un sistema di reciprocità, nel quale si combinano gli sforzi dei diversi partner attivi nella relazione.

Le famiglie sono unità dinamiche che mutano in risposta agli eventi esterni e si riorganizzano quando messe a confronto con cambiamenti interni; gli approcci ecologici e la psicologia culturale convergono nell’evidenziare come tali riorganizzazioni siano comprensibili solo attraverso l’analisi delle relazioni complesse che si instaurano fra i membri.

La scuola dell’infanzia

L’inserimento in un asilo nido o in una scuola dell’infanzia costituisce per i bambini un importante momento di socializzazione secondaria, in quanto consente ad individui già socializzati di intraprendere un processo di conoscenza di nuovi settori del mondo sociale. I servizi per l’infanzia svolgono un’importante funzione di comunità nelle fasce di età prescolare, in quanto consentono al bambino di stabilire nuovi legami, sia con adulti non familiari sia con i propri coetanei. Le esperienze sociali di ogni bambino si allargano in maniera molto rilevante proprio a partire dal momento in cui inizia la frequenza a questi servizi.

Con l’aggregazione ad ogni nuovo gruppo, il bambino sperimenta importanti svolte nelle conquiste legate al padroneggiamento delle abilità sociali e comunicative, in quanto entra a far parte di un nuovo mondo che costituisce una sorta di «società in miniatura», con regole e presupposti culturali propri. La caratteristica principale che distingue le comunità prescolari da quelle familiari è la composizione del gruppo sociale, in cui le cosiddette relazioni orizzontali, di tipo paritario, sono prevalenti rispetto a quelle verticali, tipiche del rapporto fra il bambino e l’adulto. Le comunità prescolari hanno caratteristiche simili a quelle che abbiamo già descritto in famiglia, in particolare per il fatto che anche questi contesti sono realtà connotate in senso sociale e culturale.

  • I fattori sociali. La vita quotidiana nelle scuole dell’infanzia consente ai bambini di sperimentare molteplici relazioni, con gli insegnanti ma soprattutto con i pari, che hanno notevole importanza ai fini dei processi di crescita individuali.
  • I fattori culturali. Come abbiamo già visto per la famiglia, anche la vita quotidiana all’interno delle scuole dell’infanzia è caratterizzata non solo da scambi interattivi fra i membri del gruppo, ma anche dalla cultura di riferimento, in termini di idee, norme, valori di riferimento. Tobin, Wu e Davidson partono dal presupposto che i servizi per l’infanzia sono strutture profondamente radicate nelle comunità locali, nei paesi e nelle culture; esse pertanto non sono solo rivolte ai bambini e ai loro genitori, ma anche a tutta la società, ed esercitano notevoli influenze sul cambiamento sociale.

La scuola studiata, Komatsudani, è un servizio per l’infanzia buddista, situato vicino a Kyoto. Uno degli elementi che colpiscono noi occidentali nella descrizione di questa scuola è la concezione di intelligenza condivisa dagli insegnanti giapponesi. I giapponesi riconoscono che i bambini nascono con...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elerudi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Ingrassia Massimo.
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