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Introduzione

Gli articoli che verranno presentati in questo libro sono frutto di un’esperienza clinica nell’area psicologica con persone transessuali, uomini e donne, messa a punto da un gruppo di lavoro costituito da psicologi clinici, psicoterapeuti, psichiatri, psicopatologi forensi e specializzandi in psicologia clinica, presso l’Unità di Psicologia Clinica e Psicoanalisi Applicata del Dipartimento di Neuroscienze e di Scienze del Comportamento dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Le persone transessuali con cui il gruppo ha lavorato non hanno mai formulato spontaneamente la domanda di consulenza, ritenendo che il loro problema fosse risolvibile unicamente attraverso l’intervento. Infatti, è principalmente dalle cliniche mediche che i pazienti vengono inviati all’équipe, e in particolare dalle Unità cliniche di Endocrinologia e Uroandrologia, cioè dai due settori significativi ai fini del “cambiamento di sesso”. Nello specifico, il medico legale del Tribunale delega agli psicologi la valutazione degli aspetti strettamente psicologici, occupandosi invece degli aspetti organici (per cui vi è un’effettiva suddivisione dei saperi scientifici).

Lo psicologo, concretamente, dovrà:

  • Verificare l’eventuale presenza/assenza di disturbi psichici associati alla condizione transessuale (che potrebbero condurre il soggetto, dopo l’intervento chirurgico, verso forme di scompenso psicotico);
  • Escludere che la condizione transessuale sia l’effetto di una struttura psicopatologica di altro genere.

Da ciò emerge il fatto che la transessualizzazione è un fenomeno che può presentarsi in varie problematiche psicopatologiche, e la domanda di “cambiamento di sesso” è una domanda che non va da sé. Da qui la necessità di effettuare dei colloqui preliminari, proprio per escludere le due ipotesi sopracitate.

Diagnosi secondo il DSM-IV

Il “Disturbo dell’Identità di Genere” ha due componenti, che devono essere entrambe presenti ai fini della diagnosi:

  • Un’intensa e persistente identificazione col sesso opposto (Criterio A);
  • Un persistente malessere riguardo alla propria assegnazione sessuale, o un senso di estraneità riguardo al ruolo di genere del proprio sesso (Criterio B).

La diagnosi non va fatta se il soggetto ha una concomitante condizione fisica intersessuale. Inoltre, per fare diagnosi deve esservi prova di un disagio clinico significativo, o una compromissione dell’area sociale o lavorativa del soggetto.

La differenza tra sesso e genere

La differenza tra sesso e genere è stata fatta da Stoller, che limita il “sesso” ad una condizione più biologica, mentre il “genere” è un termine che ha delle connotazioni psicologiche e culturali. Abbiamo poi l’identità di genere e il ruolo di genere: la prima è la percezione e la conoscenza che si appartiene a questo o a quel sesso, mentre il secondo è il comportamento manifesto che si adotta in ambito sociale.

Da quanto detto emerge che, nell’interpretazione psichiatrica della problematica transessuale, si dà per scontato il fatto che non vi siano differenze tra ciò che il soggetto dichiara di sentire e ciò che egli è. Allo stesso modo, tra ciò che il paziente dice circa la propria sofferenza e la sofferenza effettiva non vi sarebbe alcuna differenza significativa. Ma chi può garantire che la domanda del soggetto coincida col suo desiderio effettivo, e che la sua sofferenza coincida con quella effettivamente patita?

Spesso i soggetti, durante i colloqui, alla domanda di localizzare temporalmente il momento in cui è iniziato il loro disagio, rispondono con un “Da che sempre”, chiude la condizione transessuale su se stessa, ed attribuiscono la causa ad un “errore di natura”. Pertanto, alla base di questi soggetti vi è un’“autodiagnosi in cerca di conferma”. L’errore in cui spesso cadono gli psicologi clinici sta proprio nell’accettazione acritica di questa autodiagnosi, confermandola a priori.

Da ciò deriva quella condizione che Oppenheimer definisce “double bind”, ovvero “doppio legame”: infatti, il transessuale imprigiona l’altro (terapeuta) in questo “doppio legame”, in cui il mancato riconoscimento metterebbe fine alla relazione, mentre la neutralità viene interpretata come assenso; tale intrappolamento riflette ciò che il soggetto ha vissuto in passato, essendo questa influenza sull’altro l’inverso di un sottostante sconforto profondo.

Da quanto detto emerge come lo psicologo clinico abbia una forte responsabilità etica, per cui non basta accettare acriticamente l’autodiagnosi formulata dal transessuale, ma occorre una riflessione più approfondita.

Capitolo 1: “Marta o l’amore con l’Angelo”

Marco è un giovane di 21 anni, vive a Napoli e proviene da una famiglia di operai; è il primo di tre figli, e coi fratelli dichiara di avere pessimi rapporti. Da piccolo ha vissuto con i nonni materni e con una zia rimasta nubile. In particolare, la nonna ha avuto per lui un’importanza fondamentale, e la sua morte segnò la vita di Marco. Anche i rapporti con entrambi i genitori vengono definiti pessimi.

Quando iniziarono i colloqui, Marco aveva già fatto richiesta al tribunale per la riassegnazione sessuale e il cambiamento dell’identità anagrafica (voleva chiamarsi Marta), e aveva già incontrato il chirurgo per concordare l’intervento di emasculazione. Marco si presentava alle sedute vestito da donna, truccato, con taglio di capelli femminile e viso glabro; quando parlava di sé utilizzava per lo più il genere femminile, tranne in alcuni rari casi, in cui “gli scappava” il genere maschile.

Raccontava di aver avuto il primo rapporto anale con un compagno di classe, all’età di 12-13 anni, e di aver avuto un unico rapporto eterosessuale a 18 anni, in vacanza. In quell’occasione, Marco si accorse che voleva essere al posto della ragazza, e questo evento fu per lui una delusione. Dichiara inoltre di sentirsi infastidito quando a casa lo chiamano “Marco”, fino a star male. Anche durante i colloqui insiste per essere nominato al femminile. Definisce il suo pene “un ingombro”, e non vede l’ora di sottoporsi all’intervento, in modo da poter finalmente indossare un costume, ed essere guardata come voleva essere guardata, ovvero come donna.

Proprio il tema dello sguardo è cruciale in Marco, poiché l’assenza dello sguardo lo getta in una posizione di scarto, di angoscia. Altro tema fondamentale è quello dell’estraneità del corpo: Marco afferma di voler “seppellire” il suo corpo, una sorta di “cambiamento di pelle”. Il piacere di vedersi e sentirsi donna è connesso all’importanza di vestirsi da donna: i vestiti aderentissimi che porta, che gli si attaccano alla pelle, sono infatti diventati la sua stessa pelle.

Nell’unico colloquio post-operatorio, Marta cerca di far capire che il sesso nelle relazioni non è importante, e dichiara di voler avere una relazione con un Angelo, che duri in eterno, senza sesso. Ciò dimostra che, in realtà, l’Angelo aspirava a diventarlo lui stesso! L’esclusione dell’incontro sessuale coincide, pertanto, con l’esclusione della castrazione e l’economia che essa implica: la necessità di essere uomo o donna!

Tornando ad analizzare i rapporti coi genitori, si scopre che era stata proprio la madre di Marco a consegnare il proprio figlio a sua madre (quindi alla nonna), per cui il bambino era diventato un figlio generato fuori dal rapporto col marito, frutto invece della relazione con la propria madre, con tutte le conseguenze che ne derivano! Dunque, Marco diviene il fallo mancante della madre. Il padre, in questo scenario, emerge solo come il polo di una rivalità immaginaria, mentre è totalmente assente una funzione simbolica!

Il taglio, la barriera simbolica della rimozione, Marco la cercava nei bisturi del chirurgo. Anche la sua visione della genitorialità appariva fuori da ogni riferimento simbolico: a tal proposito, diceva di non voler avere un figlio come uomo, ma di voler “prendere in affitto” l’utero di una donna, e poi crescere il bambino come madre. Dunque, Marco si vede come Padre e Madre, tutto in uno, senza alcuna divisione dell’ordine simbolico.

Ovviamente, un progetto del genere non potrà mai trovare soddisfazione, perché l’Angelo eterno che Marco vuole diventare, per poi incontrare un altro Angelo, con cui realizzare un amore eterno e figli senza rapporto sessuale reale, è al di là di ogni realizzazione umana.

Capitolo 2: “Un destino transessuale”

Silvio, 44 anni, era stato inviato dalla Clinica endocrinologica. Non ha mai assunto ormoni di sua iniziativa, si presentava sotto un abbigliamento maschile e si presentava come il “Signor Silvio T.” quando parlava al passato o al presente, mentre usava il genere femminile per parlare del futuro. Dice di aver avuto un’infanzia normale, dei genitori normali (entrambi morti). Tuttavia, alla morte della madre, Silvio fu preda di una profonda angoscia ipocondriaca (temeva di avere un tumore ai testicoli); inoltre, era affetto da una miopia degenerativa, che gli aveva impedito di portare avanti sia gli studi al Conservatorio che quelli universitari.

Dichiara di aver avuto il suo primo rapporto sessuale all’età di 9 anni, con un ragazzo più grande. Il racconto era privo di qualunque coloritura emotiva (afferma di essersi sentito violentato, ma allo stesso tempo aveva provato piacere).

Silvio appare un “transessuale atipico”, poiché, a differenza degli altri, teme di poter perdere, a seguito dell’intervento, il piacere sessuale, un piacere diverso, legato all’immaginazione, all’immagine, e quindi allo sguardo dell’Altro. Inoltre, lui non si veste da donna di giorno, ma solo la sera, perché, dice, “il buio ti aiuta”. Definisce inoltre il suo pene un’“inutile protuberanza”, e ciò che gli interessa non è tanto avere l’organo femminile, quanto annientare questo pene.

Da quanto detto emerge con chiarezza la dialettica tra corpo maschile reale e corpo femminile immaginario: da un lato vi è un difetto di costituzione dell’immagine narcisistica (il corpo maschile, il pene, è il luogo del disagio e del ridicolo); dall’altro, abbiamo un femminile che è totalmente incorporeo, effetto di un insieme di proiezioni e di sguardi.

Come afferma Chiland, il discorso del transessuale poggia sul concetto di “desiderabilità”: il “desiderabile” viene ricondotto a due condizioni, ovvero il sentirsi femmina da sempre e il vestirsi da femmina. Infatti, il vestito femminile rappresenta, per il transessuale, un involucro, un contenitore.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swarovskyna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Lo Castro Giovanni.
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