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ESTRATTO DOCUMENTO

Consideriamo un punto sulla curva dei CV CV

costi variabili (il punto A) e lo uniamo

con l’origine degli assi (secante 0 - A).

Per misurare il costo variabile bisogna

considerare il punto A e tracciare una

q’

perpendicolare fino al punto sull’asse A

delle ascisse. CMV

CV’ = Aq’/0q’ =

angolo della secante

Per misurare il costo variabile bisogna

considerare il punto A e tracciare una retta

CV’

fino al punto e una perpendicolare CF

che lo unisce all’asse delle ascisse con il

q’. 0 – CV’

punto In tal modo il segmento

rappresenta il costo variabile, mentre il

A – q’

segmento la quantità prodotta. 0 q’ q

A – 0 0 – q’

Il rapporto diviso è l’angolo

A – 0

che la secante forma con l’asse delle

ascisse che è uguale al costo medio

CMV.

variabile CMV = CV/q,

Premesso che i si ricava che nel grafico i costi CV A q’

A - q’

variabili sono uguali al segmento e la quantità è uguale CMV = =

─── ────

0 - q’,

al segmento pertanto i costi medi variabili sono uguali q 0 q’

Aq’/0q’, 0 – A

al rapporto che è l’angolo della secante con

l’asse delle ascisse.

Se consideriamo un altro punto sulla curva

B,

dei costi variabili, ad esempio il punto e CV CV

0

misuriamo il costo medio unendo il punto

B,

con il punto notiamo che l’angolo che la

0 B

secante – forma con l’asse delle ascisse

si riduce e così ancora continuando con altri

punti sulla curva del costo totale. CV” B

A CMV

CV’ = Aq’/0q’ =

angolo della secante CF

0 q’ q” q

31

appunti di Giovanni Gentile

Ci sarà un punto in cui la secante

risulterà essere anche tangente alla CV CV

curva del costo variabile. In questo

C 0 - C

caso, nel punto la secante è

tangente alla curva del costo

variabile (in rosso). CV’” C

CV” B

CV’ A CMV

= Aq’/0q’ =

angolo della secante CF

0 q’ q” q’” q

La determinazione dei costi medi di breve periodo sulla curva

dei costi medi variabili

Sotto il grafico della CV CV

determinazione dei costi nel breve D

periodo, riproduciamo un altro

grafico, sempre un sistema di assi

cartesiani, dove sull’asse delle

ascisse vi è la quantità e sull’asse CV’” C

delle ordinate i costi medi (CMV) e CV” B

i costi marginali (CMg). CV’ A

Riportiamo il punto C sul grafico CMV

= Aq’/0q’ =

angolo della secante

inferiore, perché è il punto in cui la

curva del costo medio variabile CF

raggiunge il costo minimo.

Esattamente come è avvenuto per I 0 q’ q” q’” q

CM, fino al punto C diminuiscono

gli angoli tra le varie secanti e CMV

l’asse delle ascisse, ma dopo il CMg

punto C, in cui la secante 0 – C è CMV

anche tangente della curva dei costi 30

totali, riprendono ad aumentare.

Per esempio se considero il punto 20

D e traccio la secante 0 – D,

l’angolo ottenuto è maggiore 10

dell’angolo della secante 0 – C con 10

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 11 12 14 15 q

l’asse delle ascisse.

Quindi anche la curva del costo medio variabile avrà una forma che prima decresce, tocca il

minimo nel punto C e poi inizia a crescere. Possiamo cosi notare che la curva del costo marginale

CMV,

ha una forma ad U. Infatti la curva del inizialmente decresce rispetto all’asse dell’ordinata

CMV CMg,

con l’aumentare della quantità prodotta, in quanto si abbassano i e quindi i ma quando

CT

questa arriva a 10, cioè in corrispondenza del punto di minimo (o punto di flesso) dei del

CMV

grafico superiore, la curva dei flette verso l’alto, assumendo la caratteristica curva ad U.

32

appunti di Giovanni Gentile

Curva dei costi medi fissi

I costi fissi hanno una valore costante CT CT

all’aumentare della quantità prodotta,

quindi il rapporto tra i costi fissi e la D

quantità prodotta diminuisce

proporzionalmente all’aumentare della

quantità. Ad esempio il costo fisso 10 sul

costo totale 20 significa ½, ma lo stesso CT’” C

CF CT

10 su un 40 equivale a ¼ e cosi CT” B

CF

via. In termini economici, i incidono

maggiormente su quantità basse, e meno CT’ A

man mano che aumenta la produzione. In CM

= Aq’/0q’ =

angolo della secante

considerazione che il costo medio fisso è

dato dal rapporto tra il costo fisso con la CF

= CF/q),

quantità (CMF la

rappresentazione grafica della curva del

XI

costo medio fisso è asintotica sull’asse 0 q’ q” q’” q

delle ascisse, cioè tende verso l’asse fino a

restare parallela, quando viene raggiunto CF

il minimo dei costi fissi.

Costruiamo due sistemi di assi cartesiani

(uno sopra e l’altro sotto), e supponiamo

che il costo medio fisso parte da un valore 30

pari a 20 e lo inseriamo nel sistema di assi

cartesiani sottostante. Aumentando la 20

produzione i costi medi fissi si

ripartiscono sulla quantità complessiva dei CF

10

beni prodotti e quindi il valore del costo

medio fisso tende a ridursi verso l’asse 10

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 11 12 14 15 q

delle ascisse, che è l’asse della quantità,

senza incontrarla mai.

Per rappresentare graficamente la curva del costo marginale costruiamo due sistemi di assi

cartesiani, uno sotto l’altro. Sul sistema di assi cartesiani soprastante, poniamo la quantità sull’asse

delle ascisse e sull’asse delle ordinate i costi totali ed infine i costi fissi paralleli all’asse delle

ascisse. Invece sul sistema di assi cartesiani sottostante, poniamo la quantità sull’asse delle ascisse

e sull’asse delle ordinate il costo marginale. =

Il costo marginale che è dato da un rapporto tra variazioni (CMg viene misurato dalla

∆CT/∆q),

tangente ad ogni punto della curva di costo totale, perché è come se i due punti considerati sulla

curva del costo totale fossero talmente vicini (cioè a distanze vicine allo zero) che l’angolo che si

forma diventa tangente a quel punto.

Partiamo dal punto A sulla curva del costo totale CT CT

B

e consideriamo un altro punto abbastanza

A.

vicino al punto Tracciamo una B

A,

perpendicolare dal punto che interseca l’asse ∆CT

, e

delle ascisse in un punto che chiamiamo q 1 A

B, q

un'altra dal punto al punto Ora dal punto A

2. C

mandiamo una parallela all’asse delle ascisse ∆q

B q C.

che incontra il segmento - nel punto Si

2 CF

A B

viene così a formare il triangolo rettangolo -

C. B C

- Il segmentino - (in rosso) è la

A

variazione del costo totale, mentre il segmento

C

– è la variazione della quantità (in rosso). 0 q1 q2 q

XI Significa che tende a toccare l’asse delle ascisse, senza toccarla mai.

33

appunti di Giovanni Gentile

B - A - C,

L’angolo del triangolo rettangolo

corrisponde al costo marginale, perché il CT

CMg = Come abbiamo misurato il

∆CT/∆q. CT

costo medio con l’angolo tra la secante e

l’asse delle ascisse, allo stesso modo il costo

marginale, che è dato da un rapporto tra

variazioni, è misurato dalla tangente ad ogni B

punto considerato della curva del costo A ∆CT/∆q=CMg

totale. C CF

0 q q q

1 2

A

Immaginiamo ora che il punto tenda verso

B

il punto fino a sovrapporsi. In tal modo CT CT

B - A - C,

l’angolo del triangolo rettangolo si

restringe sempre di più, fino a quando

B q2

l’inclinazione della retta – coinciderà

A

con quella della tangente per e in questo

caso la variazione espressa dall’angolo, B ∆CT/∆q=CMg

corrispondente al costo marginale (∆CT/∆q), A

diventa infinitesimale. La dimostrazione è C

A B

che tramite i punti e andiamo a misurare

CT

la variazione dei sulla variazione della

q, ma in analisi matematica queste CF

variazioni sono talmente piccole che

A B

tendono a zero, cioè i punti e sono così

vicini tra loro che possono essere 0 q q q

1 2

sovrapposti.

Possiamo anche dare, per assunto, che il CT

costo marginale si misura tramite la CT

tangente ad ogni punto considerato della

curva del costo totale.

Consideriamo ora la tangente che

A

congiunge il punto con l’origine degli B

assi. L’angolo tra la tangente e l’asse delle A

ascisse, misura il costo marginale nel C

A.

punto CMg CF

0 q q q

1 2

34

appunti di Giovanni Gentile

Consideriamo ora la tangente che CT

B

congiunge il punto con l’origine degli CT

assi. L’angolo tra la tangente e l’asse delle

ascisse, misura il costo marginale nel

B

punto che è minore del precedente

A

ottenuto con il punto e cosi per ogni B

punto della curva del costo totale. A F

CMg CF

0 q q q

1 2

Procedendo con la misurazione degli CT CT

F

angoli, si arriverà al punto di flesso D

cioè dove la curva del costo totale

cambia concavità e l’angolo del costo

marginale assume il suo valore più

basso. Dopo il punto di flesso tracciamo

un altro punto sulla curva dei costi totali, F punto di flesso

D,

che chiamiamo e mandiamo la

tangente a questo punto, noteremo che

gli angoli riprendono a crescere. CF

0 q q q

1 2

35

appunti di Giovanni Gentile

La determinazione dei costi marginali nel breve

periodo

Sul secondo sistema di assi cartesiani CT CT

riportiamo il punto di flesso in D

corrispondenza del valore minimo della

curva del costo marginale e il valore del

D,

punto più in alto in quanto l’angolo

tra costi totali e quantità riprende ad F

aumentare. Pertanto verifichiamo che la punto di flesso

curva del costo marginale prima

decresce gradualmente fino al punto di

flesso, in corrispondenza del quale

raggiunge il suo valore minimo, per poi

riprendere ad aumentare, assumendo CF

così la forma ad U. 0 q q q

1 2

CMg CMg

30

20

10 10

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 11 12 q

Ora vediamo la relazione tra curva del costo marginale (CMg), curva del costo medio totale

(CMT), e curva del costo medio variabile (CMV) le quali hanno tutte un andamento ad U. Anche in

questo caso costituiamo due sistemi di assi cartesiani una sopra l’altro. In quello superiore

costruiamo la curva dei costi medi totali e la retta dei costi fissi, mentre in quello inferiore

ricaveremo le curve del costo marginale, del costo medio totale e del costo medio variabile.

F

Tracciamo il punto di flesso dove la curva del costo totale cambierà concavità, quindi mandiamo

una perpendicolare sul secondo sistema di assi cartesiani fino ad incontrare il punto minimo della

curva del costo marginale, in quanto il punto di flesso dei costi totali corrisponde al valore minimo

della curva del costo marginale. Proseguendo sulla curva del costo totale arriveremo ad un punto,

D,

che chiamiamo in cui la secante è anche tangente dei costi totali (in rosso), in quel punto la

curva del costo totale e la curva del costo marginale assumono lo stesso valore.

36

appunti di Giovanni Gentile

Curve dei costi medi totali, marginali e variabili nel breve periodo

Sul secondo sistema di assi CT CT

cartesiani riportiamo il punto di D

flesso, cioè il valore minimo del

costo marginale, e il valore del

D

punto in corrispondenza della

crescita della curva del costo F

marginale. Anche la curva del punto di flesso

costo medio totale è ad U, quindi

decresce fino al punto di minimo

che corrisponde all’intersezione

con la curva del costo marginale,

per poi aumentare. L’incrocio tra la CF

curva del costo marginale e quella

del costo medio totale avviene nel

punto in cui la perpendicolare che 0 q* q

D

parte dal punto del costo totale

unisce la curva del costo

marginale. Lo stesso discorso vale

per la curva del costo medio CMV CMT CMg

variabile che anch’essa ha un CMg

andamento ad U e interseca la CMT

30

curva del costo medio marginale,

ma sotto la curva del costo medio 20

totale, in quanto non vengono

considerati i costi fissi, pari al 10

tratto che va dall’origine degli assi 10

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 11 12 q

all’intersezione dei costi fissi del

grafico superiore. La determinazione dei costi nel lungo periodo

Nel lungo periodo tutti i costi sono variabili, non essendovi input fissi che vincolano la capacità

produttiva, l’impresa può scegliere il tasso di impiego ottimale per tutti i fattori produttivi,

compresa la dimensione dell’impianto che può avere una diversa curva dei costi medi, mentre nel

breve periodo è predeterminata. I rendimenti possono essere di scala crescente, decrescente o

costante:

I rendimenti sono di scala crescente quando l’impresa ha delle economie. Per quantità positive

q min,

di produzione inferiori a l’impresa gode di rendimenti di scale crescenti, perché i costi

aumentano in maniera meno che proporzionale rispetto all’aumento della quantità prodotta,

quindi i costi medi di lungo periodo decrescono. In questo caso si dice che l’impresa beneficia

economie di scala.

di

q min.

I rendimenti sono di scala costante quando l’impresa ha quantità di produzione uguali a

In questo caso l’impresa ha costi medi minimi per ciascun livello di produzione.

I rendimenti sono di scala decrescente quando l’impresa ha delle diseconomie. Per quantità di

q min,

produzione superiori a l’impresa soffre di rendimenti di scale decrescenti, perché i costi

aumentano in maniera più che proporzionale rispetto all’aumento della quantità prodotta,

quindi i costi medi di lungo periodo crescono. In questo caso si dice che l’impresa soffre di

diseconomie di scala.

Graficamente diverse curve di costo medio possono essere costruite per diversi livelli della

dimensione degli impianti, cosicché la scelta della dimensione degli impianti diventa la scelta della

37

appunti di Giovanni Gentile

curva dei costi medi di breve periodo economicamente più efficiente. Possiamo anche dire che la

curva del costo medio di lungo periodo (CMLP) è data dall’inviluppo (dalla somma) delle curve di

costo medio di breve periodo.

Costruiamo un sistema di assi cartesiani in cui sull’asse delle ascisse mettiamo la quantità e

sull’asse delle ordinate i costi medi. Tracciamo cinque curve di costo medio di breve periodo: la

CM1 CM1’

e (in rosso) sono riferite allo stesso impianto produttivo e riportate in alto a sinistra, la

CM2 CM3

al centro e la in alto a destra del sistema di assi. Le cinque curve vengono avvolte dalla

CMLP CMLP,

che rappresenta l’inviluppo di tutte le curve. Al centro della tracciamo una retta del

q min q min,

che rappresenta il suo punto di flesso. Quindi fino al le curve rappresentano imprese

con rendimenti di scala crescenti, in corrispondenza con il punto di flesso è rappresentato

CM2, CM3

l’impianto più efficiente che corrisponde alla curva mentre l’impianto ha delle

diseconomie di scala.

CM1

Sulla curva vengono tracciati due livelli di produzione: il primo con la coppia costo medio-

CM’ q’,

quantità prodotta, rappresentata dalle rette che ha una combinazione meno vantaggiosa

CM” q”.

rispetto al secondo livello con la coppia costo medio-quantità prodotta Questi due livelli,

CM1

come qualsiasi altro sulla curva sono meno vantaggiosi rispetto a qualsiasi livello di

CM1’.

produzione dell’impianto Questo significa che gli impianti più si avvicinano al punto di

flesso della curva di costo medio di lungo periodo e maggiori sono le economia di scala

dell’impianto, e quindi i rendimenti sono più che proporzionali rispetto ai costi medi, fino ad

CM2 q

arrivare alla curva i costi medi raggiungono il minimo con rendimenti costanti. Superato il

min, qualsiasi impianto ha diseconomie perchè i rendimenti sono meno che proporzionali rispetto

ai costi medi. Rendimenti di scala e curva dei costi medi di lungo periodo

CMLP

CM CM CM

1 3

CM’ CM’ 1 CM

2

CM” Economie di scala Diseconomie di scala

0 q’ q” q min q

LE TEORIE ALTERNATIVE DELL’IMPRESA

Per l’approccio neoclassico standard, o teoria ortodossa, l’impresa è considerata come un agente

individuale, dove vi è un identità tra proprietà e controllo e dove uno dei presupposti dell’impresa

è la massimizzazione del profitto che è dato dalla differenza tra ricavo totale e costi totali. Questi

principi sono stati criticati negli anni ’90 dalle teorie alternative dell’impresa (dette anche

evolutive o managerialiste o comportamentiste), in quanto la proprietà e controllo dell’impresa,

soprattutto di grandi dimensioni, non è quello di massimizzare il profitto, ma raggiungere un

livello di profitto soddisfacente per l’imprenditore. Infatti se la proprietà ed il controllo possono

coincidere nelle piccole e media imprese, in quelle di grandi dimensioni proprietà e controllo sono

ben distinte dove il capitale è frazionato e nelle mani dei diversi azionisti che tendono a

massimizzare il profitto, mentre i manager tendono a massimizzare le vendite. Inoltre per la teoria

ortodossa dell’impresa gli input si trasformano in output senza considerare le capacità innovative,

la conoscenza dell’imprenditore, in sintesi le capacità dell’imprenditore. Per questo nel 1982

l’economista Rosemberg affermò che se si dovesse seguire la teoria neoclassica, l’impresa è come

una black box (scatola nera) in cui gli input entrano nella scatola nera per uscire trasformati in

output, senza considerare le capacità dell’imprenditore (innovative, la conoscenza, le risorse

38

appunti di Giovanni Gentile

umane a sua disposizione, ecc.) le relazioni tra imprese, e tra imprese e istituzioni, come non sono

considerate altre tipologie di imprese quali le no-profit e i distretti industriali.

Il modello neoclassico dell’impresa si basa due ipotesi:

Razionalità. Cioè l’impresa tende a massimizzare il profitto totale cioè il massimo risultato di

redditività possibile.

L’impresa si identifica con il processo produttivo, cioè la trasformazione degli input in output o

prodotti dell’impresa.

In realtà le decisioni delle imprese sono molto più complesse e articolate rispetto alla semplice

massimizzazione del modello neoclassico. In questo senso si sono sviluppate le teorie alternative

che analizzano in modo diverso l’organizzazione e le scelte dell’impresa.

Per questo vanno esaminati due concetti l’imprese no-profit e i distretti industriali.

Le imprese no-profit sono quelle imprese il cui profitto non viene distribuito tra i proprietari, ma

riutilizzato nell’attività stessa. Sono imprese che operano nel sociale come l’assistenza agli

anziani, disabili, bambini, ecc. per cui lo Stato tende ad incentivare queste imprese con un

trattamento fiscale favorevole in relazione alla tipologia morale della loro attività.

Sono individuate nel c.d. terzo settore, ne sono esempi le cooperative sociali che per la loro attività

meritoria hanno acquisito un peso molto importante nell’economia odierna e a cui sono state

delegate dagli enti pubblici a compiti di natura morale. Altro esempio sono le fondazioni che

hanno finalità di tipo etico, ma anche culturale.

I distretti industriali sono una forma di organizzazione industriale dove un numero molto elevato

XII

, localizzate in un aerea circoscritta piccola (3 o 4 comuni), che

di piccole e piccolissime imprese

producono la stessa cosa (calzature, capi di abbigliamento, prodotti alimentari, ecc).

I distretti industriali hanno una notevole importanza in Italia, in quanto danno lavoro a più del 40%

degli occupati dell’industria manifatturiera. Da loro viene una cospicua quota delle esportazioni e

sono principalmente localizzate nelle regioni del nord-est, ma negli ultimi anni sono aumentate

anche al sud ed in Puglia, come il distretto industriale di Barletta (più di 300 imprese) e Putignano

(per gli abiti da sposa).

I vantaggi del far parte dei distretti industriali sono quelli delle economie delle aggregazioni:

lo stare vicini favorisce la trasmissione delle informazioni e quindi la conoscenza (ad esempio

su nuovi mercati, prodotti, progetti produttivi, idee, ecc.);

il trasferimento dei lavoratori da un’impresa all’altra (c.d. ledo market puling, cioè

condivisione del mercato del lavoro);

il ruolo delle istituzioni (camere di commercio ed enti pubblici che favoriscono le piccole

imprese con le informazioni su nuovi mercati).

La teoria dei costi di transazione

La teoria neoclassica tende ad enfatizzare la razionalità dell’impresa nel processo produttivo.

Invece le teorie alternative tendono ad enfatizzare la complessità dell’impresa, che ha una struttura

complessa dove coesistono obiettivi diversi. Ad esempio nella FIAT gli obiettivi degli Agnelli

(interessati alla crescita delle azioni) sono diversi da quelli dell’amministratore delegato

(all’aumento dei profitti dell’azienda) e da quelli degli operai (interessati all’aumento del salario).

La prima delle teorie alternative dell’impresa è quella dei costi di transazione che è

straordinariamente affascinante per spiegare la natura e l’esistenza delle imprese. Questa teoria è

stata proposta dall’economista inglese Coase nel 1937 e successivamente dall’economista

americano Williamson in un volume pubblicato nel 1975, i quali per questo contributo hanno vinto

il premio Nobel per l’economia. Per transazione si intende l’acquisto o la vendita di un prodotto.

Ad esempio se la FIAT deve decidere se acquistare sul mercato un volante per le auto o produrlo

direttamente, questa decisione comporta due tipi di costi: se l’impresa decide di produrre

direttamente il volante comporta dei costi di organizzazione interna, invece se l’impresa decide di

acquistare sul mercato il volante comporta dei costi di transazione.

XII Sono piccole e piccolissime imprese quelle che hanno massimo 50 addetti.

39

appunti di Giovanni Gentile

I costi di transazione si distinguono in costi ex ante (da prima) e ex post (da dopo):

ex ante, sono quelli che consistono nella ricerca finalizzata a valutare quale azienda produttrice

fornisce il prodotto con il miglior rapporto qualità prezzo;

ex post, sono quelli per la redazione ed esecuzione del contratto, quindi sono quelli sostenuti

per la fase di negoziazione del contratto e verifica del prodotto fornito.

Se i costi di transazione sono maggiori dei costi di organizzazione interna, converrà produrre

direttamente il prodotto. In sintesi la scelta tra acquisizione dal mercato e produzione interna

dell’impresa si basa sulla convenienza o meno dei costi di transazione. Mercato e impresa sono

due modelli alternativi di organizzazione delle transazioni, ma nel mercato chi decide sui costi di

transazione è il prezzo, mentre nel caso dell’impresa chi decide è l’autorità dell’impresa

(l’imprenditore).

Smith, filosofo morale ed economista, ritiene che l’ordine sociale si ottiene dal comportamento

egoistico dei singoli individui, cioè se noi facciamo il nostro interesse, senza che interferisca lo

Stato, questo porta all’ordine sociale (meno Stato, più mercato). Per Smith non è dalla benevolenza

del vostro macellaio, ma dal suo egoismo che trae beneficio la società, in sintesi nel mercato vince

il più bravo. Invece per Williamson gli individui fanno il proprio interesse, ma con l’inganno.

Questo significa che gli individui cercano di ingannare gli altri che porta ad una scarsa fiducia

negli altri che porta ad aumentare i costi di transazione in quanto mi aspetto dei problemi dal

comportamento degli altri e quindi cerco di fare un contratto che dia una maggiore tutela e questo

aumenta i costi di transazione. In sintesi per Williamson nel mercato vince l’imprenditore più

furbo, inoltre vi è una razionalità limitata del consumatore nel senso che la scelta del prodotto da

parte del consumatore non è approfondita, ma ha una razionalità limitata che agevola la furbizia

delle imprese.

Cosa che nel modello di concorrenza perfetta di Smith dove ciascuno persegue il proprio interesse,

ma senza ingannare il prossimo, i costi di transazione sono più bassi.

Williamson basa la sua teoria dei costi delle transazioni su due ipotesi:

la natura degli individui

le caratteristiche della transazione

Sono le caratteristiche (o aspetti) della teoria della transazione: la specificità, la frequenza e

l’incertezza.

Per specificità si intende che se un’impresa acquista un componente molto specifico da

un'altra, quest’ultima acquista molto potere per via della sua capacità di offrire un prodotto

molto specifico e quindi aumentano i costi di transazione da parte dell’impresa che chiede quel

prodotto. Ad esempio se una azienda è una delle pochissime produttrici di microchips

indispensabili per il nostro prodotto finale, maggiori sono i costi di transazione perché

l’impresa fornitrice è molto probabile che cerchi di farci sottoscrivere un contratto molto

vantaggioso per loro, nella consapevolezza che difficilmente romperemmo le trattative perché

abbiamo bisogno di quel bene. Tanto più un investimento è specifico, tanto più è probabile

l’attivazione di comportamenti opportunistici e quindi tanto più elevati saranno i costi di

transazione.

Lo stesso per la frequenza: tanto più sono frequenti le transazioni, tanto più saranno elevati i

costi di transazione.

Lo stesso per l’incertezza: tanto più una transazione è incerta, tanto più saranno elevati i costi

di transazione. L’incertezza ha un ruolo importante nei costi di transazione, in quanto un

contratto non può prevedere qualsiasi situazione (ad esempio una assicurazione che copra

qualsiasi rischio) e quindi maggiori sono le incertezze, maggiore sarà la ricerca per individuare

e prevenire gli eventuali rischi e quindi maggiori saranno i costi di transazione.

40

appunti di Giovanni Gentile

La separazione fra proprietà e controllo

Le teorie neoclassiche partono dall’assunto che nell’impresa non vi è separazione tra proprietà e

amministrazione, cioè colui che ne ha la proprietà è effettivamente chi amministra l’impresa.

Questo è vero nelle piccole imprese (il proprietario di un bar che lavora e gestisce il bar). Ma, man

mano che l’impresa diventa più grande vi è separazione tra proprietà e controllo (o

amministrazione). Ad esempio nelle SpA, da un lato i proprietari che hanno le azioni e dall’altro

c’è il controllo che è demandato ad i manager che prendono le decisioni sull’amministrazione

dell’impresa. Qui vale l’esempio fatto prima per la FIAT, per la quale gli obiettivi della proprietà e

la crescita delle azioni, mentre per i manager è l’aumento dei profitti dell’azienda (oltre alla

crescita del valore delle azioni).

A partire dagli anni ’90 è stato usato il sistema delle Top Option con il quale vengono legati gli

interessi del manager a quelli della proprietà concedendo all’amministratore un pacchetto di azioni

che potrà rivendere solo dopo un determinato periodo, ad esempio 3 anni. In questo caso il

manager ha interesse a far salire il prezzo delle azioni, perché in questo caso aumenta il suo

guadagno quando li rivende.

Tenendo conto della separazione tra proprietà e controllo sono state formate le teorie manageriali

dell’impresa tra cui il modello di Baumol (1959) per il quale l’obiettivo del manager è quello di

aumentare le vendite e Williamson (1963) è quello massimizzare la funzione di utilità dei manager,

al cui interno vi sono una serie di benefit come il reddito delle azioni, lo stipendio, automobili ecc.

La teoria evolutiva

La teoria evolutiva dell’impresa è stata sviluppate negli anni ’80 dagli economisti americani

Nelson e Winter si basa sull’idea che l’economia funziona come l’evoluzione biologica dell’uomo

il quale con il passare del tempo si adatta all’ambiente, allo stesso modo le aziende si adattano al

mercato. In altre parole le imprese attraverso l’esperienza fatta con i vari esperimenti e quindi

insuccessi portano al metodo migliore per raggiungere il massimo profitto dalla loro attività nel

mercato. I BENI DEI MERCATI IN CONCORRENZA PERFETTA

L’impresa sceglie la quantità di beni da produrre in modo da ottenere il massimo profitto possibile

forme di mercato:

attraverso quattro di concorrenza perfetta (o perfettamente concorrenziale),

monopolio, concorrenza monopolistica e oligopolio (gli ultimi tre sono mercati non

concorrenziali).

La concorrenza perfetta

La concorrenza perfetta si basa su quattro proprietà:

Il numero di imprese che opera in questo mercato è elevato, questo fa si che la quantità

prodotta da queste imprese è una quota piccola, o trascurabile, della produzione complessiva

del mercato e questo fa sì che l’impresa non possa influenzare il prezzo del prodotto. In questo

caso si dice che l’impresa è price-taker (prende il prezzo come dato), cioè non è in grado di

influire sul prezzo, perché è troppo piccola e quindi si attiene a quello di mercato. Ad esempio,

è impossibile per un consumatore contrattare per il prezzo delle FF.SS. in quanto il suo

acquisto è irrilevante rispetto al numero di biglietti che vende l’impresa.

I beni prodotti dall’impresa in concorrenza perfetta sono omogenei dal punto di vista

tecnologico e della percezione che ne hanno i consumatori. Prodotti omogenei dal punto di

vista tecnologico significa che sono beni identici dotati della stessa tecnologia. Essere prodotti

omogenei per la percezione dei consumatori significa che sono identificati come uguali al di là

delle reali differenze tecniche (ad esempio capi di abbigliamento non griffati, vengono visti dal

consumatore della stessa qualità, e quindi con un prezzo simile, sia se sono venduti in negozio

sia in un ipermercato).

Assenza di barriera all’entrata che significa che in un mercato di concorrenza perfetta ogni

impresa può entrare in quanto non vi sono barriere di tipo legale, ne di nessun altro tipo.

41

appunti di Giovanni Gentile

XIII

Assenza di asimmetrie informative che significa ogni impresa che opera in un mercato di

concorrenza perfetta, dispone delle stesse informazioni sulle caratteristiche del prodotto. Tutte

le imprese hanno la stessa possibilità di acceso alle informazioni sul prodotto.

Nella realtà non esiste il mercato di concorrenza perfetta, i mercati che più si avvicinano sono

quelli agricoli e finanziari (azionari). Studiamo il mercato in concorrenza perfetta perché è quello

al cui ideale si aspira in quanto in questo caso è massimo il benessere della società, cioè

l’equilibrio di concorrenza perfetta consente di massimizzare il benessere collettivo (consumatori e

imprese). Invece negli altri tre mercati (monopolio, concorrenza monopolistica e oligopolio) non vi

è mai l’equilibrio che esiste con la concorrenza perfetta e quindi riducono il benessere della società

e per questo si parla di fallimento del mercato.

Vogliamo sapere come un’impresa sceglie la quantità di prodotto in modo tale da massimizzare il

profitto totale (π) che è uguale al ricavo totale meno i costi totali, mentre il ricavo totale è uguale al

prezzo per la quantità. = RT – CT RT = p x q

mentre il

π

Sappiamo che il prezzo nel mercato in concorrenza perfetta è price-taker, questo significa che se il

p

prezzo è dato non cambia; quindi se rimane costante, il ricavo totale aumenta solo se aumenta la

quantità prodotta. RT/q).

Il ricavo medio (RMe) è dato dal ricavo totale diviso la quantità prodotta (RMe =

RT p x q

RMe = = = p

── ────

q q

Il ricavo medio è uguale al prezzo unitario del prodotto, questo vale non solo per la concorrenza

RM = P

perfetta, ma per tutte le forme di mercato.

Il ricavo marginale (RMa) è l’aumento del ricavo totale dell’impresa che fa seguito all’aumento

unitario della quantità prodotta.

Il ricavo marginale misura quanto aumenta il ricavo totale, quando l’impresa decide di produrre

una unità in più ed è simmetrico al concetto di costo marginale. Ad esempio se un impresa che

produce 100 automobili decide di produrre la 101nesima, l’aumento del ricavo totale che segue la

produzione della 101nesima è il ricavo marginale dell’ultima unità prodotta. Anche in questo caso

il ricavo totale è dato dal prezzo unitario per la quantità prodotta.

x

∆RT ∆q ∆p Solo nel mercato in concorrenza perfetta il

RMa = = = p RMa = p

quindi

─── ────── prezzo è uguale al ricavo marginale.

∆q ∆q

In concorrenza perfetta anche il ricavo marginale è uguale al prezzo (in questo caso le imprese

sono price-taker). Quindi il ricavo marginale è uguale al ricavo medio che è uguale al prezzo

RMa = RMe = P

unitario. In sintesi possiamo scrivere:

Questo significa che se l’impresa varia la quantità prodotta il prezzo è sempre lo stesso, quindi la

curva di domanda che affronta l’impresa è una retta orizzontale parallela alla quantità (cioè sia che

l’impresa produca zero o produca 1000 il prezzo è sempre quello). = RMe = P)

Rappresentiamo con sistema di assi cartesiani la retta del prezzo (RMa che è una retta

orizzontale. Inoltre la retta del prezzo è anche la curva di domanda dell’impresa perché il prezzo è

sempre quello indipendentemente dalla quantità prodotta dall’impresa.

Il massimo profitto possibile di un impresa in concorrenza perfetta è dato dalla quantità ottimale

oltre la quale l’unità addizionale costa più di quanto faccia ricavare, cosicché non sarà conveniente

produrla. Al di sotto di questa quantità, conviene aumentare la produzione, in quanto ogni unità

prodotta in più, fornisce un ricavo maggiore dei costi necessari alla produzione di quella unità del

XIII Si ha asimmetria informative quando vi è differenza di informazioni, ad esempio a vendere un auto usata è il proprietario che l’ha avuta per

anni. In questo caso si crea asimmetria informativa tra il venditore (il proprietario) e l’acquirente in quanto il proprietario dell’auto dispone di un

bagaglio di informazioni enorme rispetto alla conoscenze di quel prodotto che può disporre l’acquirente.

42

appunti di Giovanni Gentile

bene. Ad esempio se la quantità ottimale è di 1000 unità, da 1001 in poi il costo marginale

aumenta in misura maggiore rispetto ai ricavi dati dall’unità prodotta, mentre fino a 1000 maggiore

è la quantità prodotta e maggiori saranno i ricavi. Quindi la quantità di 1000 assicura il massimo

profitto possibile (o massimo profitto totale) ed è il punto di equilibrio della produzione nel breve

periodo di un impresa in concorrenza perfetta.

La produzione di equilibrio nel breve periodo di un impresa in concorrenza perfetta

q* E

La retta in soddisfa la condizione in P

CMg = RMa.

base alla quale il Questa CMa

CMa

condizione di equilibrio vale non soltanto

per le imprese in concorrenza perfetta, ma

per tutte le forme di mercato.

Per vedere graficamente come l’impresa in p* (retta del prezzo e curva di domanda dell’impresa)

E P = RMa = RMe

concorrenza perfetta sceglie la quantità

prodotta (q) che gli assicura il massimo

profitto possibile (cioè la massima

differenza tra ricavi e costi), occorre

sovrapporre alla retta del prezzo la curva

del costo marginale (ricavata dalla curva q*

0 q

del costo totale nel breve periodo). p* E

L’intersezione tra la curva del costo marginale con la retta del prezzo è il punto da cui

q*. E

tracciamo perpendicolarmente sino al punto Il punto così ottenuto rappresenta la produzione

di equilibrio dell’impresa nel breve periodo.

La differenza tra il ricavo totale ed il costo totale è il profitto. Quindi se i ricavi totali sono

maggiori dei costi totali e l’impresa aumenta la quantità prodotta, aumenta il profitto.

Supponiamo che l’impresa produce la P

q’

quantità avremo che il ricavo marginale CMa CMa

0 p*

dell’impresa è pari al segmento

(tratto rosso) che è sempre uguale, mentre

0 p’

il costo marginale è pari (tratto blu),

quindi il ricavo marginale è maggiore del p* (retta del prezzo e curva di domanda dell’impresa)

B

costo marginale. Il punto così ottenuto E P = RMa = RMe

rappresenta la produzione dell’impresa nel

breve periodo. In questo grafico: p’ B

RMa > CMa. q

0 q’ q*

Nel caso l’impresa aumenta la produzione P

di un’altra unità da q’ a q” avremo che il CMa CMa

ricavo marginale dell’impresa è sempre

0 p*

pari al segmento (tratto rosso),

mentre il costo marginale diventa pari 0

p” (tratto blu), quindi il ricavo marginale è p* (retta del prezzo e curva di domanda dell’impresa)

ancora maggiore del costo marginale. Il E P = RMa = RMe

C

punto così ottenuto rappresenta la p” C

produzione dell’impresa nel breve

periodo. In questo grafico: p’ B

RMa > CMa. q

0 q’ q” q*

43

appunti di Giovanni Gentile

Infine supponiamo che l’impresa aumenti P CMa CMa

q*

la produzione di una unità maggiore di

q’”

che chiamiamo avremo che il ricavo p’’’

marginale dell’impresa è sempre pari al

0 p*

segmento (tratto rosso), mentre il

0 p’’’

costo marginale diventa pari (tratto

blu), quindi il ricavo marginale diventa p* (retta del prezzo e curva di domanda dell’impresa)

minore del costo marginale e quindi E P = RMa = RMe

all’impresa conviene diminuire la p” C

produzione fino a ritornare al punto di

E. RMa <

equilibrio In questo grafico: p’ B

CMa. L’impresa sceglie la quantità di beni

in modo tale che il ricavo marginale è

uguale al costo marginale che è uguale al

prezzo, perché in tal modo ottiene il q

0 q’ q” q* q’’’

massimo profitto totale.

Per vedere graficamente come nel breve periodo l’impresa in concorrenza perfetta sceglie la

quantità prodotta (q) che gli assicura il massimo profitto possibile (cioè la massima differenza tra

ricavi e costi), occorre sovrapporre alla retta del prezzo oltre alla curva del costo marginale anche

la curva del costo medio. Inoltre la curva del costo marginale taglia la curva del costo medio nel

suo punto di minimo.

In questo modo abbiamo tutti gli elementi per vedere come l’impresa sceglie la quantità che gli

consente di ottenere il massimo profitto e poi come misurare il profitto totale dell’impresa.

q* CMa RMa = RMe = p.

In concorrenza perfetta l’impresa sceglie la quantità tale che =

Se tracciamo la retta del ricavo CMa

P

marginale, nel punto in cui CMe

CMa

interseca la curva del costo

E

marginale otteniamo il punto

q*

che riportato fino

rappresenta il massimo profitto E

(retta del ricavo marginale)

totale possibile dell’impresa. p* P = RMa = RMe

punto minimo della CMe

q*

0 q

In realtà la quantità (q*) massimizza la differenza tra ricavi totali e costi totali. Non

necessariamente questa differenza è positiva, infatti può essere uguale, maggiore o anche minore di

zero, cioè può avere un utile ma anche una perdita e quindi essere negativo.

= RT – CT

Il profitto totale (π) è la differenza tra ricavi totali e costi totali: π

RT = p x q

Ma mentre il costo totale può essere espresso come il prodotto tra costo medio per

CT = CMe x q CMe = CT/q

quantità prodotta: invece il

q p CMe

Raccolgo a fattor comune e quindi ottengo meno

Il valore del profitto dipende dal rapporto tra il prezzo unitario ed il costo unitario, dal punto di

vista economico abbiamo tre diversi casi:

1. il profitto è positivo quando il prezzo unitario del prodotto è maggiore del costo medio;

2. il profitto è uguale a zero quando il prezzo è uguale al costo medio;

3. il profitto è negativo (chiamata anche perdita) quando il prezzo unitario del prodotto è minore

del costo medio. 44

appunti di Giovanni Gentile

p CMa CMa

Ora vogliamo misurare graficamente il profitto CMe

totale dell’impresa nei tre casi citati. Se

q*

l’impresa produce la quantità il

corrispondente valore del costo medio si trova

q* E

nel punto in cui il segmento taglia la p* E (retta del prezzo)

A.

curva del costo medio, cioè nel punto P = RMa = RMe

q* A

Quindi se riportiamo il segmento B A

RMe,

sull’asse delle ordinate del otteniamo

che il corrispondente costo medio per

0 B,

l’impresa è pari al segmento cioè il costo

unitario che l’impresa sostiene quanto produce

q*.

la quantità q

0 q*

q* p*)

Si ricava che quando l’impresa produce la quantità il prezzo (segmento zero – è maggiore

0 B),

del costo medio (segmento quindi il profitto sarà positivo cioè maggiore di zero.

q* p*

Riepilogando, il tratto zero - misura la quantità prodotta, mentre il tratto zero – misura il

x q = RT). 0 p*

prezzo che per la quantità da il ricavo totale (p Pertanto se moltiplico il segmento

0 q* q* - E – p*

per il segmento che sono i due lati del rettangolo zero - (nel riquadro), ottengo

l’area di questa figura geometrica che rappresenta il ricavo totale dell’impresa, mentre l’area del

0 - q* - A – B

rettangolo rappresenta il costo totale sostenuto dall’impresa.

Il profitto dell’impresa quando è positivo

RT

In sintesi il ricavo totale dato CMa CMe

p CMa

dall’area del rettangolo più grande (0 -

q* - E – p*) meno i costi totali dati

- q* - A – B

dall’area del rettangolo (0

in giallo) è uguale al profitto, dato p* E (retta del prezzo)

A – B – p* – E

dall’area del rettangolo P = RMa = RMe

(in rosso). PROFITTO

B A

COSTI TOTALI

0 q* q

Per rappresentare graficamente il caso di un impresa in concorrenza perfetta senza profitti (o

uguali a zero) dobbiamo disegnare un grafico simile al precedente, ma con la curva del costo

medio che taglia quella del costo marginale e contemporaneamente interseca la retta del prezzo.

Il profitto dell’impresa quando è uguale a zero

L’impresa sceglie allo stesso modo la quantità prodotta CMa CMe

CMe

che assicura il massimo profitto totale, ma questa volta RMa

q*

l’impresa produce la quantità tale che il costo

marginale è uguale al prezzo di vendita del prodotto:

E.

questo punto è individuato in

Quindi, in concorrenza perfetta, l’impresa senza profitti

q*

produce la quantità ad un prezzo uguale al costo

q*

marginale. Se l’impresa produce la quantità il costo A E (retta del prezzo)

unitario (o costo medio) sopportato dall’impresa per P = RMa = RMe

q* A q* - E,

produrre è uguale al segmento zero oppure

cioè al prezzo. In altre parole vendo ad un prezzo, che

è dato, uguale al costo marginale. 0 q* q

Ora rappresentiamo il caso di un impresa in concorrenza perfetta con profitto negativo (chiamata

anche perdita) cioè quando il prezzo unitario è minore del costo medio.

45

appunti di Giovanni Gentile

Il profitto dell’impresa quando è negativo

Dobbiamo disegnare un grafico CMe

simile al precedente, ma con la CMa CMe

RMa

curva del costo marginale che

taglia la retta del prezzo nel punto

E, mentre quella del costo medio

passa al disopra di quel punto. In

questo caso l’impresa è in perdita,

q*

perché produce la quantità ad B A

un prezzo inferiore al costo C E (retta del prezzo)

marginale, in quanto il costo medio P = RMa = RMe

(o costo unitario) è uguale al

B q* - A,

segmento zero - oppure

q* - E

che è inferiore al tratto dove

il costo marginale è pari al prezzo. 0 q* q

Curva di offerta individuale di breve periodo dell’impresa

Precedentemente dalla determinazione della posizione di equilibrio del consumatore, abbiamo

ricavato la curva domanda individuale del consumatore, cioè relazione tra prezzo e quantità

domandata del consumatore. Ora in modo simmetrico vogliamo ricavare dallo schema di equilibrio

di breve periodo dell’impresa in concorrenza perfetta, la curva di offerta individuale dell’impresa

che rappresenta la relazione tra quantità prodotta dall’impresa e prezzo del prodotto. Questa

relazione è crescente perché all’aumentare del prezzo unitario di vendita, aumenterà la quantità

offerta dalla nostra impresa.

Per vedere come si ricava la curva di offerta del breve periodo dell’impresa tracciamo lo schema.

CMe CMeV + CMF

Premesso che = CMeV CMe CMF.

Quindi avremo la curva del avrà la forma del meno il

q*

L’impresa sceglie la quantità che p CMa CMe

massimizza il profitto totale quando il

CMa q*.

è uguale al prezzo con In altre

E

parole la condizione di equilibrio è data

p

dall’intersezione tra la retta con

q*.

l’ordinata La corrispondente quantità CMeV

q*

prodotta è quella che garantisce il

massimo profitto totale. Nel grafico la p E RMe = RMa = p

CMa

curva del va ad intersecare la retta

p E

orizzontale del prezzo nel punto (in

corrispondenza all’asse delle ascisse della

q*

quantità nel punto che è la condizione

di equilibrio. q* q

0 (massimo profitto totale)

46

appunti di Giovanni Gentile

Immaginiamo che prezzo unitario di p CMa CMe

vendita aumenta, quindi la retta del prezzo

si sposta parallelamente verso l’alto

p* p’,

passando da a avremo un nuovo

E’

equilibrio che è dato da ottenuta CMeV

p’

dall’intersezione tra la retta con p’ E’

q

l’ordinata (in questo caso non è più vero

che il prezzo è uguale al costo marginale). p* E RMe = RMa = p

CMa

Nel grafico la curva del va ad

intersecare la retta orizzontale del prezzo

p’ nel punto E’ (in corrispondenza all’asse

delle ascisse della quantità nel punto q’)

che diventa la nuova condizione di

equilibrio del CMa. q’

q* q

0

Immaginiamo che prezzo unitario di p CMa CMe

vendita aumenta ulteriormente, la retta del

prezzo si sposta parallelamente ancora CMeV

p’ p’’

verso l’alto passando da a e punto p” E”

E”

di equilibrio diventerà sempre ottenuta

p’’

dall’intersezione tra la retta con p’ E’

q’’

l’ordinata (anche in questo caso non è

più vero che il prezzo è uguale al costo p* E RMe = RMa = p

CMa

marginale). Nel grafico la curva del

va ad intersecare la retta orizzontale del

p’’

prezzo nel punto E’’ (in

corrispondenza all’asse delle ascisse della

quantità nel punto q’’) che diventa la

nuova condizione di equilibrio del CMa. q”

q* q’ q

0

Abbiamo identificato una relazione p CMa CMe

positiva tra quantità di beni prodotti

dall’impresa e prezzo del bene. Questa CMeV

relazione che corrisponde alla curva di p” E”

curva di offerta

costo marginale è detta

di breve periodo dell’impresa e p’ E’

corrisponde al tratto della curva del

costo marginale di breve periodo la p* E RMe = RMa = p

curva di offerta della nostra impresa.

La curva di offerta di breve periodo

dell’impresa parte nel punto in cui la

curva del costo marginale taglia la

curva del costo medio. q”

q* q’ q

0 47

appunti di Giovanni Gentile

Se il ricavo medio è inferiore al costo p CMa CMe

medio, si abbassa la retta del prezzo

p* p e la quantità

passando il prezzo da a 0 CMeV

q* q

da a , l’impresa subisce delle perdite,

0 p” E”

quindi il prezzo che si colloca sotto la break-even-point

curva del costo medio si chiama break- p’ E’

even-point dell’impresa ed è il punto in

cui l’impresa non fa un profitto ma va in p* E RMe = RMa = p

perdita.

Dal punto in cui la curva del costo

marginale (break-even-point) taglia la

p 0

curva del costo medio in giù l’impresa va 0

in perdita, perché il prezzo è uguale o

minore al costo medio, (non più al costo

marginale) e quindi il profitto è uguale a q q* q’ q” q

0

zero. 0

Nel breve periodo oltre ai costi variabili abbiamo i costi fissi che sono rappresentati dalla curva dei

costi marginali. Se l’impresa ha un profitto pari a zero e chiude la sua attività quindi anche la

quantità prodotta è uguale a zero, i costi variabili sarebbero uguali a zero perché legati alla

produzione, ma resterebbero i costi fissi che prescindono da questa.

Questo significa che, in conseguenza dei costi fissi, per l’impresa è vantaggioso comunque

produrre, anche se il profitto è negativo, perché la quantità prodotta consente di coprire una parte

dei costi fissi.

Per questa ragione il punto di partenza p CMa CMe

della curva di offerta di breve periodo

dell’impresa, in realtà non parte da dove CMeV

la curva del costo marginale taglia la p” E”

curva del costo medio, ma da dove la

curva del costo marginale taglia la curva p’ E’

del costo medio variabile. Questo punto è

chiamato punto di chiusura dell’impresa o p* E RMe = RMa = p

di chiusura della produzione, perché se il

prezzo scende sotto quel livello l’impresa

chiude. p 0

0 tratto costi fissi

punto di chiusura q q* q’ q” q

0 0

La curva di offerta del breve periodo dell’impresa

p CMa CMe

In sintesi tutto il tratto della curva del

costo marginale inizia dall’intersezione CMeV

con la curva del costo medio variabile p” E”

(punto di chiusura dell’impresa o della

produzione) nel grafico evidenziato in p’ E’

neretto, descrive la curva di offerta

individuale di breve periodo dell’impresa p* E RMe = RMa = p

che indica quanto aumenta la quantità

prodotta a seguito della variazione del

prezzo di vendita del prodotto. p 0

0 punto di chiusura q q* q’ q” q

0 0

48

appunti di Giovanni Gentile

La curva di offerta di breve periodo dell’industria (o del mercato)

Quella che abbiamo visto è la curva di offerta individuale di breve periodo di una singola impresa,

mentre nel mercato, o industria (i due sostantivi sono usati con lo stesso significato) operano più

imprese. Per ottenere la curva di offerta di breve periodo dell’industria è necessario, analogamente

a quanto avviene con la teoria di comportamento del consumatore, sommare orizzontalmente le

curva di offerta di breve periodo delle singole imprese.

Il grafico della curva di offerta di breve periodo dell’industria è analogo a quello di aggregazione

delle curve di domanda individuale del consumatore. Il grafico avrà sull’asse delle ordinate

mettiamo il prezzo unitario di vendita e sull’asse delle ascisse la quantità prodotta; per semplicità

consideriamo che nel mercato vi sono solo due imprese quindi il grafico verrà diviso in tre pezzi

(a – b – c):

(a) nel primo pezzo mettiamo la curva di prima impresa seconda impresa

CMa CMa

curva curva

offerta individuale della prima impresa che p (a) (b)

x

chiamiamo mentre per l’offerta usiamo sx sy

s

la lettera (perché deriva dall’inglese

supply). Nel grafico (a) indico la curva di

offerta individuale dell’impresa x.

(b) nel secondo pezzo mettiamo la curva di p’

offerta individuale della seconda impresa

y; 0 q’x q’y q

(c) nel terzo pezzo ricaveremo la curva di

di breve periodo dell’industria.

offerta

A partire da queste due curve di prima impresa seconda impresa curva di offerta di breve

offerta costruisco la curva di offerta CMa CMa

curva curva periodo dell’industria

dell’industria. Per fare questo p (a) (b) (c)

sx sy S

utilizzo una procedura di

aggregazione delle curve di offerta

individuale per somma orizzontale.

Immaginiamo che il prezzo del

p’

prodotto sia pari a quindi avremo p’

che la prima impresa produce la 0 q’x q’y q’ q

q’x

quantità e la seconda impresa

q’ y:

produce la quantità sommando i

q’x q’y

due segmenti e otteniamo un

primo punto di offerta del mercato.

Immaginiamo che il prezzo del prima impresa seconda impresa curva di offerta di breve

p’

prodotto aumenti, passando da a curva CMa curva CMa periodo dell’industria

p (a) (b) (c)

p” (l’aumento del prezzo comporta sx sy S

l’aumento della quantità offerta

dall’impresa per effetto della

contrazione della domanda di p”

consumo) avremo che la prima

q”x

impresa produce la quantità e la p’

seconda impresa produce la quantità 0 q’x q”x q’y q”y q’ q” q

q”y: In questo modo ottengo un

secondo punto della curva di offerta

di breve periodo dell’industria che è

composta da due imprese. 49

appunti di Giovanni Gentile

Unendo questi punti otteniamo la curva di offerta del breve periodo dell’industria indicata con la

lettera S maiuscola.

L’equilibrio di mercato

Dall’analisi del mercato in concorrenza perfetta, dove viene unita la curva di domanda e la curva di

offerta, il profitto totale è la differenza tra ricavi e costi totali di produzione. Questa grandezza

extraprofitto

viene anche detta quando l’impresa ha degli utili in quanto il semplice profitto può

anche essere uguale a zero, nel qual caso per l’impresa conviene comunque produrre per

ammortizzare i costi fissi.

Il profitto normale totale

o è quello che remunera l’attività dell’imprenditore che è incorporato nei

costi totale di produzione. Anche se l’extraprofitto è uguale a zero, comunque l’imprenditore ha un

guadagno, il profitto normale, che viene incorporato nei costi totale di produzione. Diverso è se

l’extraprofitto è minore di zero, perché in questo caso si ha una perdita che non viene compensata

dal profitto normale incorporato nei costi totale di produzione.

Abbiamo visto che dalla teoria del comportamento del consumatore sulla base dell’ipotesi della

razionalità e dell’assenza comportamenti di interazione strategica tra consumatori, abbiamo

ricavato uno schema di equilibrio (vincolo di bilancio - mappa delle curve di indifferenza) da cui

abbiamo ricavato, prima la curva di domanda individuale del consumatore e poi la curva di

domanda del mercato con la procedura della somma orizzontale. Nel grafico abbiamo

rappresentato sull’asse delle ascisse la quantità prodotta e sull’asse delle ordinate il prezzo. Poi

abbiamo ricavato, attraverso l’aggregazione dei singoli consumatori, la corrispondente curva della

domanda di mercato cioè la relazione per cui ad un aumento del prezzo del prodotto corrisponde

un calo della quantità acquistata, basate su condizioni teoriche che è un modello definito.

Ora sulla base delle teoria dell’impresa e della condizione di equilibrio di un impresa che opera in

concorrenza perfetta, abbiamo ricavato la curva di offerta individuale della singola impresa che

corrisponde ad un tratto della curva del costo marginale di breve periodo e poi con la somma

orizzontale abbiamo ottenuto la curva di offerta del breve periodo dell’industria.

In questo modo disponiamo sia della curva di offerta del breve periodo dell’industria che è ciclica

e ci informa che quando aumenta il prezzo di vendita del prodotto la quantità offerta dalle imprese

aumenta.

In qualsiasi mercato in concorrenza perfetta (ad esempio in un mercato di prodotti agricoli)

l’equilibrio si trova nel punto di intersezione tra la curva di domanda del mercato e la curva di

offerta dell’industria. Equilibrio tra domanda e offerta in un

mercato in concorrenza perfetta

E

In questo punto di intersezione si identifica quella S (offerta)

p

q* p*

quantità e il prezzo che viene chiamato

prezzo di equilibrio del mercato, perché in E

corrispondenza di quel prezzo la quantità p* prezzo di equilibrio

domandata dai consumatori corrisponde alla del mercato

quantità offerta dal mercato. Possiamo anche dire

che il prezzo di equilibrio del mercato è il prezzo

ottimale al quale tutti i consumatori desiderano D (domanda)

acquistare e tutte le imprese desiderano vendere. q*

0 q

Questo prezzo pulisce il mercato, clean point, in

sintesi il mercato è in equilibrio perché quello che i consumatori vogliono consumare coincide con

quello che le imprese producono.

Se ci troviamo in una posizione in cui il prezzo non è in equilibrio si possono verificare due casi:

uno con il prezzo più alto e l’altro con il prezzo più basso.

Se il prezzo di mercato è inferiore al prezzo di equilibrio, i venditore sarebbero disposti a vendere

una quantità minore, invece i consumatori vorrebbero una quantità maggiore.

50

appunti di Giovanni Gentile Eccesso di domanda in un mercato in

concorrenza perfetta

Per rappresentare graficamente questo concetto S (offerta)

p

indichiamo con p’ il prezzo più basso rispetto a p* cioè

il prezzo di equilibrio del mercato. Di conseguenza la

0 qs,

quantità offerta dalle imprese diventa pari a E

0

mentre la quantità domandata dai consumatori diventa prezzo di equilibrio

p*

qd. Questo avviene perché i consumatori acquistano del mercato

una quantità maggiore di quel bene per via del prezzo A B

più basso, mentre le imprese riducono la quantità p’

offerta per il motivo opposto, cioè perché è meno D (domanda)

conveniente per loro produrre quel bene. In sintesi se il qs qd

0 q* q

prezzo di mercato è inferiore rispetto al prezzo di segmento della quantità offerta dalle

equilibrio la quantità domandata dai consumatori imprese

supererà la quantità offerta dalle imprese e pertanto si segmento della

quantità domandata

dice che si ha un eccesso di domanda. dai consumatori

Poiché l’offerta è minore della domanda, soltanto alcuni

consumatori riusciranno ad acquistare il bene e questo innesca un processo per cui i consumatori

per evitare il rischio di restare esclusi dall’offerta sono disposti a pagare un prezzo più alto per

ottenere il medesimo bene. In questo modo il prezzo comincerà a salire nuovamente fino a

raggiungere l’equilibrio del mercato. Eccesso di offerta in un mercato in

concorrenza perfetta

Si ha quando il prezzo più alto rispetto a p*. Di S (offerta)

p

conseguenza la quantità offerta dalle imprese diventa

qs,

pari a 0 mentre la quantità domandata dai

0 qd.

consumatori diventa Poiché l’offerta è maggiore E

della domanda, soltanto alcuni consumatori vorranno prezzo di equilibrio

p*

acquistare il bene e questo innesca un processo per cui del mercato

le imprese per evitare il rischio di non vendere la merce A B

offriranno la merce ad un prezzo più basso. In questo p’

modo il prezzo comincerà a diminuire nuovamente fino D (domanda)

a raggiungere l’equilibrio del mercato. qd qs

0 q* q

segmento della quantità offerta dalle

imprese segmento della

quantità domandata

dai consumatori

L’elasticità

La curva di domanda è inclinata negativamente cioè all’aumento del prezzo di un bene si riduce la

quantità domandata dai consumatori, mentre la curva di offerta è inclinata positivamente cioè

all’aumento del prezzo seguono aumenti della quantità prodotta dall’impresa. Tuttavia le curve di

domanda e di offerta hanno un inclinazione diversa da mercato a mercato. Se è vero che in tutti i

mercati, tranne per i beni di Giffen, quando aumenta il prezzo si riduce la quantità domandata del

bene, è anche vero che l’intensità del cambiamento varia da mercato a mercato. Questo significa

che in alcuni mercati ad un aumento del prezzo si ha una forte riduzione della quantità domandata

(ad esempio i beni di lusso: gioielli, macchine, ecc), mentre in altri con la domanda più rigida, ad

un aumento del prezzo si ha solo una leggera riduzione della quantità domandata (ad esempio i

generi alimentari o la benzina per i quali ad un aumento del prezzo, segue una diminuzione

modesta della domanda da parte dei consumatori).

51

appunti di Giovanni Gentile

La nozione di elasticità misura l’intensità della variazione della quantità domandata di un bene

rispetto alla variazione del prezzo o del reddito.

In particolare rispetto alla quantità domandata abbiamo tre tipologie di elasticità della domanda:

elasticità diretta

1. della domanda di un bene rispetto al suo prezzo;

elasticità incrociata

2. della domanda di un bene rispetto al prezzo di un altro bene;

elasticità della domanda rispetto al reddito.

3.

1. Elasticità diretta della domanda di un bene rispetto al suo prezzo.

epsilon)

Indichiamo l’elasticità (Є come il rapporto p variazione % q

∆q

tra la variazione percentuale della quantità

Єqp = x =

Єqp ─── ── ──────────

domandata di un bene, rispetto alla variazione q variazione % p

∆p

percentuale del suo prezzo.

l’elasticità diretta

Misurare della domanda di un bene rispetto al suo

prezzo significa che se il prezzo di un bene aumenta del 10% e la

quantità domandata diminuisce del 10% il risultato è 1, il denominatore

e il numeratore della frazione è 10 (10/10 = 1), e se l’elasticità è uguale a

1 significa che ad un aumento del prezzo del bene, la quantità

domandata diminuisce della stessa proporzione. Possiamo dire anche che % bene

l’elasticità diretta della domanda di un bene rispetto al suo prezzo è diretta = = 1

Є ────

uguale a 1 in valore assoluto, cioè non deve essere ne negativo ne unitaria % prezzo

positivo. In questo caso l’elasticità è unitaria.

Se invece l’elasticità della domanda di un bene rispetto al suo prezzo è

maggiore di 1 significa che ad un aumento del prezzo del bene, la

quantità domandata diminuisce in maniera più che proporzionale. Ad % bene

esempio se il prezzo aumenta del 10% la quantità domandata diminuisce diretta = = >1

Є ───

del 11% o più. In questo caso si dice la domanda di questo bene è elastica % prezzo

elastica, cioè reattiva al prezzo del bene.

Se invece l’elasticità della domanda di un bene rispetto al suo prezzo è

minore di 1 significa che ad un aumento del prezzo del bene, la quantità

domandata diminuisce meno che proporzionalmente. Ad esempio se il

prezzo aumenta del 10% la quantità domandata diminuisce del 9% o % bene

meno. In questo caso si dice la domanda di questo bene è rigida, cioè se diretta = = <1

Є ───

il prezzo del bene aumenta la domanda tende a contrarsi poco, rigida % prezzo

comunque meno che proporzionalmente.

Abbiamo due casi estremi: Retta di domanda e di offerta infinitamente

rigida o anelastica

Quando l’elasticità della domanda di un bene D S

p p

rispetto al suo prezzo è uguale a zero;

significa che ad un aumento del prezzo del

bene, la quantità domandata non varia, ma p” p”

resta costante, quindi la retta di domanda è p’ p’

verticale. In questo caso si dice che la

domanda è infinitamente rigida o anelastica. (domanda) (offerta)

0 q 0 q

% bene

anelastica = = 0

Є ───

% prezzo 52

appunti di Giovanni Gentile

Retta di domanda e di offerta perfettamente o

infinitamente elastica

Quando l’elasticità della domanda di un bene p p

rispetto al suo prezzo è uguale a infinito;

significa che ad un aumento del prezzo del

bene, la quantità domandata aumenta D S

moltissimo, quindi la retta di domanda è

orizzontale. In questo caso la domanda del

bene in esame si dice perfettamente elastica o 0 (domanda) q 0 (offerta) q

infinitamente elastica. % bene

infinitamente = =

Є ─── ∞

elastica % prezzo

2. elasticità incrociata della domanda (o quantità acquistata) di un bene rispetto al prezzo di un

altro bene.

Indichiamo l’elasticità incrociata (Є) della quantità p

∆q 1 2 (prezzo del bene 2)

) rispetto al prezzo del bene 2 (p ) la

del bene 1 (q 1 2 p = x

Єq ─── ──

1 2

quale viene misurata con la seguente formula: q

∆p 2 1 (quantità del bene 1)

Tuttavia può essere misurata in un modo più p variazione % q

∆q 1 2 1

semplice come il rapporto tra la variazione p = x =

Єq ─── ── ──────────

1 2

percentuale della quantità domandata del bene 1, q variazione % p

∆p 2 1 2

rispetto alla variazione percentuale del prezzo 2:

L’elasticità incrociata misura di quanto varia percentualmente la quantità acquistata di un bene a

seguito di una variazione percentuale del prezzo di un altro bene.

Questo ci consente di classificare due categorie di beni: i complementari e i succedanei (o

sostituti).

L’elasticità incrociata della domanda di un bene rispetto ad un altro è positiva per i beni

succedanei (o sostituti), perché se aumenta il prezzo del bene 1, aumenta anche la quantità

domandata del bene 2 che diventa relativamente più conveniente.

Per motivi opposti l’elasticità incrociata della domanda di un bene rispetto ad un altro è negativa

per i beni complementari, in quanto se aumenta il prezzo del bene 1, diminuisce anche la quantità

domandata del bene 2, perché vengono consumati congiuntamente o hanno la stessa destinazione

d’uso (ad esempio il consumo di carne rispetto al consumo di salciccia).

3. Elasticità della domanda (o quantità acquistata) rispetto al reddito.

La formula dell’elasticità della domanda (o R

∆q (reddito del consumatore)

quantità acquistata) rispetto al reddito è: = x

ЄqR ─── ──

Tuttavia può essere misurata in un modo più q

∆R (quantità del bene)

semplice come il rapporto tra la variazione R variazione % q

∆q

percentuale della quantità domandata di un = x =

ЄqR ─── ── ──────────

bene, rispetto alla variazione percentuale del q variazione % R

∆R

reddito del consumatore.

Questo concetto ci dice che se aumenta il reddito la quantità del consumatore può aumentare o

diminuire. Abbiamo solo due casi: i beni normali ed i beni inferiori.

Sono beni normali, se la elasticità della domanda (o quantità domandata) di un bene rispetto al

reddito è maggiore di zero (quindi l’elasticità è positiva), cioè ad un aumento del reddito segue

un aumento della quantità domandata del bene.

53

appunti di Giovanni Gentile

Se la l’elasticità è compresa tra zero e 1 abbiamo a che fare con beni di prima necessità o

• necessari (alimentari), quei beni che ad un aumento del reddito segue un aumento meno che

proporzionale della domanda.

Se la l’elasticità è maggiore di 1 abbiamo a che fare con beni normali di lusso, quei beni

• che ad un aumento del reddito segue un aumento più che proporzionale della domanda.

Sono beni inferiori, se la elasticità della domanda (o quantità domandata) di un bene rispetto al

reddito è minore di zero (elasticità negativa), quando ad un aumento del reddito segue un

diminuzione della quantità domandata del bene.

Il surplus (o sovrappiù) del consumatore e del produttore

Per spiegare il concetto di surplus del consumatore e del produttore riprendiamo lo schema di

domanda e di offerta che abbiamo ricavato per quanto concerne la curva di domanda della teoria

del consumatore e per quanto concerne la curva di offerta dalla posizione di equilibrio di breve

periodo di un impresa che opera in concorrenza perfetta.

Sappiamo che il punto di equilibrio del mercato è p

l’intersezione tra la retta di domanda e la retta di S (offerta)

offerta (S) determina il prezzo di equilibrio, punto E

E, tra la quantità offerta da parte delle imprese e la p*

quantità domandata dai consumatori. In questo caso

si dice che il prezzo pulisce il mercato, in quanto D (domanda)

non si riscontrano differenze tra quanto acquistato e q*

0 q

quanto offerto da parte delle imprese.

Supponiamo che il consumatore acquisti la prima p

unità di questo bene, ad esempio il primo litro di S (offerta)

latte, il prezzo che il consumatore sarebbe disposto P’

a pagare è dato si trova sulla curva di domanda, ad E

0 p’,

esempio € 1,5 che corrisponde al segmento ma p* p di equilibrio del mercato

il consumatore paga effettivamente il prezzo di

equilibrio del mercato, € 1 che corrisponde al

0 p*,

segmento quindi la differenza tra i due

p* p’,

segmenti, € 0,5 che corrisponde al segmento D (domanda)

misura il surplus o beneficio del consumatore. q’

0 q* q

Il surplus del consumatore

Questo esempio può essere ripetuto anche con altri p A

beni, con lo stesso risultato che tutti i prezzi il S (offerta)

consumatore sarebbe disposto a pagare oltre il

prezzo di equilibrio rappresentano il surplus del surplus

consumatore. E p di equilibrio del mercato

In sintesi il surplus del consumatore misura la p*

differenza tra il prezzo che i consumatori

effettivamente pagano per il prodotto (p*) ed il

prezzo che invece sarebbero disposti a pagare che D (domanda)

coincide, dal punto di vista grafico, con l’area del q

0 q*

A p*).

triangolo (E 54

appunti di Giovanni Gentile Il surplus del produttore

Il surplus del produttore misura la differenza tra p A

il prezzo che il produttore effettivamente S (offerta)

ottiene, cioè il prezzo di equilibrio, ed il prezzo

al sarebbe disposto ad offrire il suo prodotto.

Dal punto di vista grafico, è simmetrico rispetto E p di equilibrio del mercato

a quello del consumatore ed è definito dall’area p* surplus

p* 0).

con l’area del triangolo (E D (domanda)

q

0 q*

Il surplus del consumatore e del produttore sono importanti perché il mercato in concorrenza

perfetta è la forma di mercato che consente di ottenere il massimo beneficio per la collettività pari

alla somma tra il surplus del consumatore e del produttore. Il mercato in concorrenza perfetta

consente di ottenere il massimo beneficio sociale possibile, dove per beneficio sociale si intende la

somma tra il surplus del consumatore e del produttore.

I MERCATI NON CONCORRENZIALI

Le forme di mercato non concorrenziali o mercati non concorrenziali sono il monopolio,

concorrenza monopolistica e oligopolio.

Queste tre forme di mercato hanno una caratteristica comune che è la possibilità delle imprese di

influenzare il prezzo di vendita del prodotto e quindi non sono più price-taker, ma diventano price-

maker.

Il monopolio

Con il monopolio opera un'unica impresa nel mercato a cui tutti i consumatori devono

necessariamente rivolgersi per acquistare un determinato prodotto. Inoltre vi sono barriere

d’entrata di tipo assoluto, questo significa che nessuna impresa può entrare in quel mercato. Vi

sono quattro tipi di monopolio: legale, delle risorse naturali, tecnologico e naturale:

Il monopolio legale si ha quando lo Stato attribuisce ad una sola impresa la produzione di un

bene o lo svolgimento di un servizio (ad esempio il servizio ferroviario svolto dalla FF.SS. e

diversi anni fa la RAI).

Il monopolio delle risorse naturali, ad esempio il produttore di acqua minerale che è

proprietario del terreno dove vi è la fonte di quell’acqua (ad esempio l’acqua Fiuggi).

Il monopolio tecnologico, ad esempio il produttore di una tecnologia che altri non hanno (ad

esempio il brevetto su un farmaco da parte della casa farmaceutica).

Il monopolio naturale, quando un impresa produce un prodotto in quantità così elevata, ed a

costi accessibili, da coprire tutto il mercato. Ad esempio il produttore di automobili che è in

grado di fornire il prodotto a tutto il mercato a costi accessibili.

La caratteristica del monopolista è che essendo l’unica impresa presente nel mercato ha di fronte a

se tutta la retta di domanda del mercato, con due possibilità per operare:

scegliere il prezzo al quale vendere il prodotto e allora in base alla retta di domanda del mercato

• determina quanto di quel prodotto può vendere;

scegliere quanto produrre, ma in questo caso sarà il mercato a indicare quale è il prezzo al quale

• è disposto ad acquistarlo.

L’equilibrio del monopolista

Per simmetria con il caso della concorrenza perfetta ipotizzeremo che il nostro monopolista sceglie

di fissare la quantità di beni da produrre anziché il prezzo al quale vendere il prodotto, quindi data

la retta di domanda del mercato verrà stabilito il prezzo al quale i consumatori saranno disposti ad

assorbire la quantità prodotta. 55

appunti di Giovanni Gentile

Ora vediamo come il monopolista sceglie quella quantità di prodotto che gli consente il massimo

profitto totale possibile.

Sappiamo che la retta di domanda è la relazione tra quantità domandata e il prezzo: aumenta la

q = f (p).

quantità domandata diminuisce il prezzo e viceversa. Ovvero Cioè la quantità domandata

dipende (è funzione) dal prezzo, ad esempio la quantità domandata del latte dipende dal prezzo.

Questa relazione può essere rovesciata nel senso che il prezzo dipende (è funzione) dalla quantità

domandata, ad esempio il prezzo del latte dipende dalla quantità domandata. In questo caso viene

funzione di domanda inversa, p = g (q) g f

chiamata ovvero in questo caso uso la al posto della

perché è la variabile esplicativa.

Questa relazione può essere rappresentata graficamente p

attraverso la retta di domanda (in rosso) perché se

q’

l’impresa sceglie la quantità (variabile esplicativa) il p’ A

p’, q”

prezzo sarà se l’impresa sceglie la quantità

p”,

(variabile esplicativa) il prezzo sarà questo è un modo p” B

per rappresentare graficamente la retta di domanda del q

0 q’ q”

monopolista.

Sappiamo che il prezzo è uguale al ricavo medio quindi la p

retta di domanda del mercato monopolista è anche la retta

del ricavo medio. Infatti se il prezzo è uguale al ricavo p’ A

medio di fatto la funzione di domanda inversa che

rappresenta la retta di domanda del mercato monopolista Retta di domanda

del mercato e RMe

è anche la retta del ricavo medio (RMe). p” B

q’ q”

0 q

funzione di domanda inversa, p = g (q)

Sappiamo che la è uguale a p = A - B x q

scritta come funzione lineare verrebbe:

A B

dove è l’intercetta e il coefficiente angolare.

q p • q = A • q – q (B • q)

Se moltiplichiamo per tutti i membri della funzione lineare otteniamo: p • q = A • q – B • q²

cioè:

RT = p • q

Il ricavo totale è uguale al prezzo per la quantità, quindi RT = A • q – B • q²

Pertanto possiamo ricavare:

Dalla funzione del ricavo totale dell’impresa monopolista, vogliamo ricavare la funzione del ricavo

marginale che è uguale a ∆RT/∆q.

Partendo dalla funzione del ricavo totale, il ricavo RT = A • q – B • q²

Sappiamo che

marginale ci dice quanto aumenta il ricavo totale a seguito RT

dalla derivata di ricaviamo che

dell’aumento di una unità prodotta che in termini qº • A – 2B • q¹

matematici significa calcolare una derivata. Quindi se 1• A – 2B • q

abbiamo una funzione di domanda inversa lineare è A – 2B • q

RMa = A – 2B • q

possibile ricavare questa derivata: RMa = A – 2B • q

quindi:

q p A.

Se è uguale a zero, sarà uguale ad 56

appunti di Giovanni Gentile

La retta del ricavo marginale parte dallo stesso p

punto della domanda di mercato. L’inclinazione

della retta del ricavo marginale è in rapporto

doppio rispetto alla retta di ricavo medio e

domanda del mercato. retta di domanda del

mercato e RMe a - b q

0 RMg

a -2b

Per ricavare quale è la quantità di beni prodotti p CMg

da parte dell’impresa che consente di ottenere il CMe

massimo profitto totale possibile basterà

sovrapporre la curva di costo medio e la curva

di costo marginale, cioè quelle curve che nel

mercato in concorrenza perfetta sono costruite a

partire dalla curva di costo totale di breve

periodo.

La condizione per ottenere il massimo profitto a - b

possibile è che il costo marginale deve essere

uguale al ricavo marginale. q

0 a - 2b RMg

Il punto in cui la quantità prodotta che consente p CMg

all’impresa di eguagliare il costo marginale è il CMe

punto in cui la retta del ricavo marginale taglia

B.

la curva del costo marginale, cioè il punto

C B

Otteniamo in questo modo il segmento che

equivale alla retta del costo marginale. C B a - b q

0 q* a - 2b RMg

57

appunti di Giovanni Gentile

Abbiamo detto che il monopolista sceglie la p CMg

quantità o il prezzo, quindi se il monopolista CMe

sceglie la quantità il prezzo lo stabilisce il

mercato.

Nel grafico la retta che identifica questo prezzo

p*

è che è ottenuto dall’intersezione tra retta del p* A

B

ricavo medio con il prolungamento della retta

q* A. p* A

e cioè nel punto Quindi il segmento C B

sarà uguale al prezzo. a - b q

0 q* a - 2b RMg

Anche nel mercato monopolista il profitto può essere positivo, se il prezzo unitario è maggiore del

costo medio; uguale a zero se il prezzo unitario è uguale al costo medio e negativo se il prezzo

unitario è minore del costo medio. In questo caso il profitto è positivo e dimostriamo perché:

P = RT - CT

Sappiamo che il profitto al tempo p CMg

RT = p x q 0 p*)

stesso cioè (segmento x CMe

0 q*).

(segmento Moltiplicando questi due

segmenti ottengo il ricavo totale che è

0 q* A p*.

rappresentato dall’area del rettangolo p* A

C B

0 q* q

RMg

CT = CMe x q

Il quindi nel punto in cui la curva p CMg

del costo medio taglia il segmento della quantità CMe

0 D

con il prezzo, cioè il segmento per

0 q*.

segmento Moltiplicando questi due

0 q*

segmenti ottengo che l’area del rettangolo

B D è uguale al costo totale. p* A

C B

D E

0 q* q

RMg

58

appunti di Giovanni Gentile L’equilibrio del monopolista

= RT - CT

Il profitto (π) che è uguale cioè

π p CMg

D E A p*.

l’area del rettangolo In questo modo è CMe

dimostrato graficamente che il profitto è

positivo.

In concorrenza perfetta, la condizione per

ottenere il massimo profitto possibile è che il p* A

costo marginale deve essere uguale al ricavo

C B A p*

marginale, quindi il rettangolo C B

rappresenta la perdita secca del consumatore o il D E a - b

costo sociale del monopolio che vedremo di

seguito. q

0 q* a - 2b RMg

L’analisi di benessere del monopolio: la perdita secca

La presenza di imprese che operano in regime di monopolio in un mercato, tende a produrre una

minore quantità di beni ad un prezzo più elevato e quindi a ridurre il benessere della collettività.

Un mercato in concorrenza perfetta che per qualche ragione viene monopolizzato da un’impresa ha

l’effetto di produrre una minore quantità di beni ad un prezzo più elevato, poiché il monopolio,

diversamente dalla concorrenza perfetta, produce una quantità di equilibrio che è venduta ad un

prezzo superiore al costo marginale.

Per effettuare un confronto fra monopolio e concorrenza perfetta è necessario determinare quale

sarebbe, a parità di struttura dei costi, la quantità prodotta in concorrenza perfetta e quale la

quantità prodotta in monopolio.

Per rappresentare graficamente le differenze dei costi tra il monopolista e l’impresa in concorrenza

perfetta, supponiamo che la curva di costo marginale sia identica per entrambi. E’ un ipotesi forte

perché sappiamo che il monopolista produce grandi quantità di beni, rispetto all’impresa in

concorrenza perfetta, quindi può godere delle economie di scala, cioè producendo molto ha dei

costi unitari minori rispetto all’impresa in concorrenza perfetta.

Sappiamo che l’impresa in concorrenza perfetta sceglie la quantità da produrre in modo tale che il

= CMg).

prezzo sia uguale al costo marginale (p Questo equilibrio può essere identificato nel

C,

punto ottenuto dall’intersezione tra la curva del costo marginale e il prezzo che è uguale al

ricavo medio che è uguale alla domanda (retta A B). Il costo sociale del monopolio.

L’equilibrio dell’impresa in concorrenza p

C

perfetta è identificato nel punto (in blu), A CMg

ottenuto dall’intersezione tra la curva del

costo marginale e il prezzo (che corrisponde al

ricavo medio e alla domanda), quindi p M

l’impresa in concorrenza perfetta produce la M

p

q al prezzo 0 .

quantità 0 C C. p C

Per il monopolista, invece, il punto in cui la C

quantità prodotta consente all’impresa di

eguagliare il costo marginale è il punto in cui p = RMe = Domanda

la retta del ricavo marginale taglia la curva del

M

costo marginale, cioè il punto (in rosso), 0 q q B quantità

M C

q p

quindi la quantità 0 al prezzo 0 . RMg

M M. 59

appunti di Giovanni Gentile

E’ evidente che, a parità di struttura dei costi, il monopolista produce una quantità di beni minore

ad un prezzo maggiore al contrario dell’impresa in concorrenza perfetta che produce una quantità

maggiore ad un prezzo inferiore.

Si ricava che il mercato con un monopolista si traduce in un danno per i consumatori che

il costo

pagheranno prezzi più alti per quantità più basse; questo è quello che viene chiamato

sociale del monopolio.

L’antitrust, i monopoli pubblici e la regolamentazione dei prezzi

Lo Stato ha tentato di porre rimedio all’effetto negativo del monopolio in tre modi:

attraverso la legislazione antitrust;

la trasformazione da monopolio privato a pubblico (nazionalizzazioni);

regolamentazione dei prezzi.

1) La legislazione antitrust ha una lunga tradizione nei paesi industrializzati e in particolare negli

USA è stato introdotta già alla fine dell’800 con lo scherm act, mentre in Italia dal 1992.

L’Autorità antitrust ha una attività di monitoraggio dei diversi mercati, con lo scopo di identificare

XIV

eventuali posizioni dominanti che si verificano quando l’impresa, o un gruppo di imprese,

acquisiscono una posizione dominante nel mercato rispetto ad altre del settore a discapito della

concorrenzialità tra imprese e con ricadute sull’aumento dei prezzi e quindi a danno dei

consumatori. Per questa ragione l’Autorità antitrust italiana, al pari delle altre autorità dei paesi

industrializzati, quando ravvisa posizioni dominanti sanziona le imprese che violano la leggi in

materie con sanzioni molto pesanti. Un caso eclatante è stato quello della Microsoft. La

Commissione europea, dopo cinque anni di indagini, ha condannato Microsoft Corporation per

abuso di posizione dominante. Secondo l’Antitrust europea il gigante dell’informatica non ha

rispettato la normativa europea sulla concorrenza sfruttando il suo quasi monopolio per ottenere

una posizione dominante sia nel mercato dei sistemi operativi dedicati ai server di fascia bassa sia

nel mercato dei media player che era nato negli anni ’80 come un mercato quasi concorrenziale. Il

gigante americano è stato condannato a pagare una multa di poco superiore ai 497 milioni di euro.

La vicenda non era inedita:

nel novembre del 2002 il giudice federale Colleen Kollar-Kotelly approva nella sostanza

• l’accordo raggiunto l’anno precedente tra Microsoft e l’amministrazione Bush, nonostante le

proteste delle aziende concorrenti.

California, gennaio 2003: un gruppo di consumatori cita in giudizio Microsoft per abuso di

• posizione dominante. Dopo il pagamento di una notevole somma di denaro, 1 miliardo e 100

milioni di dollari, l’accusa è ritirata. L’accordo extra-processuale ha permesso a Microsoft di

evitare un altro processo, ormai alle porte, che si sarebbe dovuto celebrare proprio nel mese di

gennaio.

Un altro due esempi interessanti sono:

Il mercato delle assicurazioni per le auto (RCA, furto e incendio) che in Italia hanno premi

• molto elevati rispetto agli altri paesi europei. Questo avviene sia per l’elevato numero di truffe

a danno delle assicurazioni, ma anche per un accordo (cartello) tra le imprese assicurative che

mira ad alzare i premi a discapito degli assicurati e questo è stato sanzionato dall’Autorità

antitrust.

ancora più sconcertante è il caso dei prosciutti di Parma. La produzione di questo prodotto è

• data da una miriade di piccole imprese, ma l’Autorità antitrust ha scoperto che tutte le aziende

erano affiliate ad un consorzio, il consorzio di Parma, che stabiliva le quote di produzione per

ciascuna impresa, mantenendo così alti i prezzi. Questo è un esempio di come, anche in

XIV L’espressione “posizione dominante” è ripresa dalla giurisprudenza comunitaria in materia che la definisce come:

“una situazione di potere economico tale da consentire ad un impresa di tenere per un periodo sufficientemente lungo

un comportamento indipendente da quello delle altre imprese”.

60

appunti di Giovanni Gentile

presenza di molte imprese in un mercato, queste possono avere un comportamento collusivo

anziché competitivo.

Per questo la legislazione è fondamentale perché consente la regolamentazione dei mercati a

beneficio del sistema economico nazionale e dei consumatori.

2) La trasformazione da monopolio privato a pubblico ha parecchi casi nella storia economica

italiana. Alcuni servizi nascono come monopolio dello Stato, ferrovie, energia elettrica, eccetera, i

c.d. public utilities, in quanto derivano dalla teoria che lo Stato è in grado di svolgere in maniera

più efficiente la fornitura di determinati servizi, rispetto al privato. In particolari dai primi anni ’70

si assiste alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, perché si riteneva che fosse utile alla

compressione dei costi, quindi prezzi più bassi a tutto vantaggio dei consumatori.

L’aspetto negativo è però il fallimento del pubblico, dovuto alla cospicua presenza nei consigli di

amministrazione di questi enti pubblici di esponenti dei partiti politici, quindi la monopolizzazione

è diventata lottizzazione cioè si è passati da uno strumento dello Stato a favore di determinati

settori importanti ad uno strumento di spartizione del potere politico.

3) La regolamentazione dei prezzi. Lo stato può imporre. o comunque incentivare, al monopolista

di tenere i prezzi il più vicino possibile al prezzo di concorrenza perfetta e quindi al costo

marginale che è quello più vicino agli interessi dei consumatori.

La discriminazione di prezzo

Il monopolista gode di un ulteriore vantaggio rispetto all’impresa concorrenziale: quella di

praticare prezzi diversi a diverse tipologie di consumatori.

In particolare quando il monopolista è in grado di conosce la disponibilità di ciascun consumatore,

cioè quanto è disposto a pagare per quel servizio, teoricamente potrebbe applicare un prezzo

diverso per ciascun consumatore. In questo modo adotta una strategia di perfetta discriminazione

di prezzo. Ad esempio se Trenitalia fa una promozione per cui la tratta Taranto—Milano costa €

10 se fatta di notte nei giorni feriali, applica una discriminazione di prezzo e contemporaneamente

analizza i consumatori per vedere quanti di loro prenderebbero il treno ad un prezzo più basso

anche se normalmente non lo fanno.

La concorrenza monopolistica

La concorrenza monopolistica è un piccolo monopolio costituito da ciascuna delle numerose

imprese che offrono il bene di un certo mercato in modo differenziato. Ad esempio il mercato

delle bevande, la coca-cola, le quali grazie al marchio hanno costruito una nicchia di mercato in

cui agiscono in regime per molti aspetti simile al monopolio.

La concorrenza monopolistica è una forma ibrida di mercato simile per certi aspetti al monopolio

perché le imprese hanno un grosso potere sul mercato e per unicità del prodotto, ma per altri alla

concorrenza perfetta per l’elevato numero di imprese e l’assenza di barriere d’entrata.

La concorrenza monopolistica ha tutte le proprietà della concorrenza perfetta ad eccezione della

omogeneità dei prodotti, infatti in questo caso i prodotti sono differenziati, ciò significa prodotti

simili, ma con caratteristiche che li distinguono agli occhi dei consumatori. Con la concorrenza

monopolistica vi è un binomio tra concorrenza e monopolio, in cui un impresa si comporta come

XV , ma se alza troppo il prezzo fa si

un piccolo monopolista all’interno della provincia di mercato

che il consumatore si sposti verso altri produttori. Ad esempio la Lacoste se alza troppo il prezzo

delle polo, il consumatore acquista da altri produttori; altro esempio è quello dei bar: il

consumatore è legato al solito bar per il servizio prestato, per la qualità del caffè, la vicinanza, ecc,

ma se alza eccessivamente il prezzo dei prodotti la gente si rivolge verso altri bar.

In sintesi nel mercato in concorrenza monopolistica, le imprese sono simili, ma che producono

beni differenziati, ad esempio maglie diverse di diverse marche note.

XV Un determinato territorio dove l’impresa è in regime di monopolio. 61

appunti di Giovanni Gentile


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Sara F

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Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Cainelli Giulio.

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