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La pedagogia è un sapere autonomo, non si può ricavare la conoscenza riguardante l’educazione da

concetti diversi; è sbagliato partire da un’ideologia per capire cosa accade quando si educa.

Tradizionalmente si pensava che dalla psicologia si poteva trarre la descrizione di pedagogia. Negli ultimi

decenni questo pensiero è stato abbandonato. Ci si è affidati alle scienze dell’educazione, ma l’equivoco che

si è creato è questo: si pensava che si potesse partire da questi pensieri per spiegare l’educazione. Inoltre,

nello spiegare la definizione di pedagogia, si partiva dalla descrizione psicologica della persona. Questo fu

un altro errore. La caratteristica dell’educazione è che il rapporto tra educatore ed educando permette a chi

sta crescendo di maturare la capacità dell’essere libero. Ci si può avvalere di saperi diversi, ma questi

devono essere finalizzati a far emergere il fatto che la persona maturi la sua singolarità, la sua capacità di

essere libera. CAPITOLO 3

IL CONCETTO DI “PHYSIS” COME NUCLEO DI UNA FILOSOFIA (METAFISICA)

DELL’EDUCAZIONE.

Il concetto tradizionale di physis

La parola physis significa natura, come termine fondamentale dentro la scienza pedagogica. Il termine

physis (natura) allude alla nascita in diversi sensi (pag.106). Innanzitutto nella concezione degli antichi la

natura connota ciò che è stato generato. La differenza tra la natura e la tecnica è che ciò che è naturale è

generato, ciò che è tecnico è prodotto. Oggi si discute sui limiti che bisogna porre alla tecnica quando

interferisce con la vita. Espone al rischio che la vita sia considerata come un prodotto. Abermas, tedesco

laico, afferma che se noi possiamo manipolare il menoma, quel qualcuno che nascerà ci potrà domandare la

ragione di quello che hanno fatto nei suoi confronti, perché si è intervenuti a modificare la natura umana. Si

potrà cercare di rispondere, ma ci sarà un problema fondamentale: questo processo è irreversibile; noi

abbiamo trattato questo qualcuno come una cosa e l’abbiamo manipolato. Se le ricerche vengono, per

esempio, fatte per intervenire su una malattia va bene perché lo scopo è quello si sanare la natura, ma se

l’intervento (es genetico) va a modificare i tratti di una persona in modo permanente il problema è che noi

interveniamo intenzionalmente; ed è l’irreversibilità del problema che ci fa paura.

Gli antichi distinguevano ciò che è naturale da ciò che viene prodotto artificialmente. Essi sottolineavano

come la natura (qualcuno o qualcosa si esprime per forza propria) è importante perché porta

manifestazione delle caratteristiche che accomunano tutti coloro che appartengono, ad esempio, alla stessa

famiglia naturale. Il fatto che l’essere umano si riproduce da se fa si che egli sia portatore di una natura

umana che non deve essere cambiata.

Circa 500 anni fa la capacità tecnica dell’essere umano spicca un salto formidabile. Si cominciano ad avere

invenzioni sempre più sofisticate per cambiare la realtà. È un cambiamento molto forte perché se io

considero che il mondo e i viventi siano una macchina, sono portato a definire che sia legittimo qualunque

intervento, qualunque cambiamento che faccia funzionare queste macchine. Si va quindi a toccare dei

caratteri dell’essere umano che sono immodificabili. Io rischio di trattare la natura e quindi l’essere umano

come una macchina e quindi pensare che posso trasformarlo liberamente.

Facciamo un’ipotesi: noi quando lavoriamo facciamo fatica, se ci fosse la possibilità di rimuovere la fatica,

siamo sicuri che quello che diventiamo sarebbe coerente con quello che siamo?

Non è vero che noi siamo macchine, noi siamo viventi ed essendo viventi siamo tenuti a fare i conti con un

qualcosa da cui dipendiamo. Non siamo completamente manipolabili, esiste l’intervento terapeutico che ha

lo scopo di curare la malattia, cioè di contenere un limite. L’equivoco può essere il ritenere che questo

intervento di mutazione possa essere indefinito. È quindi importante riconoscere che esiste una natura

umana, e verificare se l’essere umano può venire manipolato. In particolare, c’è un passaggio che va tenuto

presente. Si considera un’obiezione al concetto antico di natura: l’idea che la natura umana sia un principio

astratto da cui ricaviamo le caratteristiche di una persona. Questa obiezione è sbagliata perché, in realtà, il

riconoscimento che esiste una natura umana non è avvenuto a partire da un’idea astratta, ma osservando le

persone e, riconoscendo che c’è qualcosa di comune fra le diversità che abbiamo, ha permesso di

individuare qualcosa che è permanente al di là del compito originale di ciascuno. Questa è la natura

umana.

Da pag. 115 il problema riguarda il concetto di metodo. La cultura moderna si costituisce circa 500 anni fa

a partire da un formidabile intervento della capacità di trasformare la natura. Perché si verifica questo?

Ci si rende conto che le osservazioni relative a quello che avviene in natura possono essere tradotte in

espressioni matematiche. Tutte le leggi naturali scoperte nella modernità sono state tradotte in quantità

matematiche. Mentre gli antichi si limitavano ad osservare i fenomeni e a trovare le somiglianze, il fatto che

i moderni trasformino i fenomeni in espressioni matematiche, fa si che le osservazioni possano essere

comparate. Attraverso la comparazione si è arrivati a progettare strumenti sempre più sofisticati. I moderni

hanno quindi trovato un metodo per spiegare la realtà: la matematica. Hanno quindi avuto la convinzione

che si può arrivare ad avere risultati certi e maturano la convinzione che ciò sia possibile attraverso un

procedimento, che segue un metodo in maniera precisa.

Però non è possibile credere che si possa trovare un metodo praticante il quale siamo certi del risultato. Se

l’educazione è finalizzata a portare a manifestazione della libertà, vorrebbe dire che la libertà è un risultato

di riconoscimento meccanico, ma la libertà non può essere un risultato di un meccanismo; perchè non c’è

nulla di libero in un procedimento meccanico.

Il problematicismo ritiene che il problema di cui, in realtà, è portatrice sia un problema che va utilizzato e

che non va risolto. Il concetto di problematicismo è scettico, ritiene che la verità non esiste, o se anche

esistesse, non può essere riconosciuta. La problematicità richiede che sia possibile trovare le risposte,

anche se la ricerca non avrà mai fine, perché ad ogni risposta che troviamo sarà legato un qualche

problema nuovo. Oggi viviamo in una società che afferma che la verità non esiste, non è possibile

riconoscerla e quindi ci affidiamo a delle soluzioni tecniche. La problematicità riconosce la libertà. Ci può

essere una pratica educativa dove l’educatore si astiene nell’intervenire in maniera educativa rispetto

all’educando. CAPITOLO 4

DERIVA NARCISISTICA, NULLIFICAZIONE DELL’”ALTERITÀ” E CONCETTO DI ESSENZA IN

PEDAGOGIA.

Ecco il problema del narcisismo: il narcisista è colui che fa di se stesso la misura di tutto. Questo

atteggiamento è negativo dal punto di vista educativo perché è indizio di immaturità. La tendenza di mettersi

al centro, è tipica del bambino. Più il bambino è piccolo, più cercherà la soddisfazione dei propri bisogni.

Non si può essere adulti se si rimane narcisisti. Se diventiamo capaci di contenere questo richiamo

diventiamo anche capaci di costruire una relazione con gli altri. In un rapporto di coppia bisogna essere in

grado di contenere il narcisismo se no si ha la tendenza a ridurre l’altro a se.

Auschwitz: campo di concentramento in cui si mira a distruggere l’alterità. Lo scopo era quello di

cancellare l’altro. I prigionieri venivano rasati (la capigliatura concorre a dare un profilo originale alla

persona), venivano vestiti con una divisa comune e soprattutto veniva assegnato a ciascuno un numero. La

differenza tra il numero e il nome è evidente: il numero allude ad una condizione di assoluta impersonalità.

Campo di concentramento come immagine cruda di una prospettiva volta a cancellare l’alterità. Auschwitz

preso come modello della civiltà occidentale. Noi viviamo in occidente e se maturiamo l’idea che

l’occidente sia una civiltà negativa, che ha puntato a distruggere l’alterità. La nostra educazione diventa

impossibile. A pag. 168 tre autori, in modo diverso, affrontano il tema dell’alterità.

Buber: ebreo,l’essere umano diventa se stesso attraverso la relazione. Pone in luce una differenza

fondamentale: la relazione “io, tu” e la relazione “io, esso”. La prima è la relazione tra persone. È

attraverso la relazione con le altre persone che noi diventiamo adulti. La seconda relazione consiste nel

rapporto con le cose. Non c’è paragone tra i due destinatari (persona, cosa). Questo perché nel rapporto

con la persona noi ci confrontiamo con un nostro simile, nel rapporto con la cosa, ci specchiamo con

qualcosa di completamente diverso da noi. Noi oggi facciamo i conti con una tecnologia sempre più

sofisticata, e questo fatto che si esprime in questo: che sempre più riconosce una dinamica che assomiglia

alla realtà. Per es. internet: qualcosa che prima non c’era è diventato compagno di strada fisso, ci permette

l’accesso ad una massa di informazioni sconosciute, ma attraverso esso non facciamo esperienza diretta di

niente. La nostra esperienza è tutta mediata. L’informazione infatti è ciò che qualcuno mi dice di qualcosa.

Nel rapporto con l’esso (in questo caso internet) noi rischiamo di credere di incontrare la realtà vera, ma

non è cosi. Il mondo virtuale può invadere la realtà. Il rapporto con l’esso ha dei limiti; è molto migliore il

rapporto con il tu.

A pag. 174 troviamo l’intervento di Levinas. Questo autore ha fatto i conti con il fenomeno del campo di

concentramento. Levinas: “io sono qualcuno perché c’è l’altro che mi guarda”. Ha cercato come sarebbe

possibile impedire la soppressione dell’alterità. Levinas afferma che, in realtà, nel rapporto “io, tu”, non

abbiamo una condizione simmetrica, ma il tu prevale. Se non ci fosse l’altro che mi guarda, io non sarei

nessuno. Non possiamo quindi disinteressarci dell’altro. Dato che io esisto perché l’altro mi guarda, tutto

ciò che riguarda l’altro, riguarda anche me. L’esperienza dell’amore: se noi amiamo qualcuno non

possiamo che riconoscerci dipendenti da quel qualcuno. L’amore connota sempre un rapporto di

dipendenza. La persona innamorata tende a sentire più urgenza di quello che interessa all’altro che a quello

che interessa a lui stesso. La lettura che dà Levinas è una lettura molto efficace, ma noi ci ritroviamo ad

avere rapporti con altre persone rispetto alle quali il tasso di attendibilità è basso, o quasi nullo. Non è

sufficiente quello che dice Levinas per indurci a prestare attenzione a questa verità che incrociamo.

(pag. 177) Ricoeur afferma che, in realtà, la prima esperienza dell’altro che noi facciamo, siamo ancora noi

stessi. Questo perché l’essere umano, essendo libero, fa esperienza di avere una coscienza (morale). Il

richiamo che noi sentiamo è il richiamo della nostra coscienza che ci porta a decidere se quello che stiamo

per fare è giusto o sbagliato. Questa è un’esperienza di profonda alterità. Noi possiamo essere

completamente consapevoli di ciò che facciamo e compiere atti atroci (es. kamikaze). La coscienza morale

pone la domanda se quello che vogliamo fare è giusto o sbagliato. Se non ci ponessimo la domanda ci

trattiamo da meno di quello ce siamo. Dobbiamo avere il coraggio di interrogarci se la soddisfazione che

stiamo cercando è buona o cattiva. Chi si pone questa domanda, si pone nella prospettiva di superare

oppure ottenere il proprio narcisismo. Il bambino solo crescendo diventa consapevole del fatto che bisogna

domandarsi se ciò che vogliamo raggiungere è buono o cattivo. Il capitolo porta avanti la riflessione: (pag.

181) se è vero che l’essere umano deve fare i conti con la sua coscienza, noi possiamo ancora parlare di

una natura umana, di una essenza umana. Egli ha costantemente trasformato il suo ambiente, trasformando

anche se stesso, il suo modo di pensare e di agire. La caratteristica fondamentale della vita umana è la

libertà. L’essenza umana esiste e connota ciò che nell’essere umano è unico rispetto agli altri animali, la

libertà. La persona libera è la persona che sa motivare le sue azioni. L’azione buona è l’azione che non

tratta nessuno come oggetto, è l’azione che riconosce in noi e negli altri dei tu. La schiavitù tratta l’essere

umano come un oggetto. Aristotele affermava: “lo schiavo è uno strumento parlante.” L’essenza umana

esiste, é la libertà come responsabilità, quindi, riconoscere che c’è un’essenza, significa caricare ciascuno

della responsabilità di corrispondere a quello che é. Dalla mancanza del rapporto con l’alterità, scaturisce

il narcisismo. Narcisista = personalità fragile. L’educazione dovrebbe essere la dinamica nella quale si

superi il narcisismo. CAPITOLO 5

RETORICA E PENSARE PEDAGOGICO.

Questo capitolo svolge una riflessione di tipo teorico accostando l’educazione alla retorica (pag. 201).

Retorica: riferimento fondamentale nella parte educativa per molti secoli, dal V-IV secolo fino al

rinascimento (circa 2000 anni).

Che cos’è la retorica? È l’arte della parola. L’oratore è la persona che sa parlare bene, e sa persuadere

l’interlocutore. Oggi noi siamo molto meno attenti a questo, perché pensiamo che l’abilità nella parola sia

qualcosa che confonde, che vuole far sembrare quello che non è. L’essere umano ha una caratteristica sua

propria che lo contraddistingue rispetto agli altri esseri viventi: è dotato della parola. Quest’ultima sa

esprimere un giudizio. Gli antichi pensavano che se noi educhiamo la persona a parlare bene, noi la

educhiamo in ciò che la caratterizza. Secondo loro il parlare bene aiutava al pensare bene. Infatti, quando

noi parliamo, non ci limitiamo ad emettere suoni, ma esprimiamo idee. Se noi ci abituassimo, per esempio,

ad un linguaggio volgare arriveremo a pensare in modo volgare. Ecco perché è importante controllare la

nostra parola. La cosa peggiore che può fare un educatore è parlare in modo volgare. Nel capitolo si cerca

di mettere in evidenza la somiglianza che c’è tra l’azione dell’oratore e l’azione dell’educatore. Somiglianze

fondamentali:

1. entrambi hanno a che fare con la comunicazione (come fatto globale, che riguarda le parole, i gesti

ecc). Gli educatori devono stare attenti a quello che dicono, a come lo dicono e dove lo dicono.

2. hanno a che fare con il possibile, non con il necessario. Come l’oratore non ha alcuna certezza di

riuscire a persuadere il proprio pubblico, così anche l’educatore ha a che fare con la libertà, cioè una

condizione d’incertezza. L’educazione è una delle dinamiche più incerte.

CAPITOLO 6

PEDAGOGIA OCCIDENTALE, EDUCAZIONE CRISTIANA E NICHILISMO.

La tesi che sostiene quest’ultimo capitolo è che la dimensione religiosa non è un elemento che si può

aggiungere alla vita e che ci può essere o non essere (pag. 240); la dimensione religiosa è essenziale alla

vita. L’educazione ci deve introdurre nella vita, ci deve fare imparare a vivere. La vita è confrontata

dall’alterità: tutti i giorni facciamo i conti con l’esistenza che in qualche modo ci limita. Il limite che li

contiene tutti è la morte. L’esperienza religiosa è connotata anche dal conflitto, dal dubbio. Non dobbiamo

credere che il credente sia quello che ha sempre la risposta a tutto. Il credente è la persona che vive il

rapporto con Dio con tutta la complessità che questo comporta. Ne danno testimonianza i grandi Santi.

(grande intensità nel rapporto con Dio). Madre Teresa di Calcutta, non sentiva la vicinanza con Dio. Cristo

sulla croce: “Dio, Dio perché mia hai abbandonato”, esprime quest’esperienza. L’esperienza religiosa non

è di tipo narcotico. Il credente la vive in tutta la sua intensità anche drammatica.

Il nichilismo, il fatto di ridurre il Dio al nulla è espresso da Nietzsche.

Se Dio esiste vuol dire che Dio assorbe in sé tutto. Ma io esisto, quindi Dio non può esistere. Di fronte al

male: com’è possibile che esiste se c’è Dio? Qualcuno ha quindi ricavato l’affermazione che Dio non può

esserci perché esiste il male.

Dopo decenni dalla frase di Nietzsche noi possiamo fare questa osservazione: l’aver attenuato il riferimento

religioso, non ci ha permesso di vivere meglio. Noi non facciamo meno fatica delle popolazioni che ci hanno

preceduto e il disagio lo dimostra. Non è liberandoci di Dio che diventiamo più capaci di vivere.

Nella parte conclusiva, a pag. 258, vuole dimostrare come il rapporto con il Dio cristiano, sia un rapporto

che permette all’essere umano di vivere fino in fondo la sua libertà. Lo conduce, quindi, ad un’esperienza

che è il contrario di quello che afferma Nietzsche. Attraverso la fede cristiana noi ci appropriamo di noi

stessi e ci appropriamo della vita di come realmente sarebbe. Caratteristiche:

• tutta la storia della salvezza presenta un Dio che scende in campo, diventa interlocutore ma non

impone nulla all’essere umano. Dio non annienta l’essere umano ma lo vuole persuadere.

Celso (pagano): ‘ma perché Dio non poteva procedere direttamente da sé?’

Risposta: ‘se io avessi agito in questo modo la vostra libertà sarebbe stata annientata.

Esempio: noi siamo liberi di poterci guardare attorno perché c’è luce e ombra. Se noi fossimo

sottoposti alla luce abbagliante,la facoltà dell’azione si può esprimere soltanto in una condizione

che unisce luce e ombra, chiaro e scuro. La fatica di affrontare la vita, soprattutto il male, è

la condizione che ci permette di esercitare la libertà.

• A pag. 263 viene espressa la libertà della creatura: nella prospettiva cristiana la creatura è libera.

Peccato originale: felice colpa (ha permesso di manifestare la nostra libertà). Il rapporto religioso

è uguale al rapporto coniugale. Dio non si manifesta in forma fisica; è l’esperienza che, più di ogni

altra, permette di vivere l’unità, non cancella la differenza. Rimaniamo noi stessi anche quando ci

troviamo totalmente coinvolti con l’altro. Rapporto nel quale la libertà umana non è mai

cancellata, è sempre chiara la distinzione. La forza educativa: come nel rapporto coniugale si fa

esperienza dell’intimità massima, cosi nel rapporto con Dio, nonostante la forza attrattiva, non

viene mai cancellata la differenza ed è questo che permette la nostra libertà

Pag. 266: Il dio cristiano è un Dio trinità. Padre, Dio, Spirito Santo.

Pag. 268: L’incarnazione, morte e resurrezione: sono eventi che rendono Dio prossimo all’essere umano,

ma questa prossimità non si risolve in identificazione. Resurrezione:non siamo costretti a credere, è un

evento che ci lascia liberi.

Conclusione:

L’educazione cristiana ha un suo significato, non soltanto in rapporto a ciò che è proprio, ma anche in

rapporto all’esigenza di affrontare bene la vita, nella sua condizione che ci fa incontrare il nostro limite. Ci

sfida ad essere capaci di vivere bene il senso del limite. Il disagio; il senso del limite vissuto male.

Dante: il contrario di chi crede è colui che crede che l’essere umano sia solo.

Terreno teorico: è possibile creare un pensiero metafisico sull’educazione.

Terreno pratico: il nocciolo dell’educazione sia tutto sfida del controllo del desiderio.

Possiamo interpretare l’educazione attraverso il pensiero metafisico?

L’educazione è controllo del desiderio

PEDAGOGIA IN PROSPETTIVA ARISTOTELICA

Di Giuseppe Mari


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DETTAGLI
Esame: Pedagogia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze motorie e dello sport (Facoltà di Medicina e Chirurgia di Roma e di Scienze della Formazione di Milano) (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dylan.tasinato di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Mari Giuseppe.

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