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 lombarda

A questa si aggiunse una seconda raccolta, definita , seconda metà

dell’XI secolo, in cui il materiale non è raccolto in ordine cronologico, ma in ordine

sistematico. Un processo di elaborazione più raffinato. Non ci si limitò a riportare le

leggi seguendo la cronologia ma si cercò di trovare in esse ordine sistematico.

La scuola di Pavia fece qualcosa di più: non si limitò a raccogliere il materiale esistente ma

iniziò un processo di elaborazione dottrinale di questo materiale, iniziò in sostanza un

lavoro di tipo esegetico e interpretativo. Annotazioni, interpretazioni e commenti

accompagnano i testi del liber papiensis. Questi dimostrano che i giuristi pavesi

conoscevano il diritto longobardo, franco e le consuetudini e piuttosto bene il diritto

romano fino ad allora circolanti (corpus iuris civili).

Una buona conoscenza del diritto romano la troviamo in quest’opera, che è di sicuro

l’opera interpretativa più importante alla legislazione longobardo-franca, rimasta anonima:

Expositio ad Librum Papiensem : un opera di tipo esegetico fatta proprio intorno al liber

papiensis (seconda metà dell’XI sec.). E’ un opera di notevole ampiezza in cui l’anonimo

estensore raccoglie i risultati dell’attività interpretativa compiuta sulle leggi longobardo

franche del liber papiensis da varie interpretazioni di giuristi. In sostanza raccoglie le

opinioni espresse da questi giuristi e talvolta accanto ad essa vi è anche il nome

dell’estensore stesso. Ciò ci dice che senz’altro la c.d. scuola pavese non era una scuola

occasionale formata da qualche personaggio distaccato dagli altri, bensì organizzata:

intere generazioni di operatori del diritto (pratici del diritto) che si esprimevano intorno al

liber papiensis. Non è la sola opera di questo genere che apparve in questo periodo e in

questo ambito territoriale:

 Exceptiones legum romanarum Petri (le eccezioni di Pietro)

 Brachilogus iuris civilis.

Opere che utilizzano congiuntamente la legislazione longobarda-franca ma anche il diritto

romano.

Liber papiensis:

Era una raccolta di varie interpretazioni, e in essa si evidenziano tre diversi indirizzi

metodologici. L’estensore della raccolta ci parla dei diversi interpreti e cita dei giuristi che

egli definisce:

 Antiquissimi : giuristi sentiti lontani nel tempo.

 Antiqui : più familiari, di alcuni ricorda addirittura il nome.

 Moderni : autori a lui contemporanei.

L’expositor riporta i pareri e le interpretazioni dei diversi giuristi, ma cerca al tempo stesso

di raccordare il contenuto delle diverse interpretazioni, di trovare un modo di concordarle

fra di loro e di giustificare una diversità di interpretazioni. Ad esempio: parlando di furto

l’editto di Rotari prevedeva una pena pari a nove volte il valore della cosa rubata più una

multa fissa. Un capitolare successivo di Carlo Magno aveva invece combinato per il furto

delle pene di tipo corporale. Le due cose sono state conciliate così: l’espositor riporta il

“alcuni ritengono che la disciplina franca abbia

parere di alcuni giudici e afferma che

sostituito la disciplina longobarda”: quindi ritenendo che in questo caso valga il principio

che la legge posteriore deroga alla legge anteriore. Altri giudici ritennero che il capitolare

franco dovesse trovare applicazione solo nell’ipotesi in cui il ladro non avesse avuto soldi

per pagare la pena pecuniaria. 48

All’interno dell’espositio troviamo anche due affermazioni che ci dicono qualcosa in più:

“dobbiamo credere piuttosto all'autorità della legge romana che alla retorica”. L’autore

dell’expositio ci dice che la legge romana cominciava ad assumere un forte significato e al

tempo stesso in qualche modo si iniziavano a superare quelli che erano i tradizionali

modelli di insegnamento e di collocazione del diritto nelle arti liberali. Con questa

affermazione si operò un distacco del diritto alla retorica: si individuò una differenza tra le

due cose, e al tempo stesso iniziò a riconoscersi una maggiore autorità al diritto romano.

Questa maggiore autorità la ritroviamo ulteriormente ribadita, sempre all’interno

dell’espositio, quando vengono riportati passi di alcuni giudici del passato (antiqui) che

lex generalis omnium

affermavano che la legge romana era considerata . Cominciò a

farsi strada l’idea, che sarà poi destinata a dominare l’intero mondo medievale e di età

moderna, che il diritto romano aveva valenza e autorità superiore a quella degli altri diritti

e che essa fosse generale e comune per tutti.

Il “ritorno” dei Digesta

L’espositio quindi testimonia una rinnovata rinascita del diritto romano giustinianeo: fonte

autorevole, ideale per dare un ordine razionale alla nuova realtà e applicabile

indistintamente a tutti. Cominciò a profilarsi quell’idea di diritto comune romano che poi

sarà l’idea caratterizzante del sistema giuridico dal Medioevo fino alla Rivoluzione

Francese.

Ma c’è un ulteriore dato di rilievo in questa trasformazione: il diritto romano tornava ad

istituzioni novelle codice

essere utilizzato, non più solo le , le e le parti del ancora in

digestum

circolazione, ma anche il . All’interno di alcune opere di questo periodo iniziano

ad apparire dei passi del Digesto, di quella parte del corpus iuris che era scomparsa nei

secoli alto medievali. Tornò ad essere utilizzato come diritto applicabile al presente.

Fenomeno che vediamo in alcune opere di tipo giuridico e anche all’interno di alcuni casi

pratici: in alcuni giudizi e nel corso di alcuni processi si assiste ad un chiaro ritorno al

diritto romano e al digesto. Il documento considerato come quello che sancisce

Placito di Marturi

ufficialmente il rinnovato utilizzo del digesto è il (1076). I placiti in

origine erano assemblee giudiziali, quindi delle corti giudiziali. Poi con lo stesso termine

vennero ad indicarsi quelli che erano i resoconti dei processi svolti nelle corti. E dal reso

conto di uno di questo processi si vede il ritorno al digesto.

Marturi era un territorio feudale sotto il controllo della Marchesa Beatrice di Canossa.

“In nome di Cristo.

….. nel corso di un giudizio con alcuni residenti , cui parteciparono il giurista

Pepone …. Giovanni, avvocato della chiesa e del monastero di San Michele sito

nel castello (che è chiamato) di Martuli, insieme con Gerardo, preposto della

stessa chiesa e del medesimo monastero, si scontrò ed ottenne sentenza

favorevole ai danni di Sigizone da Firenze a proposito di alcune terre e della

chiesa di Sant‘Andrea, situate nel luogo di Papiano che erano state cedute al

monastero dal marchese Ugo, cui, a sua volta erano state cedute da Vuinizio,

dandone prova attraverso una chartula.

Il caso riguardava alcune terre che i monaci di San Michele asserivano fossero loro, di

queste erano stati, a loro dire, ingiustamente privati anni prima da un signorotto locale

Sigizone da Firenze. Il giudizio era a favore del monastero e in sostanza restituì ad esso le

terre sottratte, basandosi anche sul fatto che il monastero aveva una carta che ne

giustificava la proprietà. 49

Contro questa tesi il citato Sigizone fece obiezione, opponendo l‘intervenuta

prescrizione e dicendo che su quelle terre per le quali era causa era stato

esercitato un possesso che fra lui e suo padre ammontava a oltre quarant‘anni.

Sigizone asseriva che quelle terre erano rimaste in possesso di suo padre e sue per più di

quarant’anni. Questo comportava che, dal momento che per più di quarant’anni non era

stata fatta alcuna richiesta dal monastero, era scattato il diritto di prescrizione e che

quindi tutte le terre erano diventate di loro proprietà.

La difesa del cenobio, dopo aver replicato, confutò l‘eccezione di Sigizone,

sostenendo che nel periodo intercorso, durante la lite, i beni erano stati

rivendicati . E prodotti tre testi adeguati … tutti dissero che l‘Abate Giovanni

aveva rivendicato quelle terre al marchese Bonifacio e l‘abate Guidrico al duca

Gotofredo ed alla contessa Beatrice: e giurarono in tal senso. …

Il monastero aveva risposto sostenendo che nel periodo intercorso, durante la lite, i beni

erano stati rivendicati, e a riguardo avevano prodotto dei testimoni che sostenevano che il

monastero si era più volte rivolto ai giudici per ottenere indietro quelle terre. Ma i giudici

non ebbero mai dato corso alle istanze del monastero.

Esposte le prove, il citato Nordillo (il giudice), …considerata con attenzione la

normativa contenuta nei libri dei Digesta, per la quale il pretore sanciva la

restitutio in integrum a favore di quei soggetti che non avevano potuto far valere

i loro diritti per mancanza di giudici, dispose la restitutio in integrum a favore del

monastero di San Michele e della chiesa ...”

Gli avvocati del Monastero trovarono un passo dei Digesta, che presentarono al giudice, in

Restitutio in integrum

cui si disciplinava la c.d. : nel diritto romano un provvedimento

del magistrato col quale si metteva nel nulla un effetto giuridico verificatosi a danno di una

persona, reintegrando lo stato di diritto anteriore al suo verificarsi. Era un rimedio

straordinario, che mirava a eliminare, in casi singoli, in considerazione di particolari

ragioni, un'iniquità dell'applicazione rigorosa dei principî del diritto. Essa derivava

dall'ampio potere discrezionale inerente all'imperium del magistrato romano, in particolare

del pretore e del preside della provincia. G. GROSSO, “Enciclopedia Italiana” (1936).

In sostanza c’era stato un intervento del magistrato che aveva prodotto un effetto

giuridico che per particolari motivi si riteneva particolarmente iniquo. La restitutio in

integrum allora ripristinava la situazione preesistenti annullando gli effetti giuridici di quel

provvedimento.

Nel passo del Digesto citato si diceva che era possibile procedere alla restitutio in

integrum anche in caso di delegata giustizia: qualora i giudici avessero rifiutato o si

fossero astenuto dal rendere giustizia o pronunciarsi in merito ad una determinata causa.

Quindi per questo motivo il termine prescritto non aveva più alcun valore e quindi il

monastero, grazie alla carta di proprietà che era in grado di esibire, venne reintegrato

completamente nel loro possesso. Gli avvocati dei monaci riuscirono a far valere la tesi dei

propri patrocinati utilizzando il diritto romano e in particolare un brano del Digesto, cioè di

quel testo che in teoria nessuno fino ad allora aveva più usato.

Non era un utilizzo imposto: nessuno obbligava i giudici ad utilizzare il diritto romano, ma

si sentiva che esso sarebbe potuto servire per risolvere le cause. Furono molti i casi in cui

si faceva ricorso a norme tratte dal diritto romano, o per lo meno a criteri interpretativi che

a quel diritto si rifacevano. Erano tutti placiti con caratteristiche comuni: le parti del

processo erano spesso monasteri contro signori locali e oggetto delle controversie erano

spesso beni immobili che si pretendevano spettare al monastero. In tutti questi placiti il

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diritto romano era considerato come strumento risolutivo o come criterio interpretativo

applicabile eventualmente insieme a quello longobardo.

999 Placito di Roma

L’abate Ugo di Farfa agisce contro il monastero dei SS. Cosma e Damiano, assistito

dall’avvocato Gregorio, per la restituzione della cella di S. Maria in Minione data in

enfiteusi, ma non restituita al termine del rapporto.

Vi era, da una parte, il monastero di Farfa, diretto dall’abate Ugo, e dall’altra il SS. Cosma e

Damiano, assistito dall’avvocato Gregorio. Motivo del contendere era la restituzione di una

cella (simile al manso della curtis) data in enfiteusi e non restituita al termine.

Ugo allega, oltre alla carta di enfiteusi, un diploma dal quale risulta che Carlo Magno

aveva donato la cella al monastero. Gregorio produce una carta di rinuncia da parte del

monastero di Farfa. L’imperatore Ottone III ordina all’abate di presentarsi in Laterano, al

cospetto di Gregorio V.

Il monastero esibì due documenti: quello dell’enfiteusi e quello che attribuisce la proprietà

della terra, niente meno che un diploma di Carlo Magno, che aveva a loro attribuito quella

cella. Il monastero di Cosma e Damiano esibì a sua volta un altro documento da cui

risultava che il Monastero di Farfa aveva rinunciato a quella cella. Venne quindi chiamato a

pronunciarsi l’imperatore Ottone III data l’importanza del documento presento, ma

trattandosi di due monasteri si rimandò tutto in mano al pontefice, Gregorio V.

“Allora l’abate Ugo teneva tra le mani il capitolo che lo stesso imperatore Ottone aveva

fatto sulle carte false dove stava scritto: ‘Se qualcuno avrà chiamato falsa una carta e

avrà voluto provarla tale con il duello, così sia deciso’ Ciò che anche l’abate Ugo, insieme

con il suo avvocato, volle fare secondo la sua legge longobarda. Ma quelli che stavano

dalla parte dell’abate Gregorio non vollero accettare il duello, né confrontare lo stesso

documento con altri scritti, come ordina la legge romana.

L’abate Ugo, presentandosi al Pontefice, affermò che la carta presentata dal monastero dei

SS. Cosma e Damiano era falsa. Per dimostrarlo portò dei testi normativi che

disciplinavano i documenti falsi. Si tratta di un processo in cui si cercavano di far

prevalere prove appartenenti a due mondi giuridici differenti: da un lato il duello, tipico del

mondo longobardo, e dall’altro la comparazione dei documenti per dimostrare la falsità o

meno di uno di questi, tipica del mondo romano.

Un monastero chiese il duello e l’altro si rifiutò sia di accettare il duello sia di accettare la

prova giudiziaria di fonte romanistica.

Allora il sopradetto signor Gregorio papa, per il denaro che aveva preso dall’abate

Gregorio, si adirò contro l’abate Ugo, si alzò, lo afferrò e gli pose in mano il suo bastone,

affinché rinunciasse alla cella contesa. Perciò l’abate Ugo prese fortemente a protestare e

a dire: ‘O signor papa, perché mi fai questa violenza? ’ Allora egli lo costrinse a compiere

la rinuncia più e più volte. Ciò che fece l’abate Ugo, sopraffatto dalla forza”.

Il pontefice, pagato e corrotto dall’abate del SS. Cosmo e Damiano, costrinse l’abate Ugo a

rinunciare alla cella monastica. 1098 Placito di Garfagnolo

La lite si svolge tra l’abate del monastero di San Prospero di Reggio e gli uomini di Valle

per certi beni da questi illegalmente detenuti. In prima istanza il giudice “esaminata con

grande attenzione la questione e decisa attraverso il giuramento di tre uomini (mezzo di

prova di diritto romano) della corte di Nasseto (territorio in cui si trovavano i beni contesi)

restituì il possesso alla chiesa”

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Gli abitanti delle Valli presentano ricorso alla contessa Matilde di Canossa asserendo di

essere stati ingiustamente spogliati. La contessa investe della causa due suoi giudici

perché riprendano l’inchiesta e comandino alle parti di essere preparati, se necessario, al

duello (mezzo di prova longobardo).

“Radunate a tale scopo le parti dinanzi ai giudici, l’abate mostrò immediatamente i

precetti dei re Carlo ed Ottone in cui chiaramente si diceva che i beni erano di proprietà

della Chiesa, come risultava dalle carte della chiesa stessa. I causidici dell’abate

“presentarono anche la legge di Giustiniano” in base alla quale dovevano ritenersi al

sicuro da qualsiasi pretesa.

I giudici respinsero tutte le allegazioni affermando che la questione si sarebbe risolta solo

con il duello (“nisi quod facerent pugnam”).

Il 5 luglio 1098 le parti si presentano davanti ai giudici per la pugna; il monastero tenta di

evitare il duello, dichiarando la propria disponibilità a concedere alla parte avversaria i

beni contesi, ma gli uomini di Valle insistono. “Il campione degli uomini di Valle, prima che

iniziasse il duello, lanciò come maleficium un guanto femminile di vari colori sul capo del

campione della chiesa, cosa assolutamente vietata e punita dalla legge”.

Il duello finisce in rissa cosicchè “gli uomini di Valle sostenevano di aver vinto il duello e il

campione della chiesa asseriva di non aver perso e di essere pronto a riprendere il

combattimento. Così lo stesso giudice, che aveva richiesto il duello, affermava che la lite

era dubbia e l’esito non poteva essere deciso attraverso il combattimento. Per questo

motivo i giudici non emisero alcuna sentenza” (i giudici preferiscono non decidere).

La chiesa come ordinamento

La chiesa era una realtà perennemente presente nel mondo medievale, come ordinamento

e il diritto della chiesa stesso fu molto presente. Il diritto canonico e il diritto civile si

mescolano formando un unico corpo normativo: sistema del diritto comune.

Era una presenza continua e costante, non lo so come ente religioso, ma anche e

soprattutto come ordinamento. La chiesa nasceva e si sviluppava come un organizzazione

religiosa di fedeli, che però ad un certo momento si presentò anche come ordinamento

politico e fonte del diritto. Come ordinamento politico arrivò spesso a contendere il potere

nei confronti degli ordinamenti politici laici. Come fonte di produzione normativa finì

spesso, anche in questo caso, per contendere il potere con le fonti normative laiche,

finendo per pretendere in alcuni casi di imporre il proprio diritto e la propria legge anche

all’interno degli ordinamenti laici.

La storia della chiesa è tutto sommato una storia di rapporti, di come essa nelle diverse

fasi si rapportò con gli altri ordinamenti che coesistevano al suo fianco. In questa storia

individuiamo tre periodi fondamentali:

Fondazione all’editto di Costantino

1. : la chiesa, inizialmente perseguitata venne

riconosciuta come collegio lecito dall’ordinamento imperiale.

Editto di Costantino fino all’incoronazione di Magno e alla renovatio

2. imperii : in cui la Chiesa si consolidò ma cominciò a fare i conti con un’autorità

imperiale.

3. Dalla renovatio imperii fino al concordato di Worms: periodo complesso

caratterizzato dalla lotta per le investiture che vide contrapporsi Papato e Impero

fino ad arrivare a quel concordato che sanciva in qualche modo il primato del

papato sull’impero.

Tre diversi periodi con caratteristiche particolari in cui la chiesa si presentava come

ordinamento diverso e in cui cambiò anche il suo diritto.

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Fondazione all’editto di Costantino

Collegium illicitum

In origine la Chiesa venne considerata come un : ossia

un’associazione non permessa e come tale venne perseguitata fino al 313 quando

Costantino, con l’editto, ne riconobbe la liceità e concesse a tutti i cattolici libertà di

culto.

Dall'editto di Costantino alla Renovatio Imperii (313-800).

In questo momento nacque il problema dei confini reciproci tra l’autorità dello stato e

quella della chiesa. Nel momento in cui lo stato riconobbe la chiesa ne favorì subito la

crescita, ma gli interventi legislativi promulgati dall’imperatore in materia aumentarono,

facendo sì che gli imperatori ritenessero di poter intervenire in maniera sempre più

puntuale ed evidente. Il potere laico riteneva di potere interferire nella vita della chiesa:

non solamente in questioni di tipo politico ma anche in quelle di tipo teologico e religioso.

Sotto questo aspetto ci troviamo di fronte a due diversi orientamenti nelle pars

dell’impero:

 In Oriente l’intreccio tra chiesa e stato fu molto stretto ma si concentrava nella

cesaropapismo

figura dell’imperatore. Era, l’Oriente, caratterizzato da un forte :

intervento diretto e un controllo costante dello stato sulla chiesa.

 In Occidente la definizione dei rapporti tra stato e chiesa venne fissata (492-496) da

Gelasio

Papa : un principio per effetto del quale impero e papato erano due

dignitates distinte: due poteri entrambi voluti da Cristo, ma erano due poteri

distinti e indipendenti l’uno dall’altro nella propria sfera di competenza. La materia

della Chiesa spettava solo ad essa (vita spirituale) come quella dell’Impero

all’imperatore (ordine temporale). Era un principio di distinzione che cominciò ben

presto ad essere messo in discussione.

Le strutture

La Chiesa assunse in questo periodo un compito di difesa della popolazione: tra i popoli

germanici molti erano di confessione ariana ma una buona parte si avvicinò anche al

cattolicesimo. Questo compito venne assunto attraverso quella che fu una delle figure

Vescovo.

fondamentali di questa età: il Vescovo che risiedeva in città che venivano

individuate come tali nelle fonti coeve se fossero state sedi vescovili. All’interno della città

il vescovo aveva anche funzioni non esclusivamente religiose ma anche, progressivamente

sempre maggiori, civili e pubbliche. Era scelto dalla chiesa locale alla cui scelta

partecipava anche il popolo, ma vi era già la presenza dell’autorità dello stato: che ne

immunitas

approvava l’elezione. Come i signori feudali il vescovo disponeva di : quindi

all’interno del territorio da lui controllato, che gli competeva dal punto di vista religiosi e

episcopium

prendeva il nome di (Vescovado), egli godeva dell’immunitas. Tra il IX-X

districtio

secolo questa struttura superò anche le mura cittadine: . Aveva competenza

giurisdizionale non solo nei confronti degli ecclesiastici ma anche sui laici che la

richiedevano. Progressivamente si instaurò una consuetudine per effetto della quale il

vescovo era chiamato a giudicare delle controversie tra laici qualora questi si fossero

rivolti a lui anziché ad un giudice La sua giurisdizione risultava, anche in campo secolare

tra i laici, come una giurisdizione concorrente con quella laica. La sentenza pronunciata dal

episcopalis audientia

vescovo nel corso dell’ era inappellabile: giudicava in via definitiva

e aveva forza esecutiva pari a quella pronunciata dal giudice laico.

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Monachesimo

Accanto alla figura del vescovo, nella Chiesa di questo periodo, ci troviamo di fronte a

realtà diverse: era il periodo in cui iniziarono ad affermarsi le strutture monastiche. Due

reti parallele nell’organizzazione della Chiesa:

 Piramide gerarchica che dal papa scendeva al vescovo e poi ai sacerdoti.

 Rete monastica.

Le strutture monastiche presero vita proprio in questi secoli, dapprima in Oriente sin dal III

secolo da cui poi si estense in Occidente. Il fenomeno monastico dapprima fu molto

individualistico, singoli personaggi e individui o piccoli gruppi di uomini che si stanziavano

in luoghi isolati. Montecassino

In Italia l’ordine monastico più importante fu quello di . Nel 529 Benedetto

regola benedettina”: Ora et

da Norcia fondò questo monastero per il quale coniò la “

labora . Disciplina interna e una rigida obbedienza al pontefice. La regola benedettina e le

strutture benedettine in alcuni casi rappresentarono un esempio anche per quelle politiche

ed istituzionale che si realizzeranno più tardi: a Genova nel 1528 con una profonda riforma

di tipo politico istituzionale, portata avanti da Andrea Doria, era esemplata sulla struttura

dei monasteri benedettini. Si prevedeva una organizzazione in cui, così come accadeva tra

i monaci benedettini, esisteva un abate con un consiglio che lo assisteva nelle decisioni

più importanti.

Ma il monachesimo non si limitò semplicemente a questo: senz’altro nel panorama del

monachesimo irlandese

monachesimo occidentale posto importante spetta anche al il

cui fondatore fu San Colombano (la cui regola monastica venne ripresa in Italia a Bobbio e

altrove).

Il diritto

Proprio i monaci irlandesi svilupparono un tipo di letteratura che aveva importanza sotto

libri penitenziali

l’aspetto giuridico: I (diversi di questi libri si svilupparono dal VI-VII fino

all’XI secolo: Liber Columbani, il penitenziale di Teodoro, gli Iudicia Cummeani). Essi

potevano essere per certi versi considerati veri e propri testi giuridici ad uso e consumo

del confessore, in cui venivano fissati ed enumerati i peccati, a ciascuno dei quali veniva

affiancata una penitenza a secondo della qualità e quantità del peccato e del peccatore. In

penitenza

origine, prima della nascita di questi libri, ci si trovava di fronte alla c.d.

pubblica che era diretta conseguenza della confessione pubblica, la quale veniva fatta

una sola volta nella vita e in realtà era anche canonica poiché veniva regolata dai canoni

L’ordo o status

della Chiesa. Con essa si entrava in quello che era definito “

poenitentium ”: uno status che commutava una serie di conseguenze molto pesanti per

chi lo abbraccia. Una serie di obblighi ben determinati (digiuni rigorosi, dormire in

condizioni poco agevoli, veglie prolungate etc.) e la perdita di una serie di capacità

giuridiche, limitazioni alla capacità che andavano ben oltre a quella che poteva

considerarsi la sfera religiosa (non ci si poteva sposare, non si potevano concludere negozi

di tipo giuridico). Quindi una sanzione di tipo religioso che però rifletteva i suoi effetti

anche nel campo giuridico. Ci troviamo in un periodo in cui non vi era una separazione tra

dimensione del diritto e dimensione della fede. Non si riusciva a distinguere il peccato, che

riflette all’interno della propria coscienza, e quello che veniva materialmente posto in

essere costituendo eventualmente un comportamento illecito.

Non c’era quindi la c.d. separazione tra il “foro interno” dei pensieri e il “foro esterno”

delle azioni che si realizzerà in un periodo successivo.

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I libri penitenziari cominciarono ad essere compilati nel momento in cui da quella

penitenza pubblica si passò alla penitenza privata, che derivava a sua volta dalla

confessione privata segreta. Proprio per i confessori furono pensati questi libri penitenziari:

erano delle sorte di “tariffari” in cui veniva prescritta la penitenza corrispondente ad ogni

peccato e che era graduata in base alla gravità del peccato commesso. Il metodo era

quello casistico: veniva enunciato un peccato e gli si affiancava la penitenza, la cui

severità derivava anche dalle qualità personali di chi aveva commesso il peccato.

Penitenza che poteva consistere anche nel pagamento di una somma di denaro

(composizione pecuniaria) e per certe penitenze corporali vi era la possibilità di farsi

sostituire. Una volta scontata la penitenza, dunque espiata la colpa, il peccato era

considerato estinto.

Era uno schema lontanissimo da quella che è la nostra concezione di fede religiosa, ma

che al contrario aveva un significato giuridico: espiata la pena il peccato era considerato

estinto. Per questo accostamento peccato-reato e penitenza-pena noi li accostiamo a testi

giuridici, e poi anche perché all’interno di questi testi riusciamo a vedere il primo tentativo

di individuazione, distinzione e classificazione dei comportamenti illeciti, suscettibili di

punizione e delle pene. Vengono considerati come la prima ossatura del diritto canonico.

Fu anche il primo nucleo del diritto penale, non solo canonico ma anche secolare. La cosa

interessante all’interno di questi testi, che è in qualche modo derivante dalla loro natura di

tipo religioso, è la comparsa di quello che viene definito l'elemento soggettivo del reato,

cioè l'intenzione di chi commette l'illecito.

I libri penitenziali: Burcardo di Worms

• Dal Penitenziale di (1008- 1012)

Se hai commesso una rapina … se l’hai fatto perché costrettovi dalla necessità o … perchè non avevi di

che vivere … farai penitenza a pane ed acqua per tre venerdì.

Hai ucciso volontariamente una persona? …. Hai ucciso per vendicare qualcuno del tuo clan? … Se senza

volerlo in un momento d’ira hai ucciso una persona mentre volevi solo picchiarla … Hai ucciso in guerra

per ordine dell’autorità legittima? … Hai commesso involontariamente un omicidio? Tu non volevi uccidere

alcuno, né colpirlo in uno scatto d’ira, né con bastone, né con un’arma? Te ne andavi tranquilamente a

caccia … quando all’improvisso … hai ucciso una persona scambiandola per selvaggina?

La figura dell’omicidio cominciò ad avere una propria articolazione variabile a seconda

dell’elemento soggettivò ossia dell’intenzionalità di chi lo commette. Cominciò a

prefigurarsi una di quelle che saranno le caratteristiche del diritto penale. Per questo

motivo possiamo considerarli come i primi testi di diritto penale.

Per quanto riguarda il “diritto ufficiale” della Chiesa, che non derivava dai penitenziari,

essa, fin dalle origini, cominciò a dotarsi di proprie norme. Norme che erano rivolte da un

lato a disciplinare l’organizzazione interna e dall’altro a definire alcune delle norme che

tutti i fedeli dovevano seguire. Nell’ambito del diritto della chiesa individuiamo:

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 Diritto Divino le cui fonti derivano direttamente da Dio comportando che si tratti

di fonti immutabili e immodificabili. Norme e precetti fissati da Dio che nessun

uomo potrà mai modificare ma accettarle così come sono. Non solo precetti di tipo

religioso, ad esempio: uno dei problemi più grandi che attanagliò la vita del mondo

commerciale-medievale era legato ad un divieto contenuto nelle Sacre scritture,

cioè quello di prestare denaro ad interessi. Il mondo commerciale-medievale si

fondava in gran parte a questo prestito ad interesse: non necessariamente un

prestito ad interesse di tipo usuraio, per cui si richiedessero interessi elevatissimi,

bensì una semplice attività per cui un soggetto dava del denaro perché venisse

investito da un altro soggetto, al ritorno si dividevano i guadagni, ma a chi si era

assunto l’impresa di spostare il denaro e porre in essere quell’attività veniva

corrisposto un po’ di più. Anche in questo caso si andava contro un precetto di

diritto divino perché il prestito a interesse era vietato nelle Sacre Scritture:

“date a mutuo senza nulla

soprattutto un passo del Vangelo di Luca diceva

sperarne”, che costituirà uno dei problemi grandissimi del mondo economico-

medievale.

 Diritto Umano che invece potevano essere modificate. Erano in prevalenza fonti

emanate da quelli che erano gli organi legislativi della Chiesa:

Canoni decretali : norme emanate nel corso dei concili, che potevano

o essere locali (dimensione limitata) o concili più grandi fino ad arrivare ai

concili ecumenici (quelli che radunavano l’intero mondo della cristianità).

Erano concili a cui partecipavano i vescovi e al cui interno venivano discusse

non solo le problematiche di tipo ecclesiologico o teologico ma anche di

problemi che andavano dall’organizzazione del clero a norme sul patrimonio

ecclesiastico o sulla scomunica. Quello che veniva deciso assumeva in

sostanza un valore di tipo legislativo. Al tempo di Gelasio queste norme

erano in assoluto stato di confusione: erano state fatte alcune raccolte ma

per lo più ad opera di privati o di enti ecclesiastici che quindi magari

sceglievano quelle norme che a loro più interessavano. Estremo disordine ma

nell’età gelasiana si cominciò a sentire la necessità di raccoglierle in qualche

modo e cominciarono a farsi delle raccolte di canoni conciliari. La

caratteristica di tali raccolte era il non limitarsi a raccogliere solo i canoni

conciliare ma anche le decretali pontefice.

Decretali pontificie : norme emanate dal pontefice. Erano delle lettere

o iniziarono ad essere prodotte dai pontefici intorno al IV secolo, con cui il papa

si pronunciava in merito ad una questione specifica che gli veniva posta da

un soggetto privato (ente ecclesiastico o fedele). Ben presto assunsero

valenza generale: la risposta data in una occasione particolare assunse

valenza universale e generale applicabile sempre e ogni volta che si fosse

presentata quella particolare situazione.

Di queste raccolte miste, canoni e decretali, intorno al V-VI secolo cominciarono a

prodursene molte:

- Isidoriana attribuita a S. Isidoro di Siviglia del V secolo.

- Collectio Dionisiana del Vi secolo destinata a diventare una delle

fonti più importanti del diritto canonico nel periodo medievale.

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Dalla Renovatio Imperii al Concordato di Worms (800

– 1122)

Carolingi

In virtù dell’incoronazione di Carlo Magno i carolingi si fecero difensori della fede ma, in

quanto tali, cominciarono ad interferire nella struttura e nell’ordinamento della Chiesa.

Iniziarono a promulgare una serie di capitolari che erano diretti a disciplinare le strutture

ecclesiastiche. Quindi Carlo Magno e in genere la politica dei carolingi mirava a riformare

la Chiesa, ad intervenire all’interno di essa attraverso delle norme di derivazione sovrana.

Chiesa che in questo periodo cominciò ad entrare in crisi: decadenza strutture

ecclesiastiche. I carolingi ebbero quindi buon gioco in questa politica di interessamento dei

confronti della Chiesa. Inizialmente la Chiesa accettò di buon grado queste ingerenze, ma

ben presto si evidenziarono motivi di disaccordo: le richieste della Chiesa non vennero

accolte e al tempo stesso cominciò a manifestarsi un insofferenza nei confronti di quelle

che venivano ritenute ingerenze eccessive da parte del potere imperiale all’interno del

mondo della Chiesa provocando quindi una sua reazione. Uno dei modi più peculiari in cui

falsificazioni

reagì fu quello delle c.d. . Fenomeno che troveremo anche nei secoli

successivi: modifiche ai testi per accreditare una posizione di preminenza della Chiesa per

far valere presunti diritti e queste vennero realizzate in vari modi: in alcuni casi si

modificavano addirittura i testi della tradizione, che non potevano essere assolutamente

modificati, vennero create nuove false decretali papali e nuove false raccolte normative

(sillogi). In questo periodo nasce il falso più famoso della storia della Chiesa: la

donazione di Costantino

" ". Costantino sarebbe guarito dalla lebbra e per riconoscenza

della grazia ricevuta si fosse convertito decidendo di donare al papa la città di Roma e le

province occidentali. L’obiettivo era quello di rivendicare il dominio temporale sull'Italia e

su tutto l'occidente.

Gli Ottoni

Le falsificazioni furono uno dei modi in cui la Chiesa reagì ad una politica imperiale che

diventava sempre di più oppressiva e ciò si fece ancora più evidente con il periodo degli

Ottoni, quando venne a costituirsi il Sacro Romano Impero di nazione germanica (962).

Entriamo nel periodo dei Vescovi conti, nominati dall’Imperatore e non più dal Pontefice,

che rientravano a pieno titolo all’interno della gerarchia feudale. Non vi fu un immediata

reazione della Chiesa, che cominciò a prefigurarsi nel momento in cui l’imperatore

intervenne sulla nomina dei Pontefici (Enrico III). Crisi della chiesa iniziata nel periodo

precedente aumentò.

Diritto

Ma in questo periodo nel diritto della chiesa avvenne anche un nuovo fenomeno:

Compilazioni di diritto canonico tra IX e XI sec. che si presentarono come raccolte

normative in cui, accanto alle decretali e ai canoni, troviamo presenti norme di diritto

romano. Erano raccolte che cominciarono a darsi una sistemazione organica mentre quelle

precedenti erano in ordine cronologiche, all’interno di esse troviamo il diritto romano.

Questo perché per le questioni attinenti al mondo laico la chiesa spesso utilizzava norme

lex mundana

tratte da tale diritto. Il diritto romano venne considerato la “ ” applicabile nei

rapporto non strettamente di tipo ecclesiastico. Per questo motivo il diritto romano venne

inserito nelle raccolte di diritto canonico:

Lex romana canonice compta

- Collectio canonum

- Anselmo dedicata (fine del IX secolo)

57

Strutture

Una situazione in cui si reagì anche grazie al movimento monastico: tra X-XII sec. ci

troviamo di fronte ad un ondata di riforma monastica che cercò di riportare in salute la

chiesa feudalizzata dagli Ottoni. Spinta riformatrice che partì all’interno di movimenti

cluniacensi

monastici: specie dai , monaci cui facevano capo al monastero di Cluny.

Questo monastero era stato donato direttamente alla Santa Sede dalla Duchessa

d’Aquitania e quindi fu sottratto a qualsiasi interferenza di poteri laici e feudali di quella

zona. Nessuna autorità temporale poteva entrare all’interno del monastero e quindi

interferire con la sua vita. Con l’affermazione dei cluniacensi, ci troviamo ancora una volta

davanti ad uno sdoppiamento nella struttura della chiesa ancora più accentuato: da un

lato ci troviamo di fronte alla chiesa feudalizzata dei vescovi-conti, dall’altro di fronte a

queste struttura monastiche che spingevano per una riforma radicale della chiesa.

Ildebrando di Soana

Questa riforma diventò possibile quando al soglio pontificio sale

(1073-1085) ossia Papa Gregorio VII. Un primo tentativo di staccarsi dalle ingerenze

Niccolò II

imperiali lo si era avuto con (1059-1061): aveva cominciato ad affermare che il

pontefice romano doveva essere designato dai cardinali, e sottratta quindi alla volontà

dell’imperatore, ricevere l’approvazione del clero e doveva essere acclamato dal popolo.

Enrico IV.

La crisi vera e propria con l’impero ci fu con Gregorio VII e Gregorio VII

scomunicò l’imperatore e sciolse tutti i sudditi dal giuramento di fedeltà nei confronti

dell’imperatore stesso e tra i due si trovò un accordo parziale quando Enrico IV andò a

Canossa rimanendo tre giorni in attesa del perdono del pontefice.

Il Dictatus Papae

Gregorio VII, in virtù di questa vittoria e per reagire ulteriormente al fenomeno delle

Il Dictatus

investiture imperiali, promulgò un “manifesto” della riforma della Chiesa:

Papae (1075). Conteneva 27 proposizioni, di una sintesi estrema, dirette ad esaltare i

poteri del pontefice romano e della Chiesa di Roma. Venne considerato come il manifesto

di questo nuovo ordine.

 La Chiesa romana è fondata da Dio solo

 Tutte le norme canoniche devono essere approvate dal Papa

 Solo il papa può deporre i vescovi e trasferirli

 A lui spettano le decisioni delle più importanti cause di diritto canonico

 Le sue pronunce giudiziarie sono inappellabili

 Nessuno ha il diritto di giudicarlo

 Tutti i principi della terra baciano il piede al papa

 Nessun contatto si può avere con gli scomunicati dal pontefice

 Il papa può sciogliere i sudditi dal giuramento fatto al re e all’imperatore

Per la prima volta il ruolo del papa venne definito con precisione estrema.

Guilberto

Nel 1076 Enrico IV decise l’elezione dell’antipapa e Gregorio VII venne cacciato

da Roma. Nel 1077 riconciliazione con l’incontro a Canossa e nel 1085 incarcerazione di

Gregorio VII

concordato di Worms

Nel 1122 il accordo tra Enrico V e papa Callisto II che finì per

essere una vittoria della chiesa: l’imperatore rinunciò al diritto di investire il papa e i

vescovi. Il vescovo era prima nominato dalla chiesa e solo nei territori germanici poteva

essere rifiutato dall’imperatore. 58

Il rinascimento giuridico medievale

Il diritto romano intorno alla metà dell’XI secolo rientrò con piena forza all’interno

dell’ordinamento giuridico. Periodo che fu definito “Rinascimento giuridico medievale” che

accompagnò la società e le strutture economiche ma anche il diritto. Ed era un

rinascimento del diritto romano giustinianeo, diritto che si era in larga parte disperso e

trasformato: ritornò nuovamente in tutta la sua complessità e le sue formule. Affinché il

diritto romano giustinianeo possa essere utilizzato era necessario che venisse considerato

come diritto positivo vigente Con una manovra “antistorica” la compilazione di Giustiniano

venne considerata come diritto applicabile al presente. Il diritto romano divenne in questo

momento come un diritto non più storicamente definito bensì un diritto universale, valido

sempre e per tutti (“la legge universale di tutti”). Ed essendo una legge dal valore

universale promanante da un imperatore, ossia una fonte assolutamente autorevole, che

nel compilare questa raccolta di norme era stato ispirato da Dio, fece sì che questo diritto

divenisse il diritto dell’attuale Sacro Romano Impero. Il diritto romano venne assunto come

traslatio imperi

diritto universale e il suo utilizzo rientrò nel progetto di . Essa era l’idea

per cui il Sacro Romano Impero si riteneva naturale prosecutore dell’Impero Romano:

traslazione dell’autorità imperiale, con tutto quello che le competeva, dall’Impero Romano

al Sacro Romano Impero. Fu naturale quindi che il diritto romano giustinianeo diventasse

diritto del Sacro Romano Impero. Il concetto che giustificava l’utilizzo del diritto romano in

questo nuovo contesto fu l’idea di traslazione.

Quindi la consuetudine che fino a quel momento era stata sufficiente a disciplinare i

rapporti tendenzialmente elementari non bastò più: rapporti più complessi e strumento

consuetudinario non adeguato. I giuristi avevano provato a trovare una qualche soluzione

al problema rovistando nelle leggi longobarde e franche per dare uno schema giuridico a

questa nuova realtà, però anche quelle leggi erano insufficienti. Era necessario un diritto

più complesso e articolato: diritto romano. Esso forniva gli strumenti normativi necessari

per disciplinare la nuova realtà e i nuovi rapporti giuridici che in quel momento si vennero

a creare.

Lo Stato in quanto tale non esisteva, vi era un sovrano ma esso aveva poco interessa a

disciplinare una serie ampia di rapporti, era invece interessato a mantenere un controllo

politico e a garantire la propria supremazia.

Lo schema giuridico generale, necessario per venire incontro alla nuova realtà

socioeconomica, non poteva provenire da un sovrano legislatore ma dal diritto romano,

che però era vecchio di cinque secoli: erano delle norme antiche e difficili, i testi erano

confusi e complessi. Quindi per riuscire effettivamente a rendere utilizzabile quel diritto

intervenne la scienza giuridica, attraverso lo strumento interpretativo: il diritto cominciò ad

essere ricostruito e interpretato, in parte riadattato per utilizzarlo al presente. Furono

necessari nuovi strumenti di analisi e interpretazione. Occorrevano quindi:

 Giuristi professionali, che avessero conoscenza di quei testi e che si fossero formati

su quei testi e perciò in grado di utilizzarli nella loro attività.

 Maestri capaci di fornire una formazione teorica di questo genere.

Il problema era quello di rendere applicabile un diritto vecchio e complesso al presente e

soggetti che fossero in gradi di comprendere quel diritto trasmettendolo.

ceto

La riscoperta portò alla formazione di un “ ” di giuristi professionali, conoscitori del

diritto romano, che da subito cominciò a divenire molto compatto. Ceto si giuristi che

studiò, interpretò e applicò le norme del diritto giustinianeo. In questo percorso il primo

59

passo fu quello della riscoperta, recupero e ricostruzione dei testi originali: di tipo

filologico. La filologia fu un elemento comune a diverse discipline in questo periodo: fu un

fenomeno culturale generale tanto più nel diritto.

I protagonisti

A cimentarsi per la prima volta in quest’opera fu un personaggio che operava a Bologna

Irnerio

nei primi anni del XII secolo: le fonti lo chiamano anche se in alcuni testi lo

troviamo indicato come Guarnerius o Wernerius. Fu considerato il personaggio chiave di

questo rinascimento giuridico medievale. Di lui ci parla un giurista, che operò a Bologna

Odofredo

più tardi: , che nel Lectura Codicis scrisse:

“Dominus Irnerius che fu per noi la lucerna del diritto, cioè il primo che insegnò in questa

città. Infatti in origine in questa città (Bologna) c’era una scuola di arti liberali; quando lo

studio di diritto di Roma venne distrutto i libri legales furono portati alla città di Ravenna e

da Ravenna a questa città: un certo dominus Pepo cominciò per proprio conto a leggerli,

ma quale che fosse la sua conoscenza, non ebbe alcuna fama. Ma dominus Irnerius

mentre insegnava arti liberali in questa città quando vi furono portati i libri legales

cominciò a studiarli per sé e studiando cominciò ad insegnarli ed ebbe grandissima fama

e fu il primo ad illuminare la nostra scienza...”

Secondo la storia che ci raccontò Odofredo la compilazione di Giustiniano in qualche modo

era sopravvissuta più o meno integralmente in una scuola di Roma. Da Roma la

compilazione (libri legales) sarebbe stata portata a Ravenna e poi a Bologna, in cui

esisteva una scuola di arti liberali.

Pepo (o Pepone)

Prima di Irnerio Odofredo ci racconta che già prima qualcuno aveva iniziato a lavorare su

questi libri legali: Pepo, che però non ebbe successo (“nullius nominis fuit”). In effetti

Azzone

alcune fonti ci confermano il poco apprezzamento di Odofredo: (autore che operò

intorno al 200) lo paragonava a Tiberio Coruncanio, personaggio collocato alle origini della

giurisprudenza romana ma di cui si ricordava solo il nome ma che sembrava non avesse

lasciato nessuna opera. Per contro vi sono altre fonti che apprezzarono Pepo: tra loro che

Pepo legis doctor.

parteciparono al placito di Marturi si parla di un certo

Rodolfo il Nero, maestro di arti liberali di area inglese, ne parla come di un custode del

Codex e delle Institutiones: quindi in sostanza ci dice che avrebbe avuto sotto mano

queste opere giustinianee nella loro versione completa e non in quella epitomata e se ne

sarebbe fatto custode. Sempre Rodolfo il Nero lo indica come giudice in un placito che si

svolse in Lombardia alla fine dell'XI secolo. Il giudizio riguardava l’omicida di un servo, che

secondo la legge longobardo-franca, e in particolare secondo l’editto di Rotari, era stato

condannato semplice composizione pecuniaria. Ma in questa occasione Rodolfo ci racconta

che Pepo insorse opponendosi all’applicazione del diritto longobardo asserendo che si

dov’esse applicare la pena capitale. Lo fece appellandosi sia ad Isidoro di Siviglia, che

predicava la visibilità della legge del taglione, sia a dei principi di diritto naturale che si

trovavano sia nel diritto canonico sia in quello romano. Sostenne che sia uomini che servi

facessero entrambi parte del consorzio umano e chi avesse privato il consorzio umano di

un suo membro sarebbe stato costretto a subire la stessa sorte. Non vi era differenza tra

uomo libero e un servo. Questo ricorso a principi caninistici diede luogo ad una teoria sulla

poca fama di cui Pepone godette in ambiente bolognese: sarebbe stato in realtà un

vescovo scismatico di Bologna (Piero Fiorelli) e per questa sua qualità avrebbe suscitato

quella damnatio memoriae di cui in ambiente bolognese subì le conseguenze.

Irnerio (Guarnerius o Wernerius)

Fu un maestro di arti liberali († 1130?), come ci dice Odofredo, nel Lectura Digesti veteris:

60

“ Dominus Irnerio, che fu un logico e un maestro di arti liberali in questa città, prima di

insegnare le leges…”

causidicus in placiti iudex

Ma anch’egli proveniva dalla pratica, fu anche (1112-1113) e

in vari processi tenuti dall’imperatore Enrico V tra il 1116 e il 1118. Lo troviamo impegnato

in questioni di tipo politico e nella lotta tra Impero e Papato: avallò l’elezione popolare

dell’antipapa Gregorio VIII, che era sostenuto da Enrico V e si schiera a favore

dell’imperatore. Proprio per questo motivo venne scomunicato da papa Gelasio II nel 1119,

revocata poi alcuni anni dopo. Fu in contatto con la contessa Matilde di Canossa e poi con

l’imperatore Enrico V. forse anche autore di un formulario notarile, ossia raccolte di modelli

in questo caso giudiziari. Vi era lo schema di una compravendita in cui si mettevano gli

elementi essenziali e il notaio non faceva altro che riempire gli spazi (oggetto, nome delle

parti etc.).

Secondo la cronaca di Burcardo abate di Usberg (1177-1231) nel 1113 Irnerio incontrò la

“rinnovare i libri delle leggi”.

contessa Matilde di Canossa che lo invitò a La contessa ebbe

un ruolo importante di promozione culturale: sembra che Irnerio iniziò a raccogliere i libri

di Giustiniano proprio sull’invito di Matilde.

“A quei tempi [ossia al tempo di Lotario II (1125-1138)] dominus Wernerius ad petitionem

Mathildae comitissae (a richiesta della contessa Matilde) renovavit libros legum (rinnovò i

libri delle leggi) , che da molto tempo erano dimenticati e da nessuno studiati”.

permissio

Si valorizzò così la di un’autorità pubblica superiore: in qualche modo la

riscoperta dei libri legali venne ufficializzata e rafforzata dal fatto di essere stata effettuata

su autorizzazione dell’autorità. Irnerio rinnovò i libri delle leggi e ciò significò che riportò i

testi giustinianei nella loro forma originale. Quindi in una forma filologicamente

accettabile.

Ma Irnerio è ricordato non solo perché intervenne filologicamente sui libri legali, ma anche

perché, in questo suo lavoro di tipo filologico, ritrovò la parte mancante dei Digesta.

Importante anche perché attraverso il suo studio diede autonomia scientifica al diritto e

perché mentre studiava per sé incominciò ad insegnare, infatti fondò la scuola di Bologna:

la prima università di diritto

Intervento filologico sui libri legales

Riportò i testi della compilazione giustinianea nella forma originaria, testi che spesso erano

dispersi e confusi (opere epitomate e raccolte di estratti) e proprio questi furono il punto di

partenza per Irnerio. Irnerio cominciò a riordinare il materiale contenuto in queste opere lo

arricchì con integrazioni e ritrovamenti. In questo modo realizzò un testo stabile, unico e

uniforme per tutti.

Irnerio fece alcune interpolazioni e in certi casi non era proprio il testo originale quello

utilizzato.

Ritrovamento della parte mancante dei Digesta

Odofredo ci racconta che Irnerio, in un primo momento, ebbe a disposizione solo la prima e

la terza della raccolta di iura di Giustiniano: diversa era la parte centrale. Irnerio in fasi

successive riuscì a trovare un manoscritto contenenti quella parte mancante: riuscendo a

completare interamente la compilazione Giustinianea. Da questo momento la

compilazione venne organizzata in una maniera completamente nuova rispetto alla

precedente, e la nuova risistemazione che Irnerio diede al Corpus Iuris Civilis sarà quella

destinata a circolare nei secoli successivi. Cinque volumi:

61

Digestum vetus

1. : 1-24 titolo II.

Infortiatum

2. : 24.3-38 (parte centrale mancante). Sul motivo per cui venne

chiamato così furono fatte diverse ipotesi:

-contiene legge forti e difficili.

-“diritto accresciuto”

Odofredo, Lectura Infortiati, proemio”. Altri lo vollero chiamare infortiatum perché

contiene delle leggi forti e difficili... Altri dicono che è detto infortiatum cioè diritto

accresciuto; dicono infatti che da noi per primi furono trovati solo questi volumi: Digesto

vecchio e nuovo e alla fine anche il libro delle costituzioni imperiali, solo di recente

l’infortiatum, perciò disse Irnerio: ‘Il nostro diritto si è accresciuto, rafforzato’... E’ più vero

dire che si chiama infortiatum da un vocabolo caldeo. In caldeo infortiare vuol dire

disporre: questo libro si chiama dunque infortiatum cioè libro delle disposizioni e delle

ultime volontà, poiché tratta delle ultime volontà...”. Altra testimonianza "Fortuitu casu

inventum”

Fortuitu casu inventum : attraverso le trascrizioni mal fatte sarebbe diventato

“rinforzato”.

Digestum novum

3. : 39-50

Codex

4. : primi 9 libri, non per intero quindi.

Volumen Parvum

5. : ultimi tre libri del Codex, Institutiones per intero e le Novellae

(che ad Irnerio collationes.

sembravano false). 134 novellae che divise in 9 Quando comincerà a

circolare verranno insierite la Lombarda e costituzioni imperiali (es. Pace di Costanza) e,

come decima collatio i libri feudali, raccolta di diritto feudale realizzata in Italia.

Irnerio raccolse i testi originali ma non completamente: il testo irneriano del Digesto era

Littera Bononiensis o Vulgata

conosciuto come ed era il testo dei Digesta che verrà

studiato e commentato da tutti. Nel testo di Irnerio vi sono alcuni errori e incertezze,

Littera

senz’altro filologicamente più corretto è un altro testo che però circolò di meno:

Pisana o Florentina in cui sono tramandati i passi greci originari del Digesto trascurati in

(“graeca non leguntur”).

ambiente bolognese Questo era una manoscritto che secondo

alcuni arrivò a Pisa dopo il “sacco di Amalfi”. Nel momento in cui Pisa passò sotto il

dominio di Firenze, i fiorentini presero quel manoscritto portandolo a Firenze (1406). Qui

rimase e venne poi studiato dagli umanisti: recupero filologico dei testi antichi.

Autonomia scientifica al diritto

Trasformò quelli che furono gli indirizzi culturali fino ad allora esistente: il diritto era parte

integrante delle arti liberali. Con Irnerio si cominciò a studiare in maniera autonoma i testi

di diritto e l'analisi esegetica dei testi di diritto si concentrò sull'opera di Giustiniano,

abbandonando le altre raccolte. sapientia scientia iuris

Si dice che con Irnerio si passo dalla “ ” alla “ ”. Questo provocò

una sorta di distacco tra la scienza e il foro, tra la scienza dei dotti e quella dei pratici: i

dotti doctor iuris

o si occupavano esclusivamente del diritto giustinianeo.

Autonomizzazione che comportò anche una completa ricostruzione del testo ma

soprattutto la trasformazione del diritto in una scienza autonoma, distinguendolo quindi

dall’etica e dalla logica (a cui comunque doveva rispondere).

Fonda la scuola di diritto a Bologna

Autonomizzare il diritto rese anche necessario creare delle strutture e modalità di

insegnamento del diritto che fossero autonomi e indipendenti da quelli usati fino ad allora.

62

Irnerio iniziò ad insegnare nella c.d. Scuola di Bologna: Odofredo ci racconta che Irnerio

cominciò a studiare per suo conto i libri legali insegandoli allo stesso tempo agli altri.

Questa attività venne fatta coincidere con la nascita della scola, che poi rappresentò il

studium

primo (struttura universitaria) di insegnamento del diritto.

È considerato, Irnerio, il mitico fondatore della scuola di Bologna. Ed è un fenomeno che

concentrazione eroica

prese il nome di “ ”: per esaltare un particolare fatto o

avvenimento lo si personificò, cosicché, glorificando il personaggio, si glorificava

l’avvenimento stesso.

Lo Studium di Bologna

Nacque l’insegnamento universitario e Irnerio radunò intorno a sé un gruppo di studenti in

un rapporto di tipo privato e personale. Questa situazione, sviluppatasi alle origini, la

troveremo anche nel periodo successivo ad Irnerio.

Organizzazione iniziale dominus

Alle origini troviamo un maestro che assumeva il titolo di “ ” con cui gli allievi,

grandi giuristi compresi, erano soliti definire i propri maestri. Un dominus che chiamava i

soci colletta

suoi studenti “ ” e da loro riceveva, in cambio dell’insegnamento impartito, la

(stipendio). Nel loro insieme costituivano una comitiva. Non vi erano luoghi pubblici

deputati all’insegnamento, il maestro riceveva i suoi studenti direttamente a casa propria.

matricolae

Non vi erano formalità o esami (i primi elenchi di studenti, le , comparirono

solo dopo la metà del Duecento). Non vi erano dei programmi specifici, il maestri aveva

infatti un ampia libertà per organizzare il proprio insegnamento. Chi voleva imparare

doveva essere in grado di comprendere le lezioni del maestro quando il maestro lo

riteneva pronto l'allievo affrontava un colloquio pubblico, a dimostrazione della

competenza conseguita. Iurisprudentia

Fu un periodo in cui cominciò a farsi strada l’idea che la non fosse la sola

scienza speculativa (orientata al sapere e alla conoscenza) ma fosse anche una vera e

scientia lucrativa e scienza che dà potere.

propria Nei giuristi dotti si voleva

verissima filosofia res sanctissima

diffondere quest’idea di giurisprudenza come " ", " ", e

misura della verità. Si tese a sacralizzare la figura del giurista e del giudice come colui che

aveva le mani pulite. Per contro vi furono anche altri pensieri: invettiva critica del poeta

Nigellius

satirico che prendeva il nome di . Verso la fine del XII si lanciò contro i dottori

giuristi e scrisse una serie di critiche:

“Gli studenti incorporano tutto il corpus iuris con un lavorio indescrivibile, e passato un

certo tempo di studio ritornano trionfanti. Sanno parlare infatti una lingua nuova e sanno

usare parole lunghe sei piedi";

"chi conosce il diritto può suscitare le liti e guadagnare, e poi comporre le liti e

guadagnare, e poi rinfocolare le liti sopite e guadagnare ancora";

"i giuristi stanno alla corte del re ma anche nella casa del pontefice",

"senza i giuristi nè i principi nè i prelati possono esistere”

Il ruolo del giurista nella società stava assumendo un dimensione fondamentale.

Dopo Irnerio successero i suoi allievi, i quattro dottori:

 Bulgaro.

 Martino. 63

 Iacopo.

 Ugo .

Ciascuno di questi dottori ebbe una propria scuola e formò la propria comitiva con i propri

studenti.

Secondo un cronista del tempo l’allievo diretto di Irnerio sarebbe stato Iacopo: ci riporta il

racconto secondo cui Irnerio in punto di morte avrebbe parlato ai suoi studenti rivolgendo

a ciascuno di loro una frase:

 Bulgarus os aureum (eccezionale).

 Martinus copia legum (grande capacità di menzionare i testi).

 Mens legum est Ugo (capacità di determinare le fonti di una norma).

 Jacobus id quod ego” (ciò che sono io, quindi successore di Irnerio)

(Cronaca del XIII sec.).

Questo racconto è estremamente simile al racconto che Aulo Gellio fece sulla morte di

Aristotele: ad Aristotele, che stava morendo, chiesero chi fosse fra i suoi allievi quello che

considerava il suo successore. Aristotele non disse il nome ma si fece portare due bicchieri

Quello di Rodi è buono ma

di vino: uno di Rodi e uno di Lesbo. Assaggiò i due vini e disse “

quello di Lesbo è assai più dolce”. Siccome tra i suoi allievi prediletti vi era uno di Rodi e

l’altro di Lesbo, Teofrasto, si ritenette che egli scegliendo il vino avesse in realtà scelto il

successore.

Irnerio venne quindi paragonato, sin dopo dalla sua morte, ad Aristotele, cioè a colui che

era considerato la massima autorità della scienza e della sapienza: processo di

mitizzazione della figura di Irnerio.

I quattro dottori ebbero ciascuno una propria scuola ma non si limitarono solo

all’insegnamento, iniziarono a partecipare direttamente alla gestione del potere:

collaborarono strettamente con quelli che erano gli uffici più importanti del Comune

cittadino.

Nella “curia Bulgari" si insegnava ma Bulgaro faceva anche attività di giudice e ospitava gli

uffici maggiori del comune: cominciò a crearsi quel rapporto di collaborazione tra comuni e

giuristi. Inizialmente i rapporti erano molto tesi e difficili, i giuristi ora parteciparono

direttamente alla gestione del potere, e i poteri pubblici iniziarono ad essere consapevoli

dell’importanza del ruolo del giurista.

La Authentica “Habita”

I quattro dottori furono chiamati nel 1154 da Federico Barbarossa alla Dieta di Roncaglia a

iura regalia

prestare la loro consulenza circa i diritti imperiali ( ): Federico, sceso in Italia,

aveva bisogno di rafforzare la propria presenza. Questa fu una grande manifestazione di

importanza nei confronti dei dottori. In cambio della risposta ottenuta ottennero la

Costituzione o Authentica Habita (1155), legge imperiale, che ordinava che venisse

inserita fra le leggi romane, quindi nel Corpus Iuris. Rappresentava il conferimento di una

"diventati esuli per amore della scienza”,

serie di privilegi per coloro che erano cioè quei

studenti e maestri che si erano recati a Bologna per studiare e insegnare. La mobilità era

uno degli elementi tipici dell’uomo medievale, caratteristica insita nel suo modo di essere.

Questi privilegi erano innanzitutto per gli studenti (prima quelli bolognesi):

 Privilegi fiscali

 Libera circolazione per tutte le terre dell’Impero.

64

 Immunità da rappresaglie. Il diritto di rappresaglia era quello di rivalsa che ciascun

creditore insoddisfatto aveva nei confronti di qualsiasi concittadino del suo debito.

Privilegi per i professori:

 La giurisdizione civile e criminale sugli studenti: diventarono quindi giudici degli

studenti che in questo modo furono sottratti quanto dall’autorità vescovile tanto da

quella comunale Bolognese.

Sviluppo della scuola bolognese

Gli studenti crebbero rapidamente nel numero a causa dell’aumento della fama di

Bologna: studenti della penisola ma anche di tutta Europa. Ci furono non solo dei problemi

di ordine ma anche quelli relativi alla struttura dell’insegnamento: quel rapporto solidale

tra il maestro e i suoi pochi soci non riuscì più a funzionare. Le scuole si moltiplicarono a

loro volta facendosi concorrenza l’una con le altre, anche con metodi sleali.

Gli studenti cominciano a riunirsi in gruppi in base alla loro provenienza e a relazioni di tipo

nationes rectores

familiare per esempio: . Eleggevano i propri capi, i , ognuno dei quali

doveva curare e gestire i rapporti tra gli studenti e i maestri e concordava le cifre pattuite

per la retribuzione. Erano delle associazioni che rientravano nel fenomeno tipico

medievale: come la mobilità vi era la tendenza ad associarsi. Però ad essere riconosciute

furono solo le associazioni dei maestri e non degli studenti, che sotto il profilo giuridico

creavano perplessità, ma ciò non impedì agli studenti di associarsi. Nei primi decenni del

Universitates scholarium

‘200 le nationes si riunirono in due (rette da un rector). Il

termine “universitas” nel mondo medievale ha significato di un “complesso di più persone”

dotato di personalità giuridica. Le due Universitates che nacquero a Bologna furono

Citramontani

“scholarium”, un termine riferito agli studenti. Quella dei raccoglieva tutti

gli studenti di area italiana, e quella degli Ultramontani raccoglieva tutti coloro che

stavano al di là delle Alpi (spagnoli, francesi, tedeschi ….).

Inizialmente i rectores furono due, poi ne venne eletto uno solo per entrambe, e il rettore

era uno studente (differenza profonda con la nostra attuale struttura universitaria) che

assumeva la rappresentanza di entrambe le universitates e ne curava gli interessi nei

confronti dei comuni cittadini e dei professori. In certi casi aveva anche competenza di tipo

giurisdizionale sugli studenti, che non fu pacifico accettare. Cominciò a delinearsi una

struttura maggiormente organizzata: tante scuole che si organizzarono in associazioni

dapprima più piccole e poi più ampie.

Gli statuti universitari

Ovviamente questa nuova struttura comportò la nascita di Statuti universitari: cioè insiemi

di regole che disciplinavano la vita universitaria, che comparvero nei primi decenni del

‘200, e furono imposti dai rettori. Impegnarono i professori all’insegnamento, concordarono

i corsi da svolgere, la loro durata, gli orari, i periodi di vacanza, i periodi durante i quali i

professori potevano allontanarsi dalla città per affari privati. Definirono in sostanza quelle

che noi possiamo classificare come strutture organizzative degli studi. E riuscirono, più o

meno nello stesso periodo, a trasferire al comune l’onere economico del pagamento degli

stipendi. Quindi non erano più gli studenti a pagare direttamente i maestri, bensì il

comune: diventarono stipendiati da questo.

65

Le attività economiche

Il comune d’altra parte aveva tutti gli interessi a tenersi ben stretti lo studium perché, al di

là dei problemi di ordine pubblico, era una struttura che creava un indotto di tipo

economico eccezionale: buona parte delle attività economiche cittadine giravano intorno

allo studium.

Moltissimi soggetti lavorarono per lo studium: i bidelli, che furono dei personaggi centrali

all’interno di questo mondo, perché gli competevano una serie di attività fondamentali per

il corretto svolgimento dell’attività di insegnamento. Ma soprattutto avevamo molte

attività legate al commercio librario: nel secolo XIII erano attive botteghe di stationarii o

venditores librorum, che si distinguevano in due categorie:

 Alcuni che conservano i testi giuridici e li davano in locazione.

 Altri che li ricopiavano o li facevano ricopiare su ordinazione in base a un

exemplum

" " che custodivano.

Con il passare del tempo la richiesta di libri divenne sempre più evidente, i libri erano

carissimi e pochi potevano permettersene una copia personale. Ma quanti li volevano

acquistare o copiare si trovavano davanti ad un problema abbastanza serio: per ricopiare

exempla

un libro intero ci voleva più o meno un anno. Motivo per cui gli per essere copiati

peciae

in fretta vennero squinternati in fascicoli detti : in questo modo si ridussero i tempi

di copiatura, perché nello stesso momento vi erano un più copisti che lavoravano in diversi

fascicoli dello stesso volume. Le Peciae furono una delle fonti più interessanti per la storia

del diritto di quel periodo perché sopravvissero e continuarono a circolare e su di esse

venivano fatte annotazioni successive.

Vi erano poi i cartolarii (artigiani che confezionavano le pergamene), scriptores

(amanuensi o copisti che riproducono il testo), miniatori legatori, ma anche affittacamere e

gestori di locande: vasto indotto di tipo commerciale che ruotava intorno al campo del

libro.

Sviluppo della scuola bolognese

Alla fine del XIII secolo lo studium acquistò una cultura più o meno definitiva: gli studi

vennero organizzati burocraticamente e tecnicamente. Ogni studente nuovo arrivato

doveva necessariamente iscriversi nella matricula: classificato. I maestri erano ormai

doctores legentes Collegio dei giuristi dottori

riuniti nelle corporazioni dei il " ”, e

controllavano le scuole universitarie e soprattutto la nomina dei professori (nel Trecento il

compito passerà alla magistratura dei "Riformatori dello studio”).

L’organizzazione delle lezioni

Vi era l’obbligo di frequentare le lezioni per un certo numero di anni, mentre all’inizio era il

maestro a decidere quando lo studente aveva finito il corso di studi. Le lezioni vennero

divise in due grandi serie:

 De mane : letture ordinarie su Vetus e Codex e su Novum e Infortiatum.

 De sero : altri professori tenevano corsi meno importanti quali la lettura dei tres

libri, delle Institutiones e delle Autentiche.

Nel Trecento non vi erano ancora esami particolari ma si stabilizzò la fase conclusiva degli

studi: 66

 Baccalarius in actu legens : al sesto anno lo studente doveva dimostrare di

essere in grado di saper legere, repetere, disputare il testo, dapprima senza

oppositori e poi con un oppositore.

 Tentamen : tra il sesto e l’ottavo anno, lo studente sceglieva un professore che lo

presentava alla commissione con egli doveva sostenere un colloquio. Con il

promotor

professore, , svolgeva il primo colloquio privato: se esito era positivo si

andava al passaggio successivo.

 Baccalarius ad Privatam ammissus a cui si accedeva dopo aver sostenuto con

esito positivo il Tentamen. Era una esame particolarmente impegnativo, in cui lo

studente doveva presentarsi davanti ad una commissione presieduta dal vescovo a

cui partecipavano diversi maestri del collegio dei giuristi dottori: al mattino allo

studente venivano assegnati due argomenti, relativo ad alcuni passi dei Corpus

Iuris, che avrebbe poi dovuto discutere davanti alla commissione. Se l’esito era

licentiatus,

positivo lo studente diventava ma non ancora dottorato.

 Esame pubblico : che si svolgeva davanti ad una commissione analoga a quella

davanti cui si era svolta quella privata ma pubblicamente (spesso in Chiesa). Alla

fine di questo esame lo studente veniva investito di quelli che venivano considerati

doctor

i simboli della sua scienza: anello, toga e berretto. Ciò lo rendeva in diritto

civile, canonico o in utroque iure (entrambi i diritti).

Le università “minori”

In Italia esistevano anche altri centri di studio del diritto che si costituirono seguendo il

modello bolognese. Queste Università “minori” (non per importanza ma perché Bologna

rimase come punto di riferimento) nacquero per migrazione: negli anni ‘80 del XII secolo si

assistette, a Bologna, ad un periodo turbolento e per questo motivo si manifestò un

malumore diffuso sia tra gli studenti che tra i docenti.

Quindi alcuni importanti maestri abbandonarono Bologna e diedero vita ad altri centri di

Pillio da Medicina

studio e di insegnamento seguiti dai propri studenti. Per esempio si

spostò a Modena e poi a Piacenza: in cui i comuni controllavano lo studio pagando uno

stipendio ai professori.

Talvolta furono proprio gli studenti a spostarsi in massa e in questo caso erano i maestri a

seguirli: è il caso di quello che accadde nel 1222 a Padova (trasferimento in massa di

studenti).

Il comune di Bologna cercò invano di far fronte a questa fuga continua: intervenne, per

esempio, imponendo ai maestri il giuramento di non allontanarsi dalla città, ma

nonostante ciò molto maestri se ne andavano comunque. Il fenomeno di questi

spostamenti aumentò e tutto sommato era un elemento positivo perché in ogni caso

rappresentava motivo di arricchimento deli studi universitari. Nacquero così altri centri

universitari: oltre a Modena e a Padova, a Vicenza, Arezzo, Vercelli, Siena, Perugia ….

Le caratteristiche di queste università c.d. “minori”:

Si differenziavano da Bologna nei metodi di studio e di interpretazione, nell’oggetto del

loro studio: a Bologna si concentrava pressoché sul Corpus Iuris Giustinianeo. Troviamo un

maggiore interesse per la prassi (diritto canonico, diritto longobardo, diritto locale, diritto

feudale), rimase un certo gusto per la retorica e la dialettica (maggiori collegamenti con le

arti liberali) e si studiava anche la procedura (per rispondere a certe esigenze).

Questi centri di università minori nacquero anche all’estero: all’interno di un centro

Vacario Liber

dedicato allo studio del diritto canonico, in Inghilterra, autore del

pauperum. Egli era un autore italiano che si recò in Inghilterra per insegnare il diritto

67

romano utilizzando questo “libro dei poveri”, pensato per gli studenti che non erano in

grado di procurarsi i testi legali (molto costosi). In esso raccolse norme tratte dal Digesto e

dal Codice, compresi gli ultimi tre libri.

Negli anni ‘60 del XII secolo nacque un centro id studi a Montpellier probabilmente fondata

Arles Saint-Gilles Rogerio

dal Piacentino e le scuole di e dove probabilmente insegnò

(giurista francese di formazione italiana).

L’Università di Parigi

Modello alternativo rispetto a quello bolognese: nacque un centro universitario ma in

origine vi si studiavano solo le arti liberali, la filosofia e la teologia. Questa università era

strutturata in modo diverso: non universitas scholarium (studenti) ma universitas

scholarum (di scuole). Nacque piuttosto come un’associazione di professori, maestri di arti

liberali, filosofia e teologia, che tendevano a riunirsi per svincolarsi da quello che era il

controllo della sede vescovile. Non abbiamo le due universitates degli studenti come a

Bologna ma un'unica universitas a cui partecipavano sia i professori che gli studenti.

Studenti che a differenza di quello che accadeva a Bologna erano estranei a quello che era

l’insegnamento del diritto: modello consueto a partire dal 1400 in avanti.

Per qualche tempo a Parigi non si studiò il diritto perché in Francia lo sviluppo

dell'insegnamento giuridico a livello universitario ebbe uno svolgimento diverso per motivi

politici e di tradizione giuridica.

Dal punto di vista giuridico la Francia era divisa in due parti:

 Nelle regioni in cui erano arrivati i barbari (visigoti e burgundi), quindi a sud, era più

forte la tradizione romanistica. Ci troviamo in presenza di un patrimonio

consuetudinario largamente ispirato al diritto romano: si parla di “paresi a diritto

scritto”.

 Nel nord, che rimase più permeabile all’influenza del diritto romano, ci troviamo di

fronte ad un patrimonio di stampo prettamente germanico.

Particolarismo giuridico: all’interno del medesimo territorio ci troviamo di fronte a fonti

diverse del diritto.

Motivi politici che si rifacevano ai rapporti tra il re di Francia e gli imperatori germanici. Il

traslatio imperi,

diritto romano, per effetto del principio della era considerato in qualche

modo il diritto proprio dell’Impero e per i sovrani francesi riconoscere un diritto imperiale

comportava politicamente un idea di assoggettamento all’Impero.

Diritto romano: veicolo teorico di una potenziale soggezione della Francia all’Impero.

Nel 1219 Filippo Augusto ottenne dal papa Onorio III (l’insegnamento delle arti liberali

rientrava sotto il controllo dell’ambiente vescovile) la proibizione dell’insegnamento

giuridico a Parigi

Gregorio IX Orléans

Nel 1235 venne autorizzato a (poco prima a Parigi) che

rappresenterà un centro fondamentale per lo sviluppo, studio ed elaborazione del diritto:

proprio da qui nasceranno dei nuovi metodi legati all’insegnamento e studio giuridico.

Filippo il bello

Nel 1312 confermerò con un ordinanza l’autorizzazione precisando che

Il regno si reggeva sulla consuetudine; vi potevano essere poi popolazioni che

o usavano lo ius scriptum, ma per concessione sovrana.

68

L’insegnamento del diritto romano serviva per imparare i principi utili a

o comprendere le consuetudini.

“non ratione imperii ma imperio rationis”:

Il diritto romano vigeva cioè in ragione di

o una sua intrinseca autorità ma per la sua razionalità, capacità di essere e costituire

un insieme di principi utili a meglio comprendere il diritto francese

(consuetudinario).

Le università di fondazione

Non nacquero spontaneamente ma per iniziativa di autorità politica: per effetto di un

privilegio, concessione o atto di fondazione che derivava dal potere pubblico.

Lo Studio di Napoli Federico II

Fu il caso più famose delle università di fondazione: nel 1224 da re del

Regnum Siciliae e Imperatore fondò uno Studium generale a Napoli. Si tratta di quella che

viene considerata la prima Università “pubblica”. Anche se era il re a scegliere i docenti tra

suoi fedeli: gli stipendi venivano corrisposti direttamente dal sovrano e gli scopi dichiarati

erano quelli di promuovere il culto delle scienze e delle lettere, di soddisfare la sete di

sapere ai suoi sudditi e a non costringerli ad allontanarsi troppo dalle loro famiglie.

Lo scopo reale era quello di costituire un gruppo dirigente fedele al sovrano. Per questo

motivo Federico II con lo stesso atto di costituzione proibì ai giovani meridionali di studiare

altrove: tutti gli studenti del regnum furono costretti a studiare a Napoli e chi fosse andato

in precedenza altrove sarebbe dovuto rientrare.

Nel 1226 Federico II promulgò un bando contro lo Studium bolognese:

Bando fredericiano “Se qualcuno, passati quattro mesi dalla promulgazione della presente

costituzione, oserà contravvenirla, sia ipso iure da ritenersi un infame e non possa più

compiere alcun atto legittimo, né fare testamento valido, né ricevere testamenti o

emanare sentenze legittime. E affinché i dottori e gli scolari dello Studio non siano puniti

per i delitti dei Bolognesi, non tardino essi a recarsi presso la nobile città di Napoli dove è

aperto uno Studio da noi personalmente con molta diligenza ordinato, e vadano sicuri

nelle persone e nelle cose sotto la nostra autorità e protezione là dove trionfa l’amenità

del Luogo, l’abbondanza delle vettovaglie e un’onorata congrega di professori”

Il comune di Bologna reagì in vari modi, e il modo più peculiare fu la creazione di un falso

privilegio: un privilegio che mirava ad affermare l’antichità delle origini dello studium

bolognese. Si sosteneva che l’università di bologna è stata anch’essa fondata un

imperatore molto più importante di Federico II, perché più antico. Privilegio era di Teodosio

che avrebbe deciso di fondare a Bologna uno studium, stabilendo il corso di studi. Notaio

del privilegio fu Cicerone, rientrarono in esso anche San Petronio e Sant’Ambrogio.

A Napoli vi insegnavano dei giuristi meridionali, ma di formazione bolognese (Andrea

Bonello da Barletta, Marino da Caramanico), e giuristi settentrionali (Martino da Fano).

• Si insegnava solo il diritto romano

Altre Università di Fondazione

Oltre a Napoli vi furono altre Università di Fondazione: nel 1229 papa Onorio III fonda

Tolosa (vi si utilizzava tutto Aristotele, in quel periodo parzialmente proibito a Parigi) e nel

1254 Alfonso X fonda l’università di Salamanca.

Le strutture universitarie in questo modo aumentarono sempre di più.

69

L’insegnamento universitario

Nel momento in cui venne riscoperto, il Corpus Iuris Civilis ritornò ad essere diritto

applicabile al presente. Quindi non si tratta solo di una riscoperta filologica o di un

materiale didattico, ma soprattutto riscoperta di un diritto che tornava a vigere.

Quindi l’insegnamento e il modo di applicare quel diritto al presente andarono di pari

passo. Erano due operazioni compiute contestualmente: il diritto romano si studia e si

insegna e attraverso queste due azioni si rendeva diritto applicabile al presente.

Tecniche didattiche (e interpretative)

Tali tecniche e didattiche e interpretative non erano uniformi in tutte le università, ma

variavano.

Il Corpus Iuris Civile doveva essere spiegato: così nacque il lavoro dei maestri bolognesi.

Leggevano il testo e spiegavano il frutto del loro lavoro agli studenti. Lo schema

lectura

caratteristico della lezione fu per molto tempo fu la che avvenne per lungo tempo

sul testo del maestro (da qui il termine “lectura”).

Odofredo (metà del ‘200):

"seguirò nell'insegnare lo stesso ordine ch'è stato osservato dai professori antichi e

moderni e specialmente dal mio maestro. Prima di arrivare all'esegesi della littera della

legge vi riassumerò il contenuto di un titolo.

Prima di procedere al vero e proprio lavoro esegetico interpretativo si incominciava con

una lettura generale del testo.

Bene e ordinatamente e al meglio delle mie possibilità porrò poi i casi delle singole leggi.

Cioè: formulava esempi concreti che in qualche modo permettevano di meglio spiegare e

comprendere il principio giuridico presente nel testo.

Leggerò quindi la littera per toglierle qualche menda.

Nuova lettura per meglio comprendere il significato delle singole parole e preposizioni.

Ripeterò ancora il casus con brevi parole. In quinto luogo scioglierò le contrarietates,

aggiungerò le regole generali (che volgarmente sono chiamate brocarda) e le

distinctiones e le quaestiones sottili e utili con le relative soluzioni.

Dopo una prima lettura e dopo aver capito il principio racchiuso all’interno del testo si

andava più concretamente all’interno della norma. Era inevitabile che all’interno della

compilazione di Giustiniano vi fossero dei passi discordanti tra loro: lo stesso tema veniva

trattato in più parti della compilazione e poteva accadere che vi fossero delle difformità

nella disciplina. Il maestro doveva in qualche modo riuscire a risolvere queste difformità,

trovando la soluzione che poteva essere realizzata ad esempio attraverso lo strumento

distinctio

della . A ciò venivano aggiunte espressioni proprie del maestro che enunciavano

in modo coinciso il principio genarsele. Si formulavano, partendo dal primo passo, dei casi

ipotetici e si cercava di risolverli elaborando ipotesi divergenti, trovando poi una soluzione

finale (quaestiones).

E se vi sarà qualche legge che per la sua fama o per la sua difficoltà è degna di una

repetitio, la riserverò per una repetitio serale".

70

Erano delle sorte di lezioni monografiche le ripetitiones, che venivano fatte su un

determinato tema e di regola erano scolte nel pomeriggio da un maestro diverso da quello

della lettura mattutina.

La glossa

Durante la “lectura” per meglio chiarire il testo venivano apposte delle brevi annotazioni

glosse.

che prendono il nome di Era una forma letteraria non nuova, risalente alla

tradizione di studio e di interpretazione dei testi biblici, ma fu il primo strumento che i

giuristi bolognesi utilizzarono per meglio comprendere il testo. Fu uno strumento così

importante da dare il nome ad un’intera scuola dei giuristi di quel periodo che

prenderanno, appunto, il nome di glossatori.

I giuristi che operavano nelle scuole tra la fine del XII e XIII secolo presero il nome di

glossatori .

Il testo era disposto su due colonne e il maestro leggendo faceva scriveva delle

annotazioni che potevano essere:

Interlineari.

o Marginali.

o glosse redatte

Quelle del maestro prendevano il nome di e di solito venivano siglate dal

maestro stesso (es. Y, per Irnerio). Quelle degli studenti, invece, prendevano il nome di

glosse riportate . I libri non cambiavano mai e lo stesso passava attraverso più

generazioni, e ogni maestro continuava ad aggiungere nuove annotazioni, aumentando

sensibilmente, creando confusione. Per rimettere ordine si cominciò a creare quelli che

apparati

vengono definiti “ ”: un maestro prendeva tutte le glosse dei suoi predecessori, le

riordinava e dava loro una forma compiuta trascrivendole intorno al testo. A partire dalla

metà del XII secolo gli “apparati” andarono cristallizzandosi al punto che nel 200 i maestri

non potranno più prescindere dall’apparato dei suoi predecessori: si studierà il testo

originale e l’insieme delle glosse.

Si passò da glosse elementari letterali (es. Adversarium, gl. scilicet reum) a glosse che

richiamavano passi simili o contrari (similia e contraria) e a glosse che permettevano

l’individuazione e la spiegazione dei concetti, degli istituti e delle categorie giuridiche

descritte nel testo (es. accanto ad un brano dedicato alle azioni miste, - azioni che a

miravano a tutelare contemporaneamente sia diritti reali che diritti di credito- si spiega

quali sono i caratteri di queste azioni).

Scienza del diritto comune

I glossatori

 Sono gli artefici della riscoperta del Corpus iuris civilis

 La scienza giuridica ha il compito di ordinare giuridicamente la società

 I testi giustinianei

Sono la base autorevole su cui poggiarsi (“momento di validità”) per cercare

o attraverso l’interpretatio

Soluzioni (norme) convenienti ai tempi (“momento di effettività”)

o

 Non semplici esegeti avulsi dal loro tempo ma “ottimi creatori del diritto”

 “Interpreto, cioè correggo, aggiungo, estendo” (Glossa di Accursio)

71

 Giurista non più solo interprete iuris, ma anche conditor iuris

 Il diritto comune è elaborazione scientifica, interpretatio

 “Incompiutezza” del potere politico

 Dialettica tra diritto comune e diritti particolari

L’interpretatio

Problemi da risolvere

1. Applicazione di un diritto vecchio di sei secoli

2. Sovrabbondanza di norme e contraddizioni

3. Casi in cui la legge tace

Si svilupparono progressivamente nuove tecniche didattiche e interpretative che

consentirono di comprendere e adattare il Corpus Iuris Civilis alle esigenze della realtà

medievale.

L’interpretatio – Tecniche

 Distinctiones : (“qui bene distinguit bene docet”: scomposizione analitica della

materia indagata (dal genus alla species)

Tabelle o tavole sinottiche

o Esempi:

o Ius : aliud civile - aliud pretorium

 Iudicium : aliud bone fidei (maggiori poteri discrezionali del giudice) -

 aliud stricti iuris.

 Casus : esempi fatti per spiegare l'ambito di applicabilità di una norma

Esempio (a proposito di rapporti patrimoniali fra coniugi):

o Alla legge LVI del titolo III del libro XXIV dei Digesta

Una donna mi portò in dote tra le altre cose delle case e poiché quelle case minacciavano

di abbattersi sul vicino io detti garanzia al vicino sul danno eventuale. Dopo, il

matrimonio si sciolse e la donna mi chiese la restituzione della dote. Io rispondo alla

donna: garantiscimi che mi risarcirai da qualunque danno subirò per aver dato garanzia

sul danno eventuale.

Dissensiones dominorum : indicazione delle diverse opinioni dottrinali su un

 punto di diritto.

esempio (a proposito del rapporto lex – consuetudo)

o Per quanto riguarda la consuetudine esiste una molteplice varietà di opinioni. Infatti

secondo Piacentino nessuna consuetudine contraria alla legge, sia generale sia speciale,

abroga la legge scritta ... Albericus dice che si deve osservare quella consuetudine,

contraria alla legge, che potrebbe essere confermata da un patto espresso. … Giovanni

Bassiano distingue se la consuetudine contraria allo ius sia generale o speciale ….

Luoghi comuni: (argomento a fortiori, a minori, a contrario etc.).

 Esempio:

o Iacopo “a chi spetta fare le leggi spetta interpretarle. A minori” (si giustifica il potere di

interpretazione autentica dell'imperatore, collegandolo con il normale e maggiore potere

legislativo a lui spettante)

Quaestiones diputatae: da tecnica didattica diventarono un modo di

 speculazione scientifica. In origine quaestiones legitimae (discussione di testi

discordanti per metterli d'accordo facendo uso della quaestio = dibattito,

discussione) poi disputatae dagli studenti (pro, contra e solutio). Da metà del XII

ex facto

secolo erano previste in determinati periodi dell’anno. Potevano essere “

emergentes ”, riguardare materia statutaria (quaestiones statutorum) o feudale,

(quaestiones feudorum). Non si potevano trattare i casus legis. Talvolta erano

disputate pubblicamente 72

Esempio:

o Dei feudi

La questione è tale. L'abate di san Giovanni di Parma ha un monastero nella città di

Pistoia e per andare due volte l'anno a detto monastero si era fatto promettere dei cavalli

da certi suoi vassalli della città di Parma. Poi così avviene che l'abate perse il detto

monastero per provvedimento del signor Papa. Si domanda se i vassalli siano tenuti a

fornire i cavalli all'abate perché vada verso un'altra destinazione.

L’interpretatio – Generi letterari

 Tractatus quaestiones

: era una raccolta di su di un dato argomento. Opera

monografia che verteva su un determinato tema, ma i singoli capitoli di questo libro

erano rappresentati da diverse quaestiones. In sostanza un maestro giurista poneva

una domanda, prendeva in esame le possibili risposte, e poi dava la soluzione a lui

più congeniale. Era una trattazione sviluppata attraverso queste domande, possibili

risposte e soluzione finale.

 Regulae iuris o Brocarda : è una breve frase, come aforisma o proverbio, che

condensa e al tempo stesso serve a memorizzare principi generali di diritto.

Servono a concentrare e a indicare un principio generale di diritto attraverso una

formula di facile memorizzazione per assimilare meglio il principio.

Esempi:

o In dubio pro reo (“nel dubbio a favore dell’imputato” quando non è

 possibile attribuire con sicurezza il fatto criminoso all'imputato - per

esempio, in caso di insufficienza di prove - è opportuno privilegiare la

tutela di quest'ultimo).

Actor sequitur forum rei (“L'attore segue il foro del convenuto”

 criterio che determina, salvo disposizione contraria, la competenza

territoriale del giudice).

 Summae : erano dei riassunti, trattazioni sistematizzanti di singoli titoli, libri e parti

della compilazione giustinianea. Opera in cui venne condensata l’intera parte del

Corpus Iuris Giustinianeo, che era quello che meglio si prestava ad un opera di

compendio.

Fra i primi esempi:

o Summa Trecensis per lungo tempo attribuita, a torto, a Irnerio.

 Summa Codicis di Rogerio (metà XII).

 Summa a Codex e Inst. Di Piacentino (seconda metà XII).

 La più importante era quella di Azzone (inizio XIII sec.). Da notare la

 divisione in capitoli e paragrafi (l'attuale indice sommario). La

summae scomponeva la parte trattata in diversi argomenti e all’inizio

del capitolo li indicava numerandoli progressivamente.

summae quaestioni

La summae si venne ad incrociare con altri generi: per

esempio.

Erano queste le tecniche maggiormente utilizzate e al tempo stesso si riusciva a

trarre dal testo i principi generali, regole del diritto e le norme da utilizzare nel

presente.

I glossatori

Dopo Irnerio troviamo i quattro dottori: Bulgaro, Martino, Iacopo, Ugo, suoi allievi. I primi

due furono i più importanti, diversi tra loro, assunti come rappresentanti di due diversi

modi di intendere il diritto romano e di utilizzarlo. Bulgaro si presentò come esegeta molto

rigoroso e difensore dell'interpretazione letterale e rigorosa della legge scritta. Egli accusò

Martino di essere cattivo giurista perché quest’ultimo era più elastico, non si ancorava al

73

rigore del diritto e ragionava in termini di equità, giustizia e diritto naturale, tendeva anche

ad allargare il proprio discorso staccandosi in certi punti dal testo normativo. Preferiva

andare ad individuare il principio razionale presente in una determinata fattispecie

rigor iuris

giuridica piuttosto che rifarsi esclusivamente a quello che veniva definito al

(interpretazione letterale della legge).

Fu uno scontro fra due diversi modi di intendere l’interpretazione del diritto e due diversi

metodi. Martino allargò la propria indagine ad altre fonti: fu l’unico ad aprirsi nei confronti

del diritto canonico. Erano presenti in Martino quegli atteggiamenti che troviamo nelle

università minori, dove si era più attenti all’esigenze della pratica e si studiava diritto

canonico e longobardo.

I glossatori nelle scuole “minori”.

 Rogerio forse allievo di Martino.

 Piacentino anch’egli forse allievo di Martino. Insegnò poco a Bologna, poi a

Mantova e Piacenza; operò a lungo anche in Francia.

 Pillio da Medicina († > 1207) il quale insegnò a Modena, centro di studio fiorente

e alternativo, attento alla pratica e attento al diritto feudale e processuale (che Pillio

studiò). Egli era totalmente convinto che il metodo bolognese non funzionasse: gli

apparati di glosse, che diventavano sempre più grandi e confusi, non gli

sembravano adatti a comprendere e ad utilizzare al meglio la compilazione di

Giustiniano, preferiva invece le quaestiones, seguire altre strade.

 Giovanni Bassiano († 1193?) si occupò prevalentemente di diritto processuale.

 Iacopo Baldovini (1183-88 - 1235) personaggio particolare perché innanzitutto

neppure lui era in linea con i metodi di insegnamento bolognese. Lo troviamo a

Genova e la sua vicenda legata a questa città è particolare: posta a metà strada tra

podestà

realtà e leggenda. Lui a Genova fu intorno ai primi anni del 200, era

descritto come un personaggio di tutto rispetto, era il reggitore e colui che dirigeva

il comune. Si comportò onorevolmente come podestà. Baldovini venne, proprio

statuti genovesi.

mentre era podestà, nominato come unico emendatore degli Gli

statuti erano la normativa del comune che veniva aggiornata e riorganizzata e di

regola questo compito di revisione spettava ad un gruppo di soggetti una

commissione. Baldovini fu nominato come unico emendatore: particolarità strana.

Lavorò quindi agli statuti genovesi, di cui abbiamo però solo frammenti. Seconda

particolarità: a dispetto di quelle che erano le norme che disciplinavano

l’avvicendamento dei podestà, lui cercò di farsi rieleggere il secondo anno

provocando una sommossa popolare, motivo per il quale venne cacciato dalla città.

Quindi fu una rottura con quella che era la tradizione giuridica locale. Si racconta,

ulteriore vicenda particolare, che mentre era podestà a Genova si pronunciò sulla

condanna a morte di nobile e gli statuti genovesi prevedevano che la sentenza

capitale per i nobili venisse eseguita non tramite impiccagione, bensì per

decapitazione (morte più onorevole). Lui si oppose a questa prassi, sostenendo che

la qualità personale dell’omicida non contasse nulla e che, quindi, si poteva

procedere per impiccagione (anche questa volta come conseguenza ci fu una rivolta

con successiva cacciata del podestà). Leggenda ricordata perché in essa si è voluto

vedere lo specchio di quelli che erano i rapporti tra il diritto comune romano (di cui i

giuristi si facevano portavoce) e i diritti particolari. Rapporti che non furono semplici

all’origine: giuristi e comuni passarono attraverso diverse fasi, all’inizio vi era un

forte contrasto.

 Carlo di Tocco (metà XII secolo) a Piacenza, ma di origini beneventane, territorio in

cui il diritto longobardo era ancora ampiamente utilizzato. Studiò quindi il diritto

74

longobardo usando gli stessi strumenti interpretative usate dai giuristi sul diritto

romano. Studiò la Lombarda e in particolare ne fece un apparato.

 Andrea Bonello da Barletta a Napoli e anch’egli si occupò del diritto longobardo.

Scrisse un trattato su quelle che sono le differenze tra il diritto romano e il diritto

quaestiones

longobardo. Era articolato a cercando di mettere in luce le principali

differenze tra le due, ad uso e consumo dei pratici, coloro che abitualmente

operavano nel Foro. Lui stesso racconta di aver scritto quest’opera perché vide in

advocatellus

un tribunale un (come lo chiamò lui) qualsiasi sconfiggere un grande

romanista semplicemente allegando la legislazione longobarda: si rese conto che

nella prassi, in determinati ambienti, era necessario anche la conoscenza del diritto

abitualmente applicato, in questo caso, appunto, il diritto longobardo.

Podestà : era il titolare della più alta carica civile nel governo delle città dell'Italia

centro-settentrionale durante il Medioevo. Nella pratica il podestà esercitava i

poteri esecutivo, di polizia e giudiziario divenendo di fatto il più importante

strumento di applicazione e controllo delle leggi, anche amministrative. Non

aveva, invece, poteri legislativi né il comando delle milizie comunali che veniva

affidato al capitano del popolo.

La svolta azzoniana

Azzone de’ Porci

A Bologna , allievo di Giovanni Bassiano e maestro di Accursio († 1230),

Summa Codicis

autore di una , tentò anche, ma senza riuscirci, un opera mai

Summae ai Digesta

sperimentata prima: . Si limitò alla summae al codex che senz'altro è

la migliore, che ebbe un grande successo e diventò una specie di prontuario per la pratica

per i giuristi che operavano nel foro. Tanto importante che nei secoli successivi una delle

“chi non ha azzo non vada a palazzo”

massime circolanti nell'ambiente forense fu (chi non

ha il volume di Azzone non vada in tribunale).

Operò in un momento in cui la metodologia dei glossatori entrava in crisi perché ormai si

era verificata la stratificazione eccessiva di glosse: generazioni di glossatori operarono

sugli stessi testi tanto che il testo originale si era perso. Azzone si contrappose a questo

metodo con questa summae, molto lineare e chiara, che cercava di porre rimedio agli

inconvenienti cui aveva dato luogo il lavoro incessante dei glossatori per decine di anni.

Azzone è importante anche perché concluse l’opera, già avviata da Irnerio, per dare

completa autonomia alla scienza del diritto. Il diritto diventò una scienza e cultura: si

distaccò definitivamente dalla cultura letteraria, che secondo Azzone non serviva

all'argomentazione legale. Il diritto è una scienza che si basa su dei principi scientifici ed è

esso stesso cultura.

Autonomia della scienza del diritto, distaccandosi definitivamente dalla cultura letteraria, e

insofferenza per la stratificazione di glosse formatasi intorno ai testi normativi.

Accursio

La soluzione definitiva ai problemi legati a queste stratificazioni provenne dall’allievo di

Accursio Magna Glossa

Azzone: . Morì nel 1263 e tra il 1230 e il 1240 compose la :

apparato a tutte le parti del Corpus Iuris Civilis, che da questo momento circolerà solo

corredato dalla Magna glossa di Accursio, questo succederà nei manoscritti e nei testi a

stampa. Con lui e la sua Magna Glossa si chiuse in sostanza l’età dei glossatori: qualcuno

“serrata della glossa”

parlò di una nel senso che essa pose fine ad un epoca e ad una

tecnica. Da questo momento si potè andare avanti solamente utilizzando metodi e strade

75

diverse: la glossa e il metodo della glossa avevano esaurito tutte le loro potenzialità.

Accursio è considerato il punto di arrivo della scuola dei glossatori.

La Magna Glossa, composta tra il 1230 e il 1240, tecnicamente si tratta di un apparato che

ordina e sistema glosse precedenti, oltre a mettere qualcosa di proprio. È pero un apparato

importante perché le glosse raccolte, riordinate e sistemate sono 97 mila: un lavoro

enorme realizzato mettendo assieme e analizzando le più importanti glosse dei suoi

predecessori. Un opera non originale dato che utilizzò materiale prodotto da altri e

Ugolino dei

apparati già realizzati da altri giuristi: si rifece all’apparato di Azzone e di

Presbiteri. Peccava di originalità e di questo Accursio venne accusato dai suoi detrattori.

Venne fatta circolare una leggenda secondo la quale Accursio aveva rubato ad un altro

grande maestro Odofredo l'idea di fare una glossa all’interno Corpus Iuris Giustinianeo, e

che si fosse chiuso in casa fingendosi malato per riuscire a bruciare sul tempo il rivale e

realizzare la glossa. Si tratta di una leggenda anche se sicuramente anche Odofredo stava

lavorando sull’intera compilazione, ma in modo diverso. Odofredo non realizzò una glossa

bensì un opera di sintesi utilizzando una diversa metodologia: non selezionò e raccolse le

le glosse migliori ma utilizzò un metodo discorsivo, in sostanza spiega e racconta in modo

discorsivo il contenuto della compilazione di Giustiniano. Si parla di una lettura in

riferimento all’opera di Odofredo, quindi di un’esposizione sistematica del intera

compilazione. Per questo motivo Odofredo venne ritenuto, non tanto come l’ultimo

esponente della scuola dei glossatori, quanto uno dei precursori di quella che fu la

successiva scuola di giuristi che lavorarono sulla compilazione: la c.d. scuola dei

commentatori .

Nonostante le critiche la Magna Glossa, nonostante le critiche, divenne l’apparato

ordinario della compilazione giustiano. Dal momento in cui venne realizzata circolò sempre

ad accompagnamento del Corpus Iuris Civilis. Questa idea di un apparato ordinario che

accompagni stabilmente un determinato testo divenne un sistema generalizzato. Noi

abbiamo un apparato ordinario non solo al Coprus Iuris Civilis ma anche ad altri testi

normativi:

 La glossa alla lombarda da Carlo di Tocco

 La glossa ai libri feudorum, forse realizzata da Accursio.

 Vari testi di diritto canonico anch’essi accompagnati da un apparato ordinario.

La feudistica

Gli interessi dei glossatori non si appuntavano solo sul diritto romano, oltre a Bologna,

diritto

negli altri centri di studio ci si occupava infatti di altri diritti e tra questi vi era il

feudale La feudistica

. ossia la scienza che si occupa del diritto feudale, ha le sue radici

l’Edictum de beneficiis del 1037 promulgato da Corrado II il salico: editto che stabiliva

l'ereditarietà dei feudi minori e aveva configurato il feudo come un vero diritto reale.

liber papiensis Lombarda (quindi

Questo edictum era stato introdotto nel e poi nella in

quelle raccolte di diritto longobardo-franco che erano state poste in essere nella scuola di

Pavia). Il sistema feudale aveva assunto una propria fisionomia compiuta e aveva

continuato ad esistere all’interno della società dell’epoca, prendendo ancora più vigore (i

comuni facevano uso dei rapporti vassallatici per legare a sé i signori delle zone a loro

adibite). Diventò quindi naturale che i giuristi si occuparono di questo diritto che faceva

parte della realtà dei loro tempi. Cominciarono a trattarlo e il diritto feudale ebbe uno

sviluppo successivo, che si articolava progressivamente.

76

Albo feudorum: schema ampiamente utilizzato (poi per altri istituti). Queste erano tabelle

che avevano forma ad albero in cui venivano descritti tutti gli istituti e rapporti di diritto

feudale. libri

Del diritto feudale vennero realizzate alcune raccolte che presero il nome di

feudorum ( si tratta sempre di una stessa compilazione che però passo attraverso più

ampliazioni):

 1° redazione (1154-1158) = lettere del giudice milanese Oberto Dall’Orto al figlio

Anselmo = redazione “obertina”.

Anche in questo caso ci troviamo nella leggenda: la storia ci racconta che un

giudice milanese, che viveva quindi in un territorio in cui era ampiamente utilizzato

sia il diritto longobardo che il diritto feudale, aveva mandato il figlio a studiare a

bologna. Ma il figlio si rese conto che quel diritto feudale, di cui tanto il padre

parlava, non era trattato. La tradizione ci racconta che egli scrisse al padre per

sapere qualcosa sul diritto feudale: Oberto, per accontentare il figlio, avrebbe scritte

due lettere in cui enunciava e spiegava quelli che erano i principali istituti del diritto

feudale vigenti in Lombardia. È assai più probabile che questo racconto sia stato un

artificio retorico dello stesso Oberto e che in realtà questa redazione sia derivata da

un iniziativa del comune di Milano che gli aveva chiesto di provvedere ad una

raccolta delle consuetudini vigenti. Sta di fatto che vennero realizzate queste due

lettere che racchiudevano in sostanza quelli che erano i principi e istituti tipici del

diritto feudale dell’epoca. Questa redazione, definita "obertina", costituì la prima di

quella raccolta di diritto feudale che prese il nome di Libri Feudorum (studiati dai

longobardisti).

 2° redazione “ardizzoniana” perché se ne occupò il giurista Ardizzone (fine XII

secolo): due lettere obertine più alcune costituzioni imperiali, soprattutto di

Federico Barbarossa. Con questa trattazione lo studio del diritto feudale passò dalle

mani dei longobardisti alle mani dei romanisti. Questo perché la redazione venne

studiata da Pillio da Medicina. Quindi studiata da un romanista che si era formato su

di esso e a cui dedicò un apparatus. Questo fu un passaggio che nobilitò il diritto

feudale, che fino a quel momento era stato studiato in un ambito di una scienza

molto chiusa (quello longobardista), venne considerato degno di attenzione al pari

del Corpus Iuris Giustinianeo. Divenne non solo un diritto consuetudinario bensì

diritto a tutti gli effetti.

Perché un romanista se ne occupò? Leggenda: si dice che il suo interesse fosse

tres libri,

nato dallo studio dei perché recatosi a Bologna, per effetto del

giuramento, per un certo periodo di tempo si astenette dall’insegnamento. Finché

un giorno gli apparve in sogno il suo maestro, Piacentino, che in una mano aveva la

Summae al Codex e nell’altra frammenti sparsi di una Summae ai Tre Libri che non

era riuscito a portare a termine, dicendo a Pillio di proseguire l’opera. Egli quindi

studiò e fece una Summa ai tre libri e studiando questi temi, che erano legati al

diritto pubblico, all’enfiteusi e alla gestione del demanio pubblico, nacque

l’interesse per i temi legati al diritto feudale. Li nobilitò tanto che nel XIII secolo

quella redazione ardizzioniana corredata dallo studio di Pillio venne presa da

Ugolino dei Presbiteri e inserita nei libri legali. Quindi i libri feudali entrarono a far

parte della compilazione giustinianea e inseriti nei libri legali come X collatio, ossia

in fondo alle 9 collationes di novellae. Da quel momento il diritto feudale entrò a far

parte della Compilazione di Giustiniano e verrà studiato insieme ad essa.

77

Il diritto della Chiesa

Il diritto della Chiesa era, in qualche modo, l‘altra faccia della scuola dei glossatori civilisti,

così come si lavorava sul diritto civile analogamente si lavorava anche sul diritto canonico,

quindi sulle norme del diritto della Chiesa. Si lavorava al punto che il Diritto civile e il

utrumque ius

diritto canonico concorrevano a formare il c.d. “l’uno e l’altro diritto”. Il

diritto canonico si pose progressivamente affianco del diritto civile con cui concorreva a

disciplinare la società medievale. Vennero utilizzati entrambi in una sorta di compendio e

di utilizzo congiunto. Erano i due diritti dei due grandi ordinamenti politici di questo

periodo: diritto dell’Impero e diritto della Chiesa, due ordinamenti universali.

Il diritto della chiesa era per lo più una storia di relazioni con gli altri poteri, primo fra tutti

riforma gregoriana

l’Impero. Uno dei momenti più importanti fu quella della c.d. in cui si

affermava la preminenza della Chiesa su tutti gli altri ordinamenti. In questo clima di

rivendicazione di propria indipendenza e autonomia era normale che il diritto, la

dimensione giuridica, rivestisse un ruolo principale, il diritto serviva per legittimare ancora

di più quelle che erano le rivendicazioni della Chiesa. Nell'ambito della riforma gregoriana

il diritto assunse un ruolo fondamentale e di assoluta importanza perché esso serviva per

legittimare la chiesa e per dare fona memento alle sue pretese. Il diritto della chiesa era,

nel periodo della riforma gregoriana, confuso e disperso tra mille fonti e collezioni diverse.

Per riuscire ad ottenere un diritto che rivestisse il ruolo che gli si attribuiva era necessario

che esso venisse ordinato in quelle norme disperse e che esse si organizzassero in qualche

maniera: necessità quindi di ordine e di sintesi. Era necessità anche di ordine politico della

Chiesa, di affermare proprio un suo ruolo politico.

Graziano e il suo Decreto Graziano

A dare risposta a questa necessità intervenne con un opero che prese il nome di

Decreto

" ". Graziano e il suo "decreto" erano un personaggio e un opera fondamentali

nella storia del diritto della chiesa. Graziano era un monaco nato a Chiusi che studiava e

lavorava a Bologna (tra 1130 e 1150). Studiò a Bologna e probabilmente vi insegnò anche,

più o meno negli stessi anni di Irnerio. Forse insegnò a Bologna perché a lui venne

magister

attribuito l’appellativo di riservato ai docenti dello studio bolognese.

“A quei tempi magister Gratianus raccolse in una sola opera i canoni e i decreti che erano

dispersi in vari volumi e, aggiungendovi talvolta le auctoritates dei santi padri secondo

espressioni appropriate, divise la sua opera razionalmente” (Chronicon Urspergense di

Burcardo di Biberach, ante 1230)

magister Grazianus

Il cronatista Burcardo ci racconta che a quei tempi il raccolse in una

sola opera i canoni e i decreti dispersi in vari volumi e divise la sua opera razionalmente.

Decreto Concordia

L’opera era il che come titolo originale in realtà portava quello di "

Discordantium Canonum " (armonizzazione di canoni discordanti/contrastanti) ma ben

presto cominciò circolare con il titolo di Decreto. L’opera venne compiuta tra il 1140 e il

1142: era una raccolta non ufficiale, che non ottenne mai un crisma di ufficialità dal

papato, nel senso che non fu mai considerata come legislazione vigente dai pontefici. Però

circolerà e verrà insegnata come raccolta di testi di diritto canonico. Forse compilata per

essere usata come libro di testo della scuola canonistica che in quegli stessi anni stava

nascendo e sviluppandosi a Bologna.

Studi recenti dimostrano che la scuola canonistica bolognese era altrettanto importante e

solida. Graziano volle compiere l’opera di sintesi di cui si sentiva l'esigenza: raccogliere il

78

materiale esistente dandogli ordine e cercando di risolvere le contraddizioni e le antinomie

presenti nel vasto materiale.

Il lavoro svolto da Graziano confrontato a quello di Irnerio è più grossolano. Graziano

doveva però trovare un metodo e una tecnica giuridica: la trovò in questa concordia delle

discordanze, nel mettere assieme le norme cercando di concordare in qualche modo le

antinomie. Erano testi nati in momenti diversi e derivavano da fonti di produzione molto

diversificate. Graziano cercò di mettere ordine in questo materiale e talvolta aggiungeva

dicta

proprie considerazioni, definiti (delle considerazioni o riflessioni). Questo è un altro

elemento che ci fa pensare che il testo servisse pe l’insegnamento. Graziano raccolse tutto

questo materiale, molto eterogeneo e diversificato, qualcosa come 3548 testi diversi,

derivanti da fonti diverse: testi biblici, liturgici, patristici, raccolte di canoni conciliari, di

dicta

decretali pontificie, penitenziali, diritto romano. E a ciò aggiunse anche i cercando di

dividere tutto il materiale in un modo razionale. Tutto il materiale raccolto fu diviso in tre

parti:

 Nella prima si tratta del diritto in generale (considerazioni su quello che era la

nozione di diritto, diritto naturale e fonti) e si tratta dei e ministeria, cioè norme che

disciplinavano l’attività e il comportamento delle persone e degli uffici ecclesiastici.

 La seconda parte è dedicata al diritto penale, al diritto processuale e alla materia

matrimoniale.

 La terza parte infine riguarda i sacramenti, la liturgia, alcuni principi teologici e

norme relative al culto.

Una ripartizione razionale e organizzò tutto questo materiale lavorando non sul testo ma

sul collegamento tra i testi. Utilizzando un metodo dialettico, influenzato in questo da

Pietro Abelardo (primo maestro della lettura critica delle fonti) che utilizzava il metodo

oppositio contrariorum

della : metteva a confronto passi contradditori per trovare il

modo di conciliarli. Graziano si ispirò a questo metodo utilizzando un metodo dialettico:

adoperò alcune delle tecniche utilizzate dai glossatori. Nella prima parte si servì delle

distintiones, nella seconda parte ragiona per casus etc. Procedette cercando di individuare

la norma che disciplinava un determinato problema o argomento, mettendo a confronto le

varie regole esistenti, divergenti tra loro, e cercando una norma che desse vita ad una

(dicta)

disciplina uniforme. La soluzione venne offerta attraverso riflessioni svolte

mediante gli strumenti dialettici e utilizzando diversi criteri:

 Ratione significationis nel senso che Graziano valutava il senso specifico della

norma, andava nel cuore della norma cercando di trarre la disciplina dalla norma.

Tra una norma chiara e una oscura, prevale la prima

 Ratione temporis : vi erano norme discordanti perché una era più antica dell’altra

e in questo caso prevaleva quella più recente.

 Ratione loci : si ispirava al principio che la norma particolare derogasse a quella

generale. Si partiva dalla osservazione dell'ambito originario di applicazione della

norma e si sosteneva che prevalesse quella particolare su quella generale.

 Ratione dispensationis : tra una norma generale e una speciale, prevaleva la

seconda. “l’uno e l’altro foro aiutò sì che piace in paradiso”

Dante ci Graziano ci dice: (Divina

commedia, Paradiso, X, 104-105): separò la teologia dal diritto canonico.

Quindi le norme della Chiesa acquistarono propria giuridicità al pari di quelle del diritto

civile. Il diritto canonico divenne autonomo e si se però dalla teologica diventando, quindi,

79

giuridico. Graziano ebbe un doppio pregio: ordine e sintesi al diritto canonico e inizio

processo giurisdizionale del diritto stesso.

L’opera divenne oggetto di studio e insegnamento al punto che, al pari della compilazione

di Giustiniano, si sviluppo, intorno al Decreto, una scuola di giuristi che presero il nome di

decretisti .

I Decretisti

Sul Decreto di Graziano nacquero centri di studio all'estero, piuttosto velocemente. Anche

se il materiale, ovviamente, era assai più ridotto di quello della compilazione giustinianea.

Il Decreto venne studiato utilizzando gli stessi generi letterari adoperati dai civili: prima di

tutto la glossa. Nel XIII secolo venne realizzata sul Decreto da Bartolomeo da Brescia una

Glossa Ordinaria , rielaborandone una precedente di Giovanni Teutonico (1216).

Numerose furono anche le Summae al Decreto: in sostanza gli strumenti e i generi erano

gli stessi di quelli utilizzati dai giuristi.

Dopo Graziano

Graziano riuscì a realizzare un po’ di ordine nel diritto della Chiesa, ma non riuscì a

risolvere completamente i problemi perché continuavano a nascere norme nuove per

Alessandro III Innocenzo III

iniziativa di e . La produzione di decretali aumentava: più di

2000 nuove norme.

Inevitabilmente il decreto divenne mero deposito di ciò che era il diritto vecchio del c.d.

ius vetus ius novus

che doveva essere integrato con lo . L’integrazione prese luogo con

appendici

delle : in fondo al decreto vennero aggiunte appendici contenenti raccolte delle

extravagantes “extra decretum

nuove decretali a cui viene dato il nome di perché

Gratiani vagabuntur” (circolavano fuori dal decreto di Graziano). Ben presto il sistema

delle extravagantes non funzionò dato che le appendice diventarono troppe. Vennero

quindi create nuove collezioni autonome di Decretali che non andavano più in fondo ad

esso ma formavano un corpo proprio.

Quinque compilationes antiquae (1188-1226)

Quinque

Tra queste collezioni autonome di decretali le più importanti sono le

Complationem Antiquae antique

, solo in un momento successivo verranno definite fatte

tra il 1188 e 1226. Collezioni sia private che ufficiali, alcune infatti furono realizzate per

volontà del pontefice che le consacrò con il crisma dell'ufficialità. Raccoglievano solo testi

giuridici e sancirono il distacco definitivo del diritto canonico dalla teologia.

Le cinque compilazioni: breviarium extravagantium

1. Siamo tra il 1188 e 1191: realizzata da Bernardo da

Parma, che raccoglieva il materiale sfuggito dal Decretum e dalle decretali. Diede

ordine sistematico e la divise in 5 libri inventando un ordine della materia che sarà

iudex, iudicium, clerus,

destinato a essere ripreso nella raccolte successive (

connubia, crimen ).

2. 1210-15 Giovanni di Galles, compilazione privata.

3. 1209-10 compilazione ufficiale voluta da papa Innocenzo III: che diede l’ordine di

raccogliere decretali da lui stesso promulgate e di disporre che essa venga

"universis magistris et scholaribus Bononiae commorantibus”

destinata Bologna

affinché essa venga studiata.

4. Giovanni Teudonico 1216-17

5. Papa Onorio III ca. 1226, opera del canonista Tancredi: ordinò di inviarla a Bologna

per studiata, e venne utilizzata nei processi.

80

Queste compilazioni raccoglievano le decretali successive al decreto di Graziano ma non

erano poste in relazione le une con le altre: spesso contenevano norme contradittorie e

discrepanti anche con il decreto di Graziano. Le norme non erano armonizzate tra loro, e

ciò era aggravato dal fatto che nessuna di loro era considerata prevalente sulle altre. Si

crearono raccolte normative con materiale a volte contrastante: incertezza del diritto.

Le collezioni di decretali e i “decretalisti” liber

Intervenne Gregorio IX nel 1234 ordinò di procedere ad una nuova compilazione: "

extra ". Diede l’ordine di inviarla allo studio bolognese.

Diede l’incarico al proprio cappellano Raimondo di Peñafort, giurista molto vicino al

quinque

pontefice. L’ordine era quello di raccogliere le decretali contenute nelle

compilationes antique,

, che ora divennero e di aggiungervi le decretali promulgate da

Gregorio IX.

 Anch’esso era formata da 5 libri con stessa scansione.

 Il titolo perché era al di fuori del decreto di Graziano.

 Abrogava tutte le compilazioni precedenti.

Il decreto di Graziano rimase come ius vetus e queste compilazioni vennero considerate

come diritto vigente.

Da quel momento il liber extra assunse veste ufficiale e fu inviato nelle scuole di diritto e

“in iudiciis et in scholis”.

nei tribunali decretalisti

Anche il liber extra divenne oggetto di studio e nacque così la scuola dei . Al

liber extra venne realizzata una glossa ordinaria da Bernardo da Parma.

liber sextus

L’attività dei pontefici continua: Bonifacio VIII promulgò la raccolta così

chiamato perché si aggiungeva ai cinque libri del Liber Extra. Nel 1289 fu realizzata una

glossa ordinaria del più grande dei canonisti, Giovanni d'Andrea. Il Liber Sextus, come il

liber extra, venne inviato all’università.

Clamentinae

Clemente V " " 1317: completata da Giovanni XXII (1316-1334). Con queste

terminano le compilazioni ufficiali della chiesa. Verranno poi ancora create due raccolte di

carattere non ufficiale, l’extravagantes di Goivanni XXII e le extravagantes communes.

Jean Chappuis corpus

Nel 1500 pubblicò l’intera raccolta delle collezioni canoniche:

iuris canonici . Sei raccolte: tre ufficiali e tre non ufficiali. Questa raccolta costituì il diritto

della chiesa fino al 1917 anno in cui venne promulgato l’attuale Corpus Iuris Canonici.

Verso l’utrumque ius

Nei primi tempi non ci sarà un grande interesse da parte dei civilisti nei confronti del diritto

canonico. I canonisti da un lato assunsero maggior coscienza del proprio ruolo, dall’altro

81

utilizzarono sempre più il diritto romano che rappresentava una delle tante fonti cui la

Chiesa aveva sempre fatto riferimento. Essa da sempre negli affari temporali aveva

utilizzato norme di diritto romano, perciò per loro era normale appoggiarsi a tali norme. Sul

versante canonistico cominciò ad apparire quest’uso congiunto: appunto utrumque ius,

che poi verrà utilizzato appieno anche dai civilisti. L’utrumque ius divenne un fatto

culturale: uso teorico in ambito ecclesiastico o laico di principi (rationes) tratti

indifferentemente dall’uno e dall’altro ordinamento. Per risolvere una controversia in

ambito laico si poterono utilizzare anche dei principi del diritto canonico e viceversa e

sempre più giuristi useranno norme tratte dai due ordinamenti, auctoritates, citazioni di

giuristi che avevano lavorato sia nell’uno sia nell’altro. E sempre più si chiedeva ai giuristi

di produrre dei pareri servendosi di entrambi i diritti. Qualcuno ha parlato di un processo di

osmosi per cui principi dell’uno entrarono nell’altro diritto e viceversa. Uno degli esempi

più semplici di questo processo osmotico: disciplina del matrimonio o il processo

medievale (processo romano canonico perché utilizzerà principi di entrambi gli

ordinamenti).

L’ETÀ COMUNALE (secoli XI-XIV)

Rinacquero le città non solo come centri di attività, di socializzazione umana, ma anche

come nuove strutture istituzionali, come nuovi ordinamenti, politici e giuridici dotati di

proprie regole, proprie strutture, proprie norme di condotta. Queste regole andarono a

ius proprium

costituire il nucleo importante di quello che abbiamo definito “ ” (diritti

particolari) che costituirono quella dialettica tra diritto comune (romano e canonico) e

diritto particolare.

Ogni città, ogni centro era ancora però sotto il controllo di un signore che esercitava tutti

quei poteri propri del signore feudale (diritti fiscali, giurisdizionale, direzione politica).

Questi poteri signorili molto forti iniziarono a venire meno in modi diversi, talvolta a

seguito di privilegi che le città riuscirono ad ottenere. Per esempio questo a Genova

accadde precocemente: la città riuscì ad ottenere alcuni privilegi che comportano un certo

grado di autonomia. Ci troviamo davanti alla rinuncia da parte dei signori locali di alcuni

dei loro poteri, prerogative: esempio rinunciano a certi poteri fiscali, al controllo

giurisdizionale. Non rinunciarono completamente ma ne attribuirono parte alle città.

Nacquero all’incirca nello stesso periodo delle città di nuove fondazione, caratterizzate da

privilegi concessi dal signore. Talvolta la conquista dell’autonomia non avveniva così

semplicemente. Talvolta la conquista avveniva con la forza, la violenza e con delle chiare

ribellioni. Le città cominciarono ad autonomizzarsi progressivamente per concessione,

privilegio signorile.

In tutti questi casi le città acquistarono un autonomia sempre più marcata e al tempo

stesso acquistarono una serie di diritti feudali sul contado, cioè sulle terre circostanti,

sostituendosi progressivamente ai signori.

I signori dal canto loro spesso decidevano di rinunciare alle proprie prerogative, si

inurbarono (andarono essi stessi a vivere nel centro cittadino) cedendo una parte dei loro

beni immobiliari alla nascente borghesia cittadina.

Un processo che da un lato portò all’integrazione dei signori feudali nel contesto cittadino

e dall’altro l’espansione della città. 82

A partire dalla fine del secolo queste trasformazioni iniziarono a preconfigurare dei

processi di costruzione politica: non ci si limitò a chiedere privilegi, ma la comunità

cittadina si trasformò in una istituzione di tipo politico. Questo processo è diversificato:

Nord/Centro: formazione dei cosiddetti Comuni cittadini

 Sud: si consolidò la monarchia = le comunità cittadine rimasero sottoposte al

controllo regio.

 Nel corso del XII secolo la trasformazione è compiuta. Nell’Italia Settentrionale

nascita dei comuni cittadini, si dota di propri organi, strutture, normativa. Un

processo che terminò nella costituzione di un organismo politico, questo passaggio

ulteriore avvenne in modi diversi. A Genova vi fu un periodo di scontri tra la città e il

vescovo (signore di fatto della città): i cittadini chiedevano privilegi, e si giunse

coniuratio Compagna genovese

infine ad una (associazione privata) di nome “ ” in

(consoli)

cui i cittadini si riunirono, elessero i propri rappresentanti e ottennero

poteri giudiziari, cui il vescovo rinunciava definitivamente.

Il Comune di quest’epoca non ha nulla a che spartire col comune odierno.

La comunità di cittadini si trasformò da associazione privata a soggetto di diritto pubblico.

Questo passaggio non fu indolore, graduale, ma spesso era ottenuto con la forza.

Il comune e l’Impero

La conquista dell’autonomia, della propria libertà politica diventò particolarmente difficile

da realizzare nei confronti dei poteri imperiali, le città riconobbero il potere

dell’imperatore, ma solo formalmente: in realtà cercarono di scrollarsi di dosso questo

potere imperiale. La lotta si fece più chiara quando al trono salì Federico Barbarossa che fa

di tutto per ricondurre tutte le città, comuni italiani sotto il controllo dell’impero. La

resistenza fu molto forte e stupì molto l’imperatore come ci dimostrano le parole del

cronachista Ottone di Frisinga, molto vicino per ragioni di parentela a Federico

Barbarossa che raccontano con un misto di ammirazione e diffidenza le peculiarità dei

comuni. Ottone, vescovo di Frisinga (1115 circa – 1158), Gesta Friderici I imperatoris

“Imitano ancor oggi la saggezza degli antichi romani nella struttura delle città e nel

governo dello stato. Essi amano infatti la libertà tanto che per sfuggire alla prepotenza

dell'autorità si reggono con il governo dei consoli anziché di signori. Essendovi tra essi tre

ceti sociali, cioè quello dei grandi feudatari, dei valvassori e della plebe, per contenerne le

ambizioni eleggono i predetti consoli non da uno solo di questi ordini, ma da tutti e,

perché non si lascino prendere dalla libidine del potere, li cambiano quasi ogni anno. …

Non disdegnano di elevare alla condizione di cavaliere e ai più alti uffici giovani di bassa

condizione e addirittura artigiani, praticanti spregevoli arti meccaniche, che le altre genti

tengono lontano come la peste dagli uffici più onorevoli e liberali .. In un punto tuttavia si

mostrano immemori dell'antica nobiltà e rivelano i segni della rozzezza barbarica, cioè

che mentre si vantano di vivere secondo le leggi, non obbediscono alle leggi. Infatti mai o

quasi mai accolgono con il dovuto rispetto il sovrano a cui dovrebbero mostrare

volenterosa obbedienza… a meno che non siano costretti dalla presenza di un forte

esercito a riconoscerne l'autorità…

Ci racconta che si governavano autonomamente tramite i consoli, che cambiavano quasi

un anno, cosa che garantiva un ricambio continuo e costante. A ricoprire queste cariche

erano chiamate persone comuni, non cavalieri.

All’epoca secondo Ottone potevano partecipare alla cosa pubblica anche gli artigiani,

praticanti di arti disprezzate in quel tempo.

83

Le comunità tendevano a disconoscere il controllo imperiale. Le comunità cittadine non

rispettavano le leggi, emanazione dell’imperatore e pretendevano di darsi proprie leggi,

spesso in contrasto con quelle imperiali e questo chiaramente non era ammissibile.

Proprio per questo Barbarossa a Roncaglia aveva chiesto ai dottori l’enunciazione delle

regalie.

I Comuni si riuniscono nella Lega Lombarda (Battaglia di Legnano), Barbarossa è sconfitto

e viene conclusa la pace di Costanza tra i comuni della Lega lombarda e Barbarossa

stesso.

La pace di Costanza è molto importante dal punto di vista politico, è così importante che

viene scritto in fondo al Corpus Iuris Civilis. Sulla pace di Costanza c’è un lavoro di tipo

esegetico, interpretativo fatto dai giuristi. Non c’è in questa una dichiarazione di disfatta

dell’imperatore, ma è configurata come una sorta di perdono dei comuni da parte della

potestà imperiale e come parallelamente una concessione di privilegi, tra questi la

possibilità di regolarsi in base alle proprie consuetudini (elaborare il proprio diritto),

possibilità di organizzarsi militarmente, la libertà di eleggere propri magistrati per

l’amministrazione della giustizia e per l’organizzazione politica cittadina, per il reggimento

degli organi comunali. Il potere legislativo (poteri politici e giurisdizionali), l’imperatore

esercitava una giurisdizione di appello, esercitata da giudici imperiali che avrebbero dovuti

giudicare sulla base di consuetudini. Questo processo di secondo grado non venne mai

realizzato. Con la pace di Costanza il comune acquista definitivamente la propria

fisionomia di organismo di diritto comune. A Luoghi, città e persone della Lega concediamo

le regalie e le vostre consuetudini. Una serie di privilegi: potere legislativo, fiscale, militare,

giurisdizionale.

Le fasi istituzionali del comune

Come si organizzano i Comuni? L’organizzazione politica del Comune passa attraverso

diverse fasi:

1° fase dalle origini alla pace di Costanza

Fase consolare in cui erano presenti quei consoli che ad Ottone piacevano

La fase consolare è caratterizzata dalla presenza dei consoli.

Il vertice istituzionale è rappresentato da quei consoli di cui parlava Ottone da Frisiglia.

Consoli il cui numero poteva variare, ma comunque è un governo di tipo collegiale,

rimangono in carica per massimo 1 anno, la durata media era circa 6 mesi, ricambio molto

rapido, continuo. I consoli hanno compiti sia di governo sia giurisdizionali, pur non essendo

tecnici del diritto con competenze specifiche e perciò spesso per risolvere le questioni si

rivolgono ad un giurista, ad un tecnico del diritto. Questa sarà una prassi che porterà alla

produzione di consilia che caratterizzerà il panorama giuridico di questo periodo. Accanto

ai consoli altri organi: In origine c’era un’assemblea generale che era chiamata ad

affiancare i consoli nelle decisioni di maggiore importanza: in principio assemblea generale

degli abitanti, progressivamente si farà ricorso ad un’assemblea dei capi delle famiglie e

successivamente a dei consigli, formati da un gruppo più ristretto di persone, personaggi

di particolare spicco che rappresentano le varie compagini sociali.

Serie di altre magistrature che avevano incarichi diversi: c’era chi gestiva le entrate del

comune, c’erano gli estimatori incaricati della valutazione dei beni mobili e immobili,

c’erano coloro che presiedevano al regolare svolgimento delle contrattazioni di mercato,

84

c’erano i notai cui era affidata la registrazione degli atti di governo e una lunga serie di

magistrati minori (pulizia strade, apertura porte della città all’alba e al tramonto).

Non bisogna però pensare ad una democrazia: gli organismi comunali non sono

democratici, non c’è partecipazione diretta di tutto il popolo, sono delle oligarchie (a

dirigere la cosa pubblica sono soggetti appartenenti a determinate classi sociali che si

distinguevano in ordine alla capacità economica ed erano i cosiddetti “magnati” cioè nobili

o soggetti agiati, i “cives mediani” che erano prevalentemente i grandi commercianti o i

banchieri e il cosiddetto popolo, i piccoli e medi commercianti e gli artigiani. Solamente

questi gruppi avevano diritti politici e solo loro potevano entrare a far parte del ceto

dirigente. Braccianti, contadini, stranieri non avevano diritti politici, la condizione dello

straniero era particolarmente difficile, complessa. Possiamo dunque parlare di oligarchia.

Dopo la pace di Costanza il regime consolare inizia ad entrare in crisi. I comuni si

rafforzano ed espandono i propri confini, si allargano all’interno del contado e assumono

direttamente il controllo e il governo consolare inizia a mostrarsi per diversi motivi

inadeguato. Certamente è vero che garantiva una certa rappresentanza politica, ma era

bloccato dalla conflittualità interna ai gruppi cittadini e si cerca allora una nuova strada, un

nuovo modo di governare che viene individuato nella scelta del podestà.

Fase podestarile (1190-XIII secolo).

Fase podestarile: si passa da un organo collegiale ad un organo monocratico. Si rinuncia a

quel controllo che l’organo collegiale poteva garantire a favore di un organo monocratico,

incarnato dalla figura del podestà. Ovviamente il processo non è così immediato, c’è una

sorta di altalena ma progressivamente il regime podestarile si afferma e all’inizio del

Duecento si può dire consolidato e affermato.

Il podestà era straniero, proveniva dall’esterno, era dunque assolutamente immune dalle

logiche della politica interna, non apparteneva a nessuna delle famiglie, a nessuno dei

gruppi locali, in questo modo dava garanzie d’imparzialità. In secondo luogo doveva essere

un giurista, professionista del diritto.

Il podestà amministra, governa, giudica con la FAMIGLIA che è un insieme di funzionari che

fanno parte del suo seguito. Rimane in carica per un periodo molto breve.

Il podestà, come i consoli, rimane in carica per poco tempo: circa 1 anno, questo per

evitare che prenda troppo potere. Per lo stesso motivo viene sottoposto ad una forma di

controllo che prende il nome di sindacato, che è una forma di controllo sulla legittimità

degli atti che il podestà e gli altri organi comunali hanno posto in essere durante il loro

mandato. Alla fine dell’incarico il magistrato doveva fermarsi per almeno 15 giorni nella

città, l’ultimo stipendio gli veniva congelato, non gli veniva corrisposto e durante quel

periodo tutti coloro che si fossero ritenuti in qualche modo lesi da un atto del podestà

potevano rivolgersi ad un’apposita commissione e presentare le proprie posizioni. La

commissione formata dai cosiddetti sindacatori procedevano con un’inchiesta abbastanza

veloce. Se si riteneva che avesse agito legittimamente lo si liberava, gli si dava possibilità

di allontanarsi dalla città e gli si dava l’ultima parte dello stipendio, se invece fosse stato

ritenuto colpevole allora sarebbe stato sottoposto alle sanzioni previste per il caso

specifico, che possono essere sia civili sia penali. Ovviamente è un passaggio molto

delicato e molto importante per la carriera del podestà: questo perché i podestà finiscono

per girare da un comune all’altro (esempio: un anno a Genova, un anno a Milano, poi

Pavia,) e ovviamente essere giudicati colpevoli a giudizio del sindacato, era una macchia

che il magistrato si sarebbe portato dietro e avrebbe pregiudicato la possibilità di essere

assunto da un’altra città. Era un passaggio molto delicato per i giuristi. Per esempio

85

Alberto da Gandino, che è uno dei maggiori autori del diritto penale, è un giurista pratico

e ricorda nelle sue memorie ed era stato accusato di aver sottoposto a tortura l’imputato

per un reato per il quale la tortura non era prevista. Fece molta fatica a liberarsi da questa

accusa. Come altrettanta fatica fece un altro importante giurista del Trecento Ubaldo

anch’egli sottoposto a sindacato perché durante la tortura un giovane gli era morto, non

era stato in grado di sopportarla. La tortura era d’altronde una pratica molto diffusa che

entrava in una logica ben precisa del sistema probatorio. La tortura non era a scopo di

pena, ma era un mezzo di prova ed era considerato il modo migliore per ottenere la

confessione. In un sistema di prove cosiddette privilegiate, in cui il giudice doveva

attenersi ad un documentarismo rigoroso anziché alla propria discrezionalità, ottenere una

confessione era quanto di meglio si potesse avere. La tortura era un mezzo per riuscire ad

arrivare alla confessione. Non verrà eliminata fino alla fine del Settecento.

Il podestà organo monocratico, straniero con competenze tecniche specifiche e poteva

essere sottoposto a sindacato. Al termine del Duecento si entra in una nuova fase del

Comune, quello definito Comune del Popolo. Succede che fino a quel momento a dirigere

le politiche interne erano stati determinati gruppi sociali e all’interno di quei gruppi sociali i

magnati hanno sempre rivestito il maggior rilievo.

Il comune del popolo

Con l’affermarsi delle strutture comunali, c’è una parte della struttura cittadina che chiede

di essere maggiormente rappresentata, è il cosiddetto popolo: piccoli commercianti,

artigiani, le cosiddette corporazioni minori - in opposizione alle corporazioni maggiori di cui

facevano parte per esempio i banchieri – che costituiscono un’organizzazione alternativa a

quella del podestà, vengono a formare una forma istituzionale che si affianca a quella

podestarile. Al posto del podestà eleggono un capitano del popolo, che era incaricato di

rappresentarli e a sua volta si circonda di una serie di ufficiali e si fa affiancare da

un’assemblea di anziani che rappresenta i popolari. Talvolta tra queste 2 realtà si arriva

allo scontro e prevale o l’una o l’altra, talvolta convivono col risultato che la città finisce

per essere governata da 2 diverse strutture: podestà e capitani del popolo con tutto le

difficoltà che questa duplicità può portare sia di tipo politico sia di tipo amministrativo.

Comunque la maggior parte delle volte c’era lo scontro diretto e l’affermarsi di una delle

forme di governo. Non per niente in questo periodo abbiamo il fiorire dei penalisti (ciò non

è casuale: nei momenti difficili nei momenti di maggior disordine il diritto penale acquista

un’importanza, un valore particolare) e tra i maggiori esponenti della scienza penalista

abbiamo proprio quell’Alberto da Gandino di cui si è parlato prima e che era un giudice, un

podestà e non fu mai professore, non insegnò mai, inizia ad affermarsi una serie di opere

che venivano realizzate non all’interno della scuola, ma nella pratica: opere dovute a

giudici, a notai, a tecnici del diritto. Opere che attingono sia alla pratica sia alla scienza

giuridica. Alberto da Gandino pone mano alla prima stesura di un trattato, come raccolta di

Quaestiones, che in materia penale prende il nome di “De maleficiis”. In questo periodo

inizia ad affermarsi quella doppia scienza dei pratici e dei dottori di scuola che

caratterizzerà il panorama da qui in avanti. Accanto alle opere dei professori, si ha una

scienza giuridica sviluppata dai pratici. Il trattato tratta di diritto penale, che in questo

periodo assume particolare importanza alla pari dell’istituto del “bando”, infatti in origine il

bandito in origine non era il brigante, ma un soggetto che per reati o motivi politici veniva

esiliato dalla città e sul bando nascono una serie di trattati tra cui il più famoso è “De

banditis” di Jacopo. 86

La crisi del Trecento

Queste turbolenze politiche andranno ad accentuarsi e porteranno ad una transizione

verso quelli che sono i regimi signorili. Dapprima sarà una trasformazione in qualche modo

legittima, nel senso che ci saranno dei capitani del popolo che riusciranno in qualche modo

a farsi perpetuare il proprio ruolo, la propria funzione, talvolta invece la presa di potere

avverrà con la forza. Nel Trecento il passaggio sarà così evidente che Bartolo da

Sassoferrato avrà modo di affermare che “Italia est tota plena tirannis” dove per tiranni si

intendono signori che hanno acquistato il potere in modo illegittimo, attraverso la forza, la

violenza ed esercitano il proprio potere non per l’interesse pubblico, ma per interessi

personali.

Le signorie si evolveranno nelle forme dei principati.

Le scritture della città della città".

All'interno dei comuni troviamo diversi tipi di scritture definite " La produzione

di materiale normativo aumentò man mano che l’istituzione comunale assumeva forza e

vigore.

Fonti diplomatistiche: fonti di diverso genere, innanzitutto insieme di documenti, chiamati

diplomi

" ", in cui si stipulavano negozi giuri di diverso genere tra il comune cittadino e

altre autorità, come signori locali, feudali, comunità vicine. All'internodi questo diplomi

troviamo dei patti di alleanza tra due comunità: alleanze che venivano strette

normalmente su un piano paritario, con obblighi di una comunità nei confronti dell’altra. Vi

vasallaggio,

erano forme di accordi di aiuto militare, pubblica assistenza in caso di

aggressione, atti di subordinazione fiscale ricca fonte di testimonianza.

Vi ritroviamo anche accordi che avvenivano tra la città stessa: per esempio tra vescovo e

comune. O ancora:

 Privilegi concessi dal re o dagli imperatori.

 Lettere papali.

 Transazioni di natura più modesta, molto meno importanti dal punto di vista politico

(acquisto di immobili da parte del comune).

Tutti questi documenti, tra XI e XII secolo, di regola forma autonoma, era racchiuso in

pergamena. Agli inizi del XIII secolo ci fu un avvenimento importante che permise la

conservazione di questa documentazione: i documenti più significativi furono trascritti in

libri iurium

quaderni poi legati in volumi, che presero il nome di " " (libri dei diritti) in cui

erano racchiusi i diritti del comune, i suoi patti e accordi. I documenti venivano trascritti in

ordine di tipo topografico: quindi per comunità; oppure in ordine tematico.

Ruolo importante, insieme a questi libri della città, lo ebbero anche:

 Deliberazioni consiliari.

 Atti di giurisdizione: pronunce tribunali.

 Statuti.

Statuti

A partire dal XIII secolo in tutti l’Italia comunale comparvero delle raccolte di norme

statuti

chiamate : messa per iscritto di norme che regolavano la vita all'intero del comune.

"ciò che è fissato" “statuere”

Statuto: tramite atto di volontà diretto a cioè a produrre una

normativa. Fissava quelle che erano le norme che i comuni provvedono a darsi. Il diritto

statutario, particolare, che si contrapponeva in maniera dialettica al diritto comune

romano canonico. Il mondo medievale era caratterizzato da questa contrapposizione:

87

diritto comune (diritto universale applicabile a tutti, ricondotto all’idea dell’Impero) e i

diritti particolari (che trovano applicazione solo in un determinato luogo). Ciò trovava una

propria giustificazione teorica all’interno di una legge contenuta nei digesta, che non a

caso divenne uno dei riferimenti cui si rifecero sempre i giuristi nel momento in cui si

dovette dare una giustificazione al potere dei comuni di darsi degli statuti propri.

All’interno della compilazione giustinianea, nel libro primo dei Digesta, vi era la legge di

“omnes populi”:

Gaio, che prendeva il nome di

Omnes populi, qui legibus et moribus reguntur, partim suo proprio, partim communi

omnium hominum iure utuntur” (Gaio, D.1.1.9 Lex omnes populi)

“Tutti i popoli, che si reggono in base ad un proprio ordinamento, utilizzano, in parte si

reggono con il proprio diritto in parte con il diritto comune”.

Ius commune e ius proprium: l’esistenza di questi due diritti era una costante del mondo

medievale e del diritto dell’età moderna.

Lo statuto: vi era contenuta la normativa del comune, fonte storica, economica, sociale,

urbanistica.

 Informazioni su rapporti sociali e attività economiche, viabilità, norme di polizia,

sistema fiscale.

 Rapporti esterni ad una determinata regione: la dialettica politica del centro con la

periferia, della città dominante con i centri minori.

Lo sviluppo dello statuto andava di pari passo con il comune e diventò vera e propria

espressione della libertà cittadina. Un comune che si dotava di proprie norme manifestava

“specchio dell'autonomia

la propria autonomia e indipendenza. Lo statuto era lo

comunale”, fonte con cui i comuni rivendicavano la propria autonomia e ciò ci spiega il

valore che i comuni davano ai propri statuti, e la passione con cui li difendevano tenendoli

lontani da influenze esterne.

La formazione dello statuto

Elementi costitutivi

Consuetudini locali : le citta si ressero per molto tempo in base a norme consuetudinarie.

Si tramandavano oralmente e gli anziani le conoscevano, ma ad un certo punto si sentì la

necessità di metterle per iscritto: in origine si fecero raccolte di iniziativa privata, poi

88

vennero raccolte per iniziativa ufficiale. La consuetudine per sua natura disciplinava

soprattutto quelli che erano i rapporti di diritto privato: successioni, diritto di famiglia,

proprietà etc. brevia

A questo blocco consuetudinario si aggiunse un secondo elemento: . Era un

giuramento, che i reggitori della cosa pubblica e gli altri ufficiali prestavano al momento

dell'assunzione dell'incarico. Accanto al brevia ve ne era un altro giurato dall'assemblea

cittadina, che si impegnava, con il giuramento, ad obbedire ai magistrati comunali.

L’insieme di questi giuramenti finì per rappresentare quello che potremmo definire il diritto

pubblico del comune: le norme relative all’ordinamento politico e istituzionale del comune

stesso.

Questi singoli brevia, ciascuno giurato da un singolo ufficiale, finirono, in età podestarile,

per essere raccolti in un unico testo che veniva giurato nella sua interezza dai singoli

ufficiali del comune. Statuta

Ai brevia si aggiunsero gli : norme votate dagli organi comunali.

Tre blocchi normativi, l’uno prevalentemente di diritto privato, l’altro di diritto pubblico e

l’ultimo eterogeneo, che avanzavano a formare lo statuto comunale.

I diversi corpi normativi, consuetudini e brevia, cominciarono ad essere trascritti in un

unico testo. A questo si andavano ad aggiungersi le deliberazioni dei consigli o governo

comunale. Vi erano delle eccezioni: a Pisa le consuetudini rimasero in un testo distinto.

Gli Statuta, ossia le normative deliberate dal consiglio, erano in continuo divenire perché

Additiones

gli organi continuavano a deliberare: all’origine si fecero delle : le nuove

delibere vennero aggiunte e trascritte o in margine allo statuto o in fondo allo stesso.

In seguito avremo una revisione sistematica degli statuti: vennero nominate delle persone

con il compito di provvedere alla correzione, alla trascrizione e sistematizzazione degli

statuti con la addittiones (correctores, reformatores, emendatores). Per svolgere questo

compito furono chiamati dei giuristi che in questo modo entrarono a far parte della

struttura comunale.

Lo statuto così si ampliò e assunse maggiore importanza.

I contenuti

Dal punto di vista sistematico noi ci troviamo di fronte, a volte, a delle norme raccolte in

modo disordinato. Nei centri maggiori il materiale era raccolto in maniera sistematica, cioè

in diverse grandi sezioni:

 Diritto civile.

 Organizzazione politica.

 Processo.

 Diritto penale.

Grandi sezioni, o libri, a secondo della materia trattata, raccolte in uno o più volumi.

Contenuto :

 Norme di livello costituzionale, che riguardavano l'ordinamento politico del comune

(norme di nomina, di elezioni o di incarichi etc.).

 Norme sul processo. 89

 Norme sul diritto civile (soprattutto diritto di famiglia, posizione delle donne, minori,

l'istituto della dote, successioni).

 Diritto penale (troviamo soprattutto la disciplina di quelli che erano considerati reati

comuni cioè omicidio, percosse, ingiurie, furto, rapina, furto, lesioni). Da notare è

l’assenza di pene detentive, il carcere era previsto solo in attesa della pena vera e

propria o solo per i debitori. Non vi erano perché il fine della pena e l’intero sistema

penale era diverso da quello attuale che mira prevalentemente al recupero del

delinquente, mentre per il mondo medievale non era rilevante, e il suo sistema

mirava esclusivamente nel fare del male a chi il male aveva commesso. Soprattutto

doveva avere un valore di deterrente, strutturato in maniera tale da indurre le altre

persone a non commettere quel reato. Le pene erano crudeli e infamanti, eseguite

pubblicamente, perché si necessitava di un esempio che suscitasse terrore.

Per i reati minori troviamo pene pecuniarie graduate a seconda della tipologia del

reato.

 Norme di vario genere: il commercio, lavori pubblici etc.

La difesa dello statuto

Il problema era quello di conservare e difendere la propria autonomia: il comune vedeva

nello statuto lo specchio della propria autonomia. Motivo per cui esso doveva essere difeso

dato che in questo modo si difendeva la propria identità sociale. Andava difeso in vari

modi:

 Registro alla catena: gli statuti venivano incatenati nei luoghi pubblici affinché tutti

potessero prenderne visione senza però rubarlo.

Difesa dello Statuto dai giuristi

Vi era il timore che i giuristi potessero prendere lo statuto e trasformarlo e piegarlo alle

logiche del diritto romano. Difesa della propria normativa che venne fatta in diversi modi:

 Fissazione di una gerarchia di fonti: in sostanza il principio dominante era che in

sede processuale il giudice doveva in prima battuta rifarsi allo statuto per decidere

sulla controversia. Qualora non fosse possibile avrebbe potuto cercare all’interno

delle consuetudini. Solamente nel caso in cui attraverso l’utilizzo delle consuetudini

non si riuscisse a trovare soluzione, poteva rivolgersi al diritto romano canonico.

 Estrema mutevolezza delle norme statutarie: lo statuto veniva continuamente

trasformato ed emanare nuove norme per evitare che l’invecchiamento potesse

dare spazio al diritto romano: se una norma non era più attuale e non ve era una a

sostituirla era naturale cercare nel diritto romano.

 …“plebei

L’obbligo di interpretazione letterale. Ma per i giuristi gli statutari sono

che fanno statuti con la competenza degli asini” (Odofredo).

La potestas condendi statuta

Cinque fasi nel rapporto tra il giurista e il comune:

1. Diffidenza estrema

2. I giuristi avevano iniziato ad essere inseriti nelle strutture comunali.

3. I giuristi erano pienamente inseriti nell'ordinamento comunale, e in certi casi si crea

identità tra giuristi e comune (loro dirigono in qualche maniera le strutture di

ordinamenti comunali).

4. I giuristi hanno attivamente partecipato alla trasformazione delle strutture comunali

in signorie 90

5. I giuristi avrebbero lavorato per inserire il diritto statutario all'interno del sistema

del diritto comune. Non più uno scontro ma al contrario un giurista che si rende

conto della sua importanza, elabora delle interpretazioni su questo diritto,

inglobarlo nel diritto comune e inizia a cercare mezzi per giustificare l esistenza

potestas condendi statuta

degli statuti quella che viene definito ossia il potere

dei comuni di dotarsi di una propria autonomia di ordinamento.

I comuni creavano norme in modo autonomo. Erano norme che non derivavano da quella

che era considerata unica fonte legislativa esistente, cioè imperatore ma erano norme che

si presentavano a volte come in contrapposizione con quelle del diritto romano. Come

ammettere l’esistenza di leggi che contraddicevano il diritto romano e non provenivano

dall'imperatore? consentire che gli altri ordinamenti politici creassero diritto. La definizione

diventava oltre che un problema teorico anche un problema di tipo politico, di rapporti tra

diversi ordinamenti politici.

Sul piano politico la questione era stata risolta con la Pace di Costanza, Federico

Barbarossa riconobbe un certo grado di autonomia: dotarsi di proprie norme.

Sul piano giuridico/teorico: i giuristi cercano giustificazioni teoriche e elaborano diverse

teorie che sono comunemente indicate con il nome di dottrine degli statuti. La base di

omnes populi

partenza più semplice era quella legge (paso di gaio) in cui si diceva che

ordinamenti particolari possono reggersi con il proprio diritto e in parte con quello comune.

Le dottrine degli statuti permissio

La prima teoria elaborata fu quella della : Intorno alla metà del XII secolo, si

rifaceva alla pace di Costanza. Secondo i sostenitori di questa teoria il potere statuente dei

comuni di è fondata su questa pace e sulla concessione che l imperatore aveva fatto in

questa occasione. I lombardi hanno in virtù di un privilegio speciale concesso da questa

pace la possibilità di dotarsi di propri statuti. L’imperatore avrebbe concesso ai comuni di

dotarsi di normativa autonoma. Teoria che aveva grosse falle: la potestà di creare statuti

discendeva dalla permissio (concessione imperiale) e questa comportava che così come l

imperatore aveva fatto la concessione in qualsiasi modo avrebbe potuto revocarla

(Gandino). Tutti gli altri comuni non inglobati nella lega non avevano questa facoltà.

Teoria della iurisdictio : siamo intorno alla metà del 300 e con il giurista Bartolo da

Sassoferrato. Alla domanda di chi può fare statuti rispondeva che il diritto vigente

iurisdictiones

nell'impero si articolava in una serie di di cui esiste una gamma infinita.

Iurisdictio in questo contesto è intesa come il complesso dei poteri che sono necessari al

governo di un ordinamento. All’interno dell'impero esistono tante diverse iurisdicitones,

per ordinamento. Si va da quella minima di un proprietario di un fondo fino a quella

massima dell’imperatore. Entro l’ambito di ciascun ordinamento e relativamente ai bisogni

di tale ordinamento la iurisdictio è piena: sulla iurisdctio massima del imperatore sono

esentate tutte quelle minori.

Teoria di Baldo: lui era allievo di Bartolo da Sassoferrato (fine 300). La sua teoria non tiene

conto della iurisdictio ma si basa sul diritto naturale. I popoli esistono per diritto delle

genti, e il loro stesso governo esiste ore diritto delle genti (diritto natarle) il fatto che esita

un ordinamento comporta necessariamente che vi siano delle norme che provvedono alla

vita e alla organizzazione di quell’ordinamento. In sostanza il fatto stesso che

quell’ordinamento esista comporta la necessità che vi siano anche norme che provvedono

a disciplinarle. Sillogismo: dall'esistenza di un ordinamento ne discende la necessità d

norme al suo ordinamento. A questo punto il percorso teorico di legittimazione è arrivato

alla sua conclusione. 91


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Appunti personali delle lezioni di Storia del diritto medievale con la prof. Maura Fortunati, ottimi per svolgere sia la prima prova scritta dell'esame sia per sostenere il colloquio in sede di appello. Gli appunti sono suddivisi in capitoli e tematiche seguendo fedelmente le suddivisioni contenute nelle slide proiettate a lezione dal docente. Sono, inoltre, integrati da approfondimenti personali e possono sostituire integralmente lo studio del manuale consigliato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vect39 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Fortunati Maura.

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