L'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto
Ludovico Ariosto e l'Orlando Furioso
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Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia l'8 settembre 1474. Il padre Niccolò è capitano della cittadella di Reggio per conto di Ercole d'Este, il duca di Ferrara. Nel 1484 la famiglia si trasferisce a Ferrara dove Ludovico compie i suoi primi studi. Tra il 1489 e il 1494 egli studia diritto all'università per volere del padre ma nel 1494, senza aver raggiunto la laurea, con il consenso del genitore abbandona le materie giuridiche e si dedica ai corsi umanistici e letterari: è il periodo in cui inizia a scrivere poesie in latino e volgare, inizia ad interessarsi al teatro ed entra nella cerchia di giovani artisti attivi a Ferrara alla corte del duca Ercole; tuttavia, alla morte del padre nel febbraio del 1500 si preannuncia una svolta per Ludovico perché obbligato ad assumere il ruolo di capofamiglia e a provvedere ai bisogni dei numerosi fratelli e quindi inizia a cercare degli incarichi meglio remunerati: tra il 1501 e il 1503 assume il ruolo di capitano della Rocca di Canossa per conto degli Este.
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Nell'ottobre 1503 entra al servizio del cardinale Ippolito d'Este, vescovo di Ferrara, figlio del duca Ercole e fratello minore di Alfonso: tra i due vige un rapporto di dipendenza basato sulla sudditanza e la lealtà insieme agli obblighi pratici in cambio di uno stipendio e di benefici: infatti, nella Ferrara di inizio '500 poeti e pittori erano graditi ma ottenevano uno stipendio a patto che non tenessero la propria arte solo per loro ma contribuissero attivamente alla vita di corte: da ciò il duplice e ambivalente atteggiamento di Ariosto, sincero nel celebrare i suoi signori ma incline a rivelare lo scarso apprezzamento nei confronti dei suoi lavori.
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La vita di Ariosto è divisa tra incombenze professionali e svaghi letterari. Letteratura per lui non consiste nell'evasione dalla realtà, dalle ristrettezze della vita quotidiana, ma nell'occasione per mettere a profitto la propria esperienza del mondo (essa dà un'espressione compiuta alle sue intuizioni sulla natura umana e sulle relazioni sociali). La sua carriera artistica è contrassegnata da un'unica opera centrale, l'"Orlando Furioso" (perfezionata per 30 anni dal 1502 al 1532): esso costituisce una sorta di sintesi della propria visione del mondo.
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Nel 1508 esce la prima commedia, "La Cassaria", nel 1509 la seconda, "I Suppositi" e tra il 1510 e il 1520 Ariosto lavora alla terza, "Il Negromante". Tra il 1509 e il 1510 Ariosto compie delle missioni presso il pontefice Giulio II (in un rapporto di tensioni con Ferrara). Nel 1513, alla morte di Giulio II, viene eletto papa Leone X, il cardinale Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico: con lui il poeta stringe dei rapporti amichevoli e spera di ottenere un impiego di prestigio presso la curia ma questo progetto non ha un esito positivo; inoltre, lo stesso anno a Firenze conosce Alessandra Benucci (a cui si lega dopo la morte del marito Tito Vespasiano Strozzi nel 1515). Nel 1516 esce la prima edizione dell'Orlando Furioso.
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Nel 1517 il cardinale Ippolito si trasferisce nel vescovado di Agria, in Ungheria ma Ariosto non lo segue a causa della salute cagionevole e dell'attaccamento alla famiglia e alla città: così viene estromesso dalla famiglia Estense e perde l'impiego e lo stipendio. Nel 1518 torna al servizio di Alfonso d'Este e inizia la revisione dell'"Orlando Furioso" (nel 1521 viene pubblicata la seconda edizione). Nel 1522 riceve l'incarico di governatore e commissario di Garfagnana con lo scopo di sedare il brigantaggio a cui non può rifiutare per necessità di uno stipendio: rimane lontano da casa fino al 1525 (questo è il periodo più ingrato della sua vita a causa della tristezza del luogo, della turbolenza della popolazione, dei disordini amministrativi e non ha molte occasioni di dedicarsi alla poesia e allo studio).
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Gli ultimi anni della sua vita li trascorre a Ferrara. Con gli anni i compiti come funzionario si alleggeriscono e quindi dedica una maggiore attenzione al teatro: nel 1528 esce una nuova commedia, "La Lena". Nel 1531 viene inviato in missione diplomatica a Correggio presso Alfonso d'Avalos, marchese di Vasto e Pescara, comandante dell'esercito di Carlo V e Viceré di Milano, che gli offre una pensione annua di 100 ducati d'oro. Nel 1532 viene pubblicata la terza e definitiva edizione dell'"Orlando Furioso", inoltre Ariosto va a Mantova presso i Gonzaga per omaggiare l'imperatore Carlo V. Il suo prestigio letterario è al culmine ma la malattia (l'enterite) lo costringe a letto. Ludovico Ariosto muore il 6 luglio 1533 a Mirasole a 59 anni.
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Il rapporto dialettico tra il dato biografico e l'invenzione letteraria è centrale nella poetica di Ariosto: infatti, la poesia è intesa come finzione e illusione, spazio fantastico di fuga e compensazione rispetto alla ristrettezza del reale, denuncia umoristica e sarcastica delle menzogne, degli inganni e delle false certezze, specchio in cui si riflettono i lati splendenti e meravigliosi o le pieghe oscure e inquietanti del reale: ne deriva uno stile febbrile e sperimentale che accoglie e armonizza personaggi, vicende, modelli, forme, parole (che traggono ispirazione sia dal suo tempo che dalla tradizione) basati sulla molteplicità delle fonti, dei temi e dei sentimenti e ciò costituisce la modernità di Ariosto. Si può individuare la metafora perfetta della imprendibilità della vita nel momento in cui nella narrazione si intersecano armi e amori, evasione fantastica e ironia, bellezza e cinismo, costituendo una polifonia che è nucleo originario del messaggio ariostesco: la poesia è, quindi, respiro della vita e del mondo (senza fine, senza quiete, evapora e disperde ogni certezza) e l'instabilità della vita e della poesia deve essere accettata serenamente come unico approdo dell'umana saggezza.
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Angelica è la donna protagonista (esuberante, indifferente, inafferrabile, bellissima ma sfuggente, rigogliosa ma imprendibile, affascinante ma capricciosa), la quale costituisce il paradigma esemplare della poesia, il correlativo simbolico della vita e dell'arte che ne deriva. L'inseguimento sempre rischioso ma inutile da parte suoi innamorati fa di Angelica la proiezione delle vanità, degli errori, dei limiti, delle paure, dei desideri umani (quanto più Angelica è bella tanto più è insidiosa, inafferrabile, ingannevole come i beni appetiti dagli uomini): essa espone chi la insegue al rischio della delusione e della follia (come il denaro, il potere, il successo, ecc.). Lo stimolo per il lettore è quello che lo induce ad interrogarsi sul valore, la natura e la funzione della bellezza nella vita: la bellezza di Angelica rappresenta un pericolo perché riduce la vita a un inseguimento di semplici apparenze esteriori, distogliendo l'individuo dalla conoscenza di sé e del mondo (si offre e si sottrae non lasciandosi mai afferrare); la vera bellezza è quella capace di dare consistenza e senso all'esistenza (la bellezza come fedeltà e dolcezza dei sentimenti, onestà e coraggio, lealtà verso sé e gli altri): se la bellezza è come un fantasma sempre in fuga, il desiderio non è mai appagato e la vita diventa consumazione inutile di sé; la bellezza che salva è quella che percepisce il valore e la vibrazione del cuore non nei beni esteriori ma nella realtà come esperienza vitale quotidiana: la bellezza vera si riconosce, cioè, con fedeltà e dedizione, dentro sé e nella propria vita, nella famiglia e negli affetti, nella propria casa (quindi nel mondo domestico di ogni giorno). La bellezza a cui si arriva una volta liberati dalle false sicurezze e dalle false promesse del mondo attraverso una superiore forma di disincanto e saggezza fatta di ironia e senso del limite è il nucleo poesia ariostesca.
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Nell'Orlando Furioso, nelle Satire e nelle commedie è presente il catalogo degli errori e delle illusioni di cui sono vittime gli uomini: l'ironia di Ariosto è lo strumento della ragione che guarda senza schermi o finzioni dentro i sentimenti, i comportamenti, le convenzioni e le convinzioni per cogliere il fondo reale mettendo in risalto le ambiguità: l'ideale di Ariosto consiste, quindi, nel riuscire a non essere irretito e ingannato dai propri stessi ideali e l'ironia, l'amarezza e il disincanto risultano le armi più idonee per proteggersi dall'illusione, dalla presunzione e dalla follia che incombono su chi si lascia soggiogare dai desideri: la felicità, infatti, non consiste nel negare la violenza e le lacerazioni nel mondo, ma nell'accogliere serenamente senza esserne travolti l'intreccio naturale del bene e del male, della serietà e della futilità di cui è fatta la vita degli uomini e della società.
Introduzione
La vita di Ludovico Ariosto
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Ludovico Ariosto nacque nel 1474 a Reggio Emilia dove il padre, funzionario degli Estensi, ricopriva il ruolo di comandante della guarnigione militare. A seguito della promozione del padre la famiglia si trasferì a Ferrara; qui Ariosto intraprese i primi studi grammaticali e quindi, per volontà paterna, gli studi giuridici, che abbandonò dopo qualche anno per approfondire i suoi interessi letterari e lo studio del latino. Alla morte del padre, in qualità di figlio maggiore, egli dovette occuparsi dei fratelli e del patrimonio familiare ed accettare l'incarico di capitano della Rocca di Canossa, che esercitò per un paio d'anni. Nel 1503 entrò a servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca Alfonso, e alle sue dipendenze rimase fino al 1517. Particolarmente importanti furono soprattutto le missioni romane tra il 1509 e il 1512 alla corte del papa Giulio II, dove fu mandato prima per cercare finanziamenti e aiuti militari a favore di Ferrara, impegnata nella guerra contro Venezia, poi per tentare un riavvicinamento fra il papa e il duca, che si era alleato con i francesi anziché aderire alla Lega Santa. Ariosto mantenne importanti contatti con alcuni protagonisti della vita culturale e letteraria, tra cui Baldassarre Castiglione e Pietro Bembo. A quegli anni risale anche l'inizio del suo amore per Alessandra Benucci, trasferitasi a Ferrara da Firenze nel 1515 dopo la morte del marito Tito Strozzi; a lei, che sposò clandestinamente solo nel 1527, il poeta rimase legato per tutta la vita. Nel 1517 il cardinale Ippolito dovette partire per l'Ungheria e impose ad Ariosto di seguirlo, ma il poeta era troppo legato a Ferrara e alla corte, anche per la sua stessa attività letteraria: nel 1516 era uscita infatti la prima edizione dell'"Orlando Furioso" e subito il poeta si era dedicato a un lavoro di revisione e correzione in vista di una seconda edizione. Ariosto rifiutò di seguire il cardinale e passò così alle dipendenze del duca Alfonso. Le continue difficoltà economiche in gran parte intrecciate alla crisi finanziaria del ducato costrinsero Ariosto, privato dello stipendio ducale, ad accettare l'incarico di commissario in Garfagnana, una regione di confine turbolenta, infestata dai banditi, difficile da governare. Egli vi rimase dal 1522 al 1525 dando prova di grande abilità e saggezza amministrativa e politica. Tornato finalmente a Ferrara, dove fu anche nominato sovrintendente agli spettacoli di corte, Ariosto negli ultimi anni, in condizioni di maggiore agiatezza, poté dedicarsi agli studi, alla produzione letteraria e alla revisione del poema, di cui riuscì a pubblicare la terza edizione nel 1532, pochi mesi prima della morte, avvenuta nel 1533.
La produzione letteraria
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Negli anni giovanili Ariosto si dedicò alla produzione di versi latini su schemi liberamente ricavati da Orazio, Ovidio, Properzio e Catullo che tanto profondamente si depositeranno nella memoria poetica e nelle raffinate tessiture testuali del "Furioso".
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Alla sua produzione teatrale legò un impegno sperimentale di ricerca di un teatro moderno degno della poetica imitazione dei comici classici. Con la "Cassaria", rappresentata nel carnevale del 1508, e i "Suppositi", portati in scena l'anno successivo, Ariosto arricchisce Ferrara, già all'avanguardia per la rappresentazione in volgare delle commedie di Plauto e Terenzio, di una produzione moderna originale. Seguirono, dieci anni dopo, altri due testi, questa volta composti in versi (le due prime commedie erano state scritte in prosa) il "Negromante" del 1520 e la "Lena" del 1528. L'adozione di un metro quale l'endecasillabo sciolto sdrucciolo, capace di sortire gli effetti di un discorso ordinario adatto alla scrittura per la scena e ritenuto più degno della prosa alla imitazione dei classici. La produzione teatrale si snoda a lato della composizione e poi della revisione del "Furioso", nel quale si possono ravvisare più aspetti di ispirazione teatrale e scenica. Anzi, si potrebbe perfino dire che a una suggestione propriamente teatrale si lega quel senso profondo dell'illusorietà del reale, dello iato tra l'apparire e l'essere delle cose che caratterizza la concezione ariostesca del mondo e che la sua fantasia di poeta cattura e trasforma in gioco magico di apparizioni e sparizioni, in una sostanza lieve di incantesimi e inganni, nel giardino di Alcina o nel castello di Atlante.
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Successive alla stesura del primo "Furioso" e composte in forma di lettere in versi tra il 1517 e il 1525 sono le "Satire", tutte legate a spunti di carattere autobiografico, a partire dalla prima, nella quale Ariosto illustra al fratello le ragioni che gli hanno impedito di seguire il cardinale Ippolito in Ungheria. Il bisogno di raccontarsi, di mettere il proprio io al centro di una conversazione, di fronte ad amici e familiari, matura come segno di un disagio suscitato dalla sua condizione di letterato-funzionario, diviso tra il sentirsi e il voler essere solo poeta e il carico di incombenze e di obblighi determinati dal suo legame con la corte. Ariosto punta sul modello fissato da Orazio, a cui si sente vicino sia nel desiderio di una vita quieta, libera dai vincoli del servire cortigiano, sia nell'aspirazione a una lingua misurata e ferma alla quale affidare la propria riflessione lucida, controllata dall'ironia e scevra sempre da toni aspri e risentiti.
La letteratura cavalleresca a Ferrara
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Ferrara è dai primi decenni del '400 crocevia di diverse sollecitazioni culturali. Vi confluiscono infatti da un lato la tradizione del romanzo francese medievale con le sue suggestive eleganze, dall'altro un più severo apporto di studi filologici e filosofici di vicini centri universitari di Bologna e Padova. È però la corte, soprattutto, a esercitare la sua influenza anche sull'attività dell'Università ferrarese fissando le linee di studio più conformi agli indirizzi della propria politica culturale. Una fitta opera di volgarizzazione, cioè di traduzione in volgare dei testi classici, viene promossa dagli Estensi in modo da incrementare quel gusto per il racconto di storie già diffuso in un ambiente da tempo raggiunto dai romanzi cavallereschi d'oltralpe. Il diletto della letteratura diventa parte di un costume non più riservato a una ristretta cerchia di intellettuali e poeti bensì già allargato al più vasto pubblico della corte, che proprio in essa trova il segno distintivo della propria eccellenza.
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Sempre in area padana, fin dalla metà del '300, e più intensamente che in altre zone della penisola, circolano anche oralmente nelle piazze, per un pubblico popolare, le storie avventurose e le imprese d'armi dei paladini di Carlo Magno. Questi racconti affidati alla parola e al canto dei giullari sono all'origine dei cantari, componimenti in versi nei quali per la prima volta si realizza la commistione dell'epica guerresca del ciclo carolingio con il romanzo d'avventura della tradizione bretone.
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L'assunzione della varia materia cavalleresca sul piano colto della letteratura scritta avviene per merito di Matteo Maria Boiardo, autore alla fine del '400 del fortunatissimo "Orlando Innamorato", poema tutto cortigiano da cui prenderà slancio nei decenni seguenti una fittissima produzione esemplata su quel modello. Pur osservando gli eroi carolingi della "chanson de geste" (Roland, il futuro Orlando, e il cugino Rinaldo), Boiardo riduce notevolmente il carattere epico a favore di quello avventuroso e d'amore, accentuando così la funzione del diletto e dell'intrattenimento. Il mutamento dell'ambiente di produzione e fruizione, con il passaggio "dalla piazza alla corte", determina anche numerose e profonde modifiche nell'assetto strutturale e tematico dato dalla materia. Il tema d'amore è il centro del compositivo dell'intreccio e il nucleo ideale di tutta l'opera. Proprio sull'amore, cantato quale irresistibile forza naturale capace di sottomettere a sé anche il fiero eroe della guerra Orlando accrescendone la virtù con i caratteri di una moderna cortesia, si fonda il carattere di novità dell'"Innamorato" e l'originale rielaborazione in chiave umanistica del romanzo cavalleresco.
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Anche la caratteristica forma compositiva del romanzo cavalleresco data dall'entrelacement, che consisteva nel portare avanti contemporaneamente diverse vicende intrecciandole tra loro, viene mantenuta da Boiardo e conserva visibili le tracce dell'oralità originaria.
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La narrazione disposta per grandi blocchi rivela il legame ancora stretto tra un poeta che non depone interamente il suo ruolo di "cantore" e un uditorio che ha quindi bisogno di una certa continuità narrativa per seguire con interesse e divertimento le vicende di cavalieri e dame.
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Orlando Furioso e Gerusalemme Liberata
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Letteratura italiana II Orlando Furioso e Gerusalemme Liberata
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Orlando Furioso - Letteratura Italiana, prof. Rusi
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Orlando Furioso, canto I: testo e parafrasi