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Il metodo dell'osservazione diretta di Francesco Scotti

Rappresenta un’originale elaborazione e approfondimento del metodo dell’osservazione diretta di Francesco Scotti, come strumento di formazione e analisi nel campo della psichiatria e della psicanalisi. In questo libro l’autrice ci avvicina al metodo con un excursus sulle diverse origini e dimensioni dell’osservazione diretta nelle Scienze sociali, per soffermarsi poi sul metodo elaborato da Scotti e sul suo utilizzo nei corsi di laurea brevi e magistrali del Servizio sociale.

L’importanza dell’osservatore, della sua relazione con l’oggetto/soggetto osservato, della giusta distanza da cui osservare sono raccontati utilizzando il sostegno di più discipline, dalla sociologia, alla psicologia, alla psicanalisi, all’antropologia. Le tante testimonianze di apprezzamento da parte delle corsiste assistenti sociali, riportate nel sesto capitolo dimostrano l’efficacia del metodo anche, anzi soprattutto, in quelle situazioni così problematiche che sembrano senza uscita. Come ci insegna Scotti, se un caso ci appare impossibile, è allora che serve il metodo dell’osservazione diretta perché ci fa vedere da altre prospettive, modificando, con l’aiuto del gruppo, il punto di vista possiamo arrivare dove non potremmo mai da soli.

Sull'arte di osservare

Nella minuziosa descrizione di E.A. Poe il giocatore di whist si può permettere non solo di interessarsi di ciò che aveva ipotizzato di osservare, ma può decidere di trarre informazioni anche da elementi estranei rispetto all’oggetto della sua analisi. Egli si concentra sull’accoglienza dell’impercettibile e dell’imprevedibile che si manifesta in tutto quello che sembra banale e “normale”.

Si sofferma sullo sguardo, sul tono della voce, sulla postura, su tutti quegli elementi che autorizzano il giocatore a: trarre indicazioni sullo stato effettivo delle cose.

  • Il suo sguardo attento rivolto all’esterno lascia intravedere la consapevolezza di come dietro ogni azione possa celarsi qualcosa da scoprire e comprendere.

L’osservatore deve essere predisposto a cogliere con attenzione i processi e le dinamiche che si mostrano ai suoi occhi così come fa il giocatore di whist: allo stesso modo, deve stare attento a non trarre conclusioni affrettate che potrebbero pregiudicare le osservazioni successive, ma deve anche essere capace di tollerare la sensazione di isolamento rispetto al contesto osservato.

In ambito lavorativo, educativo e formativo si presta sempre più attenzione all’acquisizione di competenze comunicative trasversali, la capacità di relazionarsi in modo costruttivo è un requisito fondamentale per gestire efficacemente l’incontro con tutti quegli “Altri” che popolano la nostra vita quotidiana. L’osservatore sociale non può essere considerato come un attore esterno al setting; nemmeno è possibile “estraniarlo” dal contesto di osservazione. Si trova nella situazione di dover apprendere come gestire la relazione con se stesso, con gli altri e con l’ambiente, confrontandosi in continuazione con il bisogno emergente di mantenere la “giusta distanza”.

La connessione tra le regole e le strategie di gioco e le regole e le strategie proprie dell’interazione tra individui è stata del resto già sottolineata, a suo tempo, da Goffman. L’osservazione e l’ascolto concorrono alla costruzione di uno stile relazionale che permette di avvicinarsi all’altro attraverso il dialogo e il confronto, di incontrare e comprendere l’altro piuttosto che “pregiudicare” e falsare potenziali spazi di interazione. La capacità di ascolto è un indicatore visibile della qualità della vita di ogni persona.

Goffman chiarisce nei suoi studi l’importanza ma anche la fatica di dedicare tempo e spazio alla costruzione della relazione. Egli introduce il concetto di territorio del sé e sottolinea come le persone prestino molta attenzione a quelli che lui stesso individua come rituali di sostegno e rituali di riparazione all’interno di un meccanismo relazionale che possiamo definire di doppia contingenza.

Milton J. Bennet, studioso di comunicazione interculturale, individua nell’autoconsapevolezza di sé e dei meccanismi dell’interazione uno dei primi passaggi del processo di costruzione della relazione empatica: la conoscenza di sé stessi permette di avvicinarsi agli altri senza la paura di perdersi in loro. Gli studi di sociologia delle migrazioni sottolineano come sia più facile avviare un processo di integrazione in un contesto in cui il soggetto abbia un’identità solida e consapevole.

Da un’altra prospettiva Carl Rogers evidenzia come, secondo il suo approccio “centrato sulla persona”, essere in contatto con sé stessi è indispensabile per costruire un contesto relazionale caratterizzato da reciprocità costruttiva e da cooperazione funzionale.

Sull’osservazione nelle scienze umane

La metodologia dell’osservazione proposta dal prof. Francesco Scotti riprende caratteristiche proprie dell’osservazione diretta. Questo tipo di osservazione si caratterizza per essere una metodologia che individua nella mediazione del soggetto e in quella del gruppo di osservatori uno strumento fondamentale di comprensione dell’evento osservato.

Presupposti base ed elementi caratterizzanti di questo approccio sono: l’accettazione e la rivalutazione della potenzialità dell’osservatore; la rilevanza data ai contributi “interpretativi”, diretti e indiretti, forniti dai singoli componenti del gruppo di osservatori. Questi due nodi costruiscono l’apparato regolativo della metodologia, riconducono lo studio della stessa a una prassi della ricerca che mette in risalto come l’esperienza dell’individuo nella veste di osservatore e ricercatore, sia soggetta a due tipi di limitazione, quella interna e quella esterna:

  • La sfera di esperienza diretta che l’individuo può avere della realtà sociale è sempre limitata e costituisce una piccola parte dell’intero complesso dei fatti sociali.
  • In genere essa si estende a una sola società, e spesso a una sola classe di questa società: ciò rappresenta quella che possiamo chiamare la sua limitazione esterna.

C’è inoltre una limitazione interna dovuta al fatto che, tra tutte le esperienze che l’individuo ha occasione di fare nella sfera della sua vita sociale, una gran parte viene trascurata. Viene così confutato il principio, di matrice positivista, che vede nell’osservazione diretta lo strumento principe di una conoscenza “vera” ed “oggettiva” della realtà. Mentre nella scuola di Scotti la soggettività diventa uno strumento di comprensione. Per la concezione positivista è un ostacolo che limita la conoscenza; nella prima il gruppo di osservatori, che sono estranei al setting osservato, diventa fonte di conoscenza e comprensione degli eventi raccontati dall’osservatore, nella seconda è quanto- meno improprio pensare che chi è estraneo al setting possa avere gli elementi per contribuire a decifrare la realtà osservata. L’interpretazione degli eventi nel caso della metodologia di Scotti è il risultato della convergenza tra la capacità, cognitiva ed emotiva, dell’osservatore e la decostruzione e ricostruzione dei protocolli di osservazione che avviene, ex post, durante gli incontri con il gruppo di osservatori.

Il processo di comprensione sia condizionato dall’esperienza del riconoscimento è un presupposto basilare della struttura normativa della metodologia dell’osservazione diretta. Si parte quindi dall’idea che: Un fatto in sé è già un’astrazione: noi isoliamo un aspetto limitato del processo concreto del divenire, rifiutando almeno provvisoriamente tutta la sua indefinita complessità.

La funzione dell’occhio nella sociologia dei sensi di Simmel

L’osservazione è ricondotta alla possibilità e necessità di essere “testimoni oculari” di ciò che avviene in un ambiente. Tale considerazione affonda le sue radici nell’idea che solo ciò che “vedo” merita di essere descritto perché è riconoscibile anche dagli altri: se vedo un canarino posso descriverlo, ma se sento un cinguettio potrei non essere sicuro di ciò che ho sentito e inoltre non avrei a disposizione nessuna immagine ma solo quel particolare suono che ricordo.

Durante l’osservazione tutti gli organi sensoriali sono “allertati”: se lo sguardo è una “tecnica del corpo”, imparare a guardare significa coinvolgere sensi ed emozioni in un saper fare. Nella sociologia dei sensi di Simmel l’occhio assume un ruolo primario, è l’organo che permette di innescare meccanismi di reciprocità, di andare oltre il conosciuto: in sintesi è l’organo che più degli altri svolge un molo di introspezione, proprio perché permette ad entrambi gli attori sociali di cogliere i segni della storia dell’altro ma anche dell’ambiente che li circonda.

Secondo Simmel la funzione sociologica dell’occhio si può sintetizzare in tre termini:

  1. non egoistica
  2. accomunante
  3. esclusiva

Simmel spiega come l’incrocio degli sguardi, anche tra persone estranee, faciliti l’avvio di un processo che potremmo definire di approssimazione al mondo vitale’ dell’altro: non si può prendere con l’occhio senza dare contemporaneamente: l’occhio svela all’altro l’anima che cerca di svelarlo.

Quest’ultima considerazione rimanda immediatamente ad una regola importante della metodologia di Scotti: ogni osservatore è obbligato a dichiarare la propria presenza agli osservati. L’osservatore e l’osservato sono accomunati dalla fatica costante di “stare in presenza” l’uno dell’altro durante tutto il periodo di osservazione; ma il momento della rivelazione del proprio ruolo assume per l’osservatore una valenza particolare viene vissuto con una certa apprensione.

Nel suo primo protocollo un’ assistente racconta: Subito l’insegnante mi ha presentata descrivendo il mio lavoro..Ho notato che due delle ragazze che si trovavano di fronte a me, mi hanno rivolto uno sguardo di sospetto e di contraddizione.

La potenzialità evocativa del guardarsi, secondo Simmel, contiene in sé una contraddizione: è un’esperienza che si caratterizza per essere contemporaneamente esclusiva e accomunante. Immaginiamo, ad esempio, un gruppo di persone che, nello stesso momento, stiano ammirando un tramonto: proprio per questo, potremmo dire che sono accomunate da ciò che stanno guardando. Ma se, in un secondo momento, chiediamo ad ogni componente del gruppo di osservatori di riferire ciò che ha visto, sarà difficile ottenere narrazioni e descrizioni identiche, Ognuna di quelle persone avrà dato più importanza ad un aspetto piuttosto che ad un altro, cogliendo frammenti differenti dello stesso fenomeno e vivendo emozioni non assimilabili l’una all’altra.

Osservare non significa solo guardare qualcosa. Ciò che coglie l’occhio può essere completato da ciò che l’orecchio e il naso percepiscono: Simmel spiega come gli odori abbiano un ruolo importante nel primo contatto con le persone ed evidenzia come spesso ciò clic l’occhio percepisce sia completato da ciò che sente l’orecchio.

In alcuni casi il contatto con l’estraneo/straniero è ricondotto esclusivamente all’odore particolare della sua pelle: a volte quell’odore così intenso, a cui non si è abituati, evoca in qualcuno una sensazione di sporcizia che può precludere potenziali interazioni future. Per Simmel l’attività dell’orecchio e dell’occhio sono tra loro complementari. L’orecchio coglie ciò che avviene, mentre l’occhio è in grado di intuire il processo che ha preceduto ciò che è visibile in un determinato momento: ciò che noi vediamo nell’uomo è ciò che è durevole in lui.

Per Simmel lo sguardo che viene posato sull’altro non è uno sguardo neutro che lascia inalterati gli attori sociali, ma piuttosto è uno sguardo che segna profondamente i soggetti e la loro relazione.

Aspetti cognitivi e percettivi dell’attività dell’osservare

Per poter procedere nell’analisi della metodologia proposta dalla scuola perugina è opportuno fornire alcuni punti di riferimento utili ad orientarsi nel panorama dell’utilizzo della metodologia dell’‘osservazione nelle scienze umane. L’antropologa Cristina Grasseni evidenzia come nell’antropologia visuale esistano diverse “scuole di sguardi”, attraverso cui ci si allena a leggere gli input provenienti dal contesto osservato: le immagini non parlano da sole: dietro il loro saper parlare a noi sta tutta l’abilità della nostra capacità di guardare. Ognuno di noi viene allenato all’uso dello sguardo attraverso l’intervento di diverse “agenzie” formative che imbrigliano la nostra competenza osservativa in una fitta rete di legami invisibili ma sempre presenti.

L’iter di apprendistato nella metodologia di Scotti è ritenuto necessario per capire “come e cosa osservare” su un determinato setting ed è considerata una fase fondamentale per il tirocinante che ha la possibilità di sperimentarsi “in sicurezza” e capire come:

  • Gestire il proprio bisogno “urgente” di ottenere dati oggettivi e generalizzabili;
  • Controllare la propria percezione di essere corpo “ingombrante” sul setting;
  • “Avere cura” della relazione che si costruisce con i soggetti osservati.

Ogni osservatore alle prime armi, dovrà fare i conti con la propria capacità di saper stare in presenza senza alienarsi totalmente dal setting, riuscendo quindi, a rimanere vigile mantenendo la concentrazione e l’attenzione. Ma ogni tirocinante dovrà inoltre apprendere quali sono i propri schemi cognitivi ed emotivi. A tal proposito Erika Cellini spiega in poche righe come l’osservazione sia soggetta a mediazioni semantiche, dovute all’ambiente di socializzazione dell’osservatore:

  • Sosteniamo che l’osservazione è guidata da schemi cognitivi. Gli schemi possono essere quelli della cultura propria di chi osserva, che vengono appresi con la socializzazione. L’esistenza di questi schemi non determina comunque il risultato dell’osservazione.

Viene ribadito come il risultato dell’osservazione sia determinato da diversi fattori. L’osservatore sarà condizionato non solo dalla propria esperienza passata ma anche dalla comunità scientifica di appartenenza.

È utile accennare ad un breve esercizio che solitamente viene proposto ai partecipanti ai corsi di formazione che per la prima volta si stanno avvicinando alla metodologia dell’osservazione diretta. Chiameremo questo esercizio: Osservazione Libera.

  • Ogni componente del gruppo viene invitato a osservare per quindici minuti qualunque cosa voglia: l’unica regola è quella di rimanere fermi nello stesso posto per tutto il tempo senza interagire con gli altri apprendisti osservatori. Trascorso il tempo gli osservatori torneranno in aula e illustreranno per iscritto ciò che hanno osservato, subito dopo ognuno di loro leggerà il proprio breve resoconto. Dopo che tutti i partecipanti avranno letto la propria descrizione, si rifletterà su ciò che distingue ogni racconto: si noteranno stili di narrazione differenti. Quest’esercizio permette di avviare un confronto su come: il nostro mondo, costituito dagli oggetti e dagli eventi che viviamo come presenti intorno a noi è il risultato di una serie di mediazioni.
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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elerudi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politiche sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Tarsia Tiziana.
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