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Introduzione

Sempre più spesso, le normali modalità di interazione tra coetanei mirano a ottenere popolarità e potere personale. L'impressionante aumento degli episodi di bullismo non riguarda solo la maggiore frequenza delle prepotenze, ma registra anche un aumento di intensità della violenza e della crudeltà perpetrate. A tutto ciò si aggiunge il continuo diffondersi ed evolversi degli strumenti di comunicazione che creano le condizioni affinché il bullismo si trasformi e diventi sempre più complesso, in particolare nelle sue forme di manifestazione. Nello specifico, i nuovi strumenti di comunicazione rappresentano nuovi veicoli per attuare prepotenze. Questa nuova forma di bullismo è stata definita dall'educatore canadese Bill Belsey come cyberbullismo: con tale espressione si fa riferimento ad atti di intimidazione e di molestia effettuati tramite mezzi elettronici (computer, telecamere, cellulari, ecc.).

Tutto ciò mette in evidenza che l'aggressività non costituisce un costrutto unitario, ma è strettamente legata a molteplici variabili che ne influenzano le forme di manifestazione, i soggetti coinvolti, le modalità di diffusione, ecc. Il comportamento aggressivo è uno tra i più resistenti al cambiamento, di conseguenza, si rivela di fondamentale importanza individuare i molteplici fattori che possono favorirne l'insorgenza ed il mantenimento. La conoscenza delle reciproche influenze individuo-ambiente può rappresentare un primo passo verso la soluzione della problematica del bullismo.

Bullismo e cyberbullismo

Capitolo primo

Il bullismo è un fenomeno diffuso anche nel nostro Paese. È una forma di oppressione subdola in cui una vittima sperimenta una condizione di umiliazione e sofferenza. Si tratta di un fenomeno sommerso, di un'autentica forma di oppressione che spesso sfugge agli occhi degli adulti, ingenuamente abbagliati dallo stereotipo dell'età dell'innocenza. Il fenomeno è sempre più fortemente connotato a livello sociale e i suoi effetti si amplificano a causa sia della sovraesposizione mediatica degli episodi di bullismo/cyberbullismo, con conseguente aumento della possibilità di riprodurre comportamenti ostili, sia della diffusione dei nuovi strumenti di comunicazione, che costituiscono dei nuovi veicoli mediante i quali attuare azioni di intimidazione.

Rivela di fondamentale importanza procedere ad un'analisi particolareggiata delle caratteristiche, delle variabili e delle dinamiche interne al fenomeno oggetto di studio.

1.1 – Il bullismo

1.1.1 – Definizione di bullismo

Il termine bullismo è usato nell'ambito degli studi sociali per indicare il fenomeno delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo ed indica il comportamento sia da bullo sia da vittima. Nei primi studi, effettuati agli inizi degli anni '70 nei Paesi Scandinavi, l'espressione bullismo era generalmente utilizzata per indicare il comportamento aggressivo attuato da un gruppo di individui nei confronti di un loro coetaneo. Solo verso la fine degli anni '70, il termine bullismo comincia ad essere adoperato in un'accezione più ampia, sostenendo l'idea che il bullismo fosse riferibile sia al gruppo (gruppo vs individuo) sia all'individuo (individuo vs individuo).

Inoltre, nello stesso periodo, si cerca di stilare un profilo del bullo: soggetto, solitamente di sesso maschile, che infastidisce e opprime i coetanei mediante attacchi fisici e/o psicologici. I numerosi studi che da allora si sono occupati dell'argomento hanno individuato alcune caratteristiche peculiari della relazione bullo-vittima: l'asimmetria, l'intenzionalità e la sistematicità. L'asimmetria fa riferimento allo squilibrio delle forze (fisica e psicologica) in gioco tra bullo e vittima. Infatti, il bullo è colui che usa la propria forza per danneggiare il coetaneo più debole; mentre, la vittima è il compagno incapace di difendersi dalle prepotenze del più forte. L'intenzionalità implica la volontà del bullo di mettere in atto in maniera premeditata comportamenti ostili al fine di arrecare sofferenza agli altri. Infine, la sistematicità riguarda la frequenza con cui si manifestano le prepotenze che devono essere ripetute, costanti e prolungate nel tempo.

Nello specifico, sembrerebbe che le vittime rischino di chiudersi in se stesse con conseguenti ripercussioni a livello di scarsa autostima, solitudine e depressione; mentre i bulli rischino di entrare in conflitto con le regole sociali e giuridiche e ciò, a sua volta, favorirebbe l'emissione di condotte antisociali.

1.1.2 – Le forme del bullismo

Gli episodi di bullismo possono manifestarsi sia mediante la forza o il contatto fisico (azioni dirette o bullismo diretto fisico) sia attraverso intimidazioni verbali (azioni indirette o bullismo diretto verbale). Le azioni dirette includono aggressioni fisiche e attacchi verbali; al contrario, le azioni indirette implicano la diffusione di storie false o pettegolezzi al fine di escludere qualcuno dal gruppo. Negli ultimi decenni, si è cominciato a far riferimento anche ad una ulteriore tipologia di azioni aggressive: il bullismo indiretto. Con tale espressione si indica una modalità relazionale ostile che ha l'obiettivo di ledere ogni legame di amicizia o sentimento di inclusione al gruppo dei pari attraverso azioni sottili, indirette e celate.

Altri autori includono nella definizione anche tutte quelle modalità che hanno l'obiettivo di danneggiare l'autostima e il ruolo sociale della vittima. Inoltre, gli studi in questo settore hanno cercato di categorizzare i comportamenti aggressivi indiretti. Differenti sono stati i termini utilizzati, in particolare: aggressività sociale, aggressività indiretta. L'aggressività sociale è una modalità relazionale caratterizzata dall'assenza di alti livelli di reciprocità (rapporti faccia a faccia) e dall'uso della comunità come veicolo di attacco. In altre parole, i bulli utilizzano il pettegolezzo, l'esclusione sociale e l'alienazione sociale per colpire le proprie vittime.

Anche l'aggressività indiretta è una modalità relazionale contrassegnata dall'assenza di alti livelli di reciprocità, ma i comportamenti mediante i quali si manifesta sono l'ignoramento, l'evitamento e l'esclusione degli altri dalle relazioni interpersonali. Caratteristica peculiare di tali comportamenti è che il perpetratore è presente, ma non identificabile. Sostanzialmente, ciò che differenzia l'aggressività sociale dall'aggressività indiretta è che il perpetratore non usa la comunità sociale come veicolo di attacco. Infine, l'aggressività relazionale include modalità comportamentali (isolamento/esclusione sociale, ignoramento, minaccia di sottrarre amicizia o affetto, pettegolezzo) che deteriorano i rapporti di amicizia e/o i vincoli di appartenenza al gruppo dei pari. Ciascuno di questi comportamenti implica maggiori o minori livelli di reciprocità, in quanto si va dall'ignoramento o dalla minaccia di terminare un rapporto di amicizia al pettegolezzo. Ciò che differenzia sostanzialmente le tre tipologie di comportamenti aggressivi indiretti è la possibilità di un confronto diretto tra perpetratore e vittima.

1.1.3 – Caratteristiche dei principali protagonisti del bullismo

I principali protagonisti degli episodi di bullismo sono il bullo, la vittima e lo spettatore. Il bullo è quel soggetto che mette in atto comportamenti aggressivi volontari, sistematici e strumentali con l'unico intento di arrecare sofferenza agli altri. Inoltre, i bulli hanno nei confronti delle modalità aggressive un atteggiamento favorevole perché le considerano le più efficaci per ottenere potere personale e sociale e per risolvere le situazioni problematiche; di conseguenza, sono pronti a giustificare il proprio comportamento assumendo atteggiamenti di indifferenza e scarsa sensibilità morale verso la vittima (alti livelli di disimpegno morale).

È possibile distinguere tra due tipologie di bulli: il bullo leader e il bullo passivo. Il bullo leader è quel soggetto che incita e/o attua azioni offensive nei confronti di un coetaneo, mentre il bullo passivo è quel soggetto che, pur non incoraggiando personalmente azioni ostili, supporta il bullo leader nella realizzazione delle sue prepotenze. Secondo Olweus (1996), il meccanismo psicologico che guida il bullo passivo è quello del contagio sociale: i soggetti mettono in atto comportamenti aggressivi dopo avere avuto la possibilità di osservarne l'emissione da parte di un coetaneo che funge loro da modello (bullo leader).

La vittima è quel soggetto che assume atteggiamenti passivi nei confronti degli episodi di prepotenza. L'assunzione di tali atteggiamenti è dovuta al fatto che, generalmente, le vittime sono soggetti fragili, ansiosi, insicuri, incapaci di difendersi autonomamente e tendenzialmente più vulnerabili rispetto ai loro coetanei. Inoltre, le vittime hanno nei confronti dell'aggressività un atteggiamento sfavorevole che le porta ad avere una particolare propensione verso la sottomissione, l'incertezza comportamentale e la dipendenza dagli altri.

È possibile distinguere due tipologie di vittime: la vittima passiva e la vittima provocatrice. La vittima passiva è quel soggetto ansioso e con scarsa autostima che cerca in tutti i modi di evitare ogni forma di contrasto e che è disposta a subire le prepotenze rinunciando all'espressione dei propri bisogni, sentimenti ed emozioni. Al contrario, la vittima provocatrice è quel soggetto che istiga i perpetratori e che mette in atto azioni offensive non intenzionali e strumentali. In tale ruolo è possibile rilevare la combinazione di un modello relazionale di tipo ansioso (tipico della vittima passiva) con uno di tipo aggressivo (tipico del bullo).

Infine, gli spettatori sono quei soggetti che assistono agli episodi di prepotenza e che incitano il bullo a continuare nelle sue prepotenze o cercano di farlo smettere. È possibile distinguere due tipologie di spettatori: lo spettatore passivo e lo spettatore attivo. Lo spettatore passivo è quel soggetto che resta neutrale, freddo e distaccato durante gli episodi di prepotenza. Tale atteggiamento fa in modo che lo spettatore passivo diventi un complice del bullo perché dà a quest'ultimo la possibilità di procedere in modo indisturbato. Al contrario, lo spettatore attivo è quel soggetto che non resta indifferente negli episodi di bullismo, ma interviene con modalità aggressiva o assertiva. Nel primo caso, i soggetti riconoscono nell'aggressività la modalità più efficace ed efficiente per risolvere il conflitto; nel secondo caso, i soggetti intervengono in difesa della vittima al fine di gestire i conflitti, di rispondere alla richiesta di aiuto e di offrire sostegno psico-emotivo.

All'interno del setting, inoltre, è possibile identificare altri quattro protagonisti che possiamo definire secondari: l'aiutante del bullo (colui che aiuta materialmente il bullo), il sostenitore del bullo (colui che partecipa indirettamente all'azione, ovvero lo incita), il difensore della vittima (colui che fornisce sostegno morale e materiale) e il bullo-vittima (colui che attua e subisce le prepotenze).

1.1.4 – Differenze di genere e di età

Gli studi condotti sul fenomeno del bullismo hanno rilevato l'esistenza di differenze più o meno significative inerenti le variabili età e genere. La variabile età sembra essere strettamente correlata alla modalità di interpretazione del bullismo, al ruolo assunto negli episodi di prepotenza e alla scelta delle modalità aggressive. Alcuni autori hanno rilevato differenze significative tra bambini e adolescenti. Nello specifico, sembrerebbe che i bambini siano in grado di distinguere solo tra scenari aggressivi e non aggressivi, mentre gli adolescenti siano in grado anche di distinguere ed individuare gli episodi di bullismo. Per ciò che concerne il ruolo assunto negli episodi di prepotenza, Olweus (1993) sottolinea che i bambini sembrano assumere prevalentemente il ruolo di vittima, mentre gli adolescenti quello di bullo. Infine, in relazione alla scelta delle modalità aggressive da mettere in atto, le differenze riguardano solo gli adolescenti e il fatto che in questi si assiste al passaggio dal bullismo diretto fisico al bullismo indiretto verbale.

La variabile genere, invece, sembra essere correlata sia al coinvolgimento negli episodi di bullismo sia alla scelta delle modalità di prevaricazione. In particolare, i maschi sembrano essere maggiormente coinvolti negli episodi di prepotenza rispetto alle femmine. Inoltre, i maschi sembrano privilegiare azioni di prepotenza di tipo diretto (soprattutto fisiche), mentre le femmine sembrano preferire azioni di prepotenza di tipo indiretto (pettegolezzo, diffusione di storie false e inventate).

1.1.5 – Fattori di rischio contestuali e bullismo

Il bullismo viene distinto da diversi ruoli e fattori causali, poiché i soggetti non nascono bulli, ma lo diventano come conseguenza di una serie di comportamenti appresi. È essenziale individuare e analizzare quei fattori di rischio contestuale che possono favorire l'insorgenza di tale manifestazione. Il primo e fondamentale setting educativo in cui l'individuo inizia il processo formativo è la famiglia. In riferimento all'insorgere di eventuali comportamenti violenti, basilare è il concetto di funzionalità familiare. Questa espressione è comunemente adottata per indicare la normalità della famiglia ed è riferibile alla valutazione dell'efficacia di una determinata struttura familiare.

Mentre con il termine disfunzionalità familiare si indicano modelli familiari non adeguati per la presenza di sintomi di disagio. Ogni valutazione di funzionalità/disfunzionalità familiare è legata agli obiettivi che ogni famiglia intende raggiungere. Obiettivi che sono strettamente correlati alle credenze familiari circa i concetti di normalità e salute, le condizioni economiche, le concezioni culturali, ecc. Non si può e non si deve andare alla ricerca di uno specifico modello familiare che presenti un insieme di caratteristiche fisse, ma che bisogna focalizzare l'attenzione su tutti i processi che caratterizzano un particolare contesto familiare. Solo in questo modo sarà possibile evitare di incorrere in errori di valutazione. Tra i principali errori valutativi vi è quello di considerare come disfunzionale uno stile familiare variabile o un modello familiare con atipici schemi adattivi. O, ancora, considerare come funzionale un modello che solo in apparenza non presenta caratteristiche disfunzionali.

Numerose ricerche hanno rilevato che la genesi dei ruoli di bullo e vittima è correlata allo stile genitoriale. A sostegno di tale ipotesi ritroviamo il modello di coercizione di Patterson (1982) che si rifà alla teoria dell'apprendimento sociale di Bandura (1973) e che porta avanti l'idea secondo cui un comportamento antisociale è appreso, inizialmente, in ambito familiare e, successivamente, è generalizzato al di fuori di esso. Patterson (1982) afferma che l'osservazione di un modello genitoriale aggressivo favorisce, nel bambino, l'emissione di comportamenti ostili e di non-compliance nei confronti dei genitori. Comportamenti che, successivamente, sono riportati e replicati in tutti gli altri contesti quotidiani. In particolare, Patterson (1982) sottolinea l'importanza di due processi: (1) l'apprendimento per imitazione: l'esposizione a modelli aggressivi aumenta l'emissione di comportamenti ostili; (2) il rinforzo vicariante: “particolare feedback che, indirettamente, produce effetti sul soggetto che osserva. Se il comportamento aggressivo emesso da un modello è interpretato come efficace ed efficiente, aumentano le probabilità che questo sia ripetuto in futuro. Di conseguenza, i comportamenti socialmente adeguati e prosociali tendono ad estinguersi”.

Inoltre, poiché molte volte i genitori dei bulli sostengono i comportamenti aggressivi dei loro figli, ovvero, accettano il loro modo di operare, questi ultimi non riescono a capire che il loro modo di agire è sbagliato e offensivo, non provano rimorso per avere fatto del male a qualcuno e si rifiutano di accettare la responsabilità dei loro comportamenti inadeguati. Alcune ricerche (2004) hanno messo in evidenza che il comportamento da bullo è direttamente correlato allo stile genitoriale autoritario o permissivo. Ciò perché nello stile autoritario i genitori adottano comportamenti di tipo coercitivo per interagire con gli altri e avere potere sugli altri, mentre in quello permissivo non forniscono gli opportuni limiti ai comportamenti dei figli. L'adozione da parte dei genitori di tali stili educativi inadeguati può portare il bullo a percepire il proprio contesto familiare come caratterizzato da mancanze affettive, comunicative e regolative.

Fattore predittivo della condizione di vittimizzazione poiché, in linea generale, una madre iper-protettiva rende il proprio figlio ansioso ed insicuro e ciò non gli permette di affermarsi positivamente all'interno del gruppo dei pari (la condizione di vittimizzazione maschile sembrerebbe associata all'iper-protezione materna; mentre quella femminile all'ostilità materna). Il secondo setting formativo è la scuola. Questa si configura come luogo educativo e formativo per l'acquisizione di conoscenze e competenze specifiche e, soprattutto, per lo sviluppo di un'adeguata coscienza critica. Il bullismo è un fenomeno sociale che dà vita a tutta una serie di molteplici e differenti dinamiche di gruppo quando i soggetti vi sono coinvolti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher KrazyGin di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Bagnato Karin.
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