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Critiche alla psicoanalisi e risposte freudiane

Primo argomento: l'inconscio è freudiano

Il libro propone, suddivise in dodici argomenti, le principali critiche rivolte alla psicoanalisi e le rispettive repliche ad esse. I detrattori della psicoanalisi formulano la loro prima critica sostenendo che l'inconscio non è stato scoperto da Freud: esso esiste già in Platone, Nietzsche, Charcot, Janet… In effetti Freud non scopre l'inconscio ma lo inventa. Egli infatti inventa qualcosa che non esisteva prima: l'inconscio non viene pensato come un'oscurità inaccessibile della psiche ma come una ragione dotata di una sua grammatica.

Mentre gli autori che precedono Freud accentuano il carattere irrazionale e selvaggio dell'inconscio, Freud sottolinea il fatto che l'inconscio sia il luogo dove risiede il nostro desiderio più particolare. È chiaro dunque come la concezione dell'inconscio freudiano segni uno spartiacque con la cultura romantica che opponeva drasticamente ragione e sentimento. La divisione non è più tra un'anima razionale e una passionale, ma è una divisione che attraversa la ragione stessa: Freud include perciò nel campo stesso della ragione ciò che fino a quel momento era pensato come escluso da essa.

Altra obiezione dei critici: l'inconscio è un subconscio. Freud giustifica una concezione della vita doppia: questa concezione appare insostenibile per i critici. In realtà, per Freud l'inconscio non è subconscio, e una topologia che li confonda non è praticabile. Non esiste una netta divisione tra coscienza e inconscio. Esso non è l'antitesi della razionalità perché si sviluppa innanzitutto come una ragione.

Il passo compiuto da Freud consiste nel pensare insieme ragione e inconscio, cioè nell'intendere l'inconscio stesso come una ragione. Certamente le manifestazioni dell'inconscio per la psicoanalisi implicano il ridimensionamento della sfera della coscienza. In passato il sogno era il luogo in cui il divino comunicava con l'uomo; nella prospettiva freudiana invece ciò che parla nel sogno è ciò che di se stessi si rifiuta di conoscere: chi parla è l'inconscio, in una lingua sconosciuta ma che è peculiare per ogni soggetto.

L'inconscio freudiano non è un contenitore di significati, ma è un inconscio che partecipa alla vita del soggetto perché ne fa parte; la dimenticanza è un modo particolare di manifestazione del dimenticare, è un modo per abolire ciò che non si vuole rendere presente attraverso il ricordo. Essa viene tecnicamente definita rimozione (allontanare dal soggetto ciò che egli non sopporta di se stesso). Questa azione non arriva ad abolire ciò che allontana: tutto ciò che viene rimosso continua ad esistere e può bussare più o meno insistentemente alla nostra porta.

Per Freud l'inconscio non porta con sé nulla di selvaggio o istintuale, ma è innanzitutto una intenzionalità, un'azione orientata da un fine e non un caos di pulsioni. Esso è un sapere che agisce come una perturbazione della catena dei pensieri coscienti (come nel caso del lapsus). Ed è importante, secondo Freud, che la ragione tenga conto di ciò che la travalica, assuma la propria divisione e riconosca questa istanza come propria.

Secondo argomento: il mondo interno è esterno

Secondo i critici, nelle teorizzazioni freudiane la dimensione sociale viene ignorata. In realtà, questa critica non tiene conto del fatto che un attributo dell'inconscio è quello di essere pensato in relazione a ciò che accade nell’Altro. Freud stesso afferma che la psicologia individuale non esiste, è un'astrazione: essa è sempre sociale. Sono i legami e le appartenenze a definire la vita di un soggetto.

Come sostiene Lacan, il soggetto è costitutivamente transindividuale perché assorbe nel suo essere le parole, i significanti, le immagini che abitano il mondo degli altri. L'inconscio non è un altro modo di definire la vita interiore ma segna un cambiamento di prospettiva tale per cui la distinzione tra un mondo interno ed esterno è resa superflua. Secondo la prospettiva psicoanalitica, la costituzione della propria immagine ha necessariamente bisogno di modelli esterni. L'identità di ciascuno è stratificata della identificazioni con l'altro. L'identificazione non è un insieme replica solo esteriore del comportamento altrui ma modifica l'essere stesso del soggetto.

Ciò che conta per la psicanalisi non è separare il mondo interno dal mondo esterno, ma l'idea che l'esistenza dell'inconscio sia determinata, coinvolta da sempre con ciò che avviene nel luogo dell'Altro. Un altro rapporto fondamentale per la psicoanalisi è quello tra il soggetto e il programma Civiltà: non esiste alcun soggetto che non preso in un campo di relazioni. Tuttavia, secondo la prospettiva psicoanalitica, la Civiltà, in generale, non può garantire in nessun caso il soddisfacimento del programma delle pulsioni e tra i due programmi esiste una discrepanza che Freud ha denominato disagio della Civiltà.

Il soddisfacimento integrale del programma pulsionale non è possibile perché all’uomo viene richiesto un sacrificio del godimento. Questa rinuncia incivilisce l’uomo ma al tempo stesso lo aliena da se stesso, lo obbliga a una mortificazione simbolica. Per tale ragione esiste un conflitto insanabile tra il programma pulsionale e quello della Civiltà. Nell'esperienza analitica bisogna tener conto di questo conflitto affinché ciascuno possa trovare un suo posto particolare nel campo della Civiltà.

Terzo argomento: critica al principio di identità

Dopo Freud la ragione umana allarga i propri confini includendovi figure dell'inconscio. L’esistenza stessa dell’inconscio indebolisce la pretesa dell’Io di voler essere un’identità. Con la rivoluzione paradigmatica freudiana la nozione stessa di identità diventa problematica. L'inconscio freudiano sottrae all'uomo ogni ideale di padronanza sino a non ritenerlo “padrone in casa propria”.

Secondo la prospettiva analitica la malattia non scaturisce da una fragilità dell’io ma da un suo rafforzamento eccessivo. Essa ha la funzione di mostrare l’illusorietà della pretesa di voler esser un’identità solida. La malattia non scaturisce mai a causa dell’inconscio ma come effetto del suo esilio. Il malato non è mai l’inconscio ma la credenza di esserne senza, di essere solo un io. Ci si ammala perché ci si allontana dall’inconscio e ci si irrigidisce nell’identificazione all’io. La malattia è indice di un eccessivo attaccamento del soggetto al proprio io.

La psicoanalisi è stata accusata di voler essere la nuova padrona del soggetto, di voler colonizzare il soggetto dell’inconscio. È stata accusata di essere fondata sull’uso dell’illazione, come se ogni cosa debba sempre riferirsi a un’altra cosa. I critici ritengono che essa giustifichi un colonialismo interpretativo che non tiene conto della singolarità del soggetto e del contesto sociale. In realtà, il presupposto che orienta la psicoanalisi è l’indebolimento radicale della padronanza dell’io.

L'esperienza dell’inconscio è un’esperienza di cedimento, di smarrimento; le manifestazioni dell’inconscio sono più forti della volontà: qualcosa avviene senza che l’io possa governarne la direzione. Quando un soggetto si crede un io e parla partendo da questa convinzione esclude da sé qualcosa che lo riguarda. La psicoanalisi introduce un dubbio sull’identità tra l’essere e il pensiero: là dove c’è pensiero non c’è essere e viceversa.

Le domande d’aiuto rivolte allo psicoanalista sono accomunate dal fatto che il soggetto non è più sicuro di essere ciò che pensava di essere fino a quel momento. La disgiunzione tra essere e pensiero è la forma in cui si manifesta l’inconscio freudiano. L’inconscio come esperienza di mancamento, di inciampo, non riguarda solo i pazienti ma anche l’analista. L’analista non deve incarnare nessun fantasma di padronanza.

Il dispositivo analitico non si basa sull’esplicitazione del sapere dell’analista ma sul condurre il soggetto a toccare il limite del proprio sapere. L’invenzione dell’inconscio freudiano pone dunque in modo inedito il problema della malattia mentale. Ogni qual volta soggetti o gruppi difendono caparbiamente la propria identità c’è il rischio di malattia psichica. Su una linea di pensiero affine si orientano gli studi di Lacan, Winnicott, Bion e Bollas. Se un soggetto resta rigidamente ancorato alla difesa della propria identità perde lo slancio creativo, il

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swarovskyna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Lo Castro Giovanni.
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