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Management del servizio sociale: modelli e strumenti

Libro a cura di Angelina Di Prinzio e Daniela Caruso

Evoluzione dello stato sociale e nuove linee di indirizzo di politica sociale degli ultimi anni

Un inquadramento della questione

L’organizzazione attuale del sistema dei servizi alla persona è nata da un percorso lento e faticoso, traendo forza dalla costituzione e della rinascita del paese dopo il fascismo, che progressivamente ha posto le basi del sistema di welfare. Il servizio sociale ha influito fortemente su questo processo formatore del Welfare. In primis, raccogliendo l’eredità del convegno di studi di Tremezzo (1946) in cui il servizio sociale afferma il principio secondo cui c’è un nesso causale tra i problemi individuali dell’individuo e il sistema sociale. Le cause dei problemi delle persone non sono da ricollegare a un percorso di vita immeritevole o a ragioni di natura psicologico/individuale, ma sono da riferirsi a effetti perversi del sistema sociale.

Durante la 2GM, il sistema assistenziale italiano era caratterizzato da moltissimi enti di assistenza e beneficienza, in cui gli assistiti non erano veri titolari di diritti, ma oggetto delle decisioni degli operatori. L’ottica dominante era quella riparativa, priva di una lettura oggettiva dei bisogni dell’individuo. Il sistema era quindi rigido, inefficiente e contro i principi della Carta costituzionale. Essa attribuisce alla repubblica l’impegno di garantire il superamento delle disuguaglianze, la qualità della vita, le pari opportunità, la non discriminazione, i diritti di cittadinanza.

Sono trascorsi molti anni prima che tali valori fossero collocati nel sistema italiano. Solo alla fine degli anni ’60 e inizio ’70, iniziano a configurarsi i primi cambiamenti. Il primo evento fu l’istituzione delle Regioni nel 1970. Successivamente si stabilì che le competenze di materia politico-sociale fossero prerogativa delle regioni e dei comuni: i primi passi verso l’autonomia e maggiori efficacia nel rispondere ai bisogni sociali. Si andava a formare anche un progetto: Progetto 80, documento di programmazione economica in cui per la prima volta si affermò la necessità di integrità tra sanità, previdenza e assistenza.

Piccoli passi che permisero la nascita di nuovi principi e modalità di azione basati sui diritti sociali di cittadinanza tra cui: prevenzione, trasparenza, partecipazione del cittadino ecc. Questo rese possibile l’approvazione della legge 833/1978 di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale insieme a una serie di riforme molto importanti per l’evoluzione dell’Italia (la legge sul divorzio, sull’interruzione volontaria di gravidanza ecc.). Conquiste fortemente significative, in cui un ruolo fondamentale l’hanno avuto gli assistenti sociali (il sindacato, l’ordine professionale, l’associazione italiana docenti di servizio sociale (AIDOSS) che si collocano all’interno del sistema del welfare.

Un professionista

La legge del 23 Marzo 1993, definisce l’assistente sociale come: un professionista che opera con autonomia tecnico-professionale e di giudizio in tutte le fasi dell’intervento per la prevenzione, il sostegno e il recupero di persone, famiglie e comunità in situazioni di bisogno e di disagio, svolgendo compiti di gestione, concorre all’organizzazione e alla programmazione e può esercitare attività di coordinamento e di direzione dei servizi sociali.

Tuttavia, nonostante le grandi riforme, il percorso evolutivo del Welfare e della nostra professione, non è stato privo di limiti. Ad esempio la legge quadro che verrà promulgata solo nel 2000 o la debole capacità di esercizio dell’autonomia delle periferie, rispetto al potere centrale. Questo non contribuì alle grandi trasformazioni socio-economiche a partire dagli anni ’80, come la crisi fiscale, l’AIDS, le nuove povertà, i flussi migratori, tossicodipendenza e all’invecchiamento della popolazione.

Negli anni ’80 ci fu uno sviluppo del terzo settore ossia del volontariato, in collaborazione con l’ente pubblico con la creazione di un nuovo welfare mix/community con al suo centro sempre l’assistente sociale con nuovi compiti, bisognoso di acquisire nuove conoscenze e competenze.

Nonostante tutti i progressi ancora oggi permane una forte debolezza di sistema nell’assetto dei servizi sociali del territorio. Neppure la legge quadro (legge 328/2000) di riordino del sistema socioassistenziale italiano riuscì ad assicurare uno sviluppo costante, stabile e duraturo del sistema. Questo anche a causa di un managerialismo spinto, legato al risparmio delle risorse e ai tagli alla spesa pubblica ignorando l’efficacia degli interventi.

L’elemento cruciale per la creazione delle condizioni di sviluppo sono le idee, le competenze di management, le alleanze virtuose, la leadership politico-amministrativa e le risorse finanziarie. Non bastano le sole risorse economiche. I principi di solidarietà sociale su cui si fonda la professione, entrarono in conflitto con le culture neoliberiste, in cui il concetto di economicità ha preso man mano il posto a solidarietà e giustizia sociale. La crisi finanziaria e la mancanza di risorse e investimenti portano, anche oggi, a una deturpazione del Welfare.

A questo proposito risulta interessante lo studio della Fondazione Emanuela Zanca, secondo cui il sistema Welfare è destinato al fallimento se non si attua uno sforzo comune per un cambiamento radicale atto a renderlo capace di rigenerare le risorse trasferite e massimizzare il rendimento sociale. Ossia di non basarsi sulla generosità e sull’altruismo per far vivere il Welfare ma di produrre un capitale sociale. Più nello specifico, la fondazione propone nuovi scenari di Welfare in cui investire.

Proposte della Fondazione Emanuela Zanca

  • Trasformare le risorse in lavoro di aiuto.
  • Fare in modo che gli aiutati contribuiscano trasformando i costi ricevuti in risorse da reinvestire.
  • Superare prassi assistenziali che curano senza prendersi cura, guardano al compito e non all’esito.
  • Far incontrare capacità professionali con i valori economici messi in gioco.
  • Misurare il corrispettivo sociale.

Lo scopo è quello di avviare un dibattito e percorsi concreti di operatività in tale direzione.

L’attuale organizzazione dei servizi e le nuove competenze professionali dell’assistente sociale

La legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali (legge 328/2000) ha rappresentato la cornice entro cui si muovono oggi il servizio e gli assistenti sociali. Secondo, l’allora ministro degli affari sociali Livia Turco, la legge fonda e conferisce autorevolezza al sistema delle politiche sociali, cambiando il profilo del Welfare: non più soltanto previdenza e sanità ma anche famiglie, inclusione, bambini, disabili, immigratici, giovani.

La legge quadro è un passaggio cruciale, dall’intervento sociale concepito come semplice riparazione del danno subito all’intervento sociale inteso come promozione del benessere riferito alle persone e alle famiglie. Non giunge alla sua approvazione dal nulla ma è frutto di un processo di innovazione dato da normative e da leggi importanti del settore come la legge sui diritti per l’infanzia e l’adolescenza. Hanno sicuramente dato un input al rinnovamento di gestione dei servizi sociali.

La legge 328/2000 interpreta come il sistema integrato di interventi e servizi sociali una sorta di diritto esigibile che la repubblica deve assicurare alle persone e alle famiglie. I servizi sociali sono tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione dei servizi, gratuiti o a pagamento, o di prestazioni economiche. Essi sono fonte stabile di benessere e miglioramento del sistema di vita degli individui. Esso assume carattere di universalismo selettivo: possono accedervi tutti i cittadini italiani e degli stati dell’UE, gli stranieri in possesso di permesso di soggiorno, ma anche prioritariamente soggetti in condizione di povertà, incapacità di provvedere ai propri bisogni ecc.

I beneficiari vengono però selezionati in base a due condizioni: assenza di risorse e reale bisogno manifesto. La selezione viene effettuata per lo più per determinati servizi specifici. Di fatto il sistema è caratterizzato da un primo livello di prestazioni di tipo informatico a cui possono accedere tutti e altre prestazioni più specifiche.

Il principio di sussidiarietà

Importante, nei Servizi Sociali, è regolato dall'articolo 118 della Costituzione italiana il quale prevede che "Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà."

Tale principio implica che le diverse istituzioni debbano creare le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività. L'intervento dell'entità di livello superiore, qualora fosse necessario, deve essere temporaneo e teso a restituire l'autonomia d'azione all'entità di livello inferiore. Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:

  • In senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere rispettata.
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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Katheryna99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Principi e fondamenti del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Di Prinzio Angelina.
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