Psicologia culturale dei gruppi
Psicologia culturale e gruppi
Tra Mead e Vygotskij: l'impossibilità di una psicologia individuale dei gruppi. La prospettiva culturale considera come centrali per l'analisi psicologica i contesti sociali della vita quotidiana, in cui gli individui sono immersi e che contribuiscono a definire come luoghi nei quali avvengono processi pubblici di negoziazione di significati collettivi. Pensiamo alle pratiche lavorative: nessun lavoro è eseguibile individualmente, è sempre svolto all'interno di gruppi, di contesti sociali di intersoggettività che permettono di costruire e via via modificare un sistema di pratiche condivise.
Tali pratiche sono costituite da un insieme di attività di routine (procedure quotidiane per svolgere i compiti), resoconti (storie su aspetti importanti della vita del gruppo), gerghi specializzati (parole e gesti), rituali (cerimonie che marcano eventi importanti) e simboli (oggetti con un significato speciale), artefatti che sono condivisi, negoziati e modificati durante le interazioni con altri attori sociali.
Un'analisi solo individuale rischia di far perdere di vista e di nascondere proprio il processo d'interazione sociale e di condivisione dei significati, anche culturali, che rende possibile descrivere e spiegare il comportamento e le attività degli individui nei contesti sociali della vita quotidiana e lavorativa.
Mead e il processo di interazione sociale
Come ricordava Mead:
- Il sé nasce dal processo di interazione sociale attraverso «trattative empiriche con gli altri individui in un ambiente organizzato»
- È solo uno sviluppo e un prodotto dell'interazione sociale
Il contenuto della mente delle singole persone quanto qualcosa che emerge ed è distribuito nell'attività condivisa con altri, in spazi specifici di intersoggettività. L'esistenza di oggetti, costrutti, rappresentazioni, definizioni, conoscenze, pratiche che popolano la nostra vita quotidiana e lavorativa è resa possibile e assume un significato proprio in quanto negoziata e condivisa attraverso l'interazione sociale con altri.
In questo senso, secondo Mead, l'oggetto di studio della psicologia sociale è il comportamento individuale in quanto collocato nel processo sociale: il comportamento di un individuo può essere compreso solo nei termini del comportamento dell'intero gruppo sociale di cui egli fa parte, dal momento che i suoi atti individuali sono connessi ad atti più vasti, di carattere sociale, che lo oltrepassano e che implicano gli altri membri del gruppo.
Asch e i fenomeni sociali
Asch sostiene che i fenomeni sociali debbano essere considerati sia come prodotto che come condizione delle interazioni fra singole persone. I processi di gruppo emergono solo in quanto ciascun partecipante è capace di considerare la situazione come comprendente, oltre che sé stesso, altre persone e di assumere che queste facciano anch'esse riferimento alla medesima situazione. I singoli membri non si combinerebbero tra loro come elementi chimici fino a perdere la propria identità e produrre qualcosa di nuovo e di diverso.
Al contrario, ognuno regolerebbe la propria azione su quella degli altri, sulla base di un contesto progressivamente condiviso da tutti i partecipanti. Tale contesto fenomenico condiviso è denominato da Asch campo reciprocamente condiviso, costrutto che presenta notevoli somiglianze con quello di altro generalizzato. In entrambi infatti si cerca di superare l'opposizione tra il gruppo come semplice collezione di individui e il gruppo come entità sopra-individuale proponendo lo specifico sociale del gruppo nel suo essere un insieme di individui-in-rapporto, tesi che è alla base dell'interazionismo simbolico.
Il ruolo del linguaggio secondo Mead e Vygotskij
La reciproca condivisione dello stesso campo è la pre-condizione necessaria per lo svolgimento di azioni comuni. Tale sistema di rappresentazioni condivise e di azioni congiunte non risiede nei singoli individui né fuori di loro: esso è presente nei rapporti reciproci tra i singoli e tra le rispettive attività, ed è soltanto perché i singoli hanno la capacità di rendersi conto delle possibilità dell'azione collettiva che tali possibilità si attualizzano, essendo questa presa di coscienza il fattore che renderebbe possibili azioni di cooperazione o comunque implicanti un mutuo rapporto.
Anche per Mead, così come per Vygotskij, diventa centrale nell'analisi del processo di interazione sociale la considerazione del ruolo del linguaggio e, soprattutto, del processo di simbolizzazione e condivisione dei significati collettivi. Un gesto, una parola, un'espressione diventano simboli in grado di mediare le risposte degli individui proprio in quanto assumono lo stesso significato per tutti i membri di un gruppo sociale, in quanto è stato condiviso nel corso della storia interattiva del gruppo stesso.
È proprio tale linguaggio condiviso che rende possibile per i gruppi sociali costruire il mondo in cui vivono, operano e decidono. La simbolizzazione costituisce gli oggetti non ancora costituiti, oggetti che non possono esistere al di fuori del contesto di relazioni sociali in cui si verifica la simbolizzazione. Il linguaggio non simboleggia semplicemente una situazione o un oggetto che esista precedentemente: esso rende possibile l'esistenza o la comparsa di quella situazione od oggetto particolari in quanto fa parte del meccanismo per mezzo del quale quella situazione o quell'oggetto viene creato.
Il linguaggio come strumento di costruzione
Il linguaggio quindi non è solo un sistema per denotare un mondo che esiste indipendentemente dai parlanti, ma piuttosto rappresenta il sistema più potente a nostra disposizione per costruire noi stessi e il mondo in cui viviamo. È il linguaggio, o meglio l'intero repertorio di significati condivisi all'interno dei gruppi sociali, che costruisce il paesaggio e gli oggetti del nostro mondo quotidiano e che permette l'interazione sociale e che permette di creare un "universo di discorso", vale a dire la comunicazione. È il linguaggio quel sistema di significati comuni e condivisi da un insieme di individui, che rende possibile l'esistenza del sé e soprattutto le attività psicologiche: queste ultime, infatti, presuppongono tale base di significati condivisi e permettono "l'assunzione di questa situazione sociale esterna nella condotta dell'individuo stesso".
In altre parole è sotto questa forma che gli altri, le comunità di cui un individuo è membro, diventano parte attiva della sua condotta. È in questo modo che il processo sociale e i gruppi s'inseriscono come "fattore determinante nel modo di essere, pensare e agire dell'individuo". L'altro denota quindi, pur essendo un'espressione declinata al singolare, sempre una pluralità: è un insieme socialmente connotato, una comunità in quanto prodotto dell'evoluzione storico-culturale e in quanto presente nelle dinamiche di interazione sociale tra individui.
Il linguaggio secondo Vygotskij
Per Vygotskij il linguaggio è il mezzo sociale del pensiero, ed è sociale in due sensi: in quanto prodotto dell'evoluzione storico-culturale e in quanto presente nelle dinamiche di interazione sociale tra individui. Il linguaggio è lo strumento essenziale di mediazione culturale dello sviluppo delle funzioni cognitive, in quanto, incorporando i risultati di precedenti negoziazioni dei significati, permette all'individuo di agire in modi culturalmente connotati.
L'interdipendenza tra pensiero e linguaggio si riflette per Vygotskij nel significato della parola. Dalla parte del pensiero il significato nasce da una riflessione generalizzata sulla realtà ed esprime i modi con cui una determinata cultura ha deciso di segmentare il mondo in concetti. Dalla parte del linguaggio il significato è una caratteristica ineludibile della parola. Nel processo di formazione dei concetti il ruolo decisivo è svolto proprio dalle parole che servono ad astrarre i tratti significativi, a sintetizzarli e a simbolizzarli per mezzo di un segno linguistico.
Senso e significato
Sia i significati delle parole che i concetti si sviluppano nel corso dello sviluppo ontogenetico; ma anche nel corso dell'evoluzione storica del linguaggio sono cambiati non solo i significati delle parole, ma anche il modo nel quale la realtà è in questi segmentata. Secondo Vygotskij, quando il bambino scopre la funzione simbolica delle parole, le linee di sviluppo del linguaggio e del pensiero s'incontrano e da questo momento lo sviluppo è indissolubilmente legato agli strumenti disponibili nella cultura in cui il bambino cresce. In questo senso, il pensiero è mediato non soltanto esteriormente dai segni, ma anche interiormente dai significati.
È necessario a questo punto introdurre la distinzione tra senso e significato: il significato condiviso di una parola è, infatti, «soltanto una pietra nell'edificio del senso». Il significato è più stabile e più preciso (arrivando a essere stabilito e reso esplicito in una definizione di vocabolario), mentre il senso è più dinamico e fluttuante, dipendendo dalle caratterizzazioni idiosincratiche che il significato di una specifica parola riveste all'interno di una particolare comunità o gruppo sociale. Per questo le parole che usiamo appartengono in parte anche agli altri, e in esse sono sedimentati tutti i loro usi e significati passati e presenti: dando loro un senso, ce ne appropriamo e le adattiamo ai nostri scopi.
Per Vygotskij quindi tutte le funzioni cognitive sono processi sociali mediati da segni linguistici e tali segni «sono i mezzi fondamentali adottati per padroneggiarle e dirigerle».
Interazione e condivisione
È quindi proprio attraverso l'interazione e la condivisione con altri che può emergere un insieme di possibilità d'interpretazione degli eventi e del mondo e la possibilità stessa di agire in base (o contro) quelle interpretazioni già condivise. Tali interpretazioni, tali orizzonti di significati non sono dati naturali, ma elaborazioni culturali che fanno parte di un ordine simbolico precedentemente stabilito e che proprio per questo diventano interpretabili attraverso la mediazione degli esperti dall'individuo che partecipa a quei contesti sociali. Tali elaborazioni inoltre possono essere specifiche di comunità e gruppi ristretti, ma ve ne sono anche altre caratterizzanti comunità culturali più ampie.
L'importante è quindi considerare come la conoscenza, ma anche i modi del conoscere, dell'agire, del decidere, del ricordare, dell'imparare siano pratiche sociali, non interpretabili considerando solo cosa sa, pensa o fa un singolo individuo. Interpretabili al contrario solo sullo sfondo di uno scenario culturale, di un ordine simbolico condiviso, del riferimento a specifiche comunità interpretative. Le interazioni tra individui sono sempre inserite all'interno di quadri di repertori di azioni e significati condivisi all'interno di quei gruppi nei quali ognuno di noi si trova a crescere, a vivere e a lavorare.
E quest'ordine simbolico condiviso esiste e agisce anche quando uno è, fisicamente o spazialmente o temporalmente, isolato dagli altri individui. Anche se solo, l'individuo fa comunque riferimento alle norme culturali condivise dal suo gruppo e dalla sua cultura di appartenenza ed è questo che rende impossibile la «costruzione di una psicologia umana su base puramente individuale».
Il punto di vista dialogico
Sostiene la necessità di utilizzare, come unità d'analisi psicologica, non tanto il singolo individuo quanto piuttosto le comunità e i gruppi sociali, in particolare quelle interazioni sociali e discorsive attraverso cui si negoziano, si costruiscono, si condividono e si modificano i repertori di significati che sono alla base della stessa esistenza di tali gruppi.
Dal monologo al dialogo
Invece che considerare le parole come oggetti dotati di un significato, la prospettiva dialogica sottolinea la loro connessione con il mondo delle relazioni tra individui: Non c'è ragione per affermare che il significato appartiene alla parola in quanto tale. Il significato appartiene ad una parola relativamente alla posizione che occupa tra i parlanti; in altre parole il significato si realizza solo nel processo di una comprensione attiva e responsiva. Il significato dunque non è “attaccato” una volta per tutte alle parole, ma è piuttosto il prodotto (negoziato e rinegoziabile) dell'interazione tra individui e in grado, per tale ragione, di mediare le loro azioni e risposte alle circostanze della vita.
In un recente saggio Shotter analizza appunto quelle che egli definisce comunità dialogiche, alla luce del pensiero di Vico, Wittgenstein e Bachtin. L'analisi parte proprio da quello che è stato da Vico definito come sensus communis di un gruppo o di una comunità, che permette ai membri di coordinare le loro attività nei termini di risposte pratiche condivise alle circostanze concrete della vita. L'esempio portato da Vico è quello degli uomini primitivi di fronte al tuono: l'interpretazione del tuono come pericolo e come voce di un essere soprannaturale li porta a fuggire nelle caverne. Quest'attribuzione di significato condiviso a un evento è proprio il cuore della riflessione della scuola dialogica: «Non è l'esperienza che organizza l'espressione ma è al contrario l'espressione che organizza l'esperienza. prima fornisce all'esperienza la sua forma e specificità di direzione».
E cioè l'interpretazione condivisa di una parola, di un evento o di un'espressione all'interno di una comunità, anche nei termini delle azioni pratiche che produce e richiede, che può fornire le uniche indicazioni sul suo significato. Una reale comprensione produce risposte attive e condivise e gli stessi parlanti si aspettano che ciò accada. Nel dialogo con altri la risposta quindi aggiunge significato a quanto è stato detto e in questo senso contribuisce a defluire realtà via via più complesse e diverse da quelle presenti negli interlocutori all'inizio del dialogo stesso. E questo, secondo Bachtin, è vero anche quando il dialogo è solo con noi stessi: abbiamo, infatti, sempre una consapevolezza di come coloro che in vari modi sono significativi per noi risponderebbero a quello che diciamo, pensiamo, facciamo, anche quanto sono fisicamente ma non psicologicamente assenti.
Linguaggio e attività mediate
Le attività mediate linguisticamente sono sia irriducibili a un'analisi solo individuale (somma d'analisi di contributi individuali) che non imputabili a cause esterne. Sono piuttosto il risultato dell'interpretazione emergente e costruita dialogicamente: «in questo modo mostriamo anche nella grammatica delle nostre azioni certi modi di agire dialogicamente condivisi, trasportandoli anche dalle altre sfere di attività presenti nella nostra vita». Senza questa costruzione dialogica degli orizzonti interpretativi degli eventi e delle azioni non esiste esperienza. È cioè proprio la condivisione di un repertorio interpretativo e valutativo che permette l'esistenza di azioni, decisioni, eventi o esperienze significative per gli attori sociali.
Ed è proprio l'aver contribuito a costruire insieme ad altri questi orientamenti valutativi, questi orizzonti interpretativi e questi repertori di azioni che permette ai membri di un gruppo o di una comunità di sentirsi parte di quella comunità e di aver accesso alle sue pratiche. Il senso di appartenenza a un gruppo nasce proprio in quanto condividiamo continuamente con altri tali attività di interpretazione e di risposta degli eventi. I metodi empirici della tradizione scientifica modernista e positivista considerano gli eventi monologicamente, come "cose" di cui si possa parlare e cui ci si possa riferire in quanto esistenti oggettivamente in una realtà a noi esterna, in modi sostanzialmente indipendenti dai contesti sociali e culturali nei quali di loro si parla.
I metodi proposti dagli autori che si riferiscono a una prospettiva dialogica puntano, al contrario, a considerare e ad analizzare i contesti sociali di produzione e condivisione della realtà, de-mitologizzando, de-sistematizzando e de-astraendo i concetti monologici proposti dalla scienza e dalla filosofia della scienza. Tra l'altro, quest'esortazione riprende alcuni aspetti cruciali del dibattito sui rapporti tra epistemologia e scienze psicologiche. In tale dibattito si è cercato appunto di creare le basi per una epistemologia empirica, che non solo si preoccupasse di ricostruire i percorsi di validità delle conoscenze scientifiche già proposte (viste come prodotti finiti), ma si occupasse anche delle pratiche discorsive e psicologiche di costruzione della conoscenza, considerando anche gli aspetti non logico-formali in gioco nella storia del progresso scientifico.
A questa considerazione del carattere ineluttabilmente dialogica del processo di produzione scientifica e di interpretazione della realtà si rifanno più o meno esplicitamente molte correnti postmoderne (ad esempio coloro che si riconoscono in una psicologia discorsiva, gli antropologi linguistici, gli etnometodologi, gli psicologi culturali, i teorici dell'attività e così via). Tali metodi si stanno cominciando ad utilizzare per l'analisi di molti ambiti di attività; particolarmente rilevante dal nostro punto di vista è l'interesse per un'analisi dialogica dei contesti di lavoro.
Comunità e significati condivisi
È il riferimento a una comunità interpretativa che permette la creazione dell'intersoggettività, che permette di valutare cosa è bene e cosa no, di cogliere il nuovo e l'imprevisto, di rendere il nostro sé privato un fatto pubblico, di attribuire significati, di condividere e confrontare prospettive di valutazione.
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