Montallegli ossi di seppia: temi e soluzioni formali
Lessico e paesaggio
Il punto di partenza dell’itinerario poetico di Montale è segnato dalla raccolta Ossi di Seppia, pubblicata nel 1925, che contiene quanto Montale aveva scritto in circa un decennio. La raccolta ha diverse caratteristiche:
- A livello metrico si nota un distacco meno netto, rispetto a Ungaretti, dalla tradizione. Adottando il verso libero, Montale predilige i versi lunghi (soprattutto endecasillabi), che spesso superano la misura classica. È poi frequente l’uso di strofe di uguale misura (soprattutto quartine) e vi sono anche poesie in cui è rintracciabile uno schema di rime (ma senza il rigore della metrica tradizionale). Poesie emblematiche in questo senso sono Meriggiare pallido e assorto, Spesso il male di vivere ho incontrato e Non chiederci la parola.
- Per quanto riguarda il tono delle poesie, Montale scrive spesso in modo colloquiale e discorsivo, si tratta di un colloquio che usa modi comuni e dimessi, lontano dal discorso aulico dei poeti inlaureati. In questo senso, la poesia di Montale è vicina a quella dei poeti Crepuscolari (in particolare Gozzano).
- Sul piano del linguaggio, l’uso della parola di Montale è ben diverso da quello dei poeti decadenti e di Ungaretti. La parola montaliana non evoca, non allude, non crea suggestioni, non cerca di dare voce ai misteri delle cose. Piuttosto, il linguaggio di Montale è caratterizzato da una spiccata precisione naturalistica, che indica oggetti concreti e definiti. Sua è una “poesia di cose”, che tratta di oggetti concreti.
Gli oggetti/cose della poesia di Montale sono umili e banali e, anche in questo, vi è un riferimento alle “umili cose” dei Crepuscolari e, prima di loro, a Pascoli. In questo senso, sono emblematiche le prime righe della poesia I limoni, in cui Montale contrappone la vegetazione selezionata/rara di cui parlano i poeti laureati, a quella di cui parla lui, nella fattispecie a dei persino banali alberi di limoni di un povero orto nell’entroterra ligure. Questo paesaggio ligure è privo di ogni attrazione turistica, anzi, viene colto nella sua asprezza e nel suo dimesso squallore.
In Montale, questi elementi sono i mezzi per rendere manifesto un mondo interiore, una concezione del vivere in cui elementi essenziali sono:
- Una cupa angoscia esistenziale
- Un fermo, stoico rifiuto di ogni facile consolazione
- La consapevolezza del male di vivere
- La concezione dello scacco, della sconfitta dell’uomo, prigioniero di una realtà naturale (=la nostra esistenza terrena) di cui gli sfugge il senso.
Anche la poesia, secondo Montale, non è più in grado di indicare la strada per uscire da questa situazione, ma può solo trascrivere, rinvenendola negli oggetti/aspetti più ovvi, questa condizione di un cosmico male di vivere. La poesia diviene consapevolezza della negatività, del non-essere, del mancato realizzarsi dell’uomo.
Emblema e correlativo oggettivo
Una costante della poesia di Montale, dunque, risiede nell’impegno di trovare, nei dati oggettivamente descritti, un significato simbolico. Gli oggetti, le immagini e le voci della natura diventano per il poeta degli emblemi in cui è trascritto il destino dell’uomo, nelle sue gioie e speranze, ma soprattutto nell’infelicità di una condizione esistenziale che non può offrire alcuna certezza o illusione. A proposito di questa caratteristica della poesia montaliana, si è parlato di correlativo oggettivo, utilizzando la formula coniata dal poeta inglese contemporaneo T.S. Eliot (che Montale conosceva bene). In base a questa caratteristica, nella poesia di Montale i concetti/sentimenti, anche i più astratti, trovano la loro definizione/espressione (il loro correlativo, appunto) in oggetti ben definiti e concreti. Un esempio è nella poesia Spesso il male di vivere ho incontrato, in cui il concetto esistenziale astratto di “male di vivere” è presentato non attraverso una spiegazione intellettualistica, ma tramite alcune presenze concrete in cui il poeta si è imbattuto (ad esempio: il rivo strozzato che gorgoglia; l’incartocciarsi della foglia riarsa; il cavallo stramazzato).
Una negatività dialettica
Nonostante negli Ossi di Seppia domini la dimensione della negatività, inutilità, constatazione dell’impotenza dell’uomo e della sua angoscia esistenziale (lo stesso titolo della raccolta richiama a cose morte e inaridite), tale negatività è dialettica, cioè non esclude l’esistenza della positività verso la quale, in un susseguirsi di tentativi votati alla sconfitta, il poeta tende. È visibile tutte le volte che il poeta parla dell’ansiosa...
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