Cap. 1- AUTORITà, VIOLENZA E GIOVENTù
La delinquenza non è riconducibile alla violenza, infatti, esiste anche una delinquenza non violenta.
Se la delinquenza rimanda alla trasgressione della legge, la violenza invece non ha una definizione
univoca.
La violenza dell’infanzia?
Obiettivo primario da molti anni è quello di contenere la violenza potenziale insita nel bambino; di
fronte ad essa che richiede solo di esprimersi, l’educazione è ricorsa spesso a egual violenza come
se fosse necessaria una forza contraria per neutralizzarla.
Nel XIX secolo e all’inizio del XX la violenza fisica e la brutalità educativa iniziarono a essere
regolarmente denunciate, ma in compenso l’ordine morale assume una posizione invadente
nell’educazione che diventa sempre più rigida. Ora si va a caccia di qualsiasi indizio di sessualità
che viene punita e trionfa l’autorità paterna.
Nella seconda metà del XX secolo, i danni di un’educazione autoritaria saranno costantemente
denunciati per arrivare alla nozione di autorità parentale che ha il compito di proteggere il bambino.
Lo sviluppo del bambino è la priorità dei genitori; il bambino che inizia a esplorare si volta per
cogliere lo sguardo del genitore. A questa età, se il comportamento degli adulti è coerente,
affidabile e regolare, basterà un tono di voce più alto e un “no” perché il bambino accetti subito di
fermarsi.
L’educazione non è altro che la traduzione in parole e l’interiorizzazione progressiva di questa
guida all’azione. Presto il bambino impara che può contare sulla persona che gli sta accanto e che lo
protegge. È vero anche che questo altro, in particolare quando la relazione è asimmetrica può
abusarne per limitarne l’esplorazione, o viceversa, per tenerselo stretto. Ma è anche vero, che
l’assenza dell’incontro limitante dello sguardo dell’altro spinge il bambino fuori di sé, verso un
eccesso di esplorazioni, avventure in cui non è cosciente della propria vulnerabilità: il narcisismo
onnipotente del piccolo deve essere temperato da un sentimento di vulnerabilità equilibratore. In
caso contrario, la persistenza di questo sentimento porta a degli eccessi pericolosi che accrescono la
sua vulnerabilità.
Quando il bambino non ha potuto interiorizzare il senso del limite dimostra un’agitazione, una
mancanza abituale di rispetto dei limiti e delle proibizioni, un comportamento poco attento ai
bisogni altrui. Poiché ignora la propria vulnerabilità, è spesso vittima di incidenti.
Per sviluppare un sentimento di paura dell’abbandono, bisogna in realtà avere beneficiato prima di
una relazione affettiva stabile e fiduciosa.
I bambini che soffrono di carenze vanno troppo facilmente incontro agli estranei. L’autorità non è
una difesa contro l’angoscia dell’abbandono, ma è, al contrario, alla base dell’angoscia
dell’abbandono.
La fase della conquista esplorativa corrisponde anche alla cosiddetta fase di opposizione, il periodo
dei “no” nel corso del quale il bambino piccolo scopre che può opporsi ai genitori. Questo periodo
porta alla scoperta del bambino della propria singolarità in quanto nel “no” c’è un’affermazione del
sé. È importante che questa opposizione incontri un altro “no” con cui possa confrontarsi, misurarsi.
L’affermazione di sé deve sempre misurarsi con il riconoscimento dell’altro e permette di limitare
l’affermazione di sé.
Talvolta capita che gli stessi genitori incontrino delle difficoltà nel dare un limite al figlio in quanto
credono di favorire lo sviluppo della sua personalità oppure perché hanno personalmente sofferto
per un’autorità eccessiva. Altre volte, il loro no è contraddetto da una mimica cordiale per
allontanarsi dalla figura autoritaria di genitore; così la loro mimica è ambivalente.
L’attuale discredito sociale dell’autorità ha accentuato il carattere paradossale dei messaggi rivolti
ai bambini, indebolendo la posizione dei genitori.
Comunque sia, quando il bambino non incontra limiti al suo bisogno di opposizione, non acquista
veramente “forza di carattere” e diventerà dipendente dal bisogno costante che gli altri accettino il
suo desiderio, il suo capriccio. La forza di carattere si trasforma così in dipendenza e gli altri
saranno visti come degli ostacoli al piacere personale. Questo porta ad anarchia, violenza,
agitazione motoria e instabilità.
È abbastanza tradizionale pensare che il modello di autorità subito dal bambino dai genitori sarà poi
utilizzato nella società; per gli autori invece, l’autorità sociale non deriva dal legame di autorità
familiare.
La violenza degli adolescenti?
Spesso le parole violenza e giovani vengono associate; 1 adolescente su 10 dichiara di avere
commesso un atto violento, sono soprattutto ragazzi che vivono senza il padre e sono in relazione
alla dimensione del centro abitato.
Dalle ultime ricerche si evince che vi è stato un aumento regolare dei comportamenti violenti, un
abbassamento dell’età dei primi atti delittuosi e nonostante i media fumentino i casi di omicidio,
questi non sono aumentati. Bisogna, tuttavia distinguere violenza e delinquenza. La prima
comprende atti vandalici, azzuffamenti, scappare di casa, dedicarsi al racket, ingiurie e violenze
verbali; alcune volte si fanno rientrare in tale definizione anche il bullismo e l’inciviltà. La
delinquenza, invece include aggressioni contro beni, oggetti e persone e aggressioni sessuali.
Il fatto che i reati siano maggiori nelle città porta a chiedersi se queste siano in grado di riconoscere
i bisogni dei giovani e andare incontro alle loro esigenze.
Gli atti di danneggiamento, inoltre, sono il risultato di un’azione compiuta in gruppo in cui la
pressione dei coetanei è intensa e il soggetto sente il bisogno di essere appoggiato e sostenuto da
loro. Nel gruppo si crea una relazione di fedeltà che assume frequentemente un carattere di
costrizione e per questo motivo bisogna fare attenzione a non stigmatizzare in blocco tutti questi
giovani e trattarli da delinquenti.
Altrettanto infondato appare il pessimismo assoluto che afferma una decadenza sociale definitiva in
quanto, le condotte violente tendono ad essere nettamente meno frequenti con l’aumento dell’età. I
comportamenti violenti sono molto meno diffusi negli ultimi anni della scuola superiore che nella
scuola media e nei primi anni delle superiori.
Inoltre, è importante tener presente che tali condotte sono presenti in adolescenti che hanno vissuto
in un clima di rigidità morale oppure in un clima di lassismo estremo. Tutti gli studi confermano
che gli adolescenti violenti sono stati a loro volta vittime di violenze. Le famiglie in cui sono stati
educati sono disorganizzate. Infine, gli stessi ragazzi sono vittime della propria violenza dal
momento che si riscontrano tra essi il più alto tasso di suicidio, automutilazione e sofferenze
psicologiche varie. Essi consumano anche maggiore quantità di prodotti illeciti e leciti e in maniera
più precoce degli altri, sono più spesso vittime di incidenti e di situazioni di esclusione scolastica,
sociale e familiare.
La violenza non nasce quindi ex nihilo. L’assenza di una risposta da parte degli adulti, porta ad
instaurare la legge del più forte a scapito del rispetto reciproco.
La violenza dell’adolescenza?
Il bambino deve incontrare oltre al limite dei genitori, anche il limite del proprio desiderio nel
momento della fase edipica. Tra i 2-3 e i 4-5 anni, il piccolo desidera possedere a suo unico
beneficio il genitore del sesso opposto e prendere il posto di quello dello stesso sesso. A questo
desiderio viene opposto il limite sia dal genitore che dallo stesso bambino che teme la castrazione.
La ritorsione si traduce nella paura di perdere l’amore e la protezione di un genitore e per evitare
ciò, il piccolo rinuncia ai propri desideri edipici e si rivolge verso interessi sublimatori come
l’apprendimento. Il bambino mantiene come fantasia l’idea della propria onnipotenza per “quando
sarà grande” e questo doppio limite lo protegge e lo canalizza.
Tuttavia i tempi sono cambiati, infatti tutti i genitori conoscono il complesso edipico e nessuno
pensa di minacciare il proprio figlio con la castrazione o con la sottrazione di amore. La
preoccupazione essenziale è diventata quella di farsi amare piuttosto che dare dei limiti così il
bambino so trova di fronte a una permissività edipica piuttosto che a un reale divieto. Così, il solo
limite che incontra, è quello della propria fisiologia e della sua immaturità sessuale.
Il clima della “permissività edipica” non è in grado di offrire al bambini l’esperienza del limite da
imporre al proprio desiderio, l’esperienza della costrizione insita nel rispetto del desiderio dell’altro.
Quando cesserà il suo stato di immaturità sessuale, l’individuo rischierà di non sopportare gli
ostacoli all’espressione del proprio desiderio.
L’adolescenza è appunto quel periodo in cui la sessualità invade l’individuo e la pubertà coinvolge
il ragazzo in un processo di trasformazione irreversibile che riguarda il corpo e la psiche.
Egli è in preda a una trasformazione che non può scegliere e controllare, ma solo subire. Viene così
meno la sua esperienza di onnipotenza dell’affermazione del sé. Un tempo tale trasformazione era
inquadrata dai rituali sociali come quelli di marchiatura del corpo (es. nuovo modo di vestire),
mentre oggi è inquadrata da marchiature auto inflitte (tatuaggi, piercing) che rafforzano un
sentimento di auto creazione e autogenerazione.
L’irruzione della sessualità mette l’individuo di fronte alla scissione di se stesso, alla sua
incompletezza e dipendenza: infatti, dal momento in cui è sessualizzato la sua soddisfazione dei
bisogni dipende dal volere altrui. Dal tempo dell’infanzia il soggetto non ha desideri che non
possano essere soddisfatti pienamente: nutrimento, calore e protezione. Così il ragazzo si rivolge
inizialmente verso coloro che l’anno sempre soddisfatto e amato, i genitori, ma improvvisamente
non trova ciò che cerca e anche l’autoerotismo non basta più e diventa un evento traumatico. Si
volge allora verso l’esterno e s’imbatte nell’alterità. In questo periodo l’adolescente dovrà
sopportare un periodo di attesa e di frustrazione. È proprio a questo punto che l’interiorizzazione di
un limite è indispensabile e preziosa. Se il bambino ha potuto fare esperienza di questo triplice
limite- quello dell’autorità, quello di un potere parentale che si interpone di fronte al bisogno
onnipotente di affermazione del sé del bambino nel periodo di opposizione e quello del tabù
edipico-allora il giovane adolescente potrà contenere la propria eccitazione. In caso contrario, il
giovane sente la frustrazione come una minaccia alla propria onnipotenza.
La pulsione sessuale fa “violenza” alla psiche e se questo non può basarsi su dei limiti interiorizzati
la logica della soddisfazione pulsionale rischia di essere l’unica che gli si presenta. La mancanza di
contenitori condivisi di autorità sociale porta alla presenza esclusiva della legge del più forte.
Tuttavia, non deve essere incriminata solo l’educazione familiare, infatti, l’ambiente sociale dei
giovani non facilita loro il compito, in particolare per il clima di proposte sessuali a cui tutti sono
ampiamente esposti.
Bettelheim dichiarava negli anni Settanta che, a partire dal momento in cui un giovane ha la prima
relazione sessuale non è più educabile perché l’esperienza personale diventa la sua guida principale
e il suo punto di riferimento. Perciò le regole a cui il giovane si conformerà spontaneamente
possono basarsi solo sulle acquisizioni dell’infanzia. In caso contrario, non essendo stata
interiorizzata, l’autorità dovrà incombere come una minaccia esterna.
Le fasi essenziali nello sviluppo del bambino sono 3:
1. Contenitore: è rappresentato dallo sguardo che può o autorizzare il bambino
all’esplorazione o vietarla segnalando il pericolo. Questa prima regolazione sociale è il
primo contenitore che protegge il bambino. Raffigurato come un “buon oggetto interno”,
questo sentimento di sicurezza e di fiducia funziona come un legame di autorità silenzioso
perché è messo al servizio della sopravvivenza del soggetto: lo sguardo dell’altro è
protettivo prima di essere proibitivo. È la base silenziosa e nascosta sulla quale gli altri due
legami di autorità potranno fondarsi.
2. Contenitore che protegge e limita: questa fase di opposizione si dispiega tra i 18 mesi e i
due anni e mezzo-tre e spinge il bambino verso un eccesso di affermazione di sé a spese
dell’altro con il disconoscimento del rispetto dell’altro. I capricci del bambino sono il
sintomo che meglio illustra le deficienze nell’interiorizzazione di questo limite. Il limite sarà
meglio accettato se può fare affidamento sulla protezione dell’oggetto interno buono
interiorizzato nella tappa precedente.
3. Limite del proprio desiderio e necessità di tener conto del desiderio dell’altro: avviene
nella fase edipica e questo limite si situa in un divieto e fa riferimento a un terzo soggetto e
alla legge sociale. È meno doloroso perché il bambino è protetto dalla sua immaturità
sessuale, ma quando il bambino entrerà nella fase della pubertà allora l’assenza di un
interdetto interiorizzato si farà sentire violentemente, e questa violenza sarà provata sia dal
giovane stesso, sia dall’ambiente. Denunciare immediatamente l’adolescente come violento
vuol dire stigmatizzare una condizione in cui il giovane è per lo meno tanto vittima quanto
attore.
Cap. 2- L’AUTORITà DEL PADRE
IL PADRE DI FAMIGLIA
Il potere paterno si esercita per delega dell’autorità dello Stato: il padre è il suo rappresentante in
seno alla famiglia. Per due millenni c’è stata come una competizione, un antagonismo tra la “patria
potestà” e l’autorità dello Stato. La patria potestà dà infatti al padre diritto di vita nei confronti dei
figli. Ma l’autorità dello stato controbilanciava regolarmente l’autorità dei padri.
Tuttavia, autorità dello Stato e autorità del padre si rafforzano reciprocamente ogni volta che
l’autorità dello stato ha bisogno di affermare la propria autorità: in questo caso si osserva un
rafforzamento del potere paterno.
Nel 1970, la nozione di “patria potestà” cede il posto a quella di “autorità parentale” che sancisce
l’ingresso, all’interno dello spazio provato della famiglia, dei “diritti del bambino” così come sono
redatti nell’ultima Convenzione del 1989.
LA PRESUNZIONE DI PATERNITà
fin dal 1960 Locke propone di sostituire all’autorità paterna un’autorità parentale esercitata
paritariamente dal padre e dalla madre.
La paternità non è un’evidenza, ma si afferma per mezzo della parola e si garantisce per mezzo
della legge.
La presunzione di paternità fa del marito “il” padre ancor prima che sia padre: la funzione paterna
precede il figli stesso.
La filiazione e la successione delle generazioni consanguinee costituiscono uno dei due principi
fondatori della parentela e della famiglia secondo Levi-Strauss, mentre il secondo principio consiste
nelle necessarie relazioni stabilite dall’alleanza tra queste catene, con la proibizione dell’incesto
come regola di tale alleanza.
Per la madre, la presenza di un neonato vulnerabile e fragile, rappresenta una grande tentazione di
appropriazione esclusiva. Può fare il nome di un genitore, ma può anche mantenere per sé il segreto
e tacerne il nome, solo la legge può nominare il padre e per questo motivo, nei sistemi matrilineari,
l’uomo che svolge la funzione di padre senza essere necessariamente il genitore è riconosciuto
come tale dalla legge, mentre il genitore è conosciuto semplicemente dalla madre. Questa
designazione del padre da parte dell’ordine sociale instaura una cesura simbolica tra la madre e il
bambino.
LA “PATRIA POTESTà” O L’AUTORITà PER EDUCARE
I genitori hanno un duplice dovere: protezione educazione.
Educare deriva da ex ducere cioè tirar su, condurre verso l’alto.
Esiste, tuttavia, l’idea che la diade madre-neonato possa bastare a se stessa, in quanto il bambino
appaga la madre e questa appaga il bambino in maniera tale che non si voglia nient’altro. La
funzione primaria del padre è quella di interporsi in questa fusione troppo felice e assorbente, d
porre un limite. La legge del padre funziona come una legge di separazione che frustrando il
piccolo, gli dà anche modo di percepirsi come un individuo diverso dalla madre.
Ma poiché il padre non è sempre presente fisicamente, ciò che più conta è l’immagine del padre,
anche immaginario, che la madre ha in mente e che serve a porre un limite tra lei e il figlio.
LA FRUSTRAZIONE COME LIMITE NECESSARIO
Il limite si mostra ed enuncia attraverso la frustrazione attraverso la quale si forma un divario tra il
bisogno e ciò che lo appaga: questo scarto è la condizione perché il soggetto pensi a poco a poco il
proprio desiderio, ossia possa rappresentarsi una m
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