Materiale completo per l'esame di pedagogia interculturale
Anolli – La sfida della mente multiculturale
Parte prima
Cap 1 – La mente monoculturale
È difficile definire cosa sia la cultura poiché fa parte dell’esperienza quotidiana in cui siamo immersi. È un'esperienza “trasparente” perché ne siamo inconsapevoli, la viviamo così com’è e ci pensiamo soltanto quando accadono eventi atipici, che in genere coinvolgono persone di cultura diversa. Per definirla dovremmo prenderne le distanze per poterla osservare da fuori, ma ciò non è possibile. Qualsiasi definizione è comunque legata al punto di vista di chi osserva, alla soggettività dell’osservatore.
La cultura, a livello psicologico, consiste nell’appropriazione da parte di un novizio di una rete globale e dinamica di conoscenze, credenze, significati, valori, e di pratiche attraverso l’apprendimento sociale all’interno di un gruppo umano socialmente organizzato, al fine di adattarsi al proprio ambiente e di dare significato all’esperienza propria e altrui.
La nascita della cultura è dovuta ad un processo di sedimentazione di processi che hanno agito nel corso di milioni di anni. Queste sono alcune delle premesse per l’origine della cultura umana che fanno parte della nostra storia evolutiva:
- Comparsa del linguaggio (80-60mila anni fa) → nell'exattamento o preadattamento, un carattere evoluto per una particolare funzione ne assume una nuova. Le pieghe laringee ne sono un esempio. Comparse per impedire che in occasione del vomito il rigurgito del cibo entrasse nei polmoni, sono state successivamente cooptate per produrre suoni e si sono trasformate nelle corde vocali. Tra esseri umani e scimpanzé l’anatomia della laringe è diversa, si è evoluta in modo differente da alcune mutazioni genetiche avvenute tra gli otto e i sei milioni di anni fa.
- Sviluppo del cervello umano → passando alla stazione eretta è cambiata la posizione del foro occipitale, attraverso cui il midollo spinale si collega al cervello, e questo ha favorito lo sviluppo del cervello, che è progredito in modo esponenziale nel tempo. Lo sviluppo della neocorteccia è connesso, tra le altre cose, alla gestione dei rapporti sociali.
- Prematuranza neonatale → lo sviluppo di un bambino prosegue a lungo dopo la nascita, un bambino impiega molto più tempo rispetto ai cuccioli degli altri animali per poter essere indipendente. Questo da un lato permette al cervello di essere più permeabile all’influenza della cultura e dell’esperienza, e di svilupparsi in modo più complesso, poiché un sistema che nasce con un livello di predeterminazione inferiore ha la possibilità di sviluppare un maggior livello di complessità (questo è stato scoperto grazie alle simulazioni dei connessionisti tramite reti neurali), e ha comportato anche un determinato modo di accudire i figli, creando famiglie stabili per poter accompagnare la loro crescita fino al raggiungimento dell’indipendenza.
- Avvento dell’agricoltura → 10.000 anni fa nel Medio Oriente, nella zona della mezzaluna fertile, l’uomo smette di girare in gruppi di nomadi cacciando e raccogliendo il cibo che cresceva spontaneamente ed inizia a coltivare la terra, addomesticare gli animali, fermandosi così stabilmente in un luogo. Questo ha comportato una nuova impostazione di vita: non dovendo trascorrere tutto il tempo cercando di procurarsi il cibo gli uomini potevano dedicarsi ad altre attività. Potevano inoltre suddividersi i lavori, e in base al diverso prestigio distinguere delle gerarchie. Nascevano così le premesse della società umana.
Datiamo a 10.000 anni fa la nascita della cultura, dopo un lungo periodo di proto cultura, testimoniato dalla creazione di artefatti come i choppers, le pietre scheggiate. Da allora molte culture si sono sviluppate e sono poi scomparse. Quella più antica ancora vigente ai giorni nostri è quella cinese, che risale al 2000 a.C.
Ognuno di noi è destinatario, protagonista ed osservatore della propria cultura. Destinatario perché nasciamo all’interno di una certa cultura che ci plasma a partire dalle modalità di accudimento dei nostri genitori, e questo determina il nostro modo di pensare e di guardare la realtà. Protagonista perché abbiamo tutti un ruolo attivo, di partecipazione, all’interno della società. Nessuno può dirigere la cultura verso una certa direzione, perché vi è sempre una quota di contingenza, ma tutti contribuiamo. E siamo anche osservatori della nostra cultura e di quella altrui, poiché siamo indotti ad osservare e condividere le nostre valutazioni su ciò che vediamo accadere nel mondo sociale che ci circonda.
Queste tre posizioni che assumiamo rispetto alla nostra cultura ci aiutano a capirla, altrimenti saremmo disorientati e confusi, poiché la cultura di per sé è un caos contingente: non porta da nessuna parte, non ha dei traguardi, dei disegni. Tuttavia gli esseri umani sono spontaneamente portati a credere a qualcosa, attribuire un significato agli eventi, cercare una coerenza in ciò che gli accade (distorsione dell’illusione interpretativa).
3 dimensioni della cultura:
- Interazione fra umani e ambiente → l’approccio ecoculturale parte dall’idea che siano le affordances dell’ambiente a dare una certa direzione alla cultura, poiché diverse condizioni ambientali comportano lo sviluppo di diverse competenze, premiano alcune caratteristiche individuali rispetto ad altre, comportano una diversa organizzazione sociale, pratiche di accudimento della prole diverse, etc.
- Condivisione di conoscenze, significati e pratiche → per capire se ci si trova di fronte ad una cultura diversa dalle altre si vede se i suoi membri condividono lo stesso ambiente fisico, la stessa lingua, e se condividono conoscenze, significati e pratiche tra loro. In base a queste linee guida potremmo distinguere centinaia di migliaia di culture attualmente nel mondo, ma per semplificazione sono state distinte una decina di macroregioni culturali. La nominalizzazione di una cultura pone il rischio di reificare la cultura e di perdere di vista il fatto che quando parliamo di cultura parliamo di persone che con le loro idee e le loro pratiche manifestano un certo modo di vivere, come ricorda Margaret Mead. È difficile parlare dei confini di una cultura, in quanto nel caso ad esempio della cultura giapponese, questi sono ben evidenti, in altri casi sono molto più sfumati e approssimativi (es. cultura gay).
- Trasmissione ed evoluzione culturale → nella trasmissione culturale il ruolo più importante è quello dei novizi, che devono appropriarsi, come dice Rogoff, delle conoscenze che gli esperti gli trasmettono cercando di adattarle alle loro esigenze anche in base ai cambiamenti che avvengono nell’ambiente in cui vivono. Tramite l’apprendimento sociale dei novizi si genera anche il fenomeno dell’evoluzione culturale, che deriva proprio da questi aggiustamenti. Come l’evoluzione genetica, anche quella culturale è soggetta a pressioni interne ed esterne, ma ha un ritmo molto più veloce anche perché può aver luogo non solo in senso verticale, da padre a figlio, ma anche orizzontale, tra pari, e obliquo, tramite i media, i libri, all’interno della stessa generazione.
Paradosso della cultura → regola le differenze (forza centripeta), ma allo stesso tempo genera e moltiplica le differenze (forza centrifuga). La diversità non è un’entità ma una relazione, poiché si nota solo a livello relazionale: siamo diversi agli occhi di qualcun altro, da un punto di vista differente dal nostro. Le differenze culturali sono un grande vantaggio perché non vi è possibilità di confronto e di scambio se non ci sono differenze.
Le differenze genetiche non sono sufficienti a spiegare le differenze culturali, poiché la variabilità del genoma tra gli individui è estremamente bassa. Le culture differiscono a causa dell’accumulazione dell’apprendimento: l’essere umano è l’unica specie capace di tramandare le sue conoscenze di generazione in generazione. La diversità nasce anche dal fatto che una cultura è costruita sul tentativo di adattarsi ad un determinato ambiente, che può esser molto diverso da quello di un’altra società o civiltà. Le differenze nell’ambiente possono portare a sviluppare pratiche quotidiane, usi e modi di pensare che si sedimentano, si consolidano, e portano nel tempo a sviluppare una cultura differente.
Le diversità culturali sono alla base dell’identità culturale di una persona. Siamo ciò che siamo in base a come ci differenziamo dagli altri. Una volta si considerava il punto di vista esterno, etico, cioè quello che pensavano gli altri in base ad evidenze oggettive, o il punto di vista interno, emico, cioè del nativo, rischiando il relativismo culturale. Oggi riconosciamo che l’identità culturale è un processo dinamico in continua evoluzione, e deriva da una co-costruzione dovuta ad aspetti esterni, che dipendono dalle attribuzioni degli altri, e aspetti interni.
La cultura è una mediazione tra individuo e ambiente, è come una lente attraverso cui guardiamo il mondo, che distorce la nostra percezione senza che ce ne rendiamo conto. In genere ce ne accorgiamo quando incontriamo persone di cultura diversa. Il nostro rapporto con l’ambiente può essere mediato dagli artefatti culturali. Ve ne sono di tre tipi: gli artefatti primari, della cultura materiale, sono quelli che ci servono per interagire tra noi e con l’ambiente (es. telefono, martello, etc), gli artefatti secondari della cultura ideale sono le rappresentazioni mentali di quelli primari (schemi cognitivi, norme, credenze, etc), e gli artefatti terziari della cultura espressiva riguardano le espressioni creative, la fantasia, l’immaginazione e il gioco. Il progresso della tecnologia (es. nuove forme di comunicazione) ha una ricaduta importante sulla cultura.
Cap 2 – La mente multiculturale
Limiti della mente monoculturale:
- Non è adatta ai nostri tempi, caratterizzati dai flussi migratori, la globalizzazione dei mercati e la migrazione virtuale promossa da YouTube, Facebook e altri social network.
- Avendo una visione monoculare della realtà sociale, un solo punto di vista da cui guardare il mondo, appare naturale e ovvio il proprio modo di vivere e si pensa che gli altri siano tutti uguali.
- Se ci si viene a contatto si misurano le altre culture sulla base della propria.
- Si può provare diffidenza verso gli immigrati, poiché i loro usi e costumi diversi implicitamente possono essere interpretati come un attacco alla nostra cultura.
- Dalla mente monoculturale deriva l’etnocentrismo, il senso di superiorità che porta ad escludere e rifiutare le persone diverse da sé in quanto inferiori.
- Una conseguenza può essere il fondamentalismo, l’esigenza di stabilire confini netti tra la propria cultura e quella altrui, discriminando gli altri.
- Lo step successivo può essere il proselitismo, cercare di convertire gli altri alla propria cultura.
Nonostante questi limiti oggi sono poche le persone con una mente biculturale. Si tratta in genere di persone che nascono e vivono in regioni di confine e sono così esposte a due culture sin dall’infanzia.
Comunitarismo → prospettiva che dà valore alla comunità come realtà omogenea. In presenza di culture diverse, lo Stato si deve impegnare a difendere le diverse identità culturali presenti sul territorio. Spesso questo porta alla ghettizzazione. Oppure deve proporsi di convertire le minoranze in modo da omologarle.
Liberalismo → prospettiva secondo cui lo Stato dovrebbe invece rimanere neutrale di fronte ai diversi gruppi culturali, distinguendo tra la sfera pubblica e quella privata, trattando tutti allo stesso modo. Questa visione porta non alla non differenza, ma all’indifferenza verso il diverso, con cui non bisogna mescolarsi e contaminarsi. Pertanto è alla base dell’apartheid, la discriminazione dei bianchi del Sudafrica verso i neri.
Un’altra prospettiva che ha alla base il liberalismo è quella del melting pot (es. USA): lo Stato non compie discriminazioni, auspicando un processo di integrazione tra le diverse culture. In realtà il tempo ha dimostrato che ciò non avviene, semmai si aggiunge qualche usanza superficiale a quelle specifiche di ogni gruppo culturale, anche per effetto della globalizzazione commerciale (es. mcdonaldizzazione).
La reattanza psicologica
La reattanza psicologica si ha quando un individuo percepisce che la sua libertà di comportamento viene ridotta o minacciata e conduce la persona a tentare di restaurare la sua libertà d’azione. Si tratta della resistenza psicologica a non seguire ordini o indicazioni che provengono da persone che esercitano una forma di controllo. Questo meccanismo si verifica inconsciamente e quindi non è controllabile.
La mente biculturale
I primi studi sulla mente biculturale sono iniziati negli anni 2000 all’interno dell’approccio del situazionismo dinamico, sostenuto da ricercatori cinesi e americani. La loro idea di partenza è che la cultura sia una rete di conoscenze, valori, pratiche e modelli mentali che servono ad orientare il modo di comportarsi delle persone nelle diverse situazioni lasciando comunque un certo grado di libertà.
La cultura è una costellazione di sindromi culturali, che consistono in credenze, valori, atteggiamenti. Queste sindromi generano una rete di significati e di pratiche che caratterizzano una certa cultura. Esempio di sindrome culturale: individualismo vs collettivismo. Non è corretto dire che gli orientali siano collettivisti, le persone sia orientali sia occidentali in base alle situazioni in cui si trovano manifestano una condotta individualistica o collettivistica. Ciò dipende dalla sindrome culturale favorita in quella specifica situazione.
Le sindromi culturali possono essere scomposte in varie componenti: es. individualismo = autostima, autonomia, etc. che sono variabili prossime, legate ad un contesto e riferite in modo concreto ai comportamenti.
Apprendimento culturale → consiste in una modifica relativamente duratura del comportamento; le persone imparano attraverso il coinvolgimento personale nelle attività ed interagendo con gli altri. Impariamo molte cose in modo continuo, senza farci caso.
Apprendimento sociale → a differenza dell’apprendimento individuale, è la condizione in cui si acquisiscono le sindromi culturali attraverso l’interazione con gli altri. È più vantaggioso di quello individuale in quanto meno soggetto ad errori.
Apprendimento latente → dipende dall’embodied learning studiata da Tolman: il topo in un labirinto è in grado di memorizzare le sua attività motorie per trovare la via d’uscita, senza bisogno di rinforzi. La nostra mente è influenzata dalle informazioni sensoriali e propriocettive che riceve.
Apprendimento vicario → apprendimento indiretto, attraverso l’esperienza di un altro.
I primi studi sono stati condotti su studenti cinesi che frequentavano università americane ad Hong Kong. Nel corso del tempo si erano appropriati di entrambe le sindromi culturali grazie al continuo scambio di esperienze con studenti cinesi e americani, all’esperienza attiva che facevano nei due diversi contesti, l’accumulo di conoscenze e il feedback che gli arrivava rispetto ai loro comportamenti. In quanto biculturali, questi studenti si comportavano in modo individualista in contesti americani (distanza emotiva dagli altri, autostima, autonomia, indipendenza, affermazione di sé, comunicazione esplicita) e in modo collettivista in contesti cinesi (interdipendenza rispetto al gruppo di appartenenza, attenzione per le aspettative altrui, cooperazione).
Studi con l’fMRI mostrano una diversa attivazione della corteccia prefrontale ventromediale nel rappresentarsi il concetto di sé, della propria madre e di altre persone sconosciute in contesti americani e nessuna differenza in contesti cinesi. La condizione di contesto americano o cinese è indotto tramite priming, ovvero un processo di facilitazione che si ottiene presentando indizi tipici di una delle due culture che possono consistere in simboli tipici o valori. Questi studi dimostrano che la mente biculturale modifica profondamente il funzionamento della mente stessa.
Immigrati di seconda generazione: sono i figli degli immigrati, che sono nati e cresciuti in un Paese diverso da quello dei loro genitori. Soprattutto nell’adolescenza, periodo di costruzione della propria identità sociale, si trovano a vivere il dilemma di quale cultura adottare, se rimanere fedeli a quella della loro famiglia di origine o se accettare la cultura del Paese in cui vivono.
Ci sono diverse possibilità: quella di mantenere la fedeltà verso la propria cultura di origine, con la conseguenza di trovarsi a disagio nel Paese in cui si vive, di convertirsi, con i successivi conflitti interni alla famiglia che spesso non accetta questa scelta, oppure di sviluppare una mente biculturale che permetta di sentirsi a proprio agio nei diversi contesti mantenendo una fedeltà ad entrambe le culture.
Ad esempio gli immigrati messicani di seconda generazione negli USA in casa parlano spagnolo e si comportano in linea con le norme di condotta messicane, a scuola parlano in inglese e sono perfettamente inseriti in tale contesto.
Come si acquisisce una mente biculturale:
- Un primo prerequisito è la consapevolezza culturale: la comprensione profonda dei processi, dei punti di forza e dei limiti della propria cultura. Questo evita di sentirsi smarriti quando si approcciano altre culture.
- Un secondo prerequisito è possedere una teoria della mente. La TOM è la capacità di attribuire agli altri...
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