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Appunti pedagogia e didattica speciale - Collacchioni

1° lezione: 2/10/2013

Spiegazione del libro L'essenziale è invisibile agli occhi. Lo scopo di questo libro è rispondere alla domanda: “che cosa è l'integrazione in modo parziale?”. Le risposte che vengono prodotte a questa domanda collegano vari aspetti fondamentali tra loro, come la promozione dell'autoriflessività, la responsabilità educativa degli adulti nei confronti dei bambini e delle cose, imparare ad ascoltare, interpretare e rispettare. È importante imparare a spostarsi dal proprio punto di vista, perché ogni volta dovrò avere una lettura diversa.

Imparare a uscire dal proprio punto di vista è importante perché in questo modo saremo capaci di mettere la “persona” con cui stiamo parlando al centro. Per esempio, quando parlo di persona disabile il mio obiettivo sarà quello di mettere al centro di tutto il fattore “persona” che la caratterizza e non il fattore “disabile”, tenendo allo stesso tempo bene a mente il concetto che le differenze vanno promosse. Questo è possibile utilizzando l'autoriflessività e un altro aspetto importantissimo, l'intenzionalità, che a sua volta può essere suddiviso in due parti: rispetto e ascolto, da considerarsi nella sua globalità, quindi ponendo particolare attenzione al linguaggio non verbale.

Nel libro L'essenziale è invisibile agli occhi, per spiegare al meglio i concetti, si fa costante riferimento a tre libri: Il piccolo principe, Diario di scuola e Zigulì.

Il piccolo principe

È un testo essenziale per farci capire l'importanza della dimensione della cura, che non è da intendersi come una cura in un “senso medico” ma come un prendersi cura, un mandare messaggi positivi dai quali il destinatario dei nostri gesti riesca a capire che ci importa di lui. Questo messaggio, che dal Piccolo principe è nascosto sotto il rapporto tra il principe e la sua rosa, è facilmente ricollegabile al messaggio “I CARE” lanciato da Don Milani.

Diario di scuola

Questo secondo libro, scritto da Daniel Pennac, parla in particolare della scuola e ci fa capire come, all'interno di un gruppo, se noi andiamo ad analizzare, in questo caso il gruppo è da intendersi come gruppo-classe, scopriamo facilmente che il concetto di integrazione e quello di esclusione appartengono a tutti, sia agli alunni più bravi sia a quelli meno bravi. Il messaggio che Pennac vuole mandare è che quando noi decidiamo di avere un atteggiamento di integrazione o, al contrario, uno di esclusione, questo non si ripercuote sulla singola persona in quel contesto, ma anche sulle altre. Gli insegnanti e gli educatori devono tendere a un atteggiamento di solidarietà. In questo modo, quando compiremo la scelta di uno dei due atteggiamenti, sapremo quale è la via migliore da prendere, in modo tale da lavorare serenamente in gruppo, creare benessere e condivisione, creare disponibilità ad aiutare e differire competenze scolastiche da altri tipi di competenze. Quando questo non succede, è qui che nascono quei disagi scolastici che caratterizzano la vita di molte persone e che spesso (quasi sempre) hanno ripercussioni per tutta la vita.

Zigulì

Questo libro offre una prospettiva della disabilità in modo totalmente diverso rispetto a quello a cui siamo abituati. La prima diversità di questo libro è data dal punto di vista, poiché è quello di un padre con una persona con disabilità cognitiva grave, che parla con toni spesso molto aspri, anche tramite l'utilizzo di parolacce, di tutti gli ostacoli personali che ha subito esteriormente e interiormente a causa della disabilità di suo figlio. Nonostante l'asprezza di questa ottica, si può dire che sia veramente completa.

Struttura del volume

Il volume è strutturato in 3 capitoli:

  • 1° Capitolo: Identità della persona
  • 2° Capitolo: Integrazione come forma mentale
  • 3° Capitolo: Integrazione scolastica e sociale

Cap 1: Identità della persona

Ovviamente la nostra domanda sarà la seguente: che cosa è l'identità? L'identità è sempre in fieri, è qualcosa che è sempre in costruzione e mentre crea sé stessa costruisce le relazioni. È l'io e l'io esiste in quanto non solo è qualcosa di interiore, che solo io posso provare, ma esiste e si modifica, o meglio noi lo modifichiamo in relazione a ciò che gli altri pensano di noi. È dato quindi anche dalla società, da ciò che abbiamo intorno e non solo da noi stessi. Le basi per la costruzione dell'identità si gettano nell'infanzia e nelle relazioni primarie vissute in famiglia si sviluppano fiducia, fondamentale per crescere, autostima, e anche una dimensione affettiva fondamentale per la nostra vita e per la cura. Quando si entra nella società, l'identità si rafforza e modifica specialmente a scuola, che è la prima comunità più allargata con la quale si entra in contatto. Dell'identità fanno parte anche le peculiarità della persona che si sviluppano fenomenologicamente in modo diverso nei diversi contesti. Potremmo quindi dire che si sviluppa attraverso le nostre esperienze. L'identità, a dispetto di quello che si pensava in passato, si costruisce lungo l'arco di tutta la vita, LLL, e lo sappiamo proprio da dei dati scientifici che hanno dimostrato che a livello neuronale questi vivono o muoiono a seconda che noi facciamo o non facciamo nuove esperienze.

L'io ha dei forti legami anche sul tema dei prossimi capitoli, l'integrazione. Un altro tema molto importante per la costruzione dell'identità è la costruzione del sé. Il sé veniva definito da Oliviero Ferraris “come una pelle”; infatti, il sé parte a costruirsi dalla corporeità esterna ma anche da quella interna, questo rende particolarmente difficoltoso capire la differenza tra oggettivo e soggettivo, ma è il nostro corpo quella cosa che ci permette di manifestarci al mondo. William James sosteneva che l'identità fosse un fine, che fosse in fieri, cioè in continuità. C'è un confine ovviamente che viene sempre rappresentato dal contesto poiché per costruire la nostra identità attuiamo un processo che ci permette di adattarci all'ambiente che ci serve per poter andare avanti e che ci aiuta nelle eventuali situazioni di disagio che potrebbero verificarsi. È proprio da queste situazioni che possiamo chiarire il concetto di corporeità interiore, con questa definizione infatti intendiamo i sintomi e i segnali (linguaggio non verbale) che il nostro corpo prova e ci manda nei momenti di pericolo.

Il fenomeno sempre più frequente dell'omologazione è fortemente legato alla costruzione dell'identità. Quando si verifica l'omologazione accade perché l'identità non è salda; questo succede specialmente nell'adolescenza, ma non solo. Se parliamo di costruzione dell'identità di una persona disabile, possiamo notare che oltre a queste difficoltà se ne aggiungono altre, prima fra tutte quella che spesso molte persone tendono a sostituirsi a lui, ma questo non è affatto d'aiuto.

In sintesi possiamo dire che: l'identità è una sintesi tra l'idea che noi abbiamo di noi stessi e quella che gli altri hanno di noi, anche in riferimento ai diversi ruoli che ricopriamo. È come se gli sguardi degli altri avessero un ruolo attivo nel validare o invalidare le sicurezze e la nostra personalità. Ovviamente anche noi facciamo questo nei confronti degli altri. Il fatto che gli altri ci possano accogliere o non accogliere, confermando o meno la costruzione del sé, si ripercuote sulla nostra integrità psichica. Dagli altri dipende inoltre la costruzione dell'identità collettiva quindi possiamo dire che:

  • Esiste un sé soggettivo e un io sociale
  • Siamo esseri polidentitari (Morin)
  • Ogni persona è una realtà complessa
  • Ogni persona è una realtà bio-psico-sociale

Cap 2: Integrazione come fattore mentale

L'integrazione, che cosa è? È una forma mentale (formae mentis), un modo di pensare e di essere che ci permette di stare nel mondo in modo includente verso le persone e le cose. Tutto è integrazione se siamo disponibili all'accoglienza e se siamo desiderosi, il che è come sempre una questione di scelte, di interagire e stare con gli altri nel mondo. Tutto diventa relazione e tutto parte da una scelta.

L'uomo, per sua natura di essere sociale, ha il bisogno di integrarsi e sentirsi integrato con gli altri, di sentirsi parte di un gruppo, di una comunità, di costruirsi una dimensione identitaria (e qui si ricollega a quello che ho detto alla fine nel primo capitolo) e relazionale effettivamente carica e significativa. Noi viviamo l'integrazione in ogni momento, per tutta la vita (LLL= life long learning), così come l'esclusione. Sono due dimensioni che appartengono a tutti. L'integrazione è una dimensione della vita e dell'empatia che noi possiamo coltivare. Partendo dalla base della nostra natura sociale che ci fa avvicinare agli altri, che è lo stesso motivo per cui in realtà ogni uomo è empatico, quindi tutti noi siamo predisposti per natura a essere empatici. Esserlo o non esserlo è sempre una scelta che noi facciamo, spesso dovuta al fatto che nel corso della nostra vita subiamo forti condizionamenti culturali, specialmente nella cultura occidentale molto più rispetto a quella orientale, che ci fanno, la maggior parte delle volte, perdere questa parte emotiva, fino a quando arriva un momento in cui noi decidiamo di riscoprirla e coltivarla. Come per l'empatia, le esperienze determinano o meno anche l'integrazione, e questo vale per tutti i contesti.

L'integrazione, per essere tale, deve essere in primis a livello sociale, e quindi è l'incontro con l'altro la base di tutto questo, dal quale si crea dialogo, dal dialogo si va all'integrazione. È quindi condivisione su tutti i campi. Un esempio valido può essere quello della comunità di destino definita così da Morin che promuoveva l'idea di un villaggio globale, e quindi, riprendendo dal suo pensiero, secondo lui l'integrazione dovrebbe essere un habitus mentale del cittadino planetario.

L'integrazione è una forma mentale che collega mente e cuore, che, anche se apparentemente distanti, si incontrano quando decidiamo di avere un atteggiamento includente. Spesso nella nostra società tendiamo a pensare che mente e cuore siano aspetti molto distanti e diamo quindi più importanza al cervello, decidendo di vivere il più razionalmente possibile. Questa forma mentale ovviamente parte dall'infanzia e in particolar modo è l'atteggiamento che i genitori hanno nei confronti dell'inclusione che condizionerà il bambino non solo per tutto il corso della sua infanzia, ma la maggior parte delle volte sarà un modello per tutto l'arco della loro vita a cui faranno riferimento. La scuola poi dovrebbe promuovere l'integrazione, ma anche qui non è garantita perché dipende dagli insegnanti che si distinguono in due categorie: coloro che accolgono e coloro che puniscono. Sia la scuola sia la famiglia si dimenticano spesso però che il concetto di diversità appartiene a ognuno di noi. L'integrazione o l'esclusione, per usare una metafora, sono come un boomerang lanciato bene.

Parliamo di quando la diversità è il corpo a crearla (nella mente degli uomini), parliamo quindi di una persona disabile. Quello che noi dovremmo volere per migliorare la sua accoglienza nella scuola e anche nella vita è quello di spostare l'attenzione sul fatto che anch'essa è una persona e non un disabile, spostarsi quindi dalla sua disabilità come un qualcosa che lo caratterizza a persona, quindi con il suo carattere, le sue abilità, i suoi difetti, ecc. Spesso è proprio per questo che tendiamo a notare che è spesso proprio ai bambini (ma anche ai più grandi) disabili che tocca avere molta, moltissima pazienza con gli altri. L'inclusione dei disabili non avviene solamente nel chiamarli “diversamente abili” piuttosto che disabili, ma il loro handicap si manifesta, per fare l'esempio più classico, nel momento in cui le barriere architettoniche non sono state abbattute. Qui si fa un riferimento al rapporto rosa, piccola e indifesa, e il principe, mettendo a paragone persone e fiori, che spesso sono così deboli che sono sempre in balia degli altri e che non sanno quindi come difendersi da questi. Nel Piccolo principe c'è una frase dove viene nominato il “paese delle lacrime” e qui possiamo paragonarlo alla dimensione dei legami autentici che spesso vengono abbandonati. La domanda che quindi un educatore si deve porre è: come si può mantenere un legame autentico? Facendo un'operazione di decentramento che è la chiave fondamentale di un avvicinarsi all'altro. Quando noi facciamo un'operazione di decentramento, ci spostiamo, senza abbandonarlo, cioè senza assorbirsi ad altro, dal nostro punto di vista per promuovere un dialogo con l'altro. Il decentramento è un rapporto che determina l'educazione. Utilizzando il decentramento ci avviciniamo sempre di più al concetto di prendersi cura. In questo modo essa può diventare un orizzonte di senso, cioè una scelta che noi facciamo, che ci orienta verso la direzione più giusta, che ci condurrà verso un diradamento delle opacità, con il termine opacità noi intendiamo le parti non evidenti della persona, la sua interiorità, che ovviamente non si vede a occhio nudo, ma ha la possibilità di esprimersi. È una parte in potenza, quando noi lavoriamo sulle opacità andiamo a lavorare sulle possibilità.

Cap 3: L'integrazione a scuola

Spesso a scuola capita di sentirsi stranieri, nel senso di sentirsi esclusi. A scuola questo dipende dall'atteggiamento degli insegnanti, i quali si possono distinguere in due tipi:...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher A28 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Collacchioni Luana.
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