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Padri

I nuovi padri sono stati addestrati all’esercizio della loro funzione dalle mogli, compagne, ma soprattutto dai loro figli. In sintesi, si può affermare che il padre, da un lato si è estremamente “maternizzato” cioè ha riconosciuto alla madre una maggiore competenza nella gestione del mondo affettivo del figlio e nella soddisfazione dei suoi bisogni profondi, dall’altro lato, la vicinanza con il figlio, anche piccolissimo, lo ha indotto a divenire “empatico” ossia esperto nel sostenere la crescita affettiva e relazionale del figlio e non solo quella normativa o etica.

Padre disertore

Un modello molto diffuso di rappresentazione dell’adolescenza del figlio da parte del padre è che essa non è di sua competenza e quindi non è tenuto ad interessarsene, il figlio/a ormai è grande e deve prendersi le sue responsabilità. Il padre disertore non si sente affatto in colpa di esserlo, è in buona fede, egli diserta, cioè vive mentalmente altrove e non nella quotidianità del figlio per diversi motivi. Uno dei più frequenti è che nessuno gli ha mai “presentato” il figlio, il quale vive con lui, ma è della madre; è assente dalla vita educativa ed affettiva. Vi è una difficoltà soggettiva ad entrare nella parte di padre e ad assumere i ruoli che essa comporta. I padri disertori hanno una rappresentazione dell’adolescenza del figlio caratterizzata dal frastuono che essa provoca all’interno delle mura domestiche, un rumore molesto e indecifrabile. Quest’assenza ha motivazioni nevrotiche ed è l’espressione di un conflitto non risolto con il padre e la paternità.

Padre debole

Il padre debole è molto più pernicioso del padre disertore, quest’ultimo provoca danni indiretti, mentre la debolezza del padre si esprime direttamente e lavora nella quotidianità attraverso una presenza intrigante, contraddittoria e vagamente seduttiva. Il padre debole è ampiamente presente nella scena relazionale ed educativa del figlio, appare quindi come un padre accudente, interessato, ma non è così, il suo interesse non è educativo e la sua presenza non indica capacità di accadimento. Necessita dell’approvazione dei figli, del consenso della madre, cerca di rendersi interessante poiché non è interessato, non è in grado di affrontare il conflitto e restare emotivamente solo. Il padre debole è un falso padre, ha paura della potenza del ruolo che occupa e ne teme gli effetti, il messaggio che giunge ai figli è che il padre ha sempre torto e le conseguenze sono che essi si sentono di essere invitati a disobbedirgli. È narcisisticamente debole, bisognoso di consenso, incapace di subire il disprezzo, la beffa dei figli adolescenti ed è quindi inservibile allo sviluppo. Le ragioni di questa debolezza, spesso sono da ricercare nella reazione ideologica alla forza esagerata del padre energumeno di un tempo, infatti spesso i padri deboli hanno avuto padri forti, padri-padroni. Il padre debole non lo è perché ha dei problemi con i figli, quanto perché sta portando avanti una battaglia senza esclusione di colpi con la madre. Egli tenta di scalzare il prestigio, l’attendibilità ed anche l’amabilità della madre, aizzandole contro i figli.

Padre geloso

Il padre geloso rappresenta l’uomo che non sa divenire padre dei suoi figli, rimanendo maschio adulto e basta. I motivi per cui esso non diventa padre nemmeno se i figli lo stimolano in tutti i modi e se la madre glieli presenta sono molteplici. La causa più frequente è che la paternità appare al maschio come la tomba della giovinezza, della virilità. C’è un rischio depressivo molto elevato perché se dovesse morire il maschio non resterebbe nulla e la metamorfosi in padre non appare valevole a mitigare il dolore del lutto per la perdita della virilità. Spesso le vicende relazionali padre-figlio maschio, dove il padre è un adulto maschio e basta, non scorrono pacificamente, in quanto fra i due vi è rivalità, mentre con la figlia femmina c’è seduzione e compiacimento nel possesso e nel dominio con conseguente gelosia verso i giovani maschi che corteggiano la debuttante. La gelosia del padre ha un effetto devastante nella mente profonda del figlio, sia durante l’infanzia che nel corso dell’adolescenza, anche se, in quest’ultimo periodo il processo di distacco dalle figure genitoriali ne mitiga l’impatto. Per quanto riguarda i figli maschi, generalmente la loro adolescenza è consumata a combattere la gelosia del padre in tutti i modi, per le femmine invece, il progetto vendicativo nei confronti del maschio incapace di farle da padre, costituisce un obiettivo identificatorio intorno al quale si strutturano condotte sociali e sessuali superinvestite di affetti e di significato che garantiscono un profondo sentimento di continuità al sé.

La madre

La metamorfosi biologica e morfologica del figlio comporta una grave crisi nell’assetto relazionale che la madre aveva messo appunto con il figlio. La pubertà è un evento lungamente atteso, la preoccupazione materna prevalente in questa fase consiste in ciò che può essere definita “angoscia genetica”, la madre cioè è profondamente preoccupata che il processo di trasformazione del figlio possa avere un esito aleatorio e concludersi con la nascita di un mostro sessuale e sociale. L’esito del processo di trasformazione è correlabile con la qualità della relazione affettiva ed emotiva che la madre ritiene di essere riuscita a garantire al figlio durante i lunghi anni della dipendenza infantile da lei. La madre è profondamente turbata dalla fame di relazioni del figlio e non può controllare le influenze dei contesti in cui l’adolescente cresce. La relazione madre-figlio adolescente è caratterizzata da un tasso di frustrazione e mortificazione della madre estremamente alto, dovuto ai voltafaccia e agli strappi che il figlio adolescente è costretto ad effettuare per allontanarsi dal dominio materno.

Durante la pre-adolescenza la madre vive un’emorragia di valore per la perdita dell’importanza dell’esercizio del proprio ruolo, ed è costretta ad elaborare un grave lutto che può comportare qualche caduta depressiva. Se la madre non riesce ad elaborare creativamente l’intensità della propria depressione, lasciando troppo spazio alla rappresentazione degli eventi in corso caricandoli di angosce depressive e persecutorie, le condotte assunte non potranno che essere o esageratamente restrittive, tali da ostacolare il processo di crescita e soggettivazione del figlio, o caratterizzate da un tasso di negazione dell’importanza degli avvenimenti in corso o addirittura comportare la precoce dimissione dal ruolo e dalla competenza materna.

Nell’adolescenza la problematica principale riguarda l’elaborazione delle angosce relative alla socializzazione del figlio che ha acquisito la propria relativa identità di genere e che riformula con la madre un livello di autonomia maggiore rispetto alle fasi precedenti. La trama affettiva che il figlio tesse nella progressiva costruzione di legami sociali, favorisce da parte della madre un atteggiamento favorevole ad una socializzazione controllata e ad una cauta diminuzione della dipendenza dalla famiglia in vista di un maggior appoggio da parte del gruppo. La comparsa di nuovi valori impone alla madre la riformulazione del proprio mandato educativo, sembra orientarsi verso atteggiamenti più tolleranti nei confronti delle mode e degli idoli dei figli, ma ha un senso di angoscia per l’eventualità che i nuovi valori, la nuova cultura possano sospingere il figlio verso condotte sociali rischiose.

Nella relazione con la scuola, la madre svolge un ruolo di primo piano, l’investimento narcisistico che effettua sul successo scolastico del figlio documenta quanto il suo ruolo nell’adolescenza sia sollecitato ad espandere la propria funzione di accadimento dall’area domestica allo spazio sociale; l’angoscia è relativa all’eventualità che il figlio non sia riconosciuto ed ammirato dagli adulti e coetanei che costituiscono il gruppo classe. Quando il figlio è divenuto un giovane adulto, il tema principale è costituito dalla complicata consegna da parte della madre alla coppia affettiva e sessuata che il figlio/a è in grado di costruire. Il tema principale diviene quello delle sue competenze ad amare e farsi amare. La preoccupazione materna è relativa alla scelta del partner come sostituto parentale e c’è una certa angoscia per il timore che il figlio sia inglobato in una relazione che annienti tutto quello che ha costruito.

Agli occhi della madre si profila il compimento del progetto generativo: il passaggio del figlio dal ruolo di figlio a quello di genitore. Il distacco dalla madre comporta l’elaborazione di un lutto, grave e doloroso, per la perdita di prestigio dei valori materni. La madre è costretta a riformulare un processo d’integrazione riportando sul sé l’importante investimento narcisistico effettuato sul figlio. Il lavoro del lutto che il processo di separazione comporta deve fare i conti con l’incremento delle angosce genetiche che aggravano le preoccupazioni depressive favorendo i vissuti di mortificazione narcisistica.

L’ambivalenza materna nei confronti della nascente virilità del figlio, la induce ad esercitare funzioni di controllo nei confronti dell’uso del corpo del figlio e dell’esercizio aggressivo ed erotico della virilità nascente. Invece le preoccupazioni che incombono nel processo di separazione madre-figlia riguardano l’incertezza dei confini esistenti tra le due. Il disimpasto delle due soggettività è correlato all’ambivalenza della nuova madre nei confronti dei valori della nuova femminilità così sganciata dalla coniugalità e dalla maternità e propensa ad intercettare nei valori della società i valori da perseguire.

Durante l’infanzia il corpo e la sua superficie sono il luogo elettivo dell’interazione e dello scambio fra madre e figlio, quando sopraggiunge l’adolescenza, il figlio è costretto ad impossessarsi del corpo ottenuto in dotazione dalla madre. Ora il corpo è cambiato, i cambiamenti sono molteplici e ciò che conta è che ora, il corpo del figlio, ha acquisito le medesime competenze di quello dei genitori e la conseguenza è la rottura degli scambi corporei fra madre e figlio/a eccitabile, capace di provare piacere. La prestazione che forse qualifica più efficacemente le competenze materne nell’aiutare i figli adolescenti a mentalizzare il proprio corpo e a costruirsene un’immagine adeguata, consiste nell’accogliere le trasformazioni con giubilo, festeggiando l’evento biologico come una tappa importante.

Adolescenza

L’adolescente tende ad avere una rappresentazione mentale spesso sovrapposta del padre e della madre, sente la coppia coesa anche quando non lo è. L’adolescente ha fame di relazioni verticali con adulti competenti e ha da porre loro domande cruciali per la crescita. Le funzioni che l’adolescente chiede di compiere all’adulto competente di riferimento consistono in un sostanziale sostegno alla crescita; un adolescente privo di adulti di riferimento, rimane deprivato di un nutrimento funzionale alla crescita, che non può essere dato da nessun altro. Il bisogno di ammirazione da parte dell’adulto, decolla in concomitanza con l’affermarsi, nella mente profonda dell’adolescente, dei valori dell’identità di genere e dei misteri correlati al processo di nascita sociale e di assunzione di responsabilità. L’adolescente nel corso del proprio processo di seconda nascita ha il particolare bisogno che le proprie azioni vengano rispecchiate dall’adulto, non per rinsaldare il legame di dipendenza, ma paradossalmente ha bisogno di ammirazione proprio mentre allenta questo legame. All’adulto competente è richiesto di erogare uno sguardo di ritorno che legittimi e sappia apprezzare la fase di crescita e distacco che è in atto. All’adolescente serve una presenza forte che lo aiuti a separarsi dalle attese e nostalgie del figlio che è stato e del bambino che continua ad essere negli strati più profondi della propria mente.

Senza l’aiuto dell’adulto competente questa separazione rischia di assumere connotati paranoici e l’assunzione delle sembianze adolescenziali porta con se il ricordo dell’uccisione del bambino e ne rimane segnata in termini di negazione della dipendenza e della tenerezza. Il motivo principale per cui gli adolescenti vanno in consultazione è per chiedere il permesso, ogni fase della crescita comporta il chiedere ed ottenere il permesso di superare una determinata soglia, di avere accesso ad un nuovo livello di libertà ecc. Oppure vanno in consultazione per chiedere scusa, per la colpa di essersi attardato in fantasie aggressive.

Nell’area della consultazione gli adolescenti richiedono una particolare forma di riconoscimento, ossia che la loro fatica sia riconosciuta, deve essere evidente che crescere è faticoso. L’Io dell’adolescente dovrebbe avere la forza di tollerare l’impatto con le angosce dell’infanzia e contemporaneamente sostenere anche l’impegno, necessario alla sua età, legato ai processi di apprendimento, all’entrata in un nuovo ruolo sociale, alla relazione con la realtà. L’adolescenza è un’età caratterizzata da una forte spinta fase-specifica, fisiologica, all’autonomia; opporrà una fisiologica resistenza alla prospettiva di sentirsi invaso da sentimenti di dipendenza.

Separazione

La maturazione sessuale, la sua rappresentazione mentale sotto forma di curiosità e ingovernabile desiderio, determinano una forte spinta ad uscire dall’ambiente familiare per soddisfare i desideri di relazione, terrorizzati dall’eventualità di poter trasformare in realtà il complesso edipico. Quasi sempre, da parte degli adolescenti, c’è una sospetta eccedenza di proibizioni e rifiuti a spartire con ambedue i genitori, ma soprattutto con quello di sesso opposto, le consuete vicinanze ed intimità fisiche: il corpo e la sua superficie viene spesso sottratto con maniere cattive a qualsiasi forma di contatto o carezza da parte dei genitori. L’adolescente contempla desolato il proprio corpo che chiede insistentemente di essere portato fuori dalla casa familiare e messo il più possibile vicino al corpo dei coetanei, alla ricerca della soddisfazione agognata. È proprio questa forte marcatura esogamica del desiderio che induce alcuni adolescenti a criminalizzarlo, a ritenerlo il principale responsabile della rottura delle illusioni e delle appartenenze infantili. È proprio la marcatura esogamica che differenzia il desiderio sessuale adolescenziale da quello infantile e proprio perché non è rivolto ai genitori che questo desiderio viene colpevolizzato.

Il lutto per la rinuncia al rapporto di appartenenza ai genitori non è di marca edipica, l’adolescente è malinconico perché il nuovo desiderio lo costringe a partire da casa e ricercare altrove la soddisfazione, è perché muore la sessualità infantile che l’adolescente è in lutto. La forza muscolare è il significante corporeo dell’incremento della capacità aggressiva; l’adolescente guarda al nuovo corpo muscolare con legittimo orgoglio e in genere si dà un gran da fare per addestrarlo. L’aggressività in adolescenza porta fuori casa, per confrontarsi, fare gare, sfide con i coetanei, mentre l’aggressività infantile è rivolta verso i genitori. La spinta verso l’organizzazione di nuove forme di vita sociale è primaria e decolla in preadolescenza, sotto forma di codice affettivo orientato a sostenere il soggetto nella ricerca di forme di convivenza e cooperazione con i pari età che supportino nella tutela della propria sopravvivenza e nella realizzazione del compito di allargare la conoscenza e costruire i grossi simboli. Generalmente l’adolescente sa che il proprio bisogno di allargare di molto le proprie restrizioni sociali ha caratteristiche pulsionali, si esprime come bisogno, come vera e propria fame di nuovi oggetti.

Ciononostante succede con notevole frequenza che nella sua mente si instauri il conflitto fase-specifico fra le esigenze di devozione e sudditanza alla venerazione di vecchi oggetti e la soddisfazione della fame urgente di conoscere nuovi ragazzi/e per fare il proprio lavoro sociale; nella maggior parte dei casi la spinta sociale ha il sopravvento e contribuisce in modo efficace ad accelerare il processo di separazione dalle immagini genitoriali. In adolescenza la questione della verità, di chi la dice e di chi invece menta, è centrale. Essa riguarda il rapporto fase-specifico esistente fra l’adolescente e la conoscenza. Il bisogno di conoscenza è un problema centrale in adolescenza. Prima non voleva sapere più di ciò che era in grado di tollerare e la conoscenza aveva dei minacciosi aspetti persecutori perché toglieva sicurezza, ora invece deve sapere tutto. L’impulso a simbolizzare, è fortissimo in adolescenza e la tendenza a trasformare la propria conoscenza in attività espressiva è assolutamente fase-specifica e accomuna i ragazzi della stessa età in vari comportamenti. Il più delle volte gli adolescenti dimostrano di non fidarsi dei genitori come depositari della conoscenza, il problema è strutturale e coinvolge la crisi del ruolo genitoriale innescata dalla scarsa attendibilità del genitore a fungere da mentore, è come se esso, agli occhi dell’adolescente, avesse il ruolo opposto, ossia di nascondere la verità. Ciò che succede nella maggior parte dei casi durante l’adolescenza è...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher thedig11 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'adolescenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Gainotti Merete Amann.
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