Slavoj Zizek e la filosofia postmoderna
Slavoj Zizek è un filosofo molto popolare nei paesi anglofoni, meno in Italia, dove il suo stile "postmoderno" che si basa sulla lettura della cultura popolare d’oggi, il cinema hollywoodiano, la pubblicità, i romanzi bestseller, le mode fatue, indigna l’accademico italiano. Zizek, dissidente nella Slovenia ancora iugoslava-comunista, resta intriso di mentalità stalinista e "allievo" di Jacques-Alain Miller che lo iniziò al pensiero Lacaniano si accosta alla psicoanalisi.
Il pensiero di Lacan secondo Zizek
Zizek attribuisce a Lacan il merito di aver tentato di riarticolare l’intera teoria psicoanalitica in termini hegeliani. Inoltre, secondo l’autore, oggi la psicoanalisi è stata abbandonata dalla "scienza" perdendo in parte la sua rispettabilità accademica scientifica, ma è divenuta il pensiero di riferimento per femministe, critici letterari, filosofi, storici del cinema e del costume, antropologi ecc.
Il nocciolo del pensiero lacaniano è il concetto che l’inconscio sia strutturato come un linguaggio (concetto già espresso da Hegel) e se l’analista opera attraverso il linguaggio, se ne conclude che l’inconscio è cosa fondamentale di linguaggio. L’inconscio non è qualcosa a cui si pensa, ma è ciò che pensa quindi l’inconscio è pensiero.
Il linguaggio e l'inconscio
Per Lacan se da un lato l'inconscio è strutturato come un linguaggio, dall’altra quel che conta per Lacan è la perdita che l’irruzione del linguaggio produce. Infatti, proprio perché l’essere umano è una creatura del linguaggio, è una creatura alienata. È l’altro (nostra madre) che ci insegna a parlare dando al nostro desiderio un significante. (Se da lattanti strilliamo disperati la mamma ci dice, ad esempio, "vuoi il ciucciotto!" dà al desiderio che ci fa urlare un significante, il ciucciotto). Da allora sapremo che ciò che desideravamo era questo significante, un sapere che ci proviene dall'Altro.
Ma che cosa veramente desideravamo prima che ci venisse detto che cosa desideravamo? Quale oggetto primordiale, oscuro, ci agitava? Non lo sapremo mai. Il linguaggio ci umanizza, ma a prezzo di una distorsione fondamentale per cui la vera cosa a cui miravamo sarà sempre al di qua e al di là del linguaggio.
Dal simbolico al reale
Molti pensano che il Reale per Lacan sia rappresentato dalle cose esterne a me, ma non è così. Per Lacan, il Reale è la totale estraneità alla nostra soggettività: è impensabile, inconoscibile, qualcosa che minaccia radicalmente la nostra soggettività anche se la polarizza. Da questo Lacan tematizzò la das Ding, La Cosa (a piccola): ognuno di noi sarebbe cappato da un qualcosa di oscuro, unico e innominabile, che orienta la nostra vita, che ci chiama a una sorta di fedeltà incondizionata.
Il Reale è prodotto da noi quindi non è detto che il Reale "mio" sia anche il Reale "tuo". Non a caso Lacan attribuisce al Reale la modalità dell'impossibile; “Il Reale è impossibile solo nel senso che non possiamo simbolizzarlo o accettarlo” precisa Zizek. Come quando una persona cara muore, la nostra prima reazione incredula è esclamare “non è possibile”, ma proprio per questo è reale, solo dopo un periodo di lutto siamo capaci di inscrivere questa mancanza dentro di noi, e quindi farla uscire dal Reale.
Etica inutilitarista
L'appello al Reale ha anche implicazioni etiche e politiche alquanto decisive. Ad esempio, motiva la ripulsa, da parte di Zizek, della dottrina che in gran parte ispira l'organizzazione politica, economica e giuridica delle società moderne: l’utilitarismo. Quest'ultimo è la teoria secondo cui l'essenza dell'essere umano è nel cercare di massimizzare il proprio piacere e/o felicità.
L’utilitarismo promette insomma una tecnologia della seduzione che oggi è incarnata dalla pubblicità, l'industria dei mass media, tecnologie del consenso, Mediaset. Ma per Zizek l'essere umano non è completamente oggettivabile perché, malgrado tutte le tecnologie per lusingarlo e approfittarne (cioè per renderlo felice), c'è un angolo in lui o in lei che si cura del Reale, insomma, non gli basta essere felice. L’autore continua dicendo: “Come già Kant fece notare nella Critica della ragion pura, manca una teoria che spieghi perché gli esseri umani siano destinati a chiedersi cose a cui mai potranno rispondere”.
Conversazioni filosofiche
Conversazione 1
Il fine della filosofia è quello del capire il mondo, mondo inteso come categoria storica, quindi capire il mondo è capire una struttura a priori preesistente la quale determina il modo in cui il mondo ci è dischiuso. Nella analisi della società contemporanea si è portati a catastrofizzare la situazione.
Riprendendo la celebre frase di Winston Churchill: “La democrazia è il peggior sistema politico possibile, anche se tutti gli altri regimi sono peggiori di essa: la società amministrata occidentale è barbarie camuffata da civiltà, il punto più alto dell’alienazione, la disintegrazione dell’individuo autonomo, ecc. e tuttavia, tutti gli altri regimi socio-politici sono ancora peggio, così che su base comparativa, malgrado tutto dobbiamo appoggiarla”. Da questo Zizek, estrapola una lettura radicale per spiegare questo bisogno di catastrofizzare cioè che questi intellettuali non possono sopportare un vivere felice e che per giustificare la loro professione superiore devono costruire uno scenario catastrofico.
Conversazione 2
Il cognitivismo e le neuroscienze non sono privi di riflessione filosofica. Il cognitivismo in un certo senso sovra-conferma Kant: dice che non solo quel che esperiamo come realtà è strutturato attraverso la nostra percezione, e che gli impulsi empirici sono coordinati attraverso alcune categorie universali, ma dice, qualcosa anche di più radicale: che anche quel che percepiamo come realtà immediata è direttamente un giudizio. Prendiamo un esempio standard da un libro cognitivista: entri in una stanza e vedi che tutte le sedie sono rosse, e poi subito dopo entri in una seconda stanza simile, allora pensi di vedere esattamente la stessa cosa. Ma è stato dimostrato ripetutamente che la nostra percezione è molto più frammentaria di quanto non appaia, molte sedie nella seconda stanza hanno forme, colori, ecc. diversi. Di fatto hai visto solo un paio di frammenti e quindi, basandoti sulla tua esperienza precedente (tutto questo accade nel momento immediato in cui percepisci, prima di ogni giudizio propriamente conscio), costruisci un giudizio “tutte le sedie devono essere rosse”.
Il cognitivismo ha anche un lato negativo, infatti, il problema centrale del cognitivismo, secondo Zizek, è la coscienza, dato che concepisce l'essere umano in termini di un modello informatico, un organismo che processa dati. Così il mistero, per i cognitivisti, è spiegare il semplice fatto della consapevolezza. Perché i nostri corpi non possono funzionare semplicemente come macchine cieche? A che serve l'essere consci?
Gli stessi cognitivisti hanno già stabilito che la consapevolezza è di fatto un meccanismo riduttivo. Il cervello e il corpo processano milioni di impulsi e frammenti di dati - l'input sensoriale è estremamente ricco - ma si sa che la coscienza può operare solo con un massimo di sette byte per secondo. Così la coscienza non è una risposta per aumentare la complessità e soddisfare il bisogno di coordinare sempre più operazioni, è vero l'opposto. La coscienza è la grande semplificatrice, riflette quel che Hegel avrebbe chiamato “potere dell'astrazione e della riduzione”.
La coscienza è emersa per affrontare problemi pratici e strumentali di sopravvivenza, come interagire con altri umani, con la natura e così via. Insomma, Zizek trova nella psicanalisi una alternativa alla teoria idealista, che indica come la coscienza non può essere spiegata in termini evolutivi e che quindi ci occorre una dimensione spirituale.
La psicoanalisi, infatti, permette di formulare un'idea alternativa: da un punto di vista strettamente evolutivo la coscienza sia una specie di errore, un disfunzionamento dell'evoluzione e che un “miracolo” sia emerso da questo errore. E cioè, la coscienza si è sviluppata come un sotto-prodotto involontario che ha acquisito una sorta di funzione di sopravvivenza.
Nel fondo, la coscienza non è qualcosa che ci consenta di funzionare meglio. Al contrario, Zizek è convinto del fatto che la coscienza si origina da qualcosa, che è andato storto anche a un livello molto personale. La coscienza viene fuori come risultato di qualche incontro Reale? Sì, la coscienza è originalmente legata a questo momento in cui “qualcosa va storto” o per dirlo in termini lacaniani, a un'esperienza del Reale, di un limite impossibile. La consapevolezza originaria è causata da una certa esperienza del fallimento e della mortalità.
Secondo l’autore l’intuizione psicoanalitica cruciale è che la dimensione ultima della nostra esperienza non è quella della verità, comunque la concepiamo nemmeno se concepiamo la verità nei termini heideggeriani del disvelarsi. Al livello più radicale della soggettività e dell'esperienza, c'è un momento iniziale di follia: le dimensioni della jouissance, del godimento, della pulsione di morte e così via, ma non la dimensione della verità. Quel che Freud chiama pulsione di morte, in relazione alla sua dimensione filosofica più radicale, deve già essere operativa per aprire lo spazio per la verità.
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