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Ossi di seppia di Eugenio Montale

Gli appunti contengono l'analisi delle seguenti poesie:
-In limine.

-Movimenti:
I limoni; Corno inglese; Falsetto; Poesie per Camillo Sbarbaro II (Epigramma); Quasi una fantasia;
Sarcofaghi IV (Ma dove cercare la tomba); Vento e bandiere.

-Ossi di seppia:
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato; Meriggiare pallido e assorto; Non rifugiarti nell’ombra;... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana contemporanea docente Prof. V. Pacca

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ESTRATTO DOCUMENTO

Prima strofa: il male di vivere è universale e viene rappresentato attraverso 3

- immagini (“il rivo strozzato che gorgoglia”, “l’incartocciarsi della foglia”, “il cavallo

stramazzato”).

Seconda strofa: l’unica salvezza è l’indifferenza. Montale la chiama Divina

- Indifferenza perché è un dono divino concesso agli uomini. Essa si sviluppa in tre

immagini: la statua (riscontro nella poesia della IV sezione “Flussi” vv.9-10 “domina

una statua dell’estate fatta camusa da lapidazioni”, si tratta della statua nella villa di

Monterosso che personifica l’estate, mutilata dai sassi lasciati dai fanciulli), la

nuvola e il falco (elementi che vanno insieme perché entrambi osservano dall’alto).

Il male di vivere è un tema presente anche in autori come Pirandello (“Romanzi” IV 27-29

Mal giocondo,1889), Leon Bloy (“La femme paure” I 20 1897) e Leopardi. La sostanza

del male di vivere è leopardiana e lo si capisce da due testi: “Lo zibaldone”, ovvero la

dichiarazione assoluta che tutto è male e l’eccezione non è altro che il non essere e

“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, in cui c’è alta espressione del pessimismo

cosmico, la vita è male (Pensiero del Leopardi adulto). Lo Zibaldone precede la

descrizione del giardino, ovvero quello che per secoli è stato il locus amenus, luogo

gradevole dove stare. Leopardi invece sostiene che questo è luogo di sofferenza, in cui

tutto sta subendo il male di vivere.

“Ciò che di me sapeste” (1922-24)

Montale tenta di dare al lettore un suo autoritratto. Non è chiaro chi sia l’interlocutore,

utilizza il “voi” (Non è chiaro se si rivolge al lettore o a un gruppo di persone o a una

persona sola con il pronome di rispetto). (Metrica vedi libro). Qui Montale spiega che di lui

si può conoscere solo la parte esteriore (“scialbatura”, “tonaca”, “telo”, “ombra”) che

ricopre l’esistenza umana. Forse al di là del telo c’è il cielo limpido. Se il miracolo non è

possibile, c’era il bizzarro (“falotico”) svolgersi della vita, che equivale all’aprirsi di una

roccia magmatica di cui non vedrà mai gli sviluppi. La vera natura interiore si limita a

essere apparenza (“scorza”); il fuoco che spegne si limita all’ignoranza (riprende “Non

chiederci la parola”). L’ombra, ovvero l’identità vera, non è un’ombra ma è lui (paradosso,

“se il mio vero Io è rimasto inespresso, allora l’ombra con l’immagine pubblica coincide

con me stesso”). Negli ultimi due versi offre se stesso in senso cristologico, cioè offre se

stesso per la salvezza degli altri.

“Là fuoriesce il tritone” (1923)

Poesia con carattere ideologicamente arcaico, cioè ritrae una fase di armonia con la

natura. L’Io si ritrova immerso nella natura, ma l’unica cosa che non va è la

consapevolezza che questa armonia ha un carattere provvisorio. (Metrica vedi libro). Ci

sono due elementi di paratesto:

“Là fuoriesce il tritone” ha una parola in epigrafe -> Porto venere (nelle prime

1. edizioni questo era proprio il titolo).

Dedica nell’edizione del ’25 a Carlo Linate, autore dell’opera “Porto venere”

2. 1910.

Montale riprende in termini poetici quello che scrive Linate nella sua opera, cioè

l’immersione nella natura durante il periodo della villeggiatura e il ritorno in città. Tritone è

una divinità metà pesce metà umano, anche se per alcuni è il torrente che sfocia in Porto

Venere. Dal mare fuoriesce un “cristiano tempio” (chiesa di S. Pietro che sorgeva sul

tempio di Venere) e un tritone che creano l’atmosfera antica, un eterno presente. Ogni

dubbio non provoca ansia e smarrimento, né impone il suo potere paralizzante. In questa

atmosfera di tempio sospeso nessuno esercita l’autoanalisi, nessuno ascolta se stesso. Lì

sei all’origine, la vita allo stato puro ed è motivo di prendere decisioni: solo quando sarà

lontano da questo luogo tornerà ad avere un’identità sociale (fuoriuscita dalla natura).

“So l’ora in cui la faccia più impassabile” (1924)

(Metrica vedi libro). Questa poesia descrive la solitudine nell’ambiente urbano (estraneità

e solitudine). Si divide in due strofe:

Prima strofa: situazione negativa. Tema tipico di Sbarbaro, ovvero solitudine dell’Io

- in ambiente urbano. L’indifferenza non funzione sempre e sul volto si mostra una

smorfia che indica l’insorgere di una sofferenza interiore di cui nessuno si accorge.

Seconda strofa: c’è una parziale soluzione. Il silenzio o il piangere può portare un

- po’ di sollievo al cuore. la parola rivelata non funziona.

“Gloria del disteso mezzogiorno” (1923)

È presente il tema dell’ora meridiana e quindi un rovesciamento del tema d’annunziano

riguardo al potenziamento dei sensi (per montale indica torpore e annullamento dei sensi).

Inizialmente si chiamava “Meriggio” perché teneva al fatto che il lettore capisse il confronto

con l’Alcyone di D’Annunzio. I primi due versi riprenderebbero il tema del Velo di Maya.

(Metrica vedi libro). Sono frequenti le frasi nominali che tendono a non avere un verbo, ad

esempio la prima. Gli oggetti qui perdono il loro colore naturale a causa del sole che rende

tutto giallo scuro. Come in limine torna il muro dove al di la c’è la salvezza e che funge da

recinzione. Con il termine “Scialbato” intende l’intonaco del muro imbiancato e quindi

sbiadito e scolorito. Questo riferito al tramonto sbiadito in relazione alla luce forte del

meriggio. È presente la solita presenza ornitologica del il martin pescatore che si prepara

come il falco di “Non rifugiarti nell’ombra” a precipitarsi sulla “reliquia di vita”. Viene usato

questo termine perché l’oggetto non ha la forza di definirsi, non sa cosa sia ed è in attesa

del predatore. Indica ciò che rimane della vita e lascia il lettore nell’incertezza. Al di la del

paesaggio scialbo dell’ora meridiana, c’è la pioggia che rinfresca l’aria e questo senso di

attesa del miracolo è la gioia più perfetta (affermazione leopardiana di “Sabato del

villaggio”).

“Felicità raggiunta” (1924)

È la continuazione della poesia precedente in quanto riprende lo stesso discorso. Montale

vuole dire che anche quando si raggiunge la felicità, questa è difficile da mantenere,

poiché alla gioia subentra il dolore. (Metrica vedi libro). Il possesso della felicità è instabile

e il poeta paragona questa situazione al camminare sul filo di una lama usando due

immagini:

Per la vista è come un bagliore di un fiammifero che non da splendore, è

- sbiadita e da l’idea di spegnersi

Per il tatto la felicità è come un piede su una superficie ghiacciata che rischia

- di rompersi e quindi morire assiderato.

La felicità è tanto labile che non riusciamo nemmeno a goderne, per questo dobbiamo

stare attenti a non toccarla perché potrebbe fuggire. Esiste anche una interpretazione

metaletteraria, in quanto ci potrebbe essere un’allusione all’attività poetica, ovvero il fatto

che trasformare la vita il letteratura può far male perchè la vita va vissuta e non dobbiamo

pensarci troppo (ultimo verso). I nidi delle cimase indicano la vita che rinasce in primavera,

la vita che continua ed è un’immagine del futuro, della vita che è perpetua. Questa

immagine felice viene smontata da Montale con i versi successivi dove sostiene che

esistono dolori che non possono avere una soluzione, come il bambino che perde il

pallone sopra il tetto. Le due immagini (i nidi e il pallone perso) sono fisicamente vicine (al

di sopra e sotto il tetto) per indicare il filo sottile che divide gioia e dolore, formano un

bittico nel tema della felicità.

“Il canneto rispunta i suoi cimelli” (1924)

Ancora una volta Montale attende un miracolo che non arriva e delude. La poesia è

ambientata nel canneto, nell’ orto e durante l’ora meridiana (luogo canonico e tempo

canonico). È di nuovo presente la figura di Anna degli Uberti. Prima ancora che Montale

decidesse di farla morire narrativamente, Anna è sempre un personaggio assente, è

sempre una figura lontana che non si trova (a differenza di Paola Nicoli). Il libro la chiama

Annetta ma questo è un nome presente in una poesia degli anni ‘70, mentre Montale la

chiama Arletta (dato nel ‘26). (Metrica vedi libro). Il canneto, già dai limoni e non rifugiarti

nell’ombra, rappresenta il luogo chiuso da cui bisogna saper uscire (infanzia). Il canneto

qui getta fuori i suoi cimelli (cime dei nuovi germogli delle canne) sotto un cielo sereno e

quindi il sole ha la possibilità di riscaldare (funzione del meriggio che indebolisce i sensi).

Nascono i nuovi germogli sotto l’afa del sole. L’orto ha sete (indica la vita) e fa spuntare i

suoi ramicelli secchi al di là del muretto che lo circonda. È presente l’immagine del rifiorire

della vita che cerca di affermarsi contro un contesto ostile. L’attesa del miracolo è vuota e

destinata a non compiersi (senso di qualche cosa che sta per succedere). Alla fine si

rivolge alla donna che è tornata a casa e manca alla terra che percepisce ancora la sua

presenza (senza di lei non ha senso). Il “però” non è avversativo (per questo motivo.).

Tutto scompare nella nebbia (sembra che la stessa Anna viene assorbita nella nebbia).

“Forse un mattino andando” (luglio 1923)

Questa poesia è una dichiarazione di nichilismo, ovvero che forse nulla di ciò che

vediamo esiste ed è solo un’immagine che ci siamo creati, forse se ci voltassimo indietro

l’apparenza del mondo scomparirebbe e vedremmo le cose così come stanno. È uno dei

tre testi dove compare la parola “miracolo”. (Metrica vedi libro). È uno degli ossi brevi più

caricati filosoficamente collegandosi a Schopenhauer con il Velo di Maya: in questo osso

Montale traduce le immagini concrete in immagini poetiche., come nell’ intervista

immaginaria del ‘46.

(16) Qui Montale ricorda di essersi ispirato al dipinto di Scipione alias Gino Bonichi

(quadro del materiale didattico). L’intervistatore pensa che montale sia ispirato a un brano

della Genesi al capitolo 19 (primo libro della bibbia), in cui si racconta la distruzione di

Sodoma per punizione divina (la pioggia di fuoco che distrugge il tutto). Lat, il nipote di

Abramo, per intervento divino lascia Sodoma, ma la moglie va contro la proibizione divina

voltandosi e di conseguenza viene trasformata in una statua di sale. Gli uomini che si

voltano non sono altro che una variazione dell’uomo che se ne va tranquillo senza

pensare ai problemi, gli uomini aproblematici. A questi Montale si rifiuta di comunicare le

sue scoperte. Il gesto di voltarsi indietro ha anche un altro precedente nella letteratura: il

mito di Orfeo e Euridice. Questo mito dimostra il fatto che la poesia cristallizza la realtà

(meta lingua e definizione alternativa di Anna Ferraris 2000). Montale tende a non

scoraggiare il suo interlocutore. Non è sicuro che il miracolo si compia e c’è il verbo al

futuro (i tempi futuri sono rari perché il miracolo è un’attesa).

Montale nella poesia sostiene che forse un giorno il miracolo si realizzerà e voltandosi ci

sarà il nulla alle spalle, come il terrore di un ubriaco che ha perso il senso delle cose. È

probabile che Montale si sia ispirato all’ autobiografia di Tolstoj chiamato “Adolescenza”

(XIX capitolo) chiamato adolescenza. La realtà è stata colta di sorpresa e si riorganizza

nei suoi singoli elementi, come una serie di immagini proiettate su uno schermo: alberi

case colli. Queste sono immagini che Montale riprende da Sbarbaro in “Pianissimo” (“e gli

alberi sono alberi, le case sono case”) e da Boine in “L’angoscia” (“Alberi, case, colline”).

La mancanza della virgola tra queste tre immagini (asindeto) indica la fretta con cui la

realtà si crea. Italo Calvino osserva l’espressione “come in uno schermo” e mostra

l’appartenenza al mondo cinematografico (“Il mondo corre intorno a noi come ombre in

una pellicola” articolo di Calvino del 1976). L’Io lirico ha scoperto la terribile verità, ovvero

che il non voltarsi vuole dire essere uomini aproblematici. A distanza di decenni Montale

pubblica una poesia chiamata “Gli uomini che non si voltano” (Satura, 1971). È la poesia

con cui Montale rivisita questo osso breve recuperando l’immagine emblematica in modo

ambiguo. Da qui gli altri testi sembrano tutti occasionali rispetto agli altri.

“Valmorbia, discorrevano il tuo fondo” (11 luglio 1924)

Caso unico in cui Montale rievoca la sua esperienza di guerra, il suo un anno sul fronte

trentino. (Metrica sul libro). Valmorbia è un paese che si trova in Vallarsa (una valle). Alla

fine del secondo verso con “asoli” utilizza un termine raro per indicare le brezze del vento

che però non è chiaro che cosa stia spazzando via. Anche se il libro segue

l’interpretazione di Bonora, non è chiaro quale sia l’oggetto, se le nuvole o i fiori (se si

vuole seguire la logica dovrebbe trasportare le nuvole). A questo punto Montale paragona

le nuove a “noi soldati” che vengono spazzati via dal caso facendo nascere la

dimenticanza del mondo. (non sanno se moriranno o no). La vita è ridotta all’essenziale e

quindi assume un senso. In seguito il combattimento si interrompe e l’unica cosa che si

sente è il fiume che scorre. Al verso 7 non usa una similitudine, ma mostra come se il

razzo di segnalazione provocasse la nascita del fiore (come i fuochi d’artificio che

sembrano fiori). Dopo il razzo ricade formando luci simili a lacrime (due paragoni impliciti

con il fiore e le lacrime che servono a disinnescare il potenziale taumatico della scena)..

Sembra di assistere a uno spettacolo (anche nelle due poesie delle Occasioni parla nel

solito modo, come se fosse una festa). Descrive le notti così chiare che sembra essere

giorno (non dice il motivo come per non turbare l’incanto della scena) a causa dei razzi. Le

volpi (animale che chiude la poesia come in “Quasi una fantasia”) rappresentano la natura

che si mostra benevola perché invia un suoi emissari (le volpi). I soldati, in contatto

appunto con la natura, vengono a contatto con questi animali. Viene quindi ritrovata

l’armonia con la natura, che si ritrova una volta che la vita è ridotta all’essenziale.

Valmorbia è solo un nome, e l’unico ricordo è il fatto che tutte le notti facevano giorno nella

sua “scialba memoria”. “Scialba memoria” non è un termine isolato (memoria grigia di

“ripenso al tuo sorriso” e memoria stancata) e indica la memoria meccanica, volontaria (i

ricordi come un input, vengono nello stesso ordine e sempre). Questo è un caso unico a

contrasto con la poesia di seguito che ha un atmosfera diversa.

(17) Qui allude alla poesia precedente. Utilizza le stesse parole utilizzate nel’osso (il dono,

il razzo, le volpi) e tornano citate nello stesso ordine, ovvero una serie ordinata di ricordi.

In questo caso si tratta di Memoria volontaria. In questa rievocazione non sembra di

essere in guerra poiché parla in toni fiabeschi. C’è un abisso tra il modo di parlare della

guerra tra Montale e Ungaretti (“L’allegria” 1919 anche se ha avuto più edizioni): per il

secondo la guerra rivoluziona l’esistenza in senso tragico devasta l’uomo, mentre il primo

tutto il contrario. Questa differenza è dovuta al fatto che Montale era più giovane quando

entrò in guerra e era in un posto relativamente tranquillo (fronte alpino), mentre Ungaretti

era consapevole di quello che faceva, in quanto volontario e soldato semplice che ha

vissuto in trincea sul Bisonzio (piena guerra). Inoltre per montale è durata solo un anno,

mentre per Ungaretti molto di più. Per montale era una delle tante esperienze, per

Ungaretti è stato un momento decisivo che ha determinato la sua carriera poetica. Per la

prima volta Montale si trovava a rischio di vita e questo senso di precarietà consente all’Io

di sentirsi in armonia con la natura (ultima strofa volpi).

“Tentava la vostra mano la tastiera” (18 giugno 1924)

Episodio occasionale e galante che ha a che fare con Paola Nicoli (risulta dai documenti).

Non sempre usa il voi, ma quando lo fa è sempre per lei. Si tratta di un episodio vissuto

durante l’estate del ’24, quando montale fu ospite da lei e dal marito. La donna sta

suonando il pianoforte quando ha un improvvisa difficoltà e la natura intera sembra

partecipare. Questa momentanea difficoltà coincide con la difficoltà di Montale nel dire

quello che vorrebbe, nasce quindi un parallelo tra lui e la donna. (Metrica sul libro). Nel

termine “tentava” c’è il senso di insicurezza. Insieme alla mano che suona il piano forte

con incertezza, gli occhi scorrono le immagini dello spartito che è difficile da interpretare.

In conseguenza di ciò la musica si rompe come una voce di lamento, di singhiozzo. Con il

termine “bruiva” intende il fruscio del mare che usa anche D’Annunzio. Al di la della

finestra il mare sembrava partecipare alla difficoltà. Prosegue l’immagine della finestra

socchiusa con l’immagine delle farfalle che hanno la stessa funzione del mare.

L’incertezza di cui parla Montale è anche quella che ha lui nel trovare le parole giuste da

dire.

“La farandola dei fanciulli sul greto” (1924)

Questa poesia ha a che fare con l’osso “La fuori esce il tritone” (condizione dell’Io

precedente alla crisi con la natura). Montale inizia con l’immagine dei bambini che vivono

nell’ignoranza (hanno ancora la vita davanti) per passare alla consapevolezza dell’uomo

rappresentata con il passante che, guardandoli, si sente diverso da loro, è ormai

cresciuto(anche qui c’entra l’Alcyone di D’Annunzio). (Metrica sul libro). Farandola è una

ballo, un girotondo, una danza a catena, che i bambini fanno sulle rive del mare (è

ambientata a Monterosso), e questo rappresentava per Montale le radici dell’esistenza

della natura. La crescita avviene in una ambiente diffici,le sia per l’afa meridiana che per le

poche canne e i cespugli (concezione negativa dell’esistenza). I bambini sono paragonati

a un cespo umano, crescono come i vegetali. Nelle ultime poesie, “incontro” e “arsenia”, la

condizione vegetale ha un significato negativo perché implica disumanizzazione, mentre

qui la condizione è positiva perché ci si muove in un ambiente d’annunziano. I bambini

fannno parte della natura e, anche se crescevano in un ambiente ostile, crescevano sani

e all’ aria aperta ( condizione molto trasfigurata: qui girano e basta, il resto lo aggiunge lui).

Il passante introduce il punto di vista dell’adulto. L’uomo sente il distacco dalle radici e

avverte un tormento: a causa della sua condizione di sradicamento, ha perso le due radici,

non è più un vegetale come loro e lo rimpiange. Su quella riva dove giocano, non devono

prendere una decisione perché ciò implicherebbe definirsi. Anche un vestito e un nome

vengono considerati un difetto perché implica un assunzione di un identità sociale e e di

conseguenza limiterebbe la propria libertà. I bambini sono felici proprio perché ignari di

tutto questo. È uno dei casi in cui Montale raffigura la parte felice dell’infanzia, anche se

con un correttivo, in quando c’è la consapevolezza della crescita.

“Debole sistro al vento”

Qui dichiara l’impotenza della propria parola poetica a partire dall’immagine della cicala

rimasta isolata che stenta a far percepire il suo suono (usa un linguaggio poco chiaro).

(Metrica sul libro). Nella prima strofa viene descritto il paragone con la cicala. Il Sistro è

uno strumento musicale egizio che suonava con lo scuotimento provocato dalle lamine

interne e pezzi di metallo. È presente la solita ora meridiana che reca sonnolenza dove si

sente il suono della cicala. La seconda strofa ha due interpretazioni diverse:

La forza segreta, un potere interno positivo che si irradia e, nonostante questo, non

1- adeguata a vincere l’inerzia il mondo (con vena positiva).

Incrinatura che rompe l’unità dell’oggetto (mette a repentaglio l’esistenza del

2- mondo).

Sono entrambi possibili ma la seconda di più, in quanto tornerebbero meglio le strofe. Si

crea dunque una situazione di difficoltà, l’esistenza del mondo è in pericolo. Bonora scrive

una lettura integrale degli ossi di seppia negli anni ‘60 (impresa difficile poiché ancora si

sapeva poco) e non riesce a definire la 3 strofa. Tutto ciò che rimane, le rovine di ciò che è

rimasto della vita, non si è perso nel nulla, la loro esistenza è messa a rischio ma continua

la sua esistenza, anche se non si sa per quanto. Questi pochi elementi rimangono, ma

non bastano a rendere il senso della totalità originaria (non è chiaro cosa volesse definire

ma è una situazione di difficoltà). L’ultima strofa è la più importante. La “foce” compare per

la prima volta ed è una metafora chiara che implica la fine della vita. Qui è solo un

immagine semplice, più in la sarà complicato.

“Cigola la carrucola del pozzo” (1924)

Montale qui parte da un episodio emblematico: il secchio di un pozzo che viene tirato su e

nell’acqua va definendosi una vaga immagine che, quando si cerca di guardare meglio,

scompare e il secchio torna giù svanendo per sempre. Ha che a fare con il tema del

ricordo.

(18) Cencetti è il primo a chiamare in causa Proust e De Benedetti è il primo a parlarne.

Questo pezzo fa parte del brano chiave della sua raccolta. Il narratore mangia una

Madeleine e il sapore gli ricorda l’infanzia. Il brano non inizia così: nelle prime dieci pagine

racconta cosa pensa durante il sonno per poi parlare di quando era bambino, dicendo che

non ricorda molto. Dipinge l’esperienza come qualcosa di meraviglioso. Il biscotto da solo

l’input del ricordo, ma non è duraturo sulla memoria, è solo un momento che se però

continua non aiuta a ricordare. Prova quindi a isolarsi per pensare a quella sensazione.

Proust raffigura il ricordo come un riemersione, proprio come il secchio che risale, una

riemersione alla superficie della coscienza. Questo brano ci interessa perché descrive il

ricordo come qualcosa che era sul fondo e che arriva in superficie. Nasce quindi la

distinzione tra Memoria volontaria e Memoria involontaria definita da Bergson. La memoria

involontaria è un illuminazione improvvisa provocata in modo imprevedibile da un

esperienza casuale. Ha a che fare con il tempo interiore a differenza del tempo meccanico

che ha a che fare con la memoria volontaria. La memoria volontaria è il recupero di

elementi che so di avere dentro me stesso, qualcosa che recuperiamo quando vogliamo,

le cose si svolgono in modo logico e scontato, mentre l’altra è imprevedibile. Bergson

mette su un piedistallo la memoria involontaria e il tempo interiore.

Usa il termine “trema” per dire che il ricordo è incerto, come l’acqua è tremolante nel

secchio. Inizialmente Montale al posto di “puro cerchio” scrive “puro fondo” che poi

corregge in quanto l’immagine è in superficie e non sul fondo del secchio. L’immagine a

cui si riferisce è il volto di una donna e non di se stesso. Si ritorna al mito di Orfeo e

Euridice e la donna è Anna degli Uberti (personaggio di una morta anche se non è vero

perchè morta ultra cinquantenne). Lei fa già parte al mondo degli inferi e come il secchio

risale anche lei risale in terra (l’immagine della donna morta che ritorna spontaneamente

senza essere evocata). Montale si avvicina al volto dell’immagine evanescente (poco

duratura), prova a baciarla ma svanisce così come si è formato (come la memoria

volontaria che è impossibile da trattenere). Diventa così irraggiungibile e torna da dove è

venuto. La visione termina in modo brusco. Il passato si fa vecchio. “Stride” inversione con

“cigola”.

“Arremba Su La Strinata Proda”

Montale in questa poesia descrive una situazione minacciosa ma non chiarita: è una

minaccia oscura e evoca questa situazione con immagini oscure anche se senza

spiegarle. Si avvicina la rovina imminente e l’unico rimedio è la riduzione della vitalità e la

scelta della terra, si tratta di qualcosa che assomiglia all’indifferenza di “spesso il male di

vivere” (è una situazione opposta a quella d’annunziana). L’obbiettivo è quello di non

esporsi ai rischi e mettersi al sicuro, in questo caso riportare le barche a riva

metaforicamente. Il linguaggio che usa è quello marinaresco ed è un linguaggio regionale

usato il Liguria (ad esempio “amarra” dell’ultimo verso). Cencetti pensa che ci sia un

interpretazione meta letteraria: la letteratura salva la vita a costo di cristallizzarla. Dice

questo facendo riferimento alla situazione in cui è stato scritto questo testo: nella lettera a

Paola Nicoli, Montale in quel periodo stava definendo il contratto con Gobetti per la

pubblicazione degli ossi, allora questa poesia si riferirebbe proprio alla definizione dei

contatti editoriali con Gobetti, di conseguenza le barche portate a riva rappresenterebbero

il fatto di mettere al sicuro le proprie poesie, portandole a termine e assicurandole

attraverso la pubblicazione (dualismo di interpretazione). (Metrica sul libro). Montale parla

di navi di cartone come quelle dell’epigramma a Camillo Sbarbaro e anche lì significavano

le poesia. “Fanciulletto padrone” è uno dei casi in cui Montale spiega il significato. Si tratta

di un giovane comandante. In una lettera a Contini del 1945, rispondendo alle domande

dei traduttori francesi, Montale spiega che per “padrone” intendeva colui che può

esercitare piccolo cabotaggio senza essere capitano diplomato. Sarebbe chi naviga su

brevi distanze e non per l’oceano. A lui si adattano bene le navi di cartone. Nella seconda

strofa c’è la minaccia che si chiarisce in seguito: al di sopra dell’orto (luogo chiuso della

vita) che è minacciato, c’è un gufo che da il senso di minaccia insieme al fumo che esce

dai tetti fa fatica ad alzarsi perché l’aria è pesante (seegnali inquietanti). Arriva il momento

che distrugge l’opera costruita in tanti mesi di lavoro. Questo momento agisce in due modi:

o di nascosto o, al contrario, in modo diretto, spazzando via tutto con una ventata violenta

(dualismo del vento come ondata di vita o che distrugge). Arriva la rottura definitiva con la

prima opzione: incrinatura segreta, agisce in modo nascosto. Chi ha costruito in modo

imprudente sente arrivare la propria rovina. L’unica possibilità è riportare le barche alla

riva. L’ultima strofa è una variazione della prima.

“Upupa, Ilare Uccello”

Questa poesia ha per protagonista l’Upupa (finale di “Quasi una fantasia”). Ennesima

presenza ornitologica. Indica il passaggio dal tempo meccanico al tempo interiore

(miracolo). Questo animale gode di cattiva fama, infatti sin dai tempi della bibbia era

vietato per gli ebrei mangiarlo, era considerato immondo. Montale sceglie questo uccello

per ribaltare la situazione, mostrandolo come un mago travestito da folletto incantatore

capace di arrestare la fuga del tempo. È coerente con il galletto di marzo. (immagine di

profilo sul sito). (Metrica sul libro). Si tratta di un uccello gioioso ma calunniato dai poeti

che lo associavano alla notte, anche se non è così. Ha un verso lugubre che rimanda al

suo nome onomatopeico ed è probabile che la sua cattiva fama derivi da questo. Parini lo

mostra come uccello notturno, Foscolo come oggetto sudicio e immondo con il verso che

sembra che accusi le stelle e Carducci come uccello funebre. Benedetto Croce

(anticarduccianesimo postumo 1910- 1921, la letteratura della nuova Italia volume

secondo) rievoca la lamentosa storia di un povero uccello calunniato da tutti i poeti e

Montale riprende la frase di croce. Il poeta non sceglie a caso questo uccello, infatti lo usa

per continuare la sua critica per i poeti laureati, scegliendo cose umili come nei limoni.

Questa valutazione si accosta a una poesia di Govoni chiamata “il cuculo” (poesie

elettriche 1911). Nel quaderno genovese del ‘17 Montale spende parole di apprezzamento

per questo poeta. È un poeta difficile da definire in quanto faceva parte del futurismo. Il

cuculo annuncia la primavera, come per Montale l’upupa. Quando dice “Aereo stollo” cita

una poesia di Pascoli. Lui mostra l’immagine di una pertica alta che si innalza verso il

cielo. Montale riprende questa immagine in modo sbagliato perchè ha senso in un pagliaio

ma non in un pollaio, è decontestualizzata. Questo, come dice Bonfiglioli, è

antinaturalismo. Con “Finto gallo” allude alle icone di metallo dei galli sui tetti dei palazzi

usati come segna vento. Upupa che diventa il finto gallo e la primavera non arriva senza

upupa. L’uccello provoca il miracolo ma questo folletto, mago è inconsapevole (l’Io di quasi

una fantasia). Si tratta di una poesia positiva.

“Sul muro grafito”

Questo testo riepiloga i temi della sezione. È presente un senso di incompiutezza e

malinconia, ma anche la possibilità di un miracolo. Se fino a ora le poesie sono ambientate

nell’ora meridiana con tutte le sue conseguenze, qui è ambientata al tramonto e quindi alla

fine della giornata, che rappresenta la fine della vita o comunque la fine di qualcosa.

(Metrica sul libro). Sul muro appaiono segni incisi e fa ombra sulle poche panchine. Al di la

di questo si vede solo un po’ di cielo non infinito. Leopradi, per rendere l’infinito, ricorre

all’immagine della siepe che nasconde quello che c’è dietro in modo da immaginarsi

qualunque cosa, e Montale cerca di fare la stessa cosa. Nella seconda strofa la domanda

è retorica in quanto nessuno ricorda più il calore che scorreva (quello che alimenta la vita,

che si trova nel cuore delle singole persone, la vitalità) e che alimentava il mondo, perché

questa vitalità appartiene al passato. Metaforicamente la vita sembra ormai passata ed è

solo un ricordo. Nella fredda immobilità le forme della vita sono diventate opache e senza

lucentezza. Il giorno dopo rivedrà le panchine. Cencetti sostiene che le “banchine” sono le

panchine a differenza di quello che dice il commento. Sarebbe una ripresa della prima

strofa. Ci sarebbe un senso di circolarità e quindi una ripetizione insensata. La vita

continua in modo insensato, senza nessuna novità, rivedrà le solite cose, senza nessun

entusiasmo. Le mattine seguenti, del futuro, sono ancorate come le barche. Un'altra

interpretazione meta letteraria di Cencetti: è presente la desolata ripetizione delle cose

note ma rimane la fiducia nel domani, di conseguenza c’è ancora fiducia nel ruolo della

poesia anche se cristallizza la vita. L’immagine finale è portatrice di speranza verso il

futuro (le barche sono pronte a ripartire).

“Mediterraneo”

È tipico del Montale giovanile, ma dice cose che riesce a sintetizzare meglio in altre parti.

Unico poemetto diviso in nove sezioni. L’io si rivolge al mare del Mediterraneo. Tutte le

parti tranne la prima usano il tu. L’io si rivolge al mare descrivendo i sentimenti che si

evolvono nei suoi confronti. Prima è stato un padre amato ma poi il figlio si ribella per

affermare la propria individualità. C’è quindi un percorso di crescita doloroso per

distaccarsi dalle radici. Si parte da un periodo di indifferenziazione in cui l’io era un tutt’uno

con la natura (immagine idilliaca delle origini) per poi arrivare alla crescita. Crescere

significa definirsi assumendo un ruolo sociale. Parallelamente c’è un evoluzione sul piano

poetico, ovvero il rifiuto del simbolismo (immersione panica nella natura) e accettazione

della propria limitatezza poetica. Non parla di se stesso come individuo ma anche come

poeta. Secondo Antonio Frate che ha interpretato “Mediterraneo” dal punto di vista

religioso, questo è dedicato a Roberto Bazlen, un triestino. Nessuna parti è divisa in strofe

libere. C’è qualche rima ma senza un particolare significato (banali).

“A Vortice S’Abbatte”

Primo poemetto in cui l’io non si rivolge al mare usando il tu, ma gli si rivolge attraverso la

terza persona singolare. L’Io avanza titubante verso il mare e alla fine si sente quasi preso

in giro da due ghiandaie che dall’alto del cielo fanno sentire il loro verso. La poesia è

composta da 17 versi di vario metro: prevalgono gli endecasillabi e i settenari. Alle rare

rime (verso 14-15), fa riscontro un’elaborazione raffinata del tessuto fonico, con

consonanti doppie, di vocaboli sdruccioli. L’io è ritratto in una posizione inizialmente

pensosa e raccolta con il capo abbassato e nel gesto di alzare lo sguardo, due ghiandaie

lo scherniscono quasi a voler segnalare la sua estraneità rispetto all’armonia della natura.

Importante è la presenza animale che è presente in molte poesie montanine e che in

alcune è vista in maniera benevola, in altre in senso negativo: in questo caso le due

ghiandaie sono esseri della natura e in questo si differenziano dall’Io e lo deridono per la

sua diversità.

“Antico, Sono Ubriacato Dalla Voce”

Si avvia un confronto tra due situazioni temporali diverse: da una parte troviamo in

presente, le cui difficoltà esistenziali sono suggerite (rottura che fa sentire l’io indegno di

quella legge), dall’altra c’è il passato, che viene visto come una serena intesa on la natura

(la legge del mare agiva sul soggetto coinvolgendolo in una dimensione panica). (Metrica

vedi libro). Attraverso il vocativo “Antico”, con cui l’autore si rivolge direttamente al mare,

quest’ ultimo viene raffigurato attraverso un processo di umanizzazione: gli vengono

assegnati attributi degli esseri umani come la “voce ch’esce dalle tue bocche, il respiro e il

cuore”. Questa personificazione, in retorica, si chiama prosopopea.

La casa a Monterosso (Montale parla di sé stesso) in cui trascorreva l’estate, era sulla riva

del mare, là nel paese in cui ci sono tante zanzare da oscurare il cielo. Così come

accadeva da bambino, (l’io di fronte al mare si sente annichilito), anche ora davanti a lui

diventa di pietra: avviene quindi la rottura con la natura: non si crede più degno della legge

del mare perchè è diventato diverso da quello che era, e annuncia che il mare è stato il

primo a farli capire che il poeta era soltanto una piccola parte della natura. Come il mare

espelle gli scarti inutili per realizzare una certa armonia, così deve fare il soggetto con le

scorie del proprio vissuto. Questa legge del mare richiama la leopardiana legge della

natura: La natura per Leopardi non opera a fin di male, ma è semplicemente indifferente e

se fa del male lo fa senza volerlo—> La stessa cosa è per il mare di Montale che non

espelle sugheri alghe per cattiveria ma a causa del suo movimento ondulatorio. Legge

rischiosa: Essere immersi nell’indifferenza della natura può comportare la propria fine

come individuo: la natura non si cura della sorte degli individui ma solo della sua sorte e

dell propria conservazione.

“Scendendo Qualche Volta”

Rievocazione della propria adolescenza durante la quale l’autore sognava di far parte

della natura, così da poter reprimere le proprie sofferenze. (Metrica vedi libro). Il punto più

importante di questo movimento è dal verso 21. il mare, visto come padre, riscattava

anche la sofferenza dei sessi ( il male di vivere tocca tutti). Adesso che la rottura si è

consumata, la felicità non appartiene più a lui, ma al massimo alla pavoncella, cioè a

creature ignare. La pavoncella è un piccolo volatile con il dorso nero e verde, e la cresta

nera: è una delle numerose presenze ornitologiche della poesia Montaliana.

“Ho sostato Talvolta Nelle Grotta”

In questo movimento si tenta una collocazione di quell’armonia naturale anche all’interno

dee coordinate sociali e civili: il mare diventa l’emblema di una “città” utopica e della

“patria sognata”. Il mare diventa un “padre severo” che travolge le esistenze individuali

costringendolo alla sofferenza e alla mancanza di identità. (Metrica vedi libro). In questa

poesia è presente l’ultima rievocazione del passato, ossia del momento in cui c’era ancora

armonia tra l’io e la natura. Secondo Bonora, qui Montale allude a un brano di Debussy

(La cathedrale engloutie 1910) secondo cui una chiesa sprofondata nella mare,

riemergerebbe nei giorni di tempesta. Dal mare nasceva la patria desiderata, La chiarezza

assoluta emergeva dal caso apparente. Chi stava in asilo poteva rientrare in un paese

perfetto, non sottoposto a corruzione. Sono presenti 3 versi che suggellano per sempre il

periodo della rievocazione. “Così padre, dalla tua potenza senza limiti, si esprime, agli

occhi di chi ti guarda, una legge severa (guardare il mare vuol dire uscire dalla sua legge e

subirne la durezza); ed è impensabile cercare di sfuggire alla legge. L’unica minaccia

possibile per il soggetto nel futuro è la sosta, probabilmente perchè questa rappresenta la

riflessione e il giudizio: sostare significa rischiare. E’ la voce stessa del mare che avverte

che se ci si allontana da lui, si farà una brutta fine. Anche quando il mare si mostra

tranquillo, esorta a non ribellarsi.

“Giunge a voce, Repente”

Il quinto movimento occupa il centro del poemetto. Il soggetto non si riconosce più nel

mare, ma in fragili esistenze esposte alla sua furia distruttiva. Alla scelta del mare si

sostituisce quella della terra, e ciò comporta la coscienza dei limiti esistenziali della

condizione umana. La poesia è composta da 28 versi con prevalenza di endecasillabi.

Assonanze tra il nono verso e il dodicesimo, e consonanze tra il quindicesimo e il

sedicesimo. Questo può essere considerato il movimento più drammatico tra i nove, in

quanto all’improvviso arriva il momento in ciò il cuore disumano ci spaventa e si separa dal

nostro (ingiustizia del mare). Ormai la mia voce è diversa dalla tua, e ogni tuo movimento

è nemico. Mi chiudo in me stesso, privo di forze, la tua voce sembra ormai lontana.

Importante è il movimento di lento franamento della terra verso il mare, concetto

sviluppato nella poesia “Clivo” della sezione “Meriggi e ombre”. La nascita della margherita

è n segno di sfida all’inospitalità del paesaggio.

“Noi Non Sappiamo Quale Sortiremo”

Nel sesto movimento si apre uno spazio nel futuro. Il soggetto immagina il futuro come un

rischioso passaggio dalla favola alla storia. (Metrica vedi libro). Il testo presenta il fatto di

non sapere nulla del nostro futuro, non sappiamo se sarà oscuro o lieto, e vengono infatti

annunciate le due possibilità estreme: forse il cammino condurrà a radure incontaminate

( serenità incorrotta) dove si potrà godere l’eterna beatitudine, oppure il cammino condurrà

alla discesa fino all’avvallamento più profondo, verso il buio, dimenticando la vita passata.

Torna il tema dell’asilo, passando il resto della vita in terre straniere dimenticando

l’immagine del sole e la facoltà poetica. Il passato favoloso si trasformerà nella buia e

triste storia che non è possibile raccontare.

“Avrei Voluto Sentirmi Scabro ed Essenziale”

Il settimo movimento è una parentesi di auto-analisi: da una parte rimpiange di non saper

vivere la responsabilità della scelta che l’identità individuale comporta, dall’altra desidera

ancora affidarsi al potere ricompositivo del mare stesso: si delinea quindi un carattere

segnato dall’irresolutezza e dai rimpianti. (Metrica vedi libro).Quando dice “ogni volta che

ho seguito la traccia di un sentiero, immediatamente rimpiangevo di non aver fatto la

scelta contraria”, intende dire che nonostante tutto si sente affascinato dal mare.

“Potessi Almeno Costringere”

Nell’ottavo movimento viene in primo piano la riflessione sulla propria arte: Il sogno di

formare una poesia capace di ereditare e rilanciare le doti del mare, non si può realizzare.

E’ presente quindi il conflitto tra aspirazione alla pienezza del canto e integrazione panica

da un lato, e dall’altro la realtà di miseria esistenziale e disintegrazione sociale. Sul piano

metrico abbiamo la prevalenza di decasillabi e ottenari con alternanza di parisillabi e

imparisillabi. 2 versi doppi, un endecasillabo, 2 decasillabi e 2 settenari. La conclusione

della poesia riconsegna il soggetto al mare, con l’improvvisa rinuncia ai pensieri, cioè al

ragionamento individualizzante, alle sensazioni.

“Dissipi Tu Se Lo Vuoi”

Il nono poemetto riprende e congiunge i due aspetti del rapporto con il mare:

-il mare è il mito originario perduto, l’indifferenziato naturale dal quale l’individuo si è

dovuto distaccare

-La memoria profonda dell’io, il modello di una possibilità di armonia

(Metrica vedi libro).

“Meriggi e ombre”

Si tratta della quarta sezione nell’edizione del ’25. Inizialmente si chiamava “meriggi” e il

motivo viene spiegato nei testi del ‘28. A dedica è a Sergio Solmi, amico di una vita

conosciuto ai tempi del militare. A Solmi piaceva molto mediterraneo. Meriggi inizialmente

non era divisa in sezioni, successivamente invece presentava tre sottosezioni.

Nell’edizione del 1925 si concludeva con 3 poesie (“Casa sul mare”, “Morezzo”,

“Crisalide”) che nell’edizione successiva invece aprivano la terza sottosezione (la

seconda è composta solo da Arsenio), ma in ordine inverso; le poesie successive vennero

aggiunte nel 28 (“I morti”, “Delta”, “Incontro”). La terza sottosezione è un 3+3, ossia tre

poesie già presenti, e 3 aggiunte successivamente: le prime tre sono per Paola Nicoli

(considerate insieme perché proseguono il discorso mrale e filosofico introdotto da “In

limine” sempre dedicato a lei), le altre per Anna Degli Uberti.

Nell’edizione definitiva Montale ha invertito l’ordine delle poesie per Paola Nicoli per:

Attenuare il pessimismo, perchè dopo queste si trova la parte funebre, sepolcrale

- dedicata ad Anna.

In “Crisalide” Montale da alla donna del voi, mentre nelle altre due del tu, quindi da

- l’idea di un’accresciuta confidenza (in “tentava la vostra mano la tastiera” già del voi

a Paola), di una crescita cronologica.

“Fine Dell’Infaniza”

Apre la sezione. Si tratta di un testo introduttivo un po’ diverso da “i limoni” e da “non

chiederci la parola” che comportano dichiarazioni programmatiche, dichiarazioni di intenti

contro i poeti laureati, perchè non comporta dichiarazioni di questo tipo ma un bilancio

esistenziale che riprende i temi di Mediterraneo. Nonostante questo una differenza è che

se Mediterranieo racconta la storia in modo mitico, questa poesia è autobiografica. Il titolo

indica la rottura dell’incanto con il mare. Si tratta della poesia più lunga. (Metrica sul libro).

La libertà metrica corrisponde in gran parte ai canti di Leopardi, che c entra molto con

questa poesia. Montale utilizza di tempi verbali diversi: nelle prime 6 strofe usa l’imperfetto

plurale, il tempo della durata dell’infanzia, facendo riferimento a una spiaggia chiusa da

colline a ridosso del mare, mentre nelle ultime 2 utilizza il passato remoto, il momento

della consapevolezza di passaggio all’età adulta. C’è un momento preciso in cui ci si

scopre diversi da quello che si era il giorno prima.

La prima strofa parla del mare (collegamento strutturale con la terza sezione): il

- mare non è calmo ma abbastanza agitato. Entra, facendo rumore, all’interno

dell’insenatura della spiaggia di Monterosso. In corrispondenza alla foce di un

torrente che straboccava le onde del mare diventavano gialle a causa dei detriti che

il torrente portava con sé. Anche nella presunta età dell’oro dell’infanzia la natura

non è idilliaca (leopardiano). Quella del mare è una natura ostile non idilliaca. Si

tratta di un padre non amorevole e severo per farli crescere. A largo galleggiano

grovigli di alghe e tronchi di albero.

La seconda strofa parla della spiaggia: è fatta ad arco, è ospitale, il luogo chiuso

- dell’infanzia. Montale parla di lui e dei suoi amici di infanzia. Si passa da natura a

cultura perché si parla dalle vecchie case di mattoni rossi. A questo punto si torna

allo stato di natura con rari ciuffi di tamerici scoloriti (riferimento ai poeti laureati,

cioè la prima raccolta poetica di Pascoli, la Myriciae, nome latino delle tamerici

perché allude a un verso di Virgilio. Usa questa pianta come titolo della sua raccolta

perché rappresenta una pianta umile e bassa come i limoni per Montale. C’è un

riferimento anche a D’Annunzio al vv 10 11 la pioggia del pineto). Questo

paesaggio è poco idilliaco come per il mare. Ci sono cerature dall’esistenza difficile

(riferimento alle tamerici, espressione del male di vivere) sparse in mezzo a visioni

spaventose, come le paure di quando si è bambini che sono irrazionali (perdere il

pallone). Non era facile guardarle per chi, come lui, è sensibile. Significava

riconoscere se stessi perché, come loro avevano un esistenza stentata, anche il

poeta aveva un anima inquieta che non sa decidesi. C’è quindi una situazione

ambivalente perché già allo stato infantile l’Io intuisce che il periodo infantile non

sarà eterno e che in futuro toccherà prendere decisioni (da una parte la paura e

dall’altra la voglia di crescere). Da una parte Montale vede, nell’azione di decidere,

un antidoto all’incertezza dall’altra parte no.

Nella terza strofa la visione si allarga entroterra. “Pure” non è un aggettivo ma è

- “eppure”, tuttavia”. Tutto era delimitato da una cerchia di colline rivestite di ulivi

(tipica pianta mediterranea) qua e là, come le pecore sparse di un gregge, come il

fumo che si alza da un casolare e si disperde nel cielo limpido. A parte i paragoni

quello che conta sono le colline. Dopo gli ulivi Montale mostra un’altra tipica

vegetazione mediterranea dei viti e dei pini. Tra un albero e l’altro la natura è

selvaggia e non idilliaca, vede solo pietre e rialzi del terreno. Le presenze umane

sono rare e causali (passante), chiunque passa di là al dorso di un mulo, la sua

immagine è stampata per sempre nel cielo limpido e nel ricordo. Erano così rare

che avevano una aria mitica.

(20) il Leopardismo di “Fine dell’infanzia” è palese. In questa poesia Leopardi rievoca

Recanati, il suo luogo selvaggio. Si tratta dei ricordi di quando era bambino. Cambia il

paesaggio perché Recanati non è sul mare. Qui ci sono i monti a differenza delle colline,

ma entrambi proteggono lo sguardo, lo delimitano (muro grafito dell’ultimo osso come la

siepe dell’Infinito). I monti stimolano l’immaginazione come la siepe. Le chiuse colline

agiscono sull’immaginazione di Montale, al di la c’è tutto quello che non ha avuto modo di

vedere durante l’infanzia. Cosi facendo preparano la futura delusione, inq uanto sono così

alte che quasi mai la realtà soddisfa l’immaginazione.

Nella quarta strofa le colline preparano alle delusioni e sono anche il limite delle

- escursioni infantile.

Passeggiavano ma andavano poco più in là del limite a differenza di quello che dice

il libro, e anche in quel momento la memoria stancata e grigia osa varcare il limite.

Le strade corrono lungo fossi e cespugli di rovi che immettono a fossati. Più in là

arrivano fino a luoghi remoti chiusi, umidi (forse c’entra la grotta di uno dei

movimenti di mediterraneo ma qui si parla di colline) e misteriosi che davano

un’atmosfera incantata. Il ricordo e l’immaginazione si limitano: il primo lo pensa

con meraviglia e il secondo lo ricorda come ogni azione umana che sembrava

avvolta in un area antichissima e millenaria (grotta che sembra un luogo

misterioso).

Nella quinta strofa c’è il ritorno verso casa. Intuivano che quelle vie sui monti

- portavano a una vicenda ignota, a qualcosa di misterioso anche se non sanno di

preciso dove.Montale passa all’astratto sostenendo che la vita era un continuo

flusso di momenti che portava a vivere in un eterno presente, il passato non

lasciava ricordi, ogni attimo finiva in se stesso, non si proietta nell’attimo successivo

(questo riferito all’età dell’infanzia). La vita era un avventura continua e troppo

nuova (ogni momento riservava qualche novità) in cui non c’erano nè regole a cui

attenersi nè norme sociali. A causa di tutto ciò è impossibile confrontare questa

esperienza con le altre, in quanto la prima si esaurisce subito. Non essendoci il

modo per riflettere sull’esperienza, i bambini non distinguono nemmeno la gioia con

la tristezza e di conseguenza non c’è invidia con le esperienze degli altri. L’infanzia

rappresenta una felicità inconsapevole di se stessa e di quella degli altri, non c’era

un modo di vivere diverso dagli altri. I sentieri li riportano alla “casa sul mare” (titolo

di una delle ultime poesie nell’edizione del ’25, era la terz’ultima poi ha cambiato

ordine), al luogo chiuso dell’infanzia stupita di fronte alle novità. In seguito avviene

la prima incrinatura poichè attribuire nomi alle cose vuol dire avere un carattere

intellettuale e senza rendersene conto preparano la fine della propria infanzia. In

questa casa il loro mondo sentiva di avere un centro di gravità, qui tutto si esauriva.

La sesta strofa è l’ultima del periodo idilliaco e dove Montale cerca di definire

- meglio il periodo. Siamo nell’età vicina alle origini in cui le nuvole non sono oggetto

di indagine razionale, non sono qualcosa per cui è necessario impegnarsi a capire,

ma sono solo personaggi mitici di una favola (visione mitica a cui subentra un

mondo che va interpretato e non è facile). Arriva la visione razionale della maturità.

Qui le sorelle diventano sigle e cifre. La natura sembra nata da un seme diverso da

quello che gli aveva generati, sembra fatta da una sostanza diversa dalla loro. La

natura, pur così poco idilliaca, era un punto di riferimento solido (mare). Era

qualcosa di cui potersi fidare, come si guarda un padre, in lei trovavano rifugio e

ospitalità, potevano ammirarla stupiti, era la meraviglia, il miracolo che l’anima

confusa non avrebbe mai raggiunto e che poteva solo sognare, la natura come

entità grande e potente che sovrasta l’individuo. Il punto di vista dell’adulto si rende

conto che si tratta dell’età delel illusioni e credevano che questa condizione

sarebbe durata per sempre.

Dalla settima strofa si passa al passato remoto. La consapevolezza è

- un’esperienza che tutti facciamo. Il tempo a un certo punto si mette a correre, va

veloce e l’infanzia sta per finire. Il mare florido e vorace (padre), travolge le lori

sicurezze e somiglia ai tamarischi che mostrano la loro debolezza. Montale con

“sorge” indica l’inesorabile necessità come in “quasi una fantasia”. La luce che sta

arrivando annuncia il giorno e “certo” (inesorabilità delle azioni che stanno per

compiersi) corrono fuori. A quel punto si rendono conto dell’inganno: appare una

tempesta, una visione drammatica. A questo punto non si riconosce più nulla,

neanche se stessi e arriva il tempo dell’indagine razionale. Brasucci sostiene che

per Leopardi la fine dell’infanzia indica la caduta delle illusioni per vedere il mondo

così com’ è, è una conquista, mentre per Montale la fine è segnata dall’insorgere

del dubbio e la realtà va decifrata giorno per giorno. Con “giro tondo” indica che tra i

giochi infantili non si sono resi conto della fine dell’infanzia (farandola dei fanciulli

sul greto).

L’ultima strofa esemplifica alcuni dei giochi infantili. Appare un'altra volta

- l’immagine del canneto (luogo chiuso dell’infanzia). Il gioco dei cannibali non è

chiaro. Raccoglievano i bossoli dei cacciatori. L’età dell’oro trascorreva come le

barchette (non è chiaro se sono barche in legno o barchette di carta) sulla

superficie marina tranquilla a vele spiegate. Rimangono in attesa della tempesta

che sta arrivando (attesa di qualcosa di ignoto). Cosa rappresenta la tempesta non

è chiaro. Il vento c’è sempre stato ma è ambivalente o vita o morte, distruttivo.

“L’Agave Sullo Scoglio”

Riprende il tema della persistenza della vita in un contesto ostile, infatti l’agave, pianta

spinosa con foglie grandi, nasce e si sviluppa sullo scoglio, posto ostile per eccellenza. E’

presente il tema del vento che riprende la fine di “fine dell’infanzia”. E’ divisa in tre parti ed

è caratterizzata da tre venti: scirocco, tramontana e maestrale.

“Vasca”

E’ una poesia poco significativa poichè considerata un doppione di “Cigola una carrucola

nel pozzo”, con l’unica differenza che qui a posto del secchio su cui si riflette l’immagine,

c’è la vasca, su cui l’immagine scompare subito dopo essersi creata. Nell’edizione

definitiva è la poesia più breve, mentre in quella del 1925 era lunga quasi il doppio.

“Egloga”

Nell’edizione del 1925 era dedicata a Cesare Lodovici, un drammaturgo collegato a

Paola Nicoli. Anche questa poesia è considerata un doppione per i soliti temi di “fine

dell’infanzia” (perdita dell’armonia con la natura e la possibilità di recupero nel futuro).

“Flussi”

Nel 1925 la dedica era per Attilio Pertucca, scultore genovese con tre anni più di

Montale, ma non si sa altro. L’autore gli ha dedicato questa poesia perchè a casa sua

c’era una statua “dell’estate” in cui il naso era rotto a causa dei bambini che gli tiravano i

sassi, quindi l’unico motivo di questa dedica può essere solo la statua. Il protagonista di

questa poesia sono inizialmente i bambini che giocano, e poi lo sguardo che torna su di

loro, ma si capisce che qualcosa è cambiato (vv. 17-19, due tempi distinti). Anche qui si

assiste a una riflessione sull’infanzia, sul tempo che passa.

“Clivio”

L’immagine della frana in “Mediterraneo” significava lo scorrere del temo, la vita in senso

di disfacimento, qui sviluppa questa immagine con la rottura di un equilibrio.

“Crisalide”

La vicenda rappresenta il ritorno della primavera e la nuova vitalità del giardino (primo

segnale del legame con “In Limine”). La prima parte è sentimentale, mentre la seconda è

legata al sottofondo filosofico di “In Limine”, in quanto si immagina l’arrivo della barca

magica (invece in “In Limine” è presente il fantasma che salva) che salva, ma ciò non

accadrà mai. Per questo subentra una conclusione cristologica, ossia la speranza di poter

offrire la propria infelicità in cambio della felicità di lei (è lei che ha bisogno di essere

salvata). (Metrica sul libro). Il titolo è significativo perché in natura si tratta dello stato

intermedi del ciclo della farfalla, quindi è un momento di passaggio, però in Montale si

tratta di una crisalide che rimane tale, che non si evolve, quindi significa che la donna ha

un destino incompiuto. Esiste una lunga redazione manoscritta in cui Montale spiega il

perché utilizza questo titolo.

(21) Montale esplicita il senso di questo titolo: Paola è una crisalide destinata a rimanere

tale, che non si evolverà in farfalla. “Crisalide” è un termine ripreso in “Donna Juanita”. Si

tratta di una rievocazione (densa di ricordi autobiografici) di una famiglia di arricchiti

genovesi che fecero fortuna in Sud America. È una famiglia realmente esistita, tanto che

una discendente nel 1989 scrisse un libro contro Montale per il suo modo denigratorio con

cui avrebbe raccontato questa storia. Erano persone poco colte, in Sud America la

crisalide era diventata una farfalla, ma non arrivò mai bene a comprendere lo spagnolo.

Nella prima strofa arriva la primavera ancora con i segni dell’autunno, l’albero è di

- colore verde scuro, si ricopre di venature gialline e forma incrostazioni di linfa

(rinascere di una nuova vita). Nell’aria si sente come un senso di pietà per le radici

assetate e per le cortecce che si gonfiano per i germogli. Le piante sono simili alla

donna e la Nicoli riprende vita come fosse una pianta.

Nella seconda strofa Montale si rende conto che la vita sta rinascendo e il suo

- stupore supera ogni gioia; la vita arriva nell’angolo del giardino (primo contatto con

“In Limine”). Il suo sguardo cade sul terreno e i ricordi prendono il sopravvento. In

lontananza un grido riporta al presente, alla realtà: il passato si ritira come se fosse

l’acqua che viene risucchiar in un gorgo tra i sassi, ogni ricordo è morto.

Nella terza strofa la donna ignora l’amore del poeta che è costretto a nasconderlo

- per discrezione e quindi a prendere le distanze. Montale la vorrebbe conquistare,

tutto il resto è inutile.

Nella quarta strofa la certezza di aver stabilito un contatto con la donna mette in

- comunicazione le loro abitazioni attraverso la natura che sembra assecondare

questo senso di complicità. Nonostante questo è presente la tristezza e il destino di

non realizzazione esistenziale. La situazione non migliore e ancora una volta il

miracolo è mancato.

Nella quinta strofa c’è un senso di prigionia esistenziale (mare). L’illusione di poter

- raggiungere una libertà autentica prende la forma di un’imbarcazione lontana. Alla

fine c’è la descrizione di un’illusione che rapisce i due protagonisti.

Nella sesta e penultima strofa la sofferenza interiore è prima di identità e fa si che

- non resti nulla di loro. Forse tutto è già stabilito e non vedranno mai il miracolo della

possibilità di sfuggire alla catena delle necessità.

Nell’ultima strofa non c’è nessuna barca miracolosa in arrivo. Anche il contesto, se

- prima sembrava ospitale, sembra cambiato in peggio. Il silenzio imprigiona nel suo

spazio e lui non è capace di parlare per spiegare il patto che vorrebbe stringere con

il destino, ovvero dare la sua felicità per quella della donna. A questo punto pensa a

una decisione netta, cioè quella di scacciare ogni ipotesi di una storia d’amore con

la donna.

“Arsenio”

Cronologicamente è l’ultima poesia degli ossi, l’unica scritta nel 1927, l’unica poesia scritta

dopo il trasferimento a Firenze. Venne pubblicata sulla rivista Solaria del ‘26 chiusa nel ‘36

dalla censura fascista perché di opposizione culturale, morale e etica. Mirava ad animare

le coscienze della popolazione e si caratterizzava per un’apertura alla cultura europea.

Venne tradotta in un'altra lingua nel ’28 da Mario Pratz, amico e illustre anglista in Italia. Il

personaggio è il tipico anti eroe e quindi è stato sottoposto a critiche durante gli anni ’30.

Chiude gli ossi, scelta non scontata perché aveva già scritto qualche poesia (vecchi versi

che si trova nelle occasioni) entrambe sono ambientate nell’ ambiente ligure, la seconda è

la casa a Monterosso mentre la prima a Rapallo. Vecchi versi ha un ottica di rievocazione,

è un ricordo (prima si chiamava Ricordo) quindi qualcosa che apparteneva già al passato,

Montale non is sentiva più un villeggiature. Arsenio al contrario è scritto al presente e è il

testo ideale per la conclusione degli ossi poiché poteva essere anche reale. Montale il

problema se lo è posto

24) sapeva che riviere era una colcsione inadeguata perché troppo positiva. Alal fine non

ha avto il coraggio di stravolgere la struttura. Ma arsenio costituisce comunque un posto

d’onore.

Guarnieri conosciuto a Firenze. Montale sostiene che arsenio sia stata scritto in dieci

minuti nella sua casa di Firenze (falso). (Metrica sul libro). C’è una tempesta reale, il vento

solleva la polvere a mulinelli sui tetti e sugli slarghi delle vie cittadine(paesaggio abitato,

località balneare, Rapallo) vuoti dove i cavalli coperti con il cappiccio annusano la terra


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DESCRIZIONE APPUNTO

Gli appunti contengono l'analisi delle seguenti poesie:
-In limine.

-Movimenti:
I limoni; Corno inglese; Falsetto; Poesie per Camillo Sbarbaro II (Epigramma); Quasi una fantasia;
Sarcofaghi IV (Ma dove cercare la tomba); Vento e bandiere.

-Ossi di seppia:
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato; Meriggiare pallido e assorto; Non rifugiarti nell’ombra; Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida; Mia vita, a te non chiedo
lineamenti; Portami il girasole ch’io lo trapianti; Spesso il male di vivere ho incontrato; Ciò che di me sapeste; Là fuoresce il Tritone; So l’ora in cui la faccia più impassibile; Gloria del disteso
mezzogiorno; Felicità raggiunta, si cammina; Il canneto rispunta i suoi cimelli; Forse un mattino andando in un’aria di vetro; Valmorbia, discorrevano il tuo fondo; Tentava la vostra mano la
tastiera; La farandola dei fanciulli sul greto; Debole sistro al vento; Cigola la carrucola del pozzo; Arremba su la strinata proda; Upupa, ilare uccello calunniato; Sul muro grafito.

-Mediterraneo:
II Antico, sono ubriacato dalla tua voce; IV Ho sostato talvolta nelle grotte; V Giunge a volte,
repente; VI Noi non sappiamo quale sortiremo; IX Dissipa tu se lo vuoi.

-Meriggi e ombre:
Fine dell’infanzia; Arsenio; Crisalide; Casa sul mare; Delta; Incontro.

-Riviere.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in informatica umanistica (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IIFrancyII di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Pacca Vinicio.

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