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Questo giocattolo non è l’oggetto perduto a allo stato puro?

Non è il piccolo oggetto che riempie il vuoto centrale, il tesoro nascosto?

Un bambino compra quest'uovo di cioccolata, spesso gli strappa nervosamente la

carta e rompe il cioccolato, senza preoccuparsi di mangiarlo, perché gli interessa

solo il giocattolino al centro, non è questo patito della cioccolata un perfetto caso

del motto di Lacan “Ti amo, ma inspiegabilmente, amo in te qualcosa che è più di te

stesso e, quindi, ti distruggo”?

Ora, l'uovo Kinder fornisce la formula dì tutti i prodotti che promettono di più:

“Compra un DVD player e avrai cinque DVD gratis” oppure, in una forma anche più

diretta, avrai più della stessa cosa “compra questo dentifricio che ha un terzo di

prodotto in più gratis”. Per non parlare del classico imbroglio con la bottiglia di coca-

cola: “Guarda nella parte interna della lattina di metallo e potrai scoprire che sei il

vincitore di uno dei premi, da un'altra coca-cola gratis fino a un'auto nuova di

zecca”. La funzione di tutti questi “di più” è di riempiere la mancanza di un “di

meno”, di compensare il fatto che, per definizione, una merce non ci consegna la

sua (fantastica) promessa. In altre parole, la “vera” merce definitiva sarebbe quella

che non avrebbe bisogno di alcun supplemento, quella che fornirebbe

semplicemente quel che promette “avrai quello per cui hai pagato, né più né meno”.

Conversazione 4

La categoria lacaniana centrale nel lavoro di Zizek è quella di jouissance, godimento.

Si vede il godimento come qualcosa a cui dobbiamo rinunciare come condizione per

entrare nell'ordine socio-simbolico, e tuttavia questo ordine stesso è sostenuto da

fantasie che mettono in scena, appunto, la perdita e il recupero del godimento.

Il punto cruciale in Lacan consiste nell'evitare l'illusione secondo la quale staremmo

rinunciando a qualcosa da noi posseduta in precedenza. Il fondamentale paradosso

lacaniano è questo: che in ogni gesto di rinuncia creiamo Io spettro della morte,

quello proprio che supponevamo di perdere. Il secondo punto è il legame tra

fantasia e godimento. Ogni fantasia è, in ultima istanza, fantasia sul peccato di

godere, ma in un doppio senso. La fantasia non solo articola il peccato di godere, ma

mette in scena la narrazione mitica di come il godimento fu perso. Questa è la più

importante funzione della fantasia. La fantasia riguarda non tanto “Oddio, lo

otteniamo”, ma piuttosto come il godimento fu perso come ci è stato rubato. 8

Per elaborare il ruolo della fantasia, è importante assicurare la distinzione tra

oggetto del desiderio e oggetto che causa il desiderio. L’oggetto del desiderio è

quello desiderato . L’oggetto che causa il desiderio è quel che mi fa desiderare

questa persona o questa cosa . i due oggetti non sono la stessa cosa. Di solito non

siamo neanche coscienti dell’oggetto che causa il desiderio.

Come lo chiama Lacan la trait unaire il tratto unitario che fa scattare il mio desiderio

nell’altro.

Lo scarto tra l’oggetto del desiderio e il suo oggetto-causa è cruciale perché innesca

e sostiene il mio desiderio. È possibile che io non sia cosciente di questo tratto e se

ne sono spesso lo percepisco erroneamente come un ostacolo

L'oggetto-causa-del-desiderio è quella strana imperfezione che disturba l’equilibrio,

ma se la eliminiamo allora l’oggetto desiderato non funziona più, insomma, cessa di

essere desiderato.

Il godimento sulla vita culturale e politica della società.

Quando parliamo di fantasia e godimento, il primo punto elementare e che il

godimento, in termini psicoanalitici, non è la stessa cosa del piacere. Il godimento è

al di là del principio di piacere. Mentre il piacere esiste lungo linee di equilibrio e di

soddisfazione, il godimento e destabilizzante, traumatico ed eccessivo.

E’ interessante, per Zizek ,vedere quanto questo livello di godimento eccessivo sia

operativo in politica a molti livelli. Per esempio, nella nostra epoca, ufficialmente

così tollerante, il razzismo quotidiano sopravvive proprio perché si è disturbati da

quel che fantasticamente viene percepito come il godimento eccessivo dell'altro. Il

razzista di oggi di solito non dice più che gli arabi, i turchi o gli indiani sono

semplicemente stupidi o disgustosi. No, dirà che loro sono abbastanza normali, che

a lui piacciono, che alcuni sono suoi amici e così via, ma che qualcosa in loro lo

disturba, un dettaglio: il loro odore, il loro, cibo, la loro musica. O potrebbe essere

anche qualcosa di più intellettuale il loro orientamento linguistico, i loro

atteggiamenti culturali, la loro etica del lavoro. Un tratto che viene percepito come

eccessivo. Perciò è così difficile lottare contro il razzismo quotidiano.

Nella società permissiva di oggi si attua un paradosso, infatti, il problema del

godimento e che non funziona mai direttamente, viene sempre disturbato, ma nella

società permissiva di oggi ci è consentito godere, ci è permesso di organizzare le

nostre vite in funzione del piacere.

Il risultato intrinseco necessario è che per godere veramente della vita dobbiamo

seguire tanti regolamenti e proibizioni (non bere, non fumare, non mangiare uova

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ecc), quindi per Zizek se assumiamo direttamente il piacere come un fine saremo

costretti a sottometterci a così tante condizioni che il nostro piacere immediato è di

nuovo rovinato.

L’amore è l’Altro

Per spiegare il rapporto tra amore e Altro Zizek si ricollega all’idea di amore di

Kierkegaard, il quale introduce un’opposizione tra due modalità della perfezione

amorosa: perfezione dell’oggetto d’amore (Amore pagano) e perfezione dell’amore

stesso (Amore cristiano).

L’amore pagano quindi è amore per l’oggetto perfetto: tu sei imperfetto e ami un

altro perché questi è più perfetto (un ragazzo ama una ragazza perché ha una

perfetta bellezza, l’allievo ama il suo maestro perché ha una perfetta saggezza). Ma

questo tipo di amore è imperfetto perché è contingente, perché si incardina su

qualità contingenti particolari dell'oggetto. Il solo amore perfetto è amore per un

oggetto imperfetto, per qualsiasi oggetto. E allora il paradosso è che la sola grande

egualizzatrice, la sola livella veramente universale è la morte. Così, per amare vera-

mente il tuo prossimo, devi dimenticare tutte le sue qualità, tutto quel che ne fa un

essere umano specifico, insomma devi trattarlo come se fosse già morto. Qui la

morte sta apposto della cancellazione del godimento, della sostanza del godimento.

È solo l'Altro astratto.

Incidentalmente, proprio per questo Kierkegaard aveva ragione nel caratterizzare

Don Giovanni come un seduttore cristiano. Don Giovanni le seduceva tutte. Non

importava che fossero, vecchie, giovani, belle, brutte, e così via. Lui perseguiva

l'Altro astratto. In altre parole, amava una donna morta; non aveva importanza

quale specificamente. E credo che questa sia la verità della tolleranza

multiculturalista contemporanea: sperimentiamo come «intolleranza» violenta ogni

prossimità del godimento dell'Altro, La tolleranza significa: lasciami solo, non voglio

essere disturbato troppo da te.

Oggi un problema politico serio è questo: questa logica della non-molestia da parte

dell’Altro contiene conseguenze psichiche catastrofiche ed è alla radice

dell’esperienza della perdita di realtà, della derealizzazione. Molti fenomeni possono

essere letti come tentativi disperati di recuperare la sensazione di toccare il Reale.

Per esempio, un fenomeno oggi tipico (specialmente negli Stati Uniti) è il

cosiddetto"cutter”. Si tratta prevalentemente, (ma non esclusivamente) di giovani

donne che hanno un impulso irresistibile a tagliarsi di solito con rasoi. A lungo gli

psicologi pensavano che si trattasse di tentativi di suicidio impediti: ti vuoi uccidere,

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ma hai paura di andare fino in fondo. Ora però diventa sempre più chiaro che non si

tratta affatto di questo. Piuttosto, il tagliarsi funziona come un tipo di strategia,

terribilmente distorta, di riprendere contatto con il Reale. Se si leggono le interviste

con queste disgraziate, sempre più emerge questo punto: “Mi sento irreale. Sento

come se non esistessi. Mi sento come se stessi in uno stato puramente virtuale. E

quando mi taglio, mi sento riagganciata, sento di tornare in contatto con la realtà”.

Etica in psicanalisi: confronto tra l’apparente repressivo Kant e il licenzioso

marchese de Sade.

Lacan sviluppando la sua tesi sull’etica si spinge al di là di considerare lo scontro tra

Kant e Sade semplicemente come alla legge morale simbolica contro il Super-io.

L’etica kantiana è l’etica dell’autonomia del soggetto: l’atto morale deve essere fatto

solo per amore di questo atto. L’atto etico non è organicamente costruito entro la

struttura dell’universo, ma segnala una rottura nella struttura dell’universo. La

libertà è questa rottura, cioè qualcosa che comincia fuori da sé.

Dal punto di vista delle propensioni naturali, la legge morale è idiosincratica, è un

capriccio, che non può essere fondato su basi logiche, ma che al contrario, rivela un

abisso. Ora la stessa cosa accade con il marchese de Sade: per lui la libertà radicale

di godere implica lo stesso tipo di capriccio assoluto. Kant e Sade sono ovviamente

opposti: per Kant, si tratta di battersi contro la propensione naturale di ognuno

verso il piacere, e di seguire soltanto la norma etica; per Sade si tratta del go-

dimento incondizionato e assoluto. Pur tuttavia, Kant e Sade condividono il

carattere incondizionato dell'atto.

Così Kant e Sade condividono l'idea della rottura completa di ogni ordine naturale.

In Sade abbiamo fondamentalmente due livelli di piacere. In un primo momento egli

si oppone alla teologia-moralità come a una forza oppressiva che impedisce alla

nostra vera natura di esprimersi. Sade raggiunge il radicalismo massimo, e raggiunge

il livello di Kant, quando diventa consapevole che non sono solo la religione e la

morale a opprimere la nostra natura, ma che la natura è anch'essa una specie di

limitazione prestabilita della nostra libertà; che la nostra stessa natura è qualcosa di

oppressivo. Questo conduce all'idea sadiana del crimine assoluto, che consiste nello

spezzare lo stesso ordine naturale e questo è esattamente l'atto etico kantiano.

In questo senso, sia Kant che Sade sono andati oltre la struttura retta della morale e

del suo inverso super-egoico. Kant e Sade rappresentano due estremi, due opzioni,

del non fare compromessi, del come non dar corso al nostro desiderio. E Sade non

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può essere ridotto alla dimensione del Super-Io proprio perché quest'ultimo emerge

quando, in nome di qualche bene, facciamo compromessi sul nostro desiderio.

L’olocausto in ottica sadiana.

Zizek si è sempre opposto a letture che interpretano l'olocausto, e cose orribili di

questo tipo, come una realizzazione della nozione kantiana del male radicale e/o

della logica sadiana. Non credo che ci sia una qualche continuità tra Sade e

l'olocausto perché l'universo di Sade è quello dell'autonomia radicale: è puro

capriccio senza nessuna norma morale positiva. Il problema basilare di Sade è etico

nel senso che un'ingiunzione assoluta afferma la nostra autonomia.

E questo non è assolutamente il caso con il nazismo. Il nazismo, al contrario, è la

perversione ultimativa della logica del Bene supremo. Per il nazismo qualsiasi cosa

doveva essere intrapresa per il bene della nazione. Il fatto stesso di elevare un entità

(come la nazione) a Bene Supremo è proprio l’opposto dell’etica sadiana.

La perversione delle ideologie contemporanee

Una qualsiasi struttura normativa, per sostenersi, deve poggiare su alcune regole

non scritte che devono restare tacite; queste regole hanno sempre una dimensione

oscena. Un esempio è quello della comunità militare dove, a un certo livello,

abbiamo un insieme di regole-esplicite (gerarchia, procedura, disciplina, ecc.), ma af-

finché queste regole-esplicite possano funzionare esse hanno bisogno di un

supplemento osceno: e cioè, tutte le regole oscene non scritte che sostengono una

comunità militare (barzellette sporche, rituali sadici, riti di passaggio ecc.). L’intera

disciplina militare si regge su questo bassoventre osceno.

Conversazione 5

Lo sguardo tra l’occidente e l’oriente.

Per Lacan l’oggetto fantasmatico ultimativo non è tanto quel che vediamo, ma lo

sguardo stesso. In quest’ottica l’occidente è rimasto affascinato non dall’erompere

dell’autentica democrazia dell’oriente, ma dallo sguardo orientale sull’Occidente.

L'idea è questa: “Sebbene sappiamo che la nostra democrazia è corrotta e che non

abbiamo più un grande entusiasmo democratico, al di fuori ci sono ancora popoli

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che guardano a noi, che ci ammirano e che vorrebbero diventare come noi; non

crediamo in noi stessi ma alcuni popoli credono in noi”.

In Occidente le classi politiche, e persino il vasto pubblico, sono stati conquistati

dallo sguardo affascinato dell'Est nei confronti dell'Ovest. Appunto, la struttura della

fantasia è lo sguardo stesso.

La fantasia non riguarda tanto l'idea di osservare gli Altri, ma piuttosto l'opposto: è

l’immaginare che qualcuno che mi stia osservando.

La distanza dall’altro come protezione

In un’ottica narcisistica qualsiasi cosa Altro faccia è potenzialmente una minaccia.

Questa e la logica della molestia: siamo in qualsiasi momento vittime potenziali di

molestie verbali o sessuali della violenza, del fumo passivo, dell'obesità siamo invasi

da una Minaccia eterna.

Poi abbiamo le catastrofi del Terzo Mondo o anche da noi i senza tetto e gli esclusi.

Ma qui da noi c'è un'invisibile distanza.

Nella tipica rappresentazione basilare delle catastrofi del Terzo Mondo, per

esempio, viene mantenuta una distanza nei loro confronti: queste cose non

accadono “qui” né “a noi”. Così, la verità della vittimologia è questa scissione. Ma

oggi questa vittimologia della classe medio-alta della molestia sessuale, o delle

sparate razziste e così-via è messa allo stesso livello delle orrende sofferenze delle

vittime del Terzo Mondo!

Per dirla in termini un po' cinici, se si leggono i testi degli “studi culturali”, ci si

convince che le molestie sessuali nei confronti delle donne, le battute contro gli

omosessuali e così via siano i grandi problemi del nostro tempo. In realtà questi

sono solo i problemi delle classi americane medio-alte. Così, dovremmo assumerci il

rischio di affermare finalmente che nessuna di queste lotte contro le molestie, per il

multiculturalismo, la liberazione gay, la tolleranza culturale, ecc. è il nostro

problema vero. Non dovremmo cedere al ricatto di accettare queste lotte della

vittimizzazione dei ceti medio-alti come l'orizzonte del nostro impegno politico.

Altrimenti creeremo semplicemente istanze regolatrici che controlleranno solo gli

eccessi peggiori del capitalismo.

Capitale come al Reale della nostra epoca.

Per Lacan il Reale non è quel che sta là per sempre, assolutamente immutabile.

Contrariamente a quel che pensano alcuni, la nozione lacaniana del Reale come

impossibile non significa semplicemente che non possiamo fare nulla a proposito del

Reale. La speranza o scommessa fondamentale della psicoanalisi è che con il

simbolico possiamo intervenire nel Reale. Quel che Lacan chiama sinthome la sua

versione del sintomo è Reale; un Reale simbolico nel senso che struttura il nostro

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godimento. Il punto è che attraverso un intervento simbolico queste strutture

possono essere trasformate. II Reale non è qualche tipo di punto centrale

intoccabile su cui non possiamo fare nulla a parte simbolizzarlo con diversi termini.

No, per Lacan possiamo intervenire nel Reale. Così, la scommessa basilare della

psicoanalisi è che possiamo fare cose con le parole; le cose reali che ci permettono

di cambiare i modi di godimento e così via.

Analogamente, Zizek affermando che il capitale è il Reale, intende dire

semplicemente che esso è quel che resta identico in ogni possibile simbolizzazione.

Abbiamo una moltitudine fiorente di culture, di lotte e così via, e il capitale è

semplicemente il Reale come struttura neutrale senza senso che soggiace a esse.

Riprendendo la distinzione tra il Reale reale, il Reale simbolico e il Reale

immaginario, Zizek afferma che il capitale è il Reale simbolico; una struttura neutrale

basilare che persiste.

Postfazione di Glyn Daly

La follia costitutiva dell'essere

Il paradigma zizekiano trae vitalità da due fonti principali: l'idealismo tedesco e la

psicoanalisi. In ambedue, Zizek privilegia un certo eccesso/fallimento nell'ordine

dell'essere. Come Zizek chiarisce l'idealismo tedesco sposta la solita opposizione tra

l'idea del “pre-umano” selvaggio da una parte e l'universo simbolico della

soggettività umana “civilizzata” dall'altra (mentre nella tradizione illuminista l’ultima

viene identificata con il Lume della Ragione e con qualcosa che implica una

padronanza o pacificazione ultimative sulla prima). Invece qui si afferma una visione

della soggettività che può venire all'essere solo come passaggio attraverso la follia;

come un tentativo in corso di imporre un'integrità simbolica contro la minaccia

sempre attuale della disintegrazione e della negatività.

In psicoanalisi questo tema della soggettività dislocata è sviluppato ulteriormente

con la nozione freudiana di pulsione di morte. Questa pulsione emerge appunto

come risultato di questo scarto nell'ordine dell'essere, uno scarto che designa si-

multaneamente l'autonomia radicale del soggetto minaccia costantemente di

sabotare o sopraffare il quadro simbolico della soggettività. In Freud la categoria

della morte non è semplicemente una cancellazione, ma si riferisce piuttosto alla

dimensione (immortale) nella soggettività, che persiste oltre la mera esistenza o la

vita biologica.

Ed è nel contesto della pulsione di morte che Freud, e specialmente Lacan,

identificano la motivazione peculiarmente umana della jouissance: e cioè, un

impulso basilare a godere; a raggiungere una soddisfazione consumata e quindi a

sanare lo scarto, la ”ferita” nell'ordine dell'essere.

La condizione umana è marcata da un tentativo eterno e impossibile di trovare una

risoluzione a questa pulsione; una paradossale pulsione a risolvere la pulsione in

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia (Facoltà di Lettere e Filosofia, di Medicina e Chirurgia e di Scienze della Formazione)(CATANIA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swarovskyna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Lo Castro Giovanni.

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