La sfida del disagio
Chiarimento terminologico
- Disadattamento
- Disagio
- Devianza
Ci sono alcuni fattori dell’educazione che mutano in ragione del contesto storico. La sfida al disagio rappresenta un elemento che ci può aiutare a mettere a fuoco qual è il particolare momento storico nel quale noi oggi siamo chiamati ad educare. È importante innanzitutto distinguere questi tre passaggi (disadattamento, disagio e devianza) perché corrispondono a tre situazioni diverse.
Il disadattamento
Questa espressione allude alla condizione in cui si viene a trovare la persona quando coglie di non corrispondere alle attese su di lei. È una condizione spiacevole, ma occorre avere ben chiaro che si tratta di una condizione normale. Nel senso che per l’essere umano arrivare a corrispondere alle attese non è mai un fatto automatico. Mentre l’animale si adatta alle situazioni, nel caso dell’essere umano non ha nulla di automatico, tutto è collegato alla libertà. C’è sempre un elemento intenzionale. Ed è in ragione di questo elemento intenzionale che quando cambia la situazione l’essere umano va incontro al disadattamento, cioè come riconoscimento del fatto che non corrisponde alle attese. Quando noi sperimentiamo questa condizione, o la riscontriamo in altri, non dobbiamo concludere che quanto sta accadendo sia incoerente con quello che noi siamo ma al contrario porta a manifestazione la caratteristica per la quale la libertà come tale, ci impegna all’adattamento intenzionale.
Il disagio
Rappresenta la cronicizzazione del disadattamento, la condizione in cui ci si lascia andare, ci si lascia vivere, ci si identifica con questa condizione. Si tratta di una situazione molto più presente di quanto possa sembrare.
Devianza
Si passa da disagio a devianza quando s’infrange la norma legale, la legge. Noi sappiamo che la legalità non rappresenta l’origine dei valori; perché più originario rispetto a ciò che è legale è ciò che è morale. Ciò che è morale in quanto corrisponde al bene, ha la precedenza su ciò che è legale. Infrangere la legge ha un significato ben preciso sotto il profilo pedagogico. Significa in qualche modo chiamarsi fuori dal vincolo civile. Tutto ciò è molto più problematico quando si ha a che fare con dei soggetti in età evolutiva. Perché i soggetti in età evolutiva i quali non si rendono conto dell’importanza di condividere anche l’appartenenza ad una comunità civile, rischiano di praticare un’esistenza guidata da interessi privati. Restando così profondamente immaturi per quanto riguarda il conseguimento della condizione adulta. È importante che l’educatore intervenga per far riconoscere quello che c’è in gioco, cioè il riconoscimento non solo dei diritti ma dei doveri implicati nella convivenza civile. L’educazione deve saper modificare il suo intervento in base a ciò che sta accadendo.
Perché inquieta dal punto di vista educativo?
- Istruzione generalizzata
- Informazione diffusa
- Benessere e salute
- Ampia discrezionalità nelle decisioni
Oggi questo fenomeno è in evidente espansione in una società che offre molte opportunità. Questi comportamenti nocivi vengono praticati da adolescenti, giovani, molto istruiti che hanno quindi alle spalle otto-nove anni di scolarità. Quindi non si può dire che certi comportamenti si diffondono perché manca l’informazione sui rischi che comportano. Se andiamo a fare un’attenta analisi della vita delle nuove generazioni, possiamo dire che godono di saluti eccellenti, quindi fino ai quattordici anni c’è un monitoraggio annuale della salute. Ecco perché come educatori siamo inquieti di fronte a questo fenomeno, perché tutte queste risorse che vengono messe a disposizione di chi sta crescendo, non aiutano a contenere il problema.
Tipologie
- Criminalità minorile
- Tossicodipendenza
- Violenza su sé stessi e sugli altri
- Bullismo
- “Comportamenti estremi”
- “Patologie dello sviluppo”
Criminalità minorile: È sempre più frequente commentare queste vicende osservando che mai ci si sarebbe aspettato dei comportamenti da un soggetto piuttosto che un altro. In realtà questi soggetti (ragazzi e ragazze) che da soli non farebbero certe cose, le fanno quando sono in branco. Perché nel branco agisce una profonda istanza di deresponsabilizzazione. Questo avviene per due ragioni:
- Tutta la responsabilità viene scaricata sul capo, quindi ci si sente quasi sollevati dalla responsabilità di rispondere di quello che si compie personalmente.
- La responsabilità viene scaricata sul branco inteso come entità impersonale.
Questo fa sì che alcuni che da soli mai farebbero certe cose, le fanno quando sono in branco.
Tossicodipendenza: Oggi il fenomeno assume un aspetto molto diverso da quello tradizionale. Perché mentre tradizionalmente il consumatore era facilmente riconoscibile, oggi il consumo avviene in contesti meno visibili di ieri. Si formano così degli episodi circoscritti (es. uno che consuma droga il sabato sera con gli amici), nessuno ne viene a conoscenza. Tutto ciò è favorito da droghe meno invasive (pastiglie ecc) che fanno in modo che avvenga un consumo non più visibile. Questo rende ancora più inquietante il fenomeno. Non tanto perché non appare visibile agli altri ma proprio perché rischia di essere sottostimato da parte di chi lo pratica. È come una piccola devianza che sta ai margini di una vita normale. È evidente che oggi tutti siamo perfettamente informati in quello che accade a fronte del consumo, e allora perché il consumo è in costante espansione?
Violenza su di sé e sugli altri: È un fenomeno molto inquietante perché sembra trattarsi di condotte nelle quali si scherza con la vita, a cominciare dalla vita altrui. Es: lanci dei sassi dal cavalcavia, la cosa che più ha sconcertato, è l’estrema disinvoltura con cui questi ragazzi hanno descritto quello che facevano senza mettere in conto che la loro azione potesse essere fatale per qualcuno. Ma se ci facciamo caso è la stessa disinvoltura che si esprime nelle condotte che sono nocive nei propri confronti (tossicodipendenza). Anche la violenza su sé stessi è un fenomeno in espansione, inquietante. Non soltanto nella forma del suicidio, ma anche nella tossicodipendenza (forma di violenza consumata a danno di sé stessi).
Bullismo: Fenomeno sviluppato negli ultimi anni. Prevaricazione sistematica di qualcuno, cioè il bullo, su qualcun altro. Ed è un fenomeno molto diffuso. Che ci sia qualcuno che intende prevaricare sugli altri, c’è sempre stato. La cosa che inquieta di più, più che l’atteggiamento del bullo, è la diffusa presenza di soggetti che si calano nel ruolo della vittima. Dietro questo fenomeno c’è un bassissimo tasso di autostima. Se io ritengo di valere qualcosa, avrò motivo per custodire la mia integrità. Ma se ritengo di valere poco, anche la mia propensione a custodire la mia integrità sarà proporzionata.
Comportamenti estremi: Ci sono comportamenti che possiamo definire estremi. Sono comportamenti che corrispondono essenzialmente alla logica di voler provare l’ebbrezza di qualcosa di straordinario (es: ragazzo che passa con il motorino il semaforo rosso). C’è una ricerca del straordinario, dell’eccentrico, cioè di ciò che espone al rischio.
Patologie dello sviluppo: Es: anoressia: colpisce soprattutto nell’età evolutiva. Non è un problema alimentare, ma è un problema identitario. E qui ci si chiede com’è possibile avere così poca stima di sé per praticare comportamenti fatali. A livello di risorse messe in campo non è mai esistita una società più educativa della nostra, eppure i fenomeni segnalano un’evidente fatica.
Quale interpretazione pedagogica? /1
- Il “narcisismo”
- Immaturità come ipertrofia del desiderio
- Sicurezza apparente, debolezza di fatto
- “Titano del nulla”
È chiaro che noi siamo istintivamente portati alla soddisfazione. Ma a mano a mano che lo conosciamo dobbiamo essere in grado di contenere questo richiamo, e accettare che ci possa anche essere una situazione in cui non otteniamo la soddisfazione che ricerchiamo. Ci può essere anche la situazione in cui non arriva la soddisfazione. A questo punto la persona immatura conclude che se non riesce a trovare la soddisfazione che cerca, dal punto di vista identitario, non vale nulla. Il narcisismo è sicuramente una caratteristica della città contemporanea. Narcisista sia un soggetto fondamentalmente debole, perché il narcisista essendo legato al desiderio di soddisfazione, ha sempre bisogno di raccogliere il plauso degli altri. Il narcisista è come un attore che ha sempre bisogno del pubblico che applaude. Quando non si verifica il plauso, il narcisista va incontro alla depressione, all’insoddisfazione di sé. Il narcisista cresce semplicemente perché non trova ostacoli. Quindi cresce come un pallone, si gonfia semplicemente perché unc’è nulla a contrastarlo. È importante che chi cresce, sappia crescere facendo i conti con gli ostacoli. Questo il narcisista non lo sa fare. Cos’è il nesso tra narcisismo e disagio? È il nesso che corre tra narcisismo e desiderio. Il narcisista è colui che vive l’ipertrofia del desiderio, l’incontenibilità del desiderio, e ha come unica aspirazione quella di corrispondere al suo desiderio. In qualche modo il desiderio è il motore della vita. Però questo motore va governato. O si riesce a controllare i proprio desiderio, o si diventa vittime del desiderio. Il disagio corrisponde all’incapacità che ha il narcisista di affrontare ciò che non corrisponde alle sue attese. L’educatore che vuole affrontare il disagio deve aiutare il narcisista a vincere sé stesso.
Interpretazione pedagogica / 2
La fatica del rapporto con l’alterità
- L’eclissi del padre
- Crisi della “paternità sociale”
- Bisogno di regole
Si muove sempre dal narcisismo, che si riconduce ad una carenza paterna nell’educazione. Per porre in luce questa seconda lettura si declina il narcisismo come una fatica di rapporto con l’alterità. Il narcisista è, infatti, colui che persegue continuamente la riduzione a sé in tutto; non accetta che ci possa essere, davanti a lui, un’alterità che lo contiene. Il nesso tra paternità e alterità è strutturale. A differenza della maternità, che si esprime nell’identificazione fra madre e figlio, la paternità non comporta mai un’identificazione, ma è sempre un rapporto vissuto all’insegna della differenziazione. Ecco perché la paternità rappresenta un forte richiamo al rapporto con l’alterità. Questa è la ragione per cui il rapporto con il padre è un fattore forte di contenimento e superamento del narcisismo. È un rapporto che si costruisce in forma agonistica: il padre ama il figlio, ma in un modo diverso dalla madre. Oggi si parla di eclissi della paternità, ovvero di maternalizzazione del padre, perché non si può non fare i conti con la grande transizione culturale verificatasi negli ultimi 40 anni. A partire, simbolicamente, dal ‘68 si è infatti espressa una profonda trasformazione culturale: la ristrutturazione dell’identità femminile (femminismo). La donna ha raggiunto una visibilità pubblica molto maggiore di quella che aveva prima. Questo ristrutturarsi della donna, in fase di risoluzione, si è rivelato anche sull’identità maschile e ha connotato la messa in discussione della paternità. Tradizionalmente, il padre veniva visto come colui che dava i limiti, esercitava l’autorità, conteneva l’affermazione di sé. Ciò fu messo in discussione ed è stato sempre meno praticato. Con ciò si arriva alla maternalizzazione dei padri che, ora, tendono ad assecondare i figli, a dare soddisfazioni alle loro richieste. I padri, in questo senso, sono diventati, a loro volta, delle figure materne e, quindi, i figli tendono a crescere con due madri volte a garantire essenzialmente la soddisfazione dei desideri e delle aspirazioni. Non ci sarebbe nulla di male, se non il problema che la vita è alterità. Laddove noi ci limitiamo ad assecondare cresce una personalità narcisistica, incapace di rendere l’uso dell’utile. Il narcisismo è l’effetto dell’eccesso della modernità esattamente come nell’educazione tradizionale si è riscontrato un eccesso di paternità. Era un problema quello ed è un problema questo: prima c’erano personalità troppo attente al richiamo dell’alterità, oggi troppo incapaci di esprimere le proprie idee. L’eclissi del padre può avvenire anche perché egli non è mai presente a casa. Anche una volta, come al giorno d’oggi, il padre era piuttosto latitante rispetto alla famiglia. Il lavoro è sempre stato invadente per i padri. In passato, però, le società erano talmente stabili da apparire statiche e molto nette da impartire indirizzi. Questa condizione, oggi, non esiste più. La nostra società, come afferma un sociologo, è liquida, non c’è nulla di stabile, continua a cambiare aspetto in ragione della contingenza. Noi oggi facciamo i conti con una difficoltà a maturare personalità definite e rischiamo di vivere la nostra vita come un copione che costantemente muta senza mettere capo ad una concettualità. Noi abbiamo un’identità essenzialmente perché riconosciamo dei limiti. In passato si trattava la libertà come un punto di partenza; ma, in realtà, essa è una conquista che si svolge attraverso il rapporto con le regole e con l’autorità. Paradossalmente, quest’ultima genera la libertà. La necessità di introdurre regole significa far fare l’esperienza della paternità come alterità. È questo che favorisce la capacità di contenere il desiderio e impedirsi di compiere quelle azioni che, essendo nocive, vanno eliminate.
Interpretazione pedagogica / 3
Il branco come circostanza scatenante
- Imprevedibilità
- Deresponsabilizzazione
- Impersonalità
Il branco è un problema con cui dobbiamo fare i conti. La chiave per cogliere dove sia il problema è la deresponsabilizzazione. La squadra, oggi, è un’alternativa al branco. Essa è un gruppo responsabile; ognuno svolge un suo ruolo e di ciò risponde agli altri. Questa è una dinamica profondamente responsabilizzante e, in questo, si esprime la singolarità e l’originalità di ciascuno. Noi pratichiamo la percezione attraverso il nostro corpo. Dietro al disagio c’è proprio il problema del corpo, vissuto come una componente passiva, pulsionale, che trasmette bisogni e non come corporeità (fisicità interpretata non come cieco bisogno, ma come modalità comunicativa).
Famiglia ed educazione
Una realtà antica
- Una realtà “originaria”
- Una realtà in trasformazione
- La “confidenza” che può rendere distratti
La famiglia esprime una profonda concentrazione simbolica. Soprattutto in età storica era considerata un’istituzione, cioè qualcosa che ha significato al di là di quello che viene percepito dal singolo. Come educatori è importante cogliere la valenza simbolica della famiglia. Questa è andata incontro a svariate trasformazioni nel corso dei decenni. È possibile analizzare i grafici di due società totalmente differenti fra loro: quella messicana e quella italiana. Il grafico della prima ha la tipica struttura a piramide delle società tradizionali: molto larga la base della piramide, che rappresenta i giovani molto numerosi e, man mano che si sale, la presenza si assottiglia fino a raggiungere i livelli molto limitati dell’età anziana. In una società moderna come la nostra non c’è più la piramide, ma un cilindro. Più o meno la base sociale corrisponde al tratto superiore e siamo, quindi, in presenza di una maggiore concentrazione nell’età adulta. Questa è la copia di una società in cui ci sono troppe nascite e pochi decessi; mentre la società tradizionale è caratterizzata da molte nascite e molti decessi (in ragione al basso tenore di vita).
Com’è cambiata dal punto di vista della mentalità?
- La famiglia patriarcale
- La famiglia autopoietica
- Il rischio della “soddisfazione relazionale”
- La sfida del conflitto
Sono due i termini da memorizzare: patriarcale e autopoiesi. La famiglia tradizionale era la famiglia patriarcale, nella quale si aveva la convivenza di diversi gruppi familiari sottoposti al controllo del maschio più anziano (patriarca). Era una famiglia molto solida, ma anche molto rigida. Era difficile poter esprimere l’originalità di ciascuno; si entrava in ruoli ben precisi. Al marito spettava la rappresentanza pubblica, alla moglie la gestione privata. Tutto ciò è durato fino agli anni ‘60. si è poi passati alla famiglia nucleare, effetto della disgregazione della famiglia patriarcale; composta da mogli, figli e mariti. Offre grandi opportunità perché non si vive il condizionamento.
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