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forma di autopunizione ed espiazione, oppure perché pensano che arrestando il tempo si possa

arrestare lo sviluppo. I ragazzi tristi il più delle volte non sembrano isolati, ma i diretti interessati

sanno che non è così. I loro scambi sono a senso unico, sanno ascoltare ma non dicono mai nulla

che li riguardi direttamente, non diventano mai complici dei coetanei,solo confidenti, assistono ma

non sono accomunati agli altri dalla gioia e dal dolore; stanno a guardare pronti a raccogliere i

feriti. Non potendo erotizzare le esperienze in corso, non le condividono, non le assaporano;

questa diversità è fondata su una diversità ontologica, sul non avere diritto al piacere, di poter

essere solo assistenti e se si vuole, rendersi utili. Tutti gli adolescenti scoprono che moriranno, una

delle conseguenze più ovvie è che il tema della morte, invece che comparire come uno degli eventi

che l’uomo subisce in passività, gli adolescenti hanno bisogno di trasformarlo in un tema che

prevede anche un elevato livello di attività e discrezionalità personale: agli adolescenti non piace

subire passivamente le decisioni altrui. Perciò è frequente che pensino alla morte in modo attivo, a

come morire. I ragazzi tristi hanno una particolare dimestichezza con il tema della morte e sono

quindi frequentatori abituali del tema del suicidio, il rischio che corrono è che se ci pensano troppo

spesso la fantasia di suicidio viene addomesticata. La tristezza dei ragazzi tristi discende proprio

dal fatto che sono morti, che è morto il bambino e non sanno se nascerà qualcosa che sappia

prendere il posto dell’allegrezza del bambino. I ragazzi tristi sono già in lutto e cercano di evitare di

subirne altri dal punto di vista sentimentale, aggrappandosi alle tradizioni e rifiutando le

innovazioni. Anche quando costruiscono la coppia amorosa i ragazzi tristi sono molto oculati nella

scelta del partner, quest’ultimo scelto più per i suoi bisogni e sofferenze, piuttosto che per la

capacità di godersi la vita e l’amore. I ragazzi tristi sono gli adolescenti più nostalgici che ci siano,

fin quando sono solo dei ragazzi la nostalgia può guarire, la nostalgia dell’infanzia e

successivamente dell’adolescenza è un grosso problema anche di indole clinica. La nostalgia dei

ragazzi tristi si rivolge ad una fase mitica della loro vita in cui vivevano in un tempo ed uno spazio

incontaminato, dal quale loro stessi hanno voluto uscire, avvertendo l’arrivo dell’ora della crescita. I

ragazzi tristi a volte riescono a reciclare il loro lutto difficile da elaborare in nostalgia, è uno

scambio vantaggioso poiché la nostalgia è altrettanto efficace della tristezza nell’ostacolare la

crescita, ma forse è più facilmente risolvibile perché è più facilmente simbolizzabile ed esprimibile.

Molte azioni, anche violente dei ragazzi tristi, spesso sono atti nostalgici, rimpianti. Il processo di

separazione dall’infanzia è costituito dal conflitto fra un’area consapevole della mente, dove ci

sono le rappresentazioni legate al processo di crescita, e un’area della mente inconscia, in cui

sono ben rappresentate le istanze della madre col bambino. Il lutto comporta, in una fase iniziale

della sua elaborazione una massiccia identificazione con i valori del mondo che sta svanendo. Il

conflitto assume le sembianze di un conflitto decisionale, bisogna decidere sul da farsi, sul dirsi e

pensarsi. La soluzione della tristezza che accompagna il lavoro del lutto dipende dal vigore con cui

l’adolescente si responsabilizza nei confronti del deteterioramento delle istituzioni della sua

infanzia e sviluppa capacità e competenze riparative. Le decisioni possono finalmente essere

prese nel momento in cui si riduce il sentimento di colpa che paralizza tutto il processo, indicando

subdolamente la strada dell’autopunizione e dell’espiazione, incompatibili con il processo di

crescita. La colpa però si riduce solo se l’adolescente triste riesce a creare i nuovi oggetti

immettendo in loro gli aspetti irrinunciabili della vita precedente. I contesti relazionali in cui vive lo

devono aiutare nel restauro narcisistico valorizzando le nuove identificazioni. Il problema si

risolverà se si profilerà una nuova identità altrettanto valorosa di quella perduta. Non è semplice

differenziare adeguatamente le manifestazioni del lavoro del lutto fisiologico, che coinvolge tutti gli

adolescenti, dalle manifestazioni invece di indole depressiva. Questa distinzione è però

essenziale, perché nei confronti del lavoro del lutto non è necessario intervenire, mentre negli

adolescenti che hanno fallito nel lavoro del lutto e siano incappati nella depressione è urgente

organizzare qualche intervento sussidiario. L’esperienza psichica centrale della condizione

depressiva, durante l’adolescenza provoca un dolore intollerabile un una rappresentazione del Sé

che induce alla condanna a morte, tanto grave è l’esecrazione dell’adolescente nei confronti dello

stato in cui riduce la malattia depressiva. Lo sgomento dei ragazzi depressi è enorme, il

sentimento di inadeguatezza a realizzare qualsiasi compito è radicale ed impietoso, e procede di

pari passo con la diffusione ed estensione del sentimento di estraneità nei confronti della realtà. La

depressione come morte dell’amore è un’esperienza di una crudeltà insostenibile per

l’adolescente, quest’ultimo è in estrema difficoltà a tollerare la rappresentazione della fine del

proprio mondo e delle funzioni del sé. Il ragazzo depresso, ancor di più la ragazza, non riesce a

tener testa ai sentimenti di inutilità, inadeguatezza,sterilità affettiva e relazionale che la malattia

depressiva impone di sperimentare e la convinzione che la capacità d’amare dia tramontata e che

al suo posto si sia insediata la più radicale forma di disinteresse per gli altri costituiscono

un’esperienza che difficilmente può essere tollerata. L’adolescente è costretto allora a chiedere ai

genitori di fargli compagnia.(leggi 123-25). Durante l’infanzia e la prima sezione della

preadolescenza si era sperimentata nei confronti dei genitori, più spesso nella madre, una

profonda ambivalenza, un conflitto quasi soffocante tanto forte era l’odio e il risentimento del tutto

giustificato razionalmente nei suoi confronti, seguita da bisogni trepidanti di coccole e

rassicurazioni. Lo infastidiscono le sue manifestazioni e le sue proposte, anche quelle che prima

riscuotevano successo. Proprio nella fase in cui avevano tentato di separarsi dalla madre, per

elaborarne la perdita l’avevano introiettata, se l’erano quasi “mangiata” e messa dentro; per

liberarsi degli aspetti fastidiosi della madre si erano identificati con lei. Sono diventati ciò che più

temevano di diventare, si sono incarnati negli aspetti peggiori della madre e questo è un motivo

per odiarsi. Alcuni psicoanalisti sostengono che la depressione possa essere considerata uno

straordinario fallimento dell’amore, e gli adolescenti depressi concordano. Fallimento inteso come

incapacità di salvaguardare dalla propria ambivalenza l’oggetto d’amore, cioè la madre. Quindi, per

l’adolescente, non è ipotizzabile riuscire ad amare al di fuori della famiglia se nemmeno al suo

interno si è riusciti a conciliare le due forze che travagliano la mente.

MENTALIZZAZIONE

L’adolescenza prevede di affrontare e riuscire a superare tra i compiti di sviluppo, la

“mentalizzazione del corpo” cioè, la costruzione mentale di un’immagine, di una rappresentazione

ricca di affetti. La rappresentazione affettiva del corpo durante l’adolescenza è un processo

accompagnato da affetti molto ricchi e forti e da conflitti che possono risolversi con forsennati

attacchi al corpo. In nessun’altra fase della vita può succedere di amare o odiare con tanta

passione il proprio corpo. Si parla di “centralità” del corpo in adolescenza,le trasformazioni e

l’acquisizione della capacità di accoppiamento sessuale e di competenze generative coinvolgono

la mente in un faticoso processo. Può succedere che il corpo venga visto come una potenza

straniera oppure può venire superinvestito narcisisticamente fino a diventare il luogo elettivo del

sentimento di identità. La mentalizzazione del corpo sessuato e generativo può essere interferita

dalla presenza nel nuovo corpo di alcuni contenuti problematici per gli adolescenti. Il pessimo

rapporto intercorrente fra gli adolescenti e la conoscenza della morte trova nella mentalizzazione

del corpo un’occasione di addomesticamento, il nuovo corpo infatti è mortale, se si vuole rimanere

immortali bisogna lasciar perdere e rimanere nella dimensione del corpo infantile. Inoltre il nuovo

corpo è complementare ad un altro corpo e per essere completato ha bisogno del congiungimento

con il corpo dell’altro. Se si vuole godere del nuovo corpo bisogna accettare la sua data di

scadenza, bisogna rinunciare all’autarchia infantile e accettare la dipendenza biologica dal corpo

complementare dell’altro. Ad interferire con il processo di mentalizzazione del corpo sessuato e

generativo è la fragilità narcisistica degli adolescenti attuali. Bisogna però stare attenti ai casi di

ipermentalizzazione, ossia ai casi di esagerata dedizione mentale a ciò che succede nel corpo che

può spingere fino a diventare l’unica attività psichica che sopravvive. Il suicidio è un atto di

speranza contro il corpo, esprime la fantasia di cancellare il fallimento evolutivo e la speranza di

rinascere per fare bene i compiti evolutivi. Il tentativo di uccidere il corpo è spesso l’espressione di

un insopportabile tensione persecutoria in base alla quale il corpo è diventato il principale membro.

Spesso gli adolescenti percepiscono il proprio corpo come fonte di continui fastidi e portatore di

limiti per il funzionamento mentale e per il benessere psichico. È come se il suo corpo fosse

l’ambiente in cui vive e il suo principale interlocutore , in un certo senso sostituisce la funzione che

può avere la madre nei confronti del bambino. Spesso in adolescenza il corpo è l’abitazione della

morte, la sede dei sentimenti di vergogna. Il processo di mentalizzazione del nuovo corpo è in

parte ostacolato dal fatto che esso appare abbastanza insoddisfacente rispetto a quello posseduto

durante l’infanzia. Dismorfofobia: si tratta di una rappresentazione paranoica di un aspetto del

nuovo corpo, costruita attraverso l’uso massiccio di meccanismi di identificazione proiettiva o

quantomeno di scissioni del Sé e successiva proiezione in una zona significativa della nuova

corporeità. Si tratta quindi di uno scacco del processo di mentalizzazione del nuovo corpo

promosso da una paura della metamorfosi. La trasformazione subentrata o il danno arrecato dalla

metamorfosi può essere il più disparato, qualsiasi distretto del corpo può assurgere ad oggetto

fobigeno. La paura che la trasformazione possa rovinarli per sempre, sfigurarli e tradire

pubblicamente il loro immondo segreto è spesso molto forte, ma gli adolescenti riescono a

controllare la situazione e si danno un gran da fare per rendersi presentabili. L’ipocondria è

un’evenienza molto frequente in adolescenza e sottolinea il complicato rapporto mente-corpo e i

conflitti che accompagnano il processo di mentalizzazione del corpo sessuato e generativo.

L’ipocondria esprime la percezione da parte dell’adolescente che c’è qualcosa di strano, forse di

gravemente malato all’interno del suo corpo. Il segnale più ingovernabile e al quale è più

complesso dare senso e governare, è l’eccitamento sessuale che nasce all’interno del corpo.

L’ipocondria esprime la paura dell’eccitamento sessuale,l’incapacità fase-specifica di accettarne

l’ingovernabilità. Gli aspetti deliranti dell’esperienza ipocondriaca parlano dell’intensità delle

angosce persecutorie suscitate dall’eccitamento, che vuole diventare rappresentazione di azione

finalizzata al suo soddisfacimento ma non può perché c’è l’interdizione della sessualità consumata,

il desiderio non deve diventare piacere perciò viene sospinto verso la condizione di malattia. Ciò

che Freud e i trattati di psichiatria hanno definito come isteria è una delle tante problematiche

adolescenziali femminili. La condizione isterica usa la corporeità adolescenziale femminile

nell’area della sessualità agita e nell’area delle condotte seduttive socialmente apprezzate e

ampiamente consentite. Contro le ragazze isteriche e il loro potere si sono schierate negli ultimi

anni le ragazze anoressiche, che propongono i valori opposti a quelli proposti dall’isteria e dalle

sue seguaci. Le adolescenti erano segretamente innamorate del loro papà, lo erano sempre state

fin dai tempi della loro infanzia, avevano prodotto fantasie incestuose e tutto il repertorio edipico

compreso naturalmente l’odio rimosso per la madre rivale, ed erano poi entrate nella fase di

latenza. Giunte all’adolescenza l’antico desiderio edipico si rifaceva più vivo che mai in quanto

potenziato dei desideri sessuali tipici dell’età e costringeva le adolescenti all’innamoramento nei

confronti di sostituiti paterni. Poiché il loro innamoramento non poteva essere espresso, soffrivano

moltissimo, lo loro sofferenza non riusciva nemmeno a divenire consapevole ed ecco allora la

grande trovata dell’isteria: convertire il conflitto e la sofferenza mentale in sintomi isterici, cioè in

sintomi di malattia che avevano l’obiettivo di attirare l’attenzione. I loro sintomi si accendevano in

occasione di frustrazioni amorose, il padre e i suoi sostituti sembravano davvero al centro della

questione isterica, la madre appariva come rivale ma del tutto inconsapevole, vittima dei sintomi

della figlia. Il contenuto più profondo che esce dal colloquio con adolescenti isteriche è che la

madre, che sembrava un personaggio secondario, è invece la protagonista assoluta di tutto il

dramma isterico e che in realtà la loro paura è di essere abbandonate, avevano subito gravi

frustrazioni in quest’ambito da parte della madre. L’adolescente isterica porta nella profondità della

propria mente il ricordo del dolore patito nella relazione con la madre, prima era stata sedotta dalla

sua apparente dedizione, poi era stata abbandonata e si era accorta di avere una madre

inattendibile, non realmente legata a lei. Il dolore abbandonino patito nella relazione originaria con

la madre costituiva l’organizzatore centrale della personalità della giovane isterica e delle sue

singolari manovre relazionali. La ragazzina isterica si riproponeva di utilizzare il nuovo corpo

sessuato, di esibirlo, tentando di attirare l’attenzione del destinatario, sedurlo e

abbandonarlo,somministrandogli cosi le medesime torture che lei aveva subito quando era piccola

da parte della madre. Avendo paura di esser abbandonata, l’adolescente isterica usa il suo corpo

per catturare l’uomo che abbia delle specifiche caratteristiche parentali. Per sessualità agita si

intende una sessualità non pensata, non desiderata e tantomeno non goduta nel senso

convenzionale del termine, viene usata come lotta contro il “potere” e prevede che il corpo si

incarichi di fare dei discorsi che sarebbe troppo complicato fare con le parole e che

comporterebbero un esito incerto. Usa il corpo erotico, la seduttività per costruire legami agiti, cioè

per rassicurarsi circa la sua capacità di attrarre, sedurre, tenere vicini e rendere eccitati e molto

bisognosi gli uomini. I maschi possono fare un uso difensivo della loro virilità e consolare o

vendicare il bambino che sono stati; il corpo è usato aggressivamente come strumento di legittima

difesa, come esca per realizzare scopi personali che nulla hanno a che fare con la ricerca del

partner amoroso. Se le isteriche combattono la loro battaglia puntando sulla capacità seduttiva

della loro corporeità erotica, le nuove leve propongono invece di annientare la corporeità sessuata

attraverso il dimagrimento radicale del corpo e di puntare tutte le carte sullo sviluppo delle capacità

intellettuali e la conquista di un elevato livello di visibilità e successo sociale, bandendo qualsiasi

iniziativa che comporti l’uso della bellezza o della sessualità.

AFFETTI IN ADOLESCENZA

Gli adolescenti attuali sono molto tolleranti nei confronti delle diversità; la cultura giovanile sembra

essere animata più da componenti riparative che da esigenze proiettive. Se incontra un coetaneo

con aspetti non convenzionali non lo emargina, ma tenta di identificarsi e comprenderlo. Vendetta:

gli adulti tentano a ritenere che l’adolescenza sia una fase del ciclo vitale caratterizzata da un

fisiologico tasso di rabbia nei confronti delle loro istituzioni. La rabbia pervade la loro mente e li

espone al rischio di non riuscire a controllare i propri comportamenti aggressivi che finiscono così

per coinvolgere anche gli oggetti d’amore. Una delle caratteristiche che colpisce di più nello stile di

vita del ragazzo arrabbiato è l’orientamento masochistico, non si fidano di nessuno. La loro

missione è di smascherare gli imbrogli, l’atteggiamento è cinico e disfattista. La rappresentazione

mentale che questi ragazzi producono del Sé è caratterizzata da una grande solitudine e da

assenza di relazioni significative, ma in realtà hanno successo sociale e un certo seguito tra i

coetanei. Il loro quindi non è un reale stato di isolamento sociale, ma un vissuto di solitudine in

parte attenuata dall’assunto di avere una missione speciale da compiere: smascherare l’impostura.

Si fanno spesso del male, non solo socialmente e affettivamente, ma anche fisicamente; sono

polemici. Sono incapaci di esprimere gratitudine nei confronti di qualsiasi persona o istituzione,

perfino nei confronti della natura e delle occasioni di svago e di godimento offerte in modo

specifico dalla loro età. La pervasività della rabbia ha una ricaduta evidente sulla realizzazione dei

compiti di sviluppo. Apparentemente i fenomeni connessi al processo di separazione delle relazioni

familiari dovrebbero essere favoriti dalla tensione polemica e dall’atteggiamento cinico, in realtà

sono pervasi da un ostinato progetto vendicativo, che ha come obiettivo strategico il voler a tutti i

costi vendicare le offese e gli imbrogli consumati alle spalle del bambino che sono stati. Il progetto

di vendetta adolescenziale ha come finalità il dimostrare l’inadempienza e l’incompetenza degli

adulti, proprio per questo interferisce con la realizzazione del processo di separazione. I ragazzi

arrabbiati non diventano autonomi,indipendenti ed emancipati fino a quando il progetto prevalente

della loro esistenza è di dimostrare l’inadempienza dei genitori. Rischiano di rimanere figli a vita, si

vendicano attraverso la delusione, il fallimento e da ciò deriva che il loro processo di nascita

sociale è rinviato perché è in corso una battaglia domestica in cui essi sono gli eroi, i martiri e gli

adulti i persecutori. Anche gli altri compiti di sviluppo vengono più o meno gravemente intralciati, la

definizione dei valori dell’identità maschile e femminile, viene anch’essa fortemente influenzata

dalla collera cronica. La virilità e la femminilità vengono usati come strumento di guerra e di

polemica nei confronti della famiglia, delle regole e diventa perciò difficile organizzare la coppia

amorosa. Anche il compito di sviluppo che sospinge verso l’assunzione di un ruolo sociale e

l’iscrizione in nuove relazioni e nuovi vincoli assume nell’adolescente arrabbiato un connotato di

tipo paranoico. Il compito evolutivo relativo allo sviluppo degli ideali, viene anch’esso gravemente

compromesso dalla particolare anestesia morale che accompagna la rabbia cronica, l’adolescente

arrabbiato è per statuto incapace di identificarsi con le ragioni dell’altro. Permalosi: uno degli

stimoli che innesca la crisi di rabbia adolescenziale è la ferita narcisistica. Molti adolescenti sono

esposti all’eventualità di sentirsi umiliati e oggetto di mancanza di stima, di rispetto, di

accettazione e comprensione. Ciò che determina la loro crisi di rabbia è la percezione, nel

contesto complessivo della relazione, di disprezzo da parte dell’interlocutore, che l’opposto di ciò

che stanno realmente cercando, ossia l’ammirazione. La permalosità adolescenziale è figlia del

gap che esiste fra il bisogno di essere ammirati e la risposta dell’ambiente che invece porta con se

alcune componenti dispregiative. La relazione con l’adolescente permaloso è molto complicata

perché ha bisogno di importanti esperienze di rifornimento narcisistico che saturino la ferita

originaria, cioè il mancato rifornimento infantile della sua preziosità e grandiosità. L’adulto

incaricato di lenire questa ferita sarà anche l’oggetto delle crisi di rabbia perché sarà proprio lui a

somministrare le esperienze che umiliano. La fragilità narcisistica dell’adolescente entra in

risonanza con microeventi traumatici e non già con le grandi mortificazioni o umiliazioni

istituzionali. Gli adolescenti permalosi possono tollerare la bocciatura in qualsiasi materia, ma non

tollerano un tono di voce irritato e sprezzante da parte del docente di riferimento che è stato

idealizzato. Se al posto dell’agognato riconoscimento subentra l’indifferenza, l’adolescente

permaloso vive l’esperienza di umiliazione dalla quale esce attraverso la crisi di collera e il rilancio

del proprio desiderio di vendetta, che può essere consumata subito attraverso l’espressione della

collera che lascia tramortito e confuso il destinatario, oppure consumata a distanza di tempo.

L’espressione della rabbia da parte dell’adolescente ferito narcisisticamente mette in condizioni di

impotenza l’adulto che ha promosso la crisi e tali eventi possono essere ripetitivi. Per l’adolescente

permaloso, l’ammirazione da parte del destinatario delle sue aspettative è vissuto come un diritto

inderogabile, può succedere che la permalosità e la suscettibilità vengano superate grazie ad

un’esperienza di risarcimento che consente la riapertura dell’apprendimento dall’esperienza. La

crisi di rabbia narcisistica esprime il bisogno di essere amato in modo esclusivo all’interno di una

relazione indifferenziata, dove l’altro sia una sorta di prolungamento del sé, che commenta in

positivo la sua esperienza. Nel regno della fragilità narcisistica non è consentita alcuna differenza

tra soggetto ed oggetto. Abbandonici: la paura di essere umiliato che è all’origine della crisi di

rabbia narcisistica è molto diversa dalla paura di essere abbandonato, la quale esprime il vissuto di

non essere pensato, contenuto stabilmente nella mente dell’altro. Il progetto regolato dalla rabbia

abbandonica è di interrompere la relazione,anzi la relazione è chiusa nel momento in cui si istaura

la rabbia abbandonica. Proprio quando ci si aspetterebbe uno scambio affettivo intenso ed

un’esperienza di accomunamento, la paura di essere abbandonato innesca la crisi di collera.

L’adolescente abbandona il suo interlocutore proprio nel momento in cui si colloca in una posizione

di elevata disponibilità, è questo il motivo per il quale gli va somministrata l’esperienza

dell’improvvisa e repentina scomparsa ed in questo consiste la terribile vendetta dell’adolescente

abbandonino: piantare in asso l’altro non quando egli non ha alcuna aspettativa, ma nel momento

in cui è in attesa di scambi affettivi e di confidenza. La convinzione di non trovare accoglienza fa si

che il suo stile relazionale sia orientato a provocare l’abbandono. Violenti: c’è un terzo tipo di

rabbia che deriva in modo più evidente da esperienze infantili precedenti: è una rabbia che ha

origine da esperienze di violenza e di maltrattamento. Si tratta di ragazzi che durante l’infanzia

hanno subito percosse e stili educativi particolarmente severi che hanno favorito una straordinaria

confusione fra sessualità e violenza. Si tratta quindi di adolescenti che quando sono eccitati

possono diventare violenti oppure che quando si arrabbiano possono eccitarsi sessualmente.

Questo impasto di sentimenti fa si che la storia della loro formazione si caratterizzata da una serie

infinita di comportamenti violenti. Ciò discende dal fatto che il più delle volte sono adolescenti

identificati con l’aggressore della loro infanzia, sono ragazzi imprevedibili perché possono

trasformarsi da soggetti desideranti, teneri ed affettuosi, in soggetti violenti e particolarmente sadici

che lasciano sbigottita la vittima destinataria. Vergogna: l’esperienza della vergogna è una tappa

obbligatoria che i ragazzi attraversano per realizzare uno dei compiti evolutivi più importanti del

loro percorso di crescita, quello legato all’assunzione di ruoli e competenze sociali. I ragazzi

avvertono provenire dal loro mondo interno una inderogabile spinta evolutiva a “farsi vedere”, e in

tutte le occasioni in cui il soggetto adolescente realizza la spinta profonda a differenziarsi è

esposto al rischio di sperimentare sentimenti di vergogna. L’ingresso in adolescenza determina un

cambiamento di specchio sociale, lo sguardo di ritorno è quello del gruppo allargato, degli amici

(prima famiglia); in questo nuovo contesto il giudizio degli altri ha un potere molto elevato poiché

può far precipitare il soggetto in quel particolare stato mentale che costituisce la crisi acuta di

vergogna. Il superamento della vergogna è vissuto come un importante appuntamento da

realizzare quanto prima poiché al gruppo dei coetanei è ben noto quanto la vergogna inibisca le

condotte sociale, la costruzione della coppia e il debutto sessuale in un buon clima affettivo. Il

conflitto che innesca il sentimento della vergogna è un conflitto fra il sé e gli ideali con i quali il sé

deve fare i conti. Tanto più elevati sono gli ideali e le aspettative nei confronti delle proprie

performance sociali tanto più l’adolescente corre il rischio di sperimentare gravi sentimenti di

vergogna che possono travolgere il sé. Tanto più elevate sono le aspettative dell’ideale dell’Io,

tanto maggiore è il rischio per l’adolescente di non riuscire ad esserne all’altezza tanto più che

esse verranno proiettate sull’ambiente facendo diventare il conflitto intrapsichico conflitto razionale

o sociale. La divaricazione esistente fra le aspettative che l’adolescente ha interiorizzato durante la

propria infanzia e ciò che ritiene di essere capace di fare, costituisce l’ambito specifico della

nascita del sentimento di vergogna e delle sue manifestazioni acute. L’adolescente destinato a

vergognarsi attribuisce all’ambiente aspettative volto elevate nei suoi confronti, il timore di non

essere all’altezza determina feroci inibizioni della condotta sociale. La nascita dell’ideale dell’io trae

alimento dalle aspettative originarie dei genitori che colludono con gli aspetti grandiosi, onnipotenti

ed esibizionistici del sé infantile. Esso quindi nasce dalla relazione narcisistica con la madre e trae

alimento dal suo sguardo di ritorno che rispecchia teneramente la grandiosità onnipotente e la

tendenza esibizionistica del figlio. Da questo, l’Io del bambino trae spunto per costruire al proprio

interno una struttura che rimane depositaria delle aspettative del sé e del proprio oggetto d’amore

nei propri stessi confronti. Alle spalle dell’adolescente che si vergognerà è frequente intercettare

una coppia genitoriale che ha palesemente espresso l’invito al bambino a non farli vergognare. Il

sentimento di vergogna ha importanti ricadute sulle condotte finalizzate alla realizzazione dei

compiti evolutivi adolescenziali, ne vengono influenzate le condotte di corteggiamento e di

seduzione, la marcia di avvicinamento verso il debutto sessuale e tutti gli avvenimenti legati a

componenti esibizionistiche. La vergogna può assumere le vesti di un pudore eccessivo, di un

insormontabile inibizione nell’espressione dei propri sentimenti. L’area della sessualità intesa come

progressiva legittimazione della dimensione erotica della corporeità, è un ambito ampiamente

predisposto per l’infiltrazione dei sentimenti di vergogna. La difesa rispetto al dolore innescato

dalla vergogna è ovviamente l’inibizione che sospinge il soggetto a non parlare del proprio

amore,del proprio desiderio. Sono numerose le funzioni evolutive adolescenziali che possono

essere compromesse dal conflitto legato alla vergogna, la sfida, la ribellione, la contrapposizione e

tutte le condotte attraverso le quali si esprime normalmente il tentativo di soggettivarsi e di

individuarsi possono essere inibite in quanto possibili occasioni di vergogna. L’adolescente inoltre

prova vergogna per il proprio corpo, per la nudità, ha timore che il proprio desiderio sessuale

possa trapelare (legato anche al timore di arrossire). Paura: durante l’infanzia il sentimento della

paura è al servizio della sopravvivenza. Le prime fasi dello sviluppo della conoscenza e del

pensiero utilizzano spesso la costruzione di oggetti o situazioni fobigene, tali cioè da indurre ad

avere vere e proprie crisi di terrore come percorso che aumenta le competenze. Durante

l’adolescenza, la relazione con la paura acquista caratteristiche peculiari, è infatti difficile

immaginare un percorso di crescita adolescenziale che non preveda di imbattersi con il tema della

dimostrazione di coraggio, dallo sviluppo della capacità di non lasciarsi dominare dalle paure. I

ragazzi prudenti sono in grado di tollerare il pensiero e la rappresentazione che l’oggetto d’amore

possa essere portatore di morte, tale rappresentazione è fortemente depressiva e richiede al

funzionamento mentale dell’adolescente uno sforzo acrobatico per integrare le due

rappresentazioni: la vita e la morte, l’amore e la distruzione. All’origine della propensione ad

adottare condotte pericolose, da parte dell’adolescente, soprattutto maschio, vi è la paura della

morte. Anche in questo caso il soggetto incaricato di organizzare gestire e regolamentare le

condotte rischiose è il gruppo. Il gruppo si prende l’incarico di organizzare attività che spesso

chiedono coraggio, vale a dire la capacità da parte dei suoi membri di dare dimostrazione di avere

la capacità di affrontare la paura, di tollerarne il contatto e di trovare una soluzione diversa da

quella predisposta durante l’infanzia, cioè la fuga. L’obiettivo che il gruppo persegue è

l’elaborazione collegiale della paura della morte, questo è il motivo per cui a volte organizza prove

di coraggio, cioè di paura, per vedere ove il bambino che si è stati sarebbe fuggito, quale sia la

nuova soluzione. In passato la paura prevalente era adeguatamente descritta dalla metafora

freudiana relativa alla metafora della castrazione, avevano paura di superare il limite. Paura della

castrazione intesa come rottura del legame, perdita della stima e della protezione del padre e dei

suoi significanti. Le paure del maschio sono diverse dalle paure delle femmine. Per quanto

riguarda il maschio, una delle paure che fa da regista di alcune sue condotte sociali e sessuali è

quella di essere insoddisfacente nell’area sessuale e sentimentale. L’adolescenza maschile serve

appunto a conquistare una rappresentazione del sé sessuato e sentimentale soddisfacente per la

donna che si ama. (così come da bambini non soddisfacevano la madre o la maestra). Hanno

paura di una loro potenzia omosessualità. Infine, la terza paura, è di non essere in grado di

conquistare un decoroso livello di visibilità sociale; si tratta della paura di non essere adeguati, ma

non più dal punto di vista sessuale, bensì da quello della competenza sociale. Nelle preadolescenti

femmine, le paure hanno a che fare prevalentemente con fantasie e preoccupazioni relative alla

componente materna della loro complessiva struttura identificatoria. Spesso si fa largo una paura

profonda di essere sterili, la convinzione di non essere ontologicamente adatte a fare bambini ha

un effetto devastante sull’organizzazione complessiva dell’identità femminile e sospinge

difensivamente ad enfatizzare le altre componenti identificatorie. Alla paura della sterilità, si

associa quella di essere brutte,condannate a divenire biologicamente e socialmente come la

mamma, cioè donne qualsiasi, prive di fascino, sottomesse e infelici. Anche le femmine,

esprimono con modalità diverse dai maschi, lo stesso contenuto, cioè la paura di essere invisibili,

di non riuscire a farsi notare, soprattutto nell’area della costruzione della coppia sentimentale. Il

timore di non saper contenere il maschio come precursore del bambino, che però denota più una

paura relativa alla propria incompetenza materna, piuttosto che quella relativa ad un insufficiente

sviluppo delle competenze femminili. Si può ipotizzare che con la metafora del corpo dello zombie,

che non si lascia quietare, siamo di fronte a una delle rappresentazioni dei conflitti adolescenziali

fra il desiderio mentale di quiete e l’eloquenza di un corpo eccitato che non si lascia tranquillizzare.

Questo conflitto può suscitare paura perché l’adolescente non sa come si concluderà. Nel corso

della definizione della propria identità di genere, i ragazzi sperimentano la paura che la propria

sessualità abbia un effetto nefasto sull’oggetto d’amore, cioè distruttiva, perché troppo avida ed

egoista, e che il piacere che essi traggono dallo scambio erotico serva a soddisfare

prevalentemente un bisogno narcisistico e non uno scambio relazionale. Gli adolescenti sanno

bene che l’amore di coppia significa accettare la propria mortalità e la costruzione di un’immagine

molto più evoluta, meno narcisistica, in grado di stare con gli altri esseri viventi e forse in futuro di

fare bambini. Speranza: la speranza è una questione di massima importanza in adolescenza,

essa consiste nella capacità di tener viva nella propria mente l’aspettativa fiduciosa che possa

avverarsi qualcosa che si è certi comporterà il proprio bene. Non è possibile, in adolescenza,

perdere la speranza e continuare ad amare la propria realtà relazionale ed i contenuti della realtà

psichica. Nei casi in cui i ragazzi sperimentano il dolore della morte della speranza, la prima

istituzione che attaccano è la scuola poiché non credono più che essa sia in grado di mantenere

ciò che essa implicitamente promette, ossia il futuro. La perdita della speranza lascia il posto

all’orrenda certezza della morte del significato. Non sono solo i ragazzi tristi a veder manomessa la

loro capacità di sperare, ma anche i ragazzi molto arrabbiati, poiché guardano al futuro come al

tempo in cui si realizzerà il loro progetto vendicativo. Anche i ragazzi gravemente annoiati

precipitano in una situazione di tale apatia da mettere in crisi il meccanismo della speranza, essi

denigrano il significato ed il valore di tutto ciò che li circonda. I ragazzi tristi si responsabilizzano e

si colpevolizzano della morte della speranza intesa come capacità di amare e di tenere in vita gli

oggetti d’amor, i ragazzi che si annoiano pensano invece di non avere alcuna responsabilità, che il

mondo sia noioso e che la scuola si fatta apposta per rendere la giornata intollerabile. Anche i

ragazzi dominati dalla vergogna hanno un rapporto problematico con il meccanismo della

speranza, poiché tutto ciò che è desiderato può essere causa di umiliazione e di mortificazione. I

ragazzi che sperano invece, sono relativamente sicuri di riuscire a difendere dai propri attacchi le

persone e gli oggetti che amano, sia quelli interni sia quelli reali, hanno la rappresentazione di sé

come capaci di tutelare le esperienze in corso ed i propri ideali della denigrazione narcisistica e dal

furore per le delusioni che esse infliggono. I ragazzi che sperano sono dotati di una parte di sé,

capace di difendere le parti più deboli del sé, non danno importanza all’opinione degli altri, non

hanno bisogno di costruire falsi sé poiché il loro problema non è sedurre gli altri per ottenere

vantaggi narcisistici, ma semmai riuscire ad utilizzarli come strumenti importanti per la

realizzazione del progetto figlio della capacità di sperare. I ragazzi annoiati sono costretti ad

attaccare la loro parte buona per celebrale il trionfo della maschera del cattivo, poiché hanno come

obiettivo strategico di riuscire a diventare davvero cattivi, di non innamorarsi mai più, di non

sperimentare più la dipendenza; nelle situazioni di sofferenza adolescenziale la parte buona viene

ferocemente attaccata, perché continua a sostenere la capacità di compiere azioni e di tenere in

vita fantasie relative all’ipotesi che nel futuro possa avverarsi l’evento auspicato. La capacità di

sperare in adolescenza è correlata alla percezione di essere alla pari con lo svolgimento dei propri

compiti, di essere divenuti abbastanza autonomi, di aver accettato la separazione dagli stadi di

sviluppo precedenti, di essere entrati in modo convincente nella propria identità di genere, di

essere riusciti a stabilire gli ideali di riferimento; la rappresentazione di tutto ciò legittima la

possibilità di continuare a sperare. La capacità di sperare produce un sottoprodotto mentale e

culturale fondamentale che è fondamentale al termine dell’adolescenza e cioè il progetto futuro, la

propria vocazione. Per l’adolescente femmina la percezione della propria vocazione è un evento

particolarmente legato alla qualità della vita di coppia, per il maschio invece, sembra più funzionale

alla definizione del proprio progetto futuro la capacità di sentirsi iscritto nella storia della propria

famiglia e di rivendicare la nomina effettuata dal padre o dalla figura significativa della famiglia.

SVILUPPO DEI LEGAMI SOCIALI

L’adolescenza è una fase della vita costellata da debutti: amicizia, amore, gruppi ecc. Il processo

di “nascita sociale” (cioè la trasformazione progressiva del figlio-bambino e dei suoi codici affettivi

nel “cittadino sessuato dotato di nuovissime competenze biologiche,cognitive e relazionali), si

tratta del naturale sviluppo e per molti aspetti della conclusione del processo di separazione dalla

nicchia affettiva primaria, si profilano all’orizzonte relazionale le sagome di nuovi oggetti d’amore:

l’amico del cuore, il piccolo gruppo di amici, il partner di coppia ecc. Si tratta di emozionanti debutti

i nuovi legami sociali con soggetti più o meno della stessa età ed estranei alla famiglia d’origine.

L’adolescente sa e sente che deve provare, è il suo destino; mettersi alla prova è un obbligo,

perciò si corrono dei rischi e l’adolescente è preinformato sull’effetto devastante che può avere

sulla propria autostima una raffica di no provenienti dai “nuovi oggetti”. Oltre al dolore quasi

insopportabile della mortificazione narcisistica, l’insuccesso del proprio debutto manomette la

rappresentazione di Sé nelle nuove vesti, esploratore della nuova identità e dei nuovi Sé e dei loro

codici straordinariamente promettenti. Un insuccesso nel giorno del debutto non è mai senza

conseguenze gravi e comporta il rischio di provocare un grave ritardo anche nella realizzazione

delle altre prove e nella scelta dei tempi più adatti per effettuare gli altri incombenti debutti. Il

gruppo degli amici: il gruppo spontaneo dei coetanei diviene la nuova famiglia sociale e lavora in

parallelo con la famiglia naturale; quasi tutti gli adolescenti appartengono ad un gruppo,

appartengono e non possiedono, anzi sono posseduti dalla mente di gruppo che li influenza. La

fondazione del gruppo adolescenziale è una vicenda affettiva e simbolica che caratterizza in modo

peculiare il percorso di crescita dei ragazzi; il passaggio dal ruolo di figlio al ruolo di soggetto

sociale e sessuato si accompagna al decollo nella mente profonda dell’adolescente di una forte

spinta, quasi di natura pulsionale, verso la socializzazione. L’adolescenza è caratterizzata da una

vera e propria fame di socializzazione orizzontale che si esprime attraverso la ricerca e la

sottoscrizione di vincoli di gruppo che, nel loro progressivo dipanarsi, porteranno alla formazione di

una vera e propria famiglia sociale e di una complessiva microsocietà dei coetanei. L’incontro: il

dispositivo mentale del piccolo gruppo adolescenziale è predisposto per decodificare i messaggi di

colui che avanza la proposta di condividere l’esistenza del gruppo. La decodifica dei messaggi

emessi porta a decidere se chi avanza la proposta di appartenenza è cooptabile oppure no.

(messaggi non verbali: look, travestimenti ecc). Se accettato, il nuovo venuto accede così alla

mente del piccolo gruppo adolescenziale, all’interno del quale i membri che lo compongono si

riconoscono accomunati da un destino progettato in comune, fondato sull’ipotesi che sia possibile

effettuare un pezzo di strada insieme nel labirinto della crescita, alla ricerca di quali siano i valori ai

quali affidare la regia del processo di soggettivazione. L’area più investita dal processo decisionale

che concerne la cooptazione dei nuovi venuti è quella riguardante la definizione dei valori

dell’identità di genere. Con la fondazione del piccolo gruppo, al di là delle differenze formali, è

senza dubbio possibile condividere un processo che si può definire “interfantasmatizzazione” , cioè

di condivisione di un fantasma o di una fantasia relativa al progetto di crescita. La mente

individuale dell’adolescente si è interconnessa con la mente degli altri componenti del gruppo ed è

nato un nuovo soggetto psicologico. La sottoscrizione del vincolo di gruppo permette effettuare

delle esperienze di appartenenza all’apparato psichico gruppale in grado di pensare dei pensieri

difficili, che i soggetti non riescono a pensare da soli perché in grado di provocare troppo dolore. Il

gruppo invece, ridendo e scherzando, può produrre rappresentazioni complesse, a volte crudeli nei

confronti dei genitori, dei propri membri, dei partner di coppia e addirittura del Sé per i suoi

travestimenti falsificanti. Il progetto comune: dopo l’atto fondativo, il gruppo effettua

un’operazione di elevata complessità, ossia la definizione del compito specifico del loro piccolo

gruppo. Si tratta di un compito che ha a che fare con il mondo interno, con l’apparato psichico del

gruppo e con la qualità delle relazioni che i singoli membri intrattengono fra di loro e con il gruppo

nel suo insieme. La gruppalità adolescenziale attuale tende ad assumere un compito

autoreferenziale che riguarda il benessere della vita psichica del gruppo: ciò fa si che il compito sia


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher thedig11 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'adolescenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Gainotti Merete Amann.

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