Senza paura, senza pietà
Valutazione e trattamento degli adolescenti antisociali
La risposta degli adulti ai comportamenti antisociali è spesso inefficace o addirittura controproducente. Grazie alle nuove conoscenze sulla personalità psicopatica e antisociale è oggi possibile impostare un intervento efficace, capace di sconfiggere il pessimismo degli scorsi anni.
Questo riassunto riflette considerazioni teoriche operative sul trattamento di ragazzi antisociali, con particolare interesse all’attività del Minotauro, centro fondato da Franco Fornari a Milano e sviluppatosi grazie a Gustavo Pietropolli Charmet, fondato su interventi psicoanalitici. Gli interventi del Minotauro negli ultimi anni si sono concentrati sui preadolescenti denunciati, sui giovani adulti in carcere, sul supporto ai minori inseriti in comunità di pronto intervento, sulla psicoterapia rivolta a giovani adolescenti. L’impostazione metodologica degli interventi ha favorito l’incontro con i genitori di questi ragazzi, spesso disorientati dal comportamento trasgressivo o violento dei figli. Inoltre, gli interventi hanno previsto la collaborazione di operatori multidisciplinari: insegnanti, psicologi, psicoanalisti, educatori, ecc.
Secondo gli autori, una prospettiva psicoanalitica ed evolutiva, attenta alla relazione tra comportamento antisociale e compiti di sviluppo nonché alla ricerca del significato soggettivo del comportamento, è indispensabile affinché gli adulti rispondano in modo adeguato alla domanda implicita nel gesto trasgressivo. È fondamentale, non limitarsi a neutralizzare un comportamento, ma confrontarsi con le intenzioni soggettive, spesso inconsce, che lo hanno motivato al fine di eliminarlo.
Chi sono questi adolescenti?
Sono malati o semplicemente cattivi? Sono in primo luogo adolescenti che faticano a costruire un’identità sociale, a sentire di avere un valore e di poter determinare il proprio futuro. Questi giovani sono soprattutto maschi, che, a partire dalla pubertà, mettono in atto comportamenti trasgressivi e/o violenti con l’illusione che questi li aiutino a diventare adulti.
Come si diventa adolescenti antisociali?
Molti sono stati bambini con problemi di comportamento fin dalla nascita, altri hanno iniziato a manifestare disturbi a partire dalla pubertà. I comportamenti antisociali degli adolescenti, se ripetuti, possono essere espressione di una tendenza antisociale. Quando questa tendenza si stabilizza come tratto di personalità, parliamo di disturbo di personalità antisociale.
Non tutti gli adolescenti antisociali commettono reati, tuttavia la relazione è stretta; inoltre, anche se non esiste un rapporto causale, la maggior parte dei reati è commessa da minori con una personalità antisociale. È necessario porre attenzione ad aspetti psicologici, psicopatologici, genetici, ambientali e sociali.
Qual è l’intervento più efficace?
Molti usano un intervento psicosociale, il quale, tuttavia, sembra assumere la forma di controllo sociale del disagio giovanile, modo per soffocare un sintomo più che risolvere un problema. I limiti di questo approccio sono evidenziati dal crescente numero di adolescenti immigrati con problemi di comportamento, per i quali il peso del contesto sociale è innegabile. Secondo gli autori, una prospettiva psicoanalitica è fondamentale per interpretare e riconoscere l’appello di questi comportamenti agli adulti. L’individuazione del senso e comunicativo del comportamento è la premessa indispensabile per una risposta efficace. Una prospettiva psicoanalitica ed evolutiva è indispensabile sia per rintracciare il significato disfunzionale di questi gesti, sia per il trattamento.
La difficoltà a trattare gli adolescenti antisociali è in primo luogo la difficoltà che si ha nel trattare gli adolescenti. In Italia, la psicoanalisi dell’adolescenza è nata proprio all’interno dei procedimenti penali con giovani antisociali. Il primo gruppo di professionisti negli anni ’60 del Novecento, era composto da professionisti che lavoravano nei gabinetti medico-psicopedagogici distrettuali, che avevano condotto psichiatri e psicologi come consulenti negli istituti di osservazione e nelle case di rieducazione per i minori delinquenti.
In realtà, l’attenzione per gli adolescenti devianti si può rintracciare dagli albori della psicologia: Aichorn (1925), educatore formato come psicoanalista, riteneva che la psicoanalisi fosse uno strumento fondamentale per comprendere i gesti devianti. Zullinger usava il termine pedoanalisi per indicare un intervento educativo orientato in senso psicoanalitico.
Una disputa fra approccio sociologico e psicologico
Negli anni ’90 una disputa vide i sociologi uscire vittoriosi (sostenuti anche dalla prospettiva antipsichiatrica), comportando la dispersione degli psicologi. A seguito del recente decentramento della medicina penitenziaria dei minori e degli adulti dalle dipendenze del ministero della giustizia ai servizi sanitari locali, il problema dell’integrazione dei servizi sociosanitari e penali è tornato al centro dell’attenzione. Tuttavia, la paura che un intervento sanitario comporti la distruzione della dimensione sociale a favore di quella medica porta a mantenere i due aspetti separati. Al contrario, il modello evolutivo degli autori scommette sulla possibile integrazione tra obiettivi sociali e penali e il supporto psicologico dell’adolescente e della sua famiglia.
La comprensione del senso evolutivo del comportamento antisociale dell’adolescente è alla base di un modello innovativo del trattamento penale, in sintonia con l’orientamento del sistema penale minoritario italiano, attento a favorire la ripresa evolutiva e la responsabilizzazione dell’adolescente autore di reato. È importante che l’incontro con gli adolescenti sociali e le loro famiglie non si riduca né a un controllo sociale del comportamento, né a una psicopatologizzazione. Bisogna capire ed ascoltare i bisogni alla base del suo comportamento e dare agli adulti un modo per aiutarli.
Trasgressività, antisocialità e psicopatia
Natura e cultura
Gli adolescenti sono naturalmente trasgressivi; è difficile distinguere le situazioni in cui aggressività e trasgressività sono al servizio della crescita da quelle in cui sono manifestazioni di una tendenza antisociale o l’inizio di una carriera delinquenziale. La natura trasgressiva dell’adolescenza è riconosciuta dall’antichità; Aristotele definiva gli adolescenti come ubriachi non scaldati dal vino ma dalla natura, mentre Shakespeare sperava nella non esistenza dell’adolescenza per evitare problemi.
- Fughe da casa
- Uso di sostanze (tarda adolescenza)
- Furti e atti vandalici (prima adolescenza)
- Violenze sessuali e omicidi (rari)
Ogni adolescente per crescere ha bisogno di mettere in questione le regole ricevute dagli adulti e di sperimentarsi in situazioni nuove, spesso rischiose, soprattutto i maschi. Noveletto (2009) parla di fantasia di recupero maturativo, modo immaginario degli adolescenti attraverso un gesto appropriato o violento di compensare un blocco e un ritardo nel processo di maturazione; un’anticipazione esagerata del comportamento che caratterizza l’adulto.
Natura e cultura hanno entrambe influenza nel determinare la propensione fase-specifica dell’adolescente alla trasgressione.
- Studi sugli animali: ingresso nella pubertà coincide con l’aumento dell’esplorazione e dei comportamenti a rischio.
- Sviluppo: uno squilibrio nel circuito della gratificazione rende l’individuo più sensibile ai bisogni di gratificazioni esterne (es. droga).
- Genetica: la fragilità genetica alla base dei disturbi di personalità antisociale si esprime in funzione dell’ambiente. Le prime fasi dello sviluppo sono cruciali in quanto definiscono lo stile di attaccamento e il dispiegarsi epigenetico delle potenzialità.
- Contesto sociale: determinante nella definizione dell’antisocialità minorile. La considerazione sociale di certi comportamenti varia a seconda della cultura o subcultura di riferimento. Al giorno d'oggi, la sessualità non è più una trasgressione, mentre i danni verso l’ambiente lo sono sempre di più.
Maschi e femmine
La metamorfosi dell’adolescente ha al centro l’acquisizione del ruolo sessuale. La relazione con l’altro tuttavia è preceduta da una fase di identificazione con i coetanei dello stesso sesso. La trasformazione tra maschi e femmine non differisce solo a livello biologico e puberale ma anche a livello psicologico.
| Maschi | Femmine |
|---|---|
| 1. Orientati al compito | 1. Attente ai sentimenti e alla conoscenza del mondo interno |
| 2. Mettono in mostra forza e coraggio | 2. Conquista della bellezza, non della forza |
| 3. Dominati, non sottomessi (reazione alla dipendenza dalla madre) | 3. Desiderano il legame |
Secondo gli autori, il comportamento antisociale in adolescenza va inteso come modalità disfunzionale di acquisire un’identità sociale, di essere riconosciuti come persone, maschi o femmine, dotati di valore. Disfunzionale in quanto rischia di produrre un effetto opposto a quello desiderato, distruggendo il valore sociale dell’adolescente e riducendo le sue possibilità di diventare un adulto autonomo e responsabile.
Tendenze antisociali
Maschi
- Enfasi sulla propria virilità
- Assenza superficiale di paura
- Paura della minaccia della sottomissione → impulsività di tipo antisociale
Femmine
- Assomigliano a maschi, non sono dolci e sensibili
- Sfrontate e disinibite
- Femminilità enfatizzata
- Evitano la minaccia dell’abbandono attraverso un legame sessuale e sentimentale → sessualità impulsività di tipo borderline
Il comportamento antisociale è più diffuso nei maschi (12%) rispetto al 7% nelle femmine secondo il DSM-IV. La differenza risiede soprattutto nell’espressione dell’aggressività, più che nell’impulsività o nell’irrequietezza (legate all’iperattività e al disturbo della concentrazione). Vi sono infatti più differenze nel disturbo della condotta (13%M, 7.4%F) che nei disturbi di attenzione (8.9%M, 6.2%F). Il divario si annulla nel disturbo oppositivo provocatorio, caratterizzato da impulsività.
La distanza tra maschi e femmine aumenta se si prendono in considerazione i reati minorili: 5M:1F (dato variabile in funzione della cultura e dell’epoca storica). Essere maschio e adolescente è uno dei principali fattori di rischio per il comportamento antisociale. Le femmine non sono meno aggressive dei maschi ma usano mezzi (parole) diversi per esprimerla ed inoltre la dirigono verso le persone a loro più intime, non verso l’esterno (caratteristica tipica dei maschi). Le ragazze che trasgrediscono e aggrediscono hanno paura di perdere un legame, non di fallire nelle competizioni sociali (maschi).
Inoltre, quando una ragazza commette un reato, ha più probabilità di avere problemi psicopatologici: la quasi totalità delle ragazze antisociali raggiunge i criteri necessari per una diagnosi psichiatrica indipendentemente dal DC.
Paradosso di genere: le femmine tendono ad avere problemi più gravi dei maschi nonostante una minore esposizione al rischio. Trasgressività e rabbia, nel caso delle femmine, sono associate ad un maggiore rischio di depressione rispetto ai maschi. Le ragazze a rischio di sviluppare comportamenti antisociali sono state frequentemente vittime di abusi, violenze e maltrattamenti.
Es. Veronica, ragazza italiana di 16 anni. Padre spesso in carcere, madre impegnata nelle relazioni con altri. Veronica sperava di non essere mai nata, tanto i genitori non la guardavano. Litiga spesso, anche con scontri fisici, con la madre. Un giorno viene arrestata per furto. Dà la colpa all’alcol, dice che le hanno messo qualcosa nel bicchiere perché lei non beve mai troppo, ha paura di perdere il controllo e andare a letto con tutti come le sue amiche. Ha lasciato la scuola, il suo vero obiettivo è avere tanti soldi, crede di riuscire a trovare un lavoro grazie al suo aspetto fisico che mette in mostra in modo appariscente.
Questioni etiche
La definizione di trasgressività è legata ai valori sociali; è necessario chiedersi fino a che punto influisce la cultura. Secondo la teoria dell’etichettamento, etichettare una persona come delinquente comporta il fenomeno della profezia che si auto-avvera. La comprensione e la valutazione del comportamento antisociale porta ad interrogarsi sul relativismo etico e sulla possibilità di una definizione scientifica del bene e del male. Il comportamento antisociale, più di ogni altro disturbo, costringe psicologi, psichiatri ed operatori sociali ad interrogarsi sul rapporto tra psicopatologia ed etica, tra malattia mentale e malvagità.
Es. nella psichiatria dell’Ottocento si parlava di follia morale per riferirsi all’antisocialità in senso etico e di pazzia per intendere un disturbo cognitivo.
Sviluppo morale: dagli stadi progressivi ad una morale universale
Un modello di sviluppo molto diffuso per quanto concerne lo sviluppo morale prevede una prima fase in cui il bambino obbedisce per paura, una seconda in cui obbedisce per avere approvazione sociale ed una terza in cui ha interiorizzato i principi etici. Queste concezioni lineari, tuttavia, sono state messe in discussione, non è infatti certo che i diversi tipi di moralità si susseguano secondo stadi progressivi.
Concezioni più attuali tendono a sottolineare le basi naturali della morale, come sfondo sulle quali si collocano le influenze educative e culturali. Secondo alcuni autori esiste una morale universale. L’etica sarebbe basata su 5 sistemi psicologici di base, una sorta di grammatica generativa morale inconscia:
| Principi morali | Comportamenti affiliati | Sistema motivazionale (Lichtenberg) |
|---|---|---|
| 1. Preoccupazione per la sofferenza altrui | Comporta compassione e cura | Accudimento dell’altro |
| 2. Senso di giustizia e uguaglianza nelle relazioni | Sentimentale-sessuale | |
| 3. Obblighi morali legati al gruppo | Determinano lealtà, tradimento, aspettative e un trattamento preferenziale per i trattamenti del proprio gruppo | Attaccamento-affiliazione |
| 4. Obblighi morali relativi alla gerarchia | Obbedienza, senso del dovere, rispetto per i superiori e protezione dei subordinati | Gerarchico-competitivo |
| 5. Tendenza a vivere in maniera nobile, non bestiale (base del disgusto morale) | È difficile ricondurre il disgusto ad uno specifico sistema motivazionale, insieme alla purezza sembra essere legato ad una morale molto arcaica, più vicina alla valorizzazione della purezza di corpo-mente-anima che alle relazioni. Molte norme etiche riguardano infatti il consumo del cibo e la pulizia. |
Gli autori definiscono la patologia come modo disfunzionale e dannoso di raggiungere un obiettivo da parte di un soggetto. Questa definizione necessita che un disturbo non sia ricondotto a una serie di tratti di personalità ma che venga valutato insieme al contesto. Il comportamento antisociale quindi non corrisponde più a una mancanza di etica ma a una distorsione dell’etica.
La prospettiva dei ruoli affettivi non sottolinea una contrapposizione tra modi moralmente immaturi vs maturi di comportarsi ma propone una pluralità di etiche locali, in cui il giudizio di giusto e sbagliato si colloca all’interno di una specifica relazione di ruolo (Maggiolini).
Etica dei ruoli affettivi
Ogni ruolo affettivo ha un sistema di valori (es. etica dei rapporti di attaccamento affiliazione). La prospettiva di diverse etiche, definite ciascuna all’interno del suo sistema di valori (es. forza e coraggio), è in sintonia con le concezioni attuali di filosofia morale che contrastano ogni pretesa di oggettività dei valori pur tentando di evitare un relativismo assoluto. Es. Aggressività competitiva da maschi ≠ aggressività che usa il genitore per difendere il bambino.
Albert Bandura ha sottolineato che un comportamento antisociale può dipendere, non da una mancanza di valori, ma dall’utilizzo di meccanismi di disimpegno morale.
Primo gruppo: processi di disimpegno che operano sulla definizione della condotta
- Giustificazione morale: si fa appello a fini superiori per mettere in ombra la riprovevolezza della condotta agita;
- Etichettamento eufemistico: può consentire di ridimensionare la dolorosità delle conseguenze producendo una distorsione concettuale del vero significato dell’azione che risulta così mascherato;
- Confronto vantaggioso: opera mediante un confronto tra la propria azione e condotte moralmente peggiori, ridimensionando per contrasto la valenza immorale del proprio comportamento;
Secondo gruppo: meccanismi che determinano una distorsione nella relazione causa – effetto
- Dislocamento della responsabilità: la responsabilità dell’azione è attribuita ad un terzo esterno, come un’autorità, per cui la condotta considerata scaturirebbe dai dettami della stessa oppure da esigenze di una particolare situazione;
- Diffusione della responsabilità: può generare un senso di non imputabilità di fronte a colpe che per il fatto di essere di tutti, in definitiva non sono di nessuno.
- Distorsione delle conseguenze: consente di ignorare o minimizzare del tutto la serietà delle conseguenze delle proprie azioni attraverso una non considerazione degli effetti di un’azione;
Terzo gruppo: processi che provocano una rivalutazione della vittima
- Deumanizzazione: si attribuisce alle vittime un’assenza di sentimenti umani che frena il nascere e lo svilupparsi del senso interiore.
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