Prefazione
Viviamo in un periodo storico di grandi trasformazioni, in cui è difficile prevedere quali saranno i possibili futuri scenari del vivere sociale. Le regole finora utilizzate per affrontare i problemi e i conflitti funzionano sempre meno. A volte diventa importante tener conto delle piccole trasformazioni di alcuni particolari, al fine di poter meglio conoscere i fattori problematici e conflittuali anche nella prospettiva di individuare eventuali sbocchi.
Tiziana Tarsia ci racconta con un originale approccio la realtà del servizio sociale alle prese con le nuove forme di fenomeni migratori. Utilizzando la categoria dinamica del conflitto e le metodologie per la risoluzione non violenta dei conflitti. Gli immigrati razionalmente sono una risorsa, ma emotivamente ci fanno paura. In questo giocano un ruolo importante gli stereotipi che si formano in noi fin da piccoli, che si ereditano culturalmente e da cui è difficile liberarsi soprattutto emotivamente. Un esempio di questi stereotipi è lo straniero, la zingara rapitrice; nel caso delle zingare rapitrici, dai dati raccolti emerge come in nessuno dei casi denunciati sono seguite condanne, ma ciò nonostante quello stereotipo continua a permanere.
Aver cura del conflitto
In questo libro Aver cura del conflitto, si utilizza la categoria del conflitto come punto da cui affrontare un tema tanto discusso quanto svuotato di significato che è quello dell’integrazione. Nel linguaggio sempre più si finisce col confondere integrazione con assimilazione. L’integrazione non è un processo semplice. In tutto questo l’assistente sociale dovrebbe agevolare tale processo di integrazione; ciò non è sempre facile, soprattutto se le istituzioni non collaborano.
Ho sempre pensato al conflitto come a uno spazio ricco di potenzialità che se adeguatamente abitato può aprire percorsi di crescita ricchi di esperienza di sé e dell’altro. Conflitto come luogo di cambiamento. Abitare la complessità, valorizzare la relazione: ognuno di noi si evolve solo attraverso la relazione. Non di rado nei sistemi territoriali di welfare le forze si disperdono perché i professionisti che vi operano non riescono a operare su un terreno comune. In tal modo diminuisce la fiducia in sé stesso e negli altri.
La paura di infezione anomica registrata a suo tempo da Elias nella città di Winston Parva si ripercuote silenziosamente anche sul nostro quotidiano. I nuovi arrivati, operai provenienti dalla campagne di Inghilterra, vengono esclusi non solo da coloro che erano benestanti, ma anche dai contadini stessi che però erano arrivati prima. Tale processo venne chiamato paura della contaminazione. Entrare in contatto con l’altro e contaminarsi dovrebbero essere i passaggi essenziali di un processo di integrazione andato a buon fine. Ma l’idea della contaminazione evoca l’esperienza del disordine e della confusione, alimentando la paura e il disorientamento.
Il senso della fiducia nella relazione con l’estraneo
Paolo Gomorasca fornisce una lettura approfondita della società multiculturale, individuando le caratteristiche principali delle politiche migratorie possibili in un'epoca in cui le migrazioni sono da considerarsi strutturali. Punto di partenza è la distinzione tra Limes e limen: Limes è soglia che chiude e respinge l’estraneo, limen ciò che è attraversabile, contaminabile. I confini tra i territori e le persone, secondo tale autore, dovrebbero essere considerati e vissuti come limen. La fiducia è il lubrificante della vita sociale. Ma coltivarla non è facile, avere fiducia negli altri significa anche accettare di non capire un comportamento, di sostare sul confine senza comprendere necessariamente tutto e subito.
La necessità della relazione con l’altro
Secondo Ernest Burgess le comunità locali evolvono lungo tre percorsi relazionali:
- La direttrice ecologica che tiene conto del radicamento territoriale
- La direttrice culturale, che può essere identificata con processi che consolidano usi, costumi ecc.
- La direttrice politica che fa riferimento alla relazione tra il gruppo e il territorio
La negazione e la scarsa consapevolezza della necessità dell’altro contiene in sé il germe di un processo di autodistruzione, se l’individuo non si confronta più presto o tardi finirà per scontrarsi con sé stesso. Molti dei conflitti che nascono in ambito etnico-culturale nelle relazioni di aiuto hanno origine da questioni legate alla difficoltà di sopportare e proporre un riconoscimento reale dei confini e delle narrazioni dell’identità dell’altro. Putnam distingue tra comunità con un capitale sociale che tende alla chiusura e comunità con capitale sociale che tende all’apertura. I confini che chiudono diminuiscono il capitale sociale e veicolano insicurezza verso l’esterno, al contrario quelli che aprono creano fiducia verso l’esterno.
L’uomo diventa la propria attenzione
Danilo Dolci era animato dall’intuizione che per poter progettare insieme percorsi realmente sostenibili di cambiamento fosse necessario avviare, diffondere e implementare processi di autodeterminazione che favorissero una partecipazione più completa e responsabile. Ogni persona che faceva esperienza delle sue modalità di lavoro sociale poteva sperimentare come il confronto, il conflitto e la relazione dovessero essere vissuti e gestiti in maniera funzionale al gruppo e al territorio. Alberto l’Abate, collaboratore di Dolci, sviluppò l’intuizione della struttura maieutica individuandone le seguenti fasi: il processo di elaborazione e metabolizzazione inizia con un momento di autoanalisi individuale, che segue una fase di autoanalisi di gruppo, per poi soffermarsi sul senso dei condizionamenti dell’ambiente e approdare alla possibilità, a quel punto diventata necessità, di progettare insieme.
L’esperienza diretta con le persone facilita la generazione di spazi di ambivalenza e di attesa necessari per rompere gli equilibri preesistenti e provocare il mutamento. È necessario ascoltare e osservare prima di classificare.
I nostri nomi raccontano
La costruzione della propria identità si colloca in un fluire di narrazioni che coinvolge io e un tu in relazione, prima ancora di nascere ciascuno di noi, nelle parole e nei sogni di chi lo attende, entra a far parte di una storia che lo precede e si sostanzia di legami familiari e sociali. Uno dei primi atti di riconoscimento è l’assegnazione del nome. Scegliere il nome a un bambino significa collocarlo in una storia che è già iniziata prima di lui e continuerà dopo di lui. Il potere di imporre a qualcuno il nome cela la responsabilità di tracciare i primi tratti della sua biografia. Quando ci presentiamo e diciamo il nostro nome è un modo per far prendere nota della nostra esistenza all’altro.
Diversi esempi ci hanno mostrato come molti stranieri, avendo dei nomi difficili da pronunciare, gli impongono di cambiare il loro nome, sarebbe come imporgli di cambiare identità. Quando Cristoforo Colombo approdò sulle coste del Messico, lui che è portatore di Dio iniziò a nominare luoghi, piante e uomini che già esistevano prima del suo arrivo, imponendogli un lessico e una narrazione costruite a suo libero arbitrio. Ci si potrebbe domandare se il disagio vissuto dagli Aztechi fosse simile a quello vissuto dagli immigrati del 21º secolo. Spesso gli stranieri vengono obbligati a italianizzarsi. Alcune persone straniere addirittura negano il loro cognome.
La negazione del nome è stato un argomento trattato da Primo Levi quando narra di ciò che accadeva nei campi di concentramento, e la prima cosa che disse è che gli vennero tolti i nomi, non furono considerati persone ma cose. Togliere il proprio nome significa negare la propria identità, la propria esistenza.
Quando ci immaginiamo i confini degli altri
Tutto in un punto è un racconto di Italo Calvino che descrive un mondo senza spazio e tempo dove non esistono confini e limiti perché ogni punto coincide con l’altro. Prende così forma una famiglia di immigrati che, essendo numerosi, pretendono di impossessarsi dello spazio di tutti. Non solo immigrati perché venuti dopo, ma anche usurpatori dello spazio altrui. Tutti i protagonisti coesistono nel punto ma, nello stesso tempo, hanno una propria esistenza autonoma. Ogni protagonista, per definirsi nella propria identità, deve fare i conti con la linea di confine tra sé e gli altri, richiedendo di sentirsi parte del gruppo senza mai perdere di vista però la necessità di mantenere la giusta distanza del proprio gruppo ed evitare di smarrirsi in esso.
Il confine viene presentato come un passaggio che segna un superamento dall’io all’approssimarsi all’altro. Ovunque due parti si trovino in conflitto sarà importante per il suo sviluppo il fatto che ciascuna possa venire incontro all’altra senza entrare nel suo territorio, quindi senza lasciare supporre né attacco né resa. Dobbiamo essere capaci di sostare al margine, può aiutare ad acquisire uno sguardo più allentato ed attento dell’altro. Si può tentare così di capire non solo fin dove ci è permesso avvicinarci, ma anche fin dove decidiamo noi stessi di accostarci all’altro, attraverso una ridefinizione continua di comportamenti e di linguaggi necessari al rispetto dei confini dei soggetti in gioco. È l’incontro con l’altro che permette alle persone di rompere il circolo vizioso della generalizzazione degli stereotipi, del mantenimento dei pregiudizi.
Es. una donna aveva dei forti pregiudizi nei confronti dei rom, aveva paura la derubassero. Una volta si è fermata a parlare con una donna Rom che vedeva la domenica in chiesa e con la quale si intratteneva piacevolmente a parlare tanto che erano in confidenza, una volta le scappò detto che non avrebbe più voluto vedere zingari in tutta la sua vita. “Anche a me signora?” “A voi no naturalmente.”
Parte seconda: i segni dell’integrazione
Secondo Luciano Gallino il termine integrazione sociale può essere definito attraverso tre formule descrittive:
- La prima di carattere sistemico: in cui si presenta l’integrazione come la connessione e l’interdipendenza delle parti della struttura sociale
- La seconda di carattere relazionale/sociale, in cui si accentua l’aspetto dell’inclusione di un singolo all’interno di un gruppo
- La terza di carattere psicologico in cui viene posta una particolare attenzione alle dinamiche di interazione che ogni singolo individuo
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