Cap. 1: Adolescenza: da oggetto di cure a potenziali caregiver
L’adolescenza è vista come una seconda fase del processo di separazione-individuazione. Uno sviluppo adolescenziale maturo conduce a un’autonomia e a una separazione non intese come rottura delle precedenti relazioni, ma come trasformazione entro un percorso di continuità. L’adolescenza può diventare un momento privilegiato per interventi di prevenzione, in particolare a quelle forme di sostegno che si ispirano alla nozione di “crisi adolescenziale”, intesa come un delicato problema di crescita e di corretta realizzazione dei compiti di sviluppo. La crisi può sfociare o in una rinforzata ripresa, oppure condurre alla patologia. Questa lettura delle problematiche adolescenziali è in linea con il modello dell’attaccamento che contribuisce a rendere ragione delle difficoltà che costellano tale percorso; mentre il modello di intervento basato sulla crisi adolescenziale si sostanzia di una conoscenza approfondita dei fenomeni che possono costituire indici di crisi o di patologia.
Il legame di attaccamento al genitore nasce nel contesto delle cure prestate dall’adulto al neonato. La risposta dell’adulto può variare a seconda della sua storia relazionale, che può avere o meno favorito la maturazione di un adeguato sistema comportamentale di cura. Sulla base di tali risposte, il bambino impara a prevedere il comportamento del caregiver, costruendo rappresentazioni del funzionamento delle relazioni. Si strutturano differenti stili di attaccamento: sicuro, evitante, ansioso-ambivalente. L’evoluzione del legame fra genitori e figli si intreccia con lo sviluppo delle relazioni extrafamiliari, amicali, amorose, influenzandone il percorso evolutivo.
Una base familiare sicura consentirà all’individuo di esplorare in modo adattivo i nuovi legami affettivi, consentendogli di correre il rischio dell’abbandono da parte dei nuovi partner. Un diverso panorama si prospetta per le famiglie prive di una base interattiva solida per fronteggiare i cambiamenti. Negoziare i disaccordi risulta difficile. L’adolescente può allora continuare a difendere la propria indipendenza rinunciando alla protezione dei genitori, che possono sottrarre il loro supporto. Esiti che precludono all’adolescente la possibilità di trovare quella giusta distanza dai genitori che garantisce la piena espressione di sé.
In altri casi invece, il figlio può rinunciare alla difesa della propria individualità e ritirare la protesta per non perdere ogni supporto, lasciando che la famiglia continui a esercitare la sua tutela. La mancata copertura della famiglia accresce il senso di insicurezza dell’adolescente nei confronti delle figure di riferimento. Si attiverà così un legame insicuro, evitante o ansioso-ambivalente. Le strategie usate nel costruire i rapporti di coppia possono essere intese come modi di bilanciare gli sforzi per raggiungere un’autonomia, pur mantenendo invariata la relazione con i genitori.
Coppie ventosa: ogni partner sembra delegare all’altro il compito di strapparlo dal nido familiare. Blindate sono le coppie fraterne all’interno delle quali condividono la crescita e gli affetti che nulla hanno a che vedere con il trasporto amoroso. Rassicuranti sono le coppie effimere, all’interno delle quali consumare un po’ di sesso e ricevere un po’ di consolazione. I genitori non attribuiscono a tale esperienza una valenza trasgressiva, in quanto compatibile con il permanere in famiglia.
Cap. 2: La preparazione alla nascita: nuovi modelli di supporto
Diventare genitori comporta il passaggio dalla condizione di figlio a quella di genitore. È ritenuto parte di un processo evolutivo che affonda le proprie radici nell’infanzia. Come tale, è preparata e influenzata dal modo in cui l’individuo porta a termine le fasi del ciclo di vita, da ultimo l’uscita dalla famiglia d’origine e la vita di coppia. Il bambino sperimenta già nei primi anni di vita esperienze di separazione dai genitori, che costituiscono crisi evolutive, il cui superamento favorisce l’acquisizione di comportamenti adattivi nuovi che consentiranno di acquisire una maggiore autonomia.
Così il figlio, ormai adolescente, se garantito da una presenza genitoriale né intrusiva, né carente, comincerà a verificare senza sensi di colpa, la sua capacità di separarsi dalla famiglia, ricercando figure di supporto con cui stabilire nuovi legami di attaccamento. Il consolidarsi del legame al partner induce l’individuo a costruire una nuova gerarchia affettiva, attivando il trasferimento al partner di quelle stesse funzioni di rifugio e di base, un tempo assegnate ai genitori. Si creano così le condizioni perché l’individuo si autorizzi a diventare a sua volta genitore.
Continuare a riconoscersi nella condizione di figlio interferisce con il funzionamento di coppia. Viene dunque a mancare uno spazio mentale libero da conflitti generazionali. Attraverso la mediazione del rapporto di coppia, i problemi irrisolti con la famiglia di origine entrano in gioco anche nelle motivazioni, nei modi e nei tempi della scelta stessa di avere o meno un figlio. La coppia può svolgere anche una funzione di moderazione, che consente di imprimere una svolta alla storia familiare, restituendo alla stessa la sua funzione evolutiva. A fronte di coppie in grado di potersi dedicare ai bisogni di sviluppo di un bambino, troviamo soggetti che non hanno potuto completare questo percorso. I bisogni di accadimento infantili non soddisfatti restano prioritari, il vuoto affettivo può portare alla scelta di non avere figli. Accanto a coloro che scelgono di non avere figli perché lo considerano una minaccia alla soddisfazione dei propri bisogni, troviamo adulti per i quali la scelta del genitore si rivela una soluzione strumentale.
Un figlio può rappresentare un tentativo di sollecitare cure parentali da parte dei genitori oppure un modo per trattenere il partner e ricomporre una crisi di coppia: strategie non sempre vincenti, in quanto i nonni possono riscoprire in sé competenze genitoriali non espresse con i propri figli, riservandole sul nipote. Il ciclo di deprivazione tornerà così a riprodursi. Solo il perdono psicologico concesso ai genitori potrà estinguere il debito e interrompere la trasmissione dei problemi.
Il processo di soluzione dei legami con la famiglia di origine e di costituzione della nuova unità familiare può essere rallentato dall’impossibilità di concepire un figlio. La coppia può riuscire a elaborare tale lutto e uscire da questa crisi rafforzata. Adotterà un figlio per creare le condizioni che portano alla costruzione di un nucleo familiare multiculturale. Altre volte invece può uscirne indebolita e vivere la gravidanza mancata come un fallimento della propria potenzialità creativa. In tal caso potrebbe adottarne uno per colmare il vuoto di quello mancante.
La scelta di avere un figlio si arricchisce di nuove implicazioni per coloro che diventano genitori in terra straniera. La lontananza fisica impedisce al giovane adulto di cimentarsi sul terreno del confronto diretto con la famiglia d’origine, per negoziare rapporti e modificare il contatto affettivo con i genitori, passando da forme di dipendenza al rispetto. La difficoltà a negoziare il salto generazionale si ripercuote sul processo d’inserimento della neo-famiglia nella società d’accoglienza. L’evento nascita avvia un rapporto più stabile con la nuova società. Riguardo al processo d’inserimento, possono verificarsi e perdurare condizioni di incertezza e conflitto rispetto alle due culture, rendendo difficile al neo-genitore assolvere il compito di collocare il bambino nella trama della sua famiglia d’origine e contemporaneamente nella società di accoglienza, così come di operare un collegamento tra le generazioni.
La successiva fase critica si avvia con la nascita del bambino. Nell’accudimento del bambino, il genitore attinge al proprio repertorio di cure ricevute, riattivando in questo modo la relazione con le proprie figure genitoriali. Il genitore può avvertire la necessità di arricchire e/o compensare tale repertorio, ricercando modelli più vicini e adeguati di cura. Riconoscersi come genitore capace aiuterà l’individuo a smorzare le aspettative di indennizzo da parte dei genitori e a saldare i conti ancora aperti con la propria famiglia. Si apre così la strada a un nuovo rapporto di sostegno tra genitore e figlio adulto.
Altre volte, questo evento perde la sua carica innovativa, scontrandosi con un sistema che ostacola il cambiamento di ruolo. La presenza del bambino richiede alla coppia di impegnarsi in una struttura nuova a tre, che richiede il passaggio da un sistema diadico a uno triadico. Sistema complesso, in quanto può evocare situazioni di esclusione che possono portare a un difensivo funzionamento diadico più uno con gravi rischi per il neo sistema familiare. In tal caso potrebbe verificarsi la cattura di un membro entro la relazione diadica e l’esclusione dell’altro, dando luogo a combinazioni diverse: un genitore cattura il partner per non rimanere escluso e impedisce al bambino e alla famiglia stessa di avere accesso al compagno. Modalità frequente in coloro che adottano uno stile relazionale ambivalente/invischiato; il bambino si aggrappa a un genitore e vive con lui una relazione diadica privilegiata a scapito dell’altro, che viene lasciato fuori. Il genitore evitante, che tende a non impegnarsi nella triade e a rimanere spettatore, favorisce quest’ultima configurazione. Legami sicuri favoriscono l’evolvere della neo-famiglia verso modalità di funzionamento triadico, consentendo al partner di sentirsi sicuro anche quando l’altro è impegnato con il bambino, e al bambino di non sentirsi dimenticato quando i due genitori sono in relazione tra loro.
Dopo la nascita il padre risulta meno coinvolto di quanto preventivato, mentre la madre chiamata a gestire il doppio ruolo si ritrova a sostenere un carico maggiore del previsto. Il marito può non essere più un supporto, ma un rivale. La possibilità di usufruire di un supporto è fondamentale per il benessere della nuova famiglia. Si stanno pensando modalità di sostegno precoci che aiutino la coppia a elaborare il cambiamento. La forma di relazione prevista fra operatore e genitore è quella del partenariat, che riconosce il genitore come partner competente e quindi protagonista del compito primario cui è chiamato. Questa maggiore sensibilità alla relazione sta modificando l’ottica dei servizi per la famiglia e l’infanzia, e dei corsi di preparazione al parto (psicoprofilassi al parto, che però rischia di creare nella madre aspettative poco realistiche circa la possibilità di controllare il dolore, causandole un senso di fallimento) come occasione per supportare la riorganizzazione della famiglia attorno alla nascita. Gli operatori impegnati nell’assistenza alla nascita si sono così trovati nella necessità di maturare nuove competenze.
Una delle figure che ha più recepito tale cambiamento è l’ostetrica, donna esperta in grado di accompagnare la coppia attraverso l’evento nascita. L’estensione temporale del rapporto dell’ostetrica con la famiglia ha ispirato molte iniziative, alcune, volte a sostenere le competenze del genitore e lo sviluppo del bambino attraverso un percorso di “accompagnamento alla crescita”, si sono concretizzate sia in incontri mensili con una psicomotricista esperta nella relazione precoce madre-bambino, sia nella progettazione di un corso post parto di 10 minuti tenuto dalle ostetriche con la collaborazione di pediatri e puericultrici. Altre, mirate a stimolare lo scambio di esperienze in merito ai cambiamenti nella relazione di coppia. Le ostetriche hanno contribuito all’organizzazione di un intervento di supporto che ha coinvolto anche l’equipe medica. Esso prevede un colloquio iniziale con l’ostetrica, che costituirà la figura di riferimento e un successivo colloquio in presenza anche del medico, per discutere gli esiti degli esami specialistici. Nei casi in cui, diagnosticata una malformazione fetale, la gravidanza prosegua, viene mantenuto un contatto con la coppia durante tutto il periodo della gestazione. Viene inoltre offerta l’opportunità di entrare in contatto con associazioni. Sono organizzati colloqui con altri specialisti nel caso siano previsti interventi chirurgici o terapie farmacologiche. L’ostetrica è incaricata di comunicare il problema della coppia agli operatori che assisteranno la madre: particolare attenzione viene dedicata ai primi delicati scambi tra neonato e genitori.
Dopo la dimissione è previsto un contatto telefonico per alleviare la sensazione di isolamento. Nel caso in cui la gravidanza non prosegua, l’ostetrica organizza il ricovero informando del caso gli altri operatori. Quando possibile, rimane accanto alla madre durante il travaglio e il parto. Prima della dimissione riserva alla coppia un colloquio in cui viene affrontato il tema del ritorno a casa e del rientro alla normalità, per introdurre l’elaborazione del lutto. Per facilitare questo, è stato sperimentato l’uso della narrazione autobiografica, invitando i due partner a scrivere l’esperienza che hanno vissuto, i loro stati d’animo. È una modalità non intrusiva di supporto. Alcune settimane dopo la dimissione, l’ostetrica contatta telefonicamente la famiglia, per prendere un appuntamento programmato a distanza di 3 mesi, nel quale viene illustrato l’esame autoptico sul feto, al fine di confermare la diagnosi prenatale; con l’aiuto del genetista, vengono valutati i rischi di una futura gravidanza.
Il compito di fornire supporto si è rilevato tanto necessario quanto difficile: nei confronti dell’esperienza della morte o di una malformazione fetale non solo è in gioco la coppia, ma anche l’operatore, il quale può avvertire il peso della responsabilità della diagnosi unito a un senso di inadeguatezza. Nel 1996 sono iniziate le prime esperienze di collaborazione con le mediatrici culturali. Negli anni tale collaborazione si è estesa. Il loro contributo è oggi fondamentale per il funzionamento dei due Centri di Salute e Ascolto per le Donne Immigrate. L’utente può presentarsi senza appuntamento, viene ascoltato da una mediatrice e da un’operatrice che raccolgono la sua richiesta e l’accompagnano lungo le fasi della prestazione sanitaria o socio-psicologica. Un particolare ambito di intervento delle mediatrici è costituito dai corsi di preparazione al parto.
- Obiettivi: trasmissione di informazione e discussione di gruppo.
Operatrici e genitori si trovano a confrontarsi con visioni diverse della maternità e a interrogarsi sulle proprie. La mediatrice aiuta a contenere le difficoltà di comprensione, conserva e rafforza nella madre il senso delle proprie origini. Per alcuni, la nascita del bambino in terra straniera rappresenta un mero accidente: il neonato dopo pochi mesi sarà affidato alla famiglia d’origine per essere cresciuto nella propria cultura. Per altre è una riformulazione del progetto migratorio. All’interno di una relazione tra mediatrice, madre straniera e ostetrica può costituirsi lo spazio di incontro tra il passato nella terra d’origine e il presente nel paese di migrazione, all’interno del quale accogliere il neonato.
Cap. 3: L’osservazione e la valutazione della relazione madre-bambino da parte del pediatra di famiglia: proposta di uno strumento e di un percorso di formazione
Il pediatra di famiglia è il medico di primo livello del bambino. Esegue i controlli di crescita e viene consultato per qualsiasi problema relativo l’allevamento e l’educazione, soprattutto nel primo anno di vita. È un riferimento importante e un potenziale sostegno alla madre. Stern considera il tema dell’alimentazione importante per cogliere la qualità della relazione nei primi mesi, definendole finestre cliniche. Molte ricerche mettono in luce la frequente insicurezza, il disorientamento, la vulnerabilità e la disponibilità di fronte al compito educativo, dovuto alla possibilità di scegliere di diventare genitori.
Il pediatra viene scelto dalla famiglia, interagisce con la madre. Un’efficace comunicazione tra pediatra e famiglia è essenziale, non solo per fare aumentare la consapevolezza, la competenza e la fiducia dei genitori, ma anche per garantire che il bambino riceva dai genitori cure adeguate, libere sia da eccessi di attenzione e di ansie, sia da trascuratezza e negligenza. La visita pediatrica è il luogo in cui si avvia e si gioca la relazione tra famiglia, medico e bambino. Il contesto della visita presenta molte analogie con la Strange Situation che evidenzia, e rende leggibile le caratteristiche della relazione che si va costruendo tra madre e bambino. È importante per il pediatra saper osservare e valutare la relazione, per poter scegliere le modalità in cui porre le domande, dare informazioni, richiedere approfondimenti.
È importante uno sguardo benevolo sulla relazione, evitando la tendenza a valutare negativamente molte relazioni soprattutto quando la madre mostra ansie. Le fasi iniziali del percorso di formazione hanno visto la partecipazione di 90 pediatri, ognuno dei quali segue circa 800 bambini. In una prima fase, dopo aver discusso, approfondito e analizzato i vari filmati, attraverso cui era possibile individuare e descrivere i vari stili di relazione, si è proceduto ad esercitazioni che prevedevano l’analisi di protocolli osservativi, raccolti durante visite pediatriche, sia dallo stesso pediatra, sia da un osservatore esterno. In una seconda fase, vennero effettuate osservazioni da un osservatore partecipante nel corso di visite pediatriche condotte da alcuni dei corsisti. Negli incontri di gruppo, venivano presentati dei casi e dei protocolli, e si chiedeva di valutare lo stile di relazione, le caratteristiche della madre e ipotizzare in quale modo ci si sarebbe regolati nella comunicazione con la madre.
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