Riassunto per l'esame di Psicologia dell'educazione, basato su
r ielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal
docente “Manuale di psicologia dell'educazione” a cura di
C.Pontecorvo.
Parte 1 – Nuove prospettive.
Capitolo 1 – La psicologia dell’educazione oggi.
La tematica centrale della psicologia dell’educazione è ancora oggi quella della dinamica apprendimentoinsegnamento, in particolare,
dello studio delle dimensioni psicologiche dei processi educativi in tutta la loro gamma con particolare riferimento ai processi di
insegnamentoapprendimento, dato che l’apprendimento da solo ha luogo anche al di fuori della scuola e della dimensione dell’insegnare.
La necessità di una connotazione interdisciplinare si basa su alcune linee portanti: la sperimentazione psicodidattica
sull’apprendimento e sui singoli contenuti di studio, le relazioni tra fasi dello sviluppo e metodiobiettivi educativi, i processi
motivazionali, gli strumenti di misura e di valutazione.
La learningtheory elaborata dal comportamentismo aveva il pregio della semplicità e il difetto del riduzionismo; i comportamenti
umani di cui veniva dimostrato l’apprendimento erano semplici e poco interessanti. Il comportamentismo definisce l’apprendimento come
consolidamento di una risposta che viene rinforzata e quindi appresa attraverso un’opportuna somministrazione di contingenza di
rinforzo. Restano fuori dalla sua analisi non solo le conoscenze disciplinari, complesse e articolate che si imparano a scuola, ma anche
linguaggi e discorsi, procedure e metodologie, interazioni sociali complesse, modalità concettuali ed epistemiche, attività professionali
autonome. Il superamento di questa prospettiva ha portato al primo affermarsi del cognitivismo e alla progressiva sempre crescente
considerazione del contenuto dell’apprendimento e del ruolo del contesto in cui si elabora e si immagazzina l’informazione. La
concezione dell’interazione tra sviluppo e apprendimento elaborata da Vygotskij e Bruner ha inaugurato un nuovo modo di guardare
all’apprendimento delle funzioni psichiche superiori come frutto dell’interiorizzazione di ciò che si manifesta nell’interazione sociale,
cioè nello scambio che ha luogo tra un soggetto meno competente e un soggetto più competente (zona di sviluppo prossimale).
L’interazione sociale è importante poiché crea le condizioni per l’interiorizzazione. Secondo Piaget, il processo di interiorizzazione è
innescato dall’azione del soggetto quando quest’ultima diventa mentalmente reversibile e si trasforma quindi in operazione; per
Vygotskij è invece la relazione sociale che si crea nell’interazione che viene interiorizzata e può così condurre ad una successiva
espressione autonoma.
L’apprendimento non è riportabile a un modello unitario, poiché tutto non si apprende nello stesso modo e nelle stesse condizioni.
L’apprendimento è qualcosa che resta (persistenza): un processo che ha avuto luogo quando qualcosa che un individuo ha ascoltato,
letto, fatto, detto, scritto, resta nella sua memoria per poter essere recuperato in un momento successivo. E’ qualcosa che si
automatizza , qualcosa che si costruisce attraverso processi di comprensione, qualcosa che si interiorizza .
Bruner, uno dei padri fondatori dell’approccio cognitivista, dice che la rivoluzione cognitiva si era proposta di riportare la mente
all’interno del dominio delle scienze umane, ma che è stata eccessivamente tecnicizzata fino a vanificare quell’impulso originario: i suoi
stessi successi tecnici hanno disumanizzato il concetto di mente; la corsa verso la simulabilità dei processi umani e l’uso indiscriminato e
poco critico della metafora del calcolatore sequenziale per la mente umana ha fatto perdere alla prospettiva cognitivista in psicologia
dell’educazione molta pregnanza.
La posizione qui sostenuta è quella di chi ritiene che la psicologia dell’educazione si debba connotare come una psicopedagogia dello
sviluppo culturale, come un punto di incontro tra modelli dello sviluppo e modelli della socializzazione e dell’istruzione, in cui un ruolo
determinante è svolto dalle mediazioni semiotiche, da quelle offerte dal linguaggio e dal discorso, e da tutti gli altri artefatti culturale
tra cui rientrano le discipline di studio e anche le tecnologie dell’informazione. La presa di coscienza dell’artificialità di ogni procedura
sperimentale ha condotto ad una riabilitazione delle metodologie osservative, più sensibili all’ecologia della situazione e al naturale
manifestarsi dei fenomeni da indagare. Si è venuta quindi sviluppando un’impostazione di psicologia culturale, sotto l’influenza
delle prospettive della scuola storicoculturale russa. Lo scopo essenziale di una psicologia culturale è quello di reintrodurre la psiche
nella cultura e la cultura nella psicologia. Assume pertanto centralità l’attività umana di attribuire un significato agli eventi, in quanto
incontri con il mondo e scambi con gli altri. La cultura si delinea come un insieme di significati di sfondo condivisi da un gruppo umano,
che si manifesta essenzialmente nella conversazione quotidiana. Si assiste a un passaggio dallo studio di laboratorio agli studi
sull’attività del ricordare, esempio della possibilità di studiare l’attività delle persone nei contesti di vita reali. Diventano oggetto
rilevante di studio le interazioni discorsive che hanno luogo in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro. La socializzazione svolge un
ruolo progressivamente più attivo e creativo che produce innovazione nel contesto; si apprende in quanto si produce qualcosa di nuovo,
che induce cambiamento anche negli altri partecipanti. Alla prospettiva di psicologia culturale un contributo essenziale è stato
apportato dalla teoria vygotskiana, dichiaratamenteinterazionista: lo sviluppo nasce dall’interazione tra individuo e ambiente. Per
Piaget, l’ambiente è prevalentemente la realtà naturale e artificiale, mentre per Vygotskij si tratta invece del mondo sociale e culturale,
in cui entrano le relazioni umane e sociali, le mediazioni linguisticodiscorsive, gli artefatti culturali, materiali e astratti. In questa
prospettiva, l’apprendimento non è visto come il risultato di un passaggio di nozioni o di acquisizione individuale, ma è una
costruzione sociale che si produce nei soggetti che apprendono attraverso la mediazione dall’insegnamento in contesti specifici e
attraverso sistemi di segni e simboli. Uno dei compiti dell’educazione è far entrare i bambini e ragazzi nel mondo di sistemi simbolici, nei
modi che sono stati elaborati e valorizzati nella cultura di appartenenza, ed è una componente fondamentale di una prospettiva
psicologicoculturale. La stretta interazione tra l’attività, il materiale, gli strumenti e un sistema di simboli ha una valenza storico
culturale e guida l’interpretazione. Dal prodotto generato dalla sua attività, intenzionale o non, scaturisce un feedback che modifica
l’attività successiva. La zona di sviluppo prossimo è un buon modello della socializzazione e dell’apprendimento che si realizza nei
contesti naturali della famiglia, del gruppo dei pari, della scuola. Gli adulti spesso offrono ai bambini quello che è stato definito come
scaffolding, cioè come l’impalcatura di sostegno che è offerta al bambino e poi progressivamente smantellata man mano che egli diviene
capace di svolgere autonomamente l’attività. Un orientamento prevalente nella ricerca è stato quello della suddivisione preordinata di
compiti; si tratta di forme di collaborazione sul modello dell'incastro a puzzle in cui ciascun partecipante studia un aspetto diverso del
problema comune, che viene elaborato a parte o in precedenza, e i contributi vengono poi messi insieme. La nostra opzione è quella di
guardare meglio all'interno dell'apprendere in gruppo, da cui si evidenziano forme diversificate ma rilevanti di condivisione della
conoscenza in cui il linguaggiodiscorso utilizzato dai partecipanti nell'interazione svolge un ruolo sempre più rilevante per la
costruzione dei significati e delle nuove conoscenze. Un primo impulso all'importanza dell'interazione tra pari è venuto dalla ricerca
piagetiana che ha centrato l'attenzione sul ruolo del conflitto cognitivo e sociocognitivo tra punti di vista diversi. Il conflitto
produttivo svolge un ruolo decisivo fino a che la conversazione generale ha bisogno del sostegno di una reazione semanticamente
contingente che raccoglie e rilancia, accettandolo, il discorso dell'uno e dell'altro. Quando si innescano le sequenze conflittuali di
disputa, la contrapposizione tra bambini si alimenta da sola secondo un suo dipanarsi interno, quasi naturale. E' all'interno di queste
sequenze che si vanno elaborando le giustificazioni e quindi le spiegazioni più raffinate.
La psicologia ha cercato di addomesticare i due costrutti di contesto e cultura sotto la nozione di variabili, tuttavia va abbandonata
l'idea che il contesto preesista all'organismo che in esso si sviluppa, perchè fin dall'inizio si ha una dinamica unificata organismo
ambiente e conseguentemente una loro interdipendenza. Il superamento dell'idea dello sviluppo come decontestualizzazione conferisce
nuova centralità alla nozione di contesto nello sviluppo, visto quest'ultimo come una progressiva capacità di contestualizzare
correttamente anche i compiti scolastici, che richiedono un certo tipo di informazione contestuale convenzionale per poter essere risolti.
La conclusione di molti studiosi è che ogni apprendimento o conoscenza sono situati in quanto non esistono indipendentemente dal
modo in cui i partecipanti la contestualizzano. Nelle discussioni in classe tra bambini è risultato evidente il ruolo del reciproco
argomentare, come spontaneo apportare di ragioni a favore (o contro) di posizioni sostenute da altri. L'apprendimento
collaborativo si presenta in una forma sia consensuale sia oppositiva; si tratta di due forme complementari di collaborazione. La
modalità oppositiva è quella in cui il ruolo dell'insegnante non è rilevante rispetto all'interazione tra bambini, i quali nelle dispute
possono procedere nel ragionamento senza aver bisogno del sostegno adulto. Ci sono apprendimenti in cui è essenziale la dimensione più
generale della partecipazione. La partecipazione comporta che la situazione di apprendimento sia organizzata in modo tale da
consentire ai discenti di partecipare in forma progressivamente sempre più centrale ad un sistema di attività. Dal punto di vista
educativo si tratta di una concezione che può guidare anche l'organizzazione di ambienti per l'apprendimento o di comunità di discorso o
di discenti, perchè oltre ad apprendere conoscenze si instaurano anche delle reti interpersonali di comunicazione, si apprendono anche
modi e relazioni sociali, oltrechè pratiche di lavoro collaborativo. Oltre allo sviluppo dell'autonomia e dell'assunzione di responsabilità
rispetto a scopi collettivi e condivisi, si praticano e si acquisiscono anche le capacità più strettamente discorsive e cognitive, in funzione
dell'attività specifica, che vengono attivate in questi contesti finalizzati a fare insieme, i quali si rivelano a forte valenza formativa. Un
processo di istruzione che sia sensibile alle nuove modalità di apprendimento e che si ponga il compito decisivo di elevare in modo
sostanziale il livello culturale generale di tutti deve avere chiare le competenze indispensabili necessarie a tutti per uscire dal sistema
formativo obbligatorio:
• Comprendere testi.
• Comunicare ad altri idee e dati, in diverse forme parlate o scritte, organizzando l’informazione.
• Elaborare e interpretare dati quantitativi usando tecniche di tipo matematico.
• Impostare e risolvere problemi usando le mani, gli strumenti e i mezzi tecnologici del nostro tempo.
• Lavorare e collaborare con gli altri, in modo produttivo, critico e non conformistico, valorizzando le proprie e altrui
competenze.
• Disporre di strumenti e pratiche di fruizione e produzione (saper fruire della cultura alta).
• Imparare a imparare, a voler continuare a imparare e a insegnare ad altri in diversi contesti sociali.
Il sistema formativo deve dare, ai suoi vari livelli, l’opportunità di praticare queste competenze e offrirne un esercizio diretto, anche se in
forme guidate e sostenute dal contesto facilitante.
Secondo la teor ia dell’attivit à di Leont’ev, un’attività situata è quella in cui sono presenti dispositivi, materiali, forme di
conoscenza storicamente costituite e socialmente distribuite, processi di interazione sociale e modi di azione sociale che essi producono,
oltreché rappresentazioni mentali congruenti. Oggi si considera l’apprendimento come situato in quanto avviene sempre in una
particolare situazione contestuale ed è distribuito perché si distribuisce su di una serie di supporti e di strumenti; molte delle nostre
abilità sono distribuite sugli strumenti di cui ci serviamo. Anche la ricerca scientifica è considerata come un’attività situata, per il
ricercatore è necessario conoscere molte cose a livello descrittivo per poter dire in che consiste un sistema di attività. Anche le varie
situazioni di apprendimento formale nelle istituzioni educative definiscono sistemi di attività, in quanto stabiliscono delle procedure
discorsive in cui agli allievi si chiede di ricordare quello che si è fatto insieme in un’altra occasione. Oggi si guarda con maggiore interesse
alle forme di apprendimento e di conoscenza che hanno luogo al di fuori delle istituzioni formative, in contesti informali, quelli che
alcuni studiosi hanno chiamato “apprendistato cognitivo’’ per sottolineare che le conoscenze sono apprese in relazione ai loro usi
nei diversi contesti e attraverso l’esperienza guidata che rende espliciti processi e metodi che per lo più sono interni e serve a sostenere la
riflessione e la metacognizione.
In questa prospettiva di condivisione di azione e pensiero, cambia la visione del significato, che acquista una caratterizzazione
fortemente intersoggettiva, in riferimento alla situazione scolastica in cui la creazione di una intersoggettivit à collettiva è la
condizione necessaria affinché si possa creare una situazione di reale insegnamentoapprendimento. Pertanto il significato non risiede
nella mente del singolo individuo, ma è il risultato di una negoziazione sociale e culturale. La conoscenza e il pensiero sono sempre
attività socioculturali, più o meno manifeste. Di qui l’esigenza di studiare, piuttosto che processi e meccanismi generali e privi di
contenuto, i modi in cui gli esseri umani impegnati in pratiche sociali usano gli strumenti concettuali e fisici come risorse per raggiungere
scopi. Le conoscenze, sociali e individuali, non si costruiscono come se fossero pezzi isolati di informazione, ma come corpi comprensivi
di conoscenze che formano un insieme coerente e un modo generale di ragionare produttivo nelle attività umane. Una tale concezione,
presenta una caratterizzazione fortemente sociale, strumentale ed esterna di tutta l’attività cognitiva. L’attività di conoscenza e di
apprendimento ha bisogno di situazioni sociali concrete in cui svolgersi e comporta sempre il rapporto con gli altri, la negoziazione di
significati, l’uso di artefatti, strumenti, procedure e quadri concettuali. Questa opzione intende dar rilievo all’apprendimento nei suoi
aspetti processuali, esterni, prevalentemente discorsivi e comunque osservabili, piuttosto che ai risultati, misurabili solo attraverso prove
ad hoc, in cui invece si assume che l’apprendimento può darsi solo come risultato di un’attività di studio individuale. L’apprendimento
deve partire e tornare nel suo contesto naturale che è quello scolastico e accademico, rispetto a cui il lavoro individuale può essere solo il
complemento e non il fulcro.
Si apprende e si ricorda ciò che è funzionale alla costruzione della propria identità personale. Il senso che ogni individuo ha di sé è il
prodotto dinamico emergente dalle sue relazioni interpersonali. L’identità personale viene continuamente elaborata, ridefinita, negoziata
nello scambio con l’altro. In questa costruzione svolge un ruolo determinante l’identità di genere. Anche la scuola svolge un ruolo
importante nella costruzione dell’identità, perché gli insegnati sono figure identitarie importanti per bambini/e e ragazzi/e, i quali
trascorrono a scuola la maggior parte del loro tempo in età evolutiva. Gli insegnanti costituiscono non solo dei modelli per
l’apprendimento, ma anche delle figure di identificazione, aggiuntive e in qualche caso alternative a quelle genitoriali. Essi non hanno
solo la funzione di trasmettere conoscenze, ma anche di rappresentare delle opzioni di vita, dei modi di pensare, dei modi di essere e di
stare nel mondo. La prevalente femminilizzazione della professione di insegnante può creare talvolta dei problemi di identità per i
bambini e i ragazzi maschi, soprattutto se non c’è un’accortezza psicoeducativa e culturale rispetto a questa problematica. Tutti i
rapporti educativi sono strumenti essenziali per la costruzione e la ricostruzione del sé. I singoli soggetti costruiscono sia un’immagine
di sé come persona, sia come allievo; conseguentemente ci si può costruire anche una stima di sé che è determinante per la motivazione e
la riuscita negli apprendimenti di qualsiasi tipo. C’è un’interdipendenza di narrazioni nelle relazioni tra gli individui che costruiscono
reti di identità che si sostengono a vicenda e possono avere una maggiore o minore stabilità.Le narrazioni e i discorsi quotidiani sono la
malta con cui gli individui cocostruiscono la conoscenza, l&rsquo
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