Nuova guida a Goldoni: Teatro e società nel Settecento, F. Fido
Capitolo 1
De Sanctis fornisce un giudizio dalla doppia valenza: da una parte la negazione di una 'poesia' goldoniana e dall'altra il pieno avvertimento dell'importanza di Goldoni sul terreno della cultura e della letteratura nazionale. La critica posteriore si è concentrata sulla revisione di questo giudizio nella parte negativa, accettando pressoché passivamente quella positiva. Generalmente oggi, all'interno dell'opera di Goldoni, si tende ad isolare la 'poesia' di alcune commedie dalla 'non poesia' di una produzione ventennale, soggetta a pause e involuzioni, ma nel suo insieme unica concreta materia su cui fondare una 'storia' di Goldoni.
Come osserva il Croce, il trionfo della Commedia dell'arte corrisponde al definitivo tramonto delle libertà politiche italiane, al frantumarsi e al ristagnare della vita sociale nell'ambito delle corti, all'isolamento degli intellettuali, cortigiani e cosmopoliti, privi di una base nazionale, costretti nella rigida precettistica della controriforma. I comici dell'arte avevano ottenuto il consenso degli unici pubblici possibili: le plebi suddite delle città, i signori delle corti e i loro clienti.
Ma nelle condizioni politiche profondamente mutate che segnano la metà del Settecento, gli uomini di cultura si sentono di nuovo membri qualificati e responsabili di una comunità civile. Si va costituendo un pubblico in grado di favorire la rinascita di un teatro scritto, realistico, a fondo decisamente morale, riprendono consistenza dei nuclei borghesi, più o meno forti a seconda della ricchezza e del clima politico dei vari stati, ma sempre attivi economicamente e culturalmente.
I borghesi chiedono alla letteratura e al teatro non più un'evasione dalla vita quotidiana di cui non hanno bisogno, ma piuttosto un ragionevole specchio dei loro problemi, dei loro meriti, e perfino dei loro difetti. Sono spettatori nuovi, di 'buon senso', che credono nei nuovi valori della natura e della ragione; sono la condizione necessaria alla riforma di Goldoni, dal duplice compito di protagonisti e pubblico.
Dalla fine del 1740 al 1743, Goldoni tenne la carica di Console Mercantile della Repubblica di Genova a Venezia, quotidianamente a contatto col 'ceto de' Mercadanti'. A partire dal 1740-1741, e in tutti gli anni di collaborazione con i Medebach, ravviserà nell'ambiente dei mercanti il terreno esemplare in cui sorgono e prosperano i principi morali che egli riconosce propri. In esso, accanto al vecchio Pantalone vizioso, prodigo, donnaiolo dei comici dell'arte, troviamo il figlio Leandro, personaggio interamente goldoniano dell'abile e onorato mercante, che presto si fisserà, invecchiando, nella figura costante di un nuovo e umano Pantalone.
Si precisano tutti i temi positivi del mondo dei mercanti, i dettami della professione, le massime mercantili, che divengono norme di vita per la borghesia delle commedie goldoniane, come la schiettezza, la moderazione, la puntualità e l'economia. Il guadagno è la condizione dell'ascesa, il possesso la prova del successo, garanzia del suo grado sociale, nella convinzione che il commercio è il fondamento della forza e della grandezza degli stati, in una nuova valutazione della funzione civile del mercante.
Il mondo morale dei protagonisti goldoniani si allarga, la nozione di mercante onorato si trasforma in quella più comprensiva di omo civil, che "No se distingue dalla nascita, ma dalle azion" (Pantalone, ne Il bugiardo, 1750). Sincerità, fede, reputazione, infine patriottismo. E l'omo civil assume la propria esperienza per una valutazione critica del passato, nel bisogno di interpretare più liberamente e concretamente il presente, approdando alla consapevolezza di una elementare, ma risentita filosofia, patrimonio di tutti e guida pratica dell'individuo, strumento di vita quotidiana in un mondo interamente laico.
Cosciente delle sue virtù, il personaggio borghese può sostenere il confronto con il cavaliere, "Più plebeo è quegli che per avere ereditato un titolo e poche terre, consuma i giorni nell'ozio, e crede che gli sia lecito di calpestar tutti e di viver di prepotenza". A Goldoni, più delle discussioni teoriche, interessano i rapporti concreti della vita quotidiana, i mercanti pretendono il riconoscimento della loro dignità, e reagiscono alla superbia dei cavalieri con tanto maggior forza quanto più i loro antagonisti sono declassati, ridotti in miseria dai vizi.
Ciò ci riconduce all'esistenza a Venezia di un'aristocrazia impoverita, i Barnaboti, nobili abitanti della parrocchia di San Barnaba, che, esclusi dal senato, e quindi dal potere rigidamente monopolizzato dalle famiglie senatorie, erano ridotti a vendere all'asta il loro voto in Maggior Consiglio, e i nobili di Quaranti, in condizioni economiche migliori dei Barnaboti, vivevano ai margini della vita politica veneziana. Vi è un conflitto latente tra la nobiltà al governo e quella esclusa che si batteva per un allargamento dell'oligarchia.
Questa nobiltà minore veneziana è credibilmente oggetto della satira goldoniana, considerandola l'unica possibile minaccia all'ordine costituito. Se da un lato il ridicolo colpisce la nobiltà d'antica data ridotta alla rovina, che conduce una vita futile e parassitaria, al polo opposto la polemica è condotta contro i ricchi che hanno comprato la nobiltà da poco, e dell'aristocrazia colgono e imitano subito i lati più grotteschi, sentendo fino alla caricatura la dignità del loro nuovo grado.
In questi nuovi nobili ha più credito il pregiudizio secondo cui l'attività mercantile è indegna dei cavalieri; la decadenza e la corruzione a cui l'ozio porta inevitabilmente i nobili e l'opportunità edici invece che essi partecipino alla vita economica del loro paese sono le tesi sostenute in due delle commedie La Femmine puntigliose e Il cavaliere di buon gusto (1750).
Tipico tratto del moderato illuminismo è il tentativo di scuotere i nobili dall'inerzia e di riportarli alla dignità di una vita attiva, ricordando loro la funzione sociale degli antenati: presentare cioè un'esigenza riformistica come ritorno a un sano passato. L'idea di Goldoni che i nobili debbano contribuire alla pubblica fedeltà è assai diffusa a Venezia; poiché i nobili sono d'ordinario i possessori delle maggiori ricchezze, così essi devono essere i primi a giovare alla patria e a sollevare gli inferiori.
In ciò si coglie un procedimento caratteristico, costante, del Goldoni osservatore e interprete teatrale della realtà: la riduzione dei principi illuministici più avanzati, che egli condivide in astratto, come temi di una cultura europea, ai dati concreti della società veneziana. Il Goldoni non attribuisce più alcun valore intrinseco, assoluto al privilegio del sangue, e non crede più alle leggi della nobiltà, come ad esempio il diritto di primogenitura e l'obbligo della carriera militare per i cadetti. Sposarsi, avere una famiglia, è un diritto di natura: in nome di questo nuovo criterio l'antica legge aristocratica è giudicata e condannata.
Tuttavia, il Goldoni, accettando la realtà della repubblica aristocratica, vede nei patrizi veneziani la classe al potere, e cerca di dimostrar loro che solo adeguandosi nelle idee e nella pratica alla nuova civiltà laica che egli difende, essi saranno all'altezza del loro compito politico. Alla stessa conclusione si arriva analizzando quei drammi giocosi e commedie esotiche del Goldoni dove l'appello dei philosophes a una Natura madre comune si traduce nel vagheggiamento dell'uguaglianza primitiva, o nel presagio di un ritorno a tale felice condizione.
Ma lo stesso Goldoni sembra considerare questi principi come una generosa utopia: non essendoci probabilità alcuna di vederli operare nella società, essi valgono solo come una prova della nobiltà d'animo e della cultura di chi soggettivamente li professa. I principi ugualitari non incidono poi direttamente nella rappresentazione dei rapporti sociali nelle commedie veneziane. Il tema della Natura e dell'uguaglianza primitiva ha grande risalto in quei drammi teatrali che si prestano più facilmente a una trasformazione in poetici miti di quei motivi democratici che trovano miglior accoglienza nella sensibilità letteraria del Goldoni che nella sua visione borghese della società veneziana.
La putta onorata e La buona moglie, che ne è il seguito (1749), quasi contemporanee alla Pamela, sono particolarmente indicate a fornire le reali dimensioni della polemica sociale goldoniana; entrambe si aprono con un contrasto tra plebe e nobiltà, ma poi si chiudono con una generale pacificazione; a contatto con la realtà veneziana le sollecitazioni illuministiche e la stessa satira di costume si temperano in una sincera vena umanitaria, entro la quale però la difesa degli umili e degli oppressi non implica necessariamente una condanna delle forme sociali vigenti.
Nel quadro di questa visione moderata si spiega e acquista valore il geloso, un po' gretto ideale di vita del borghese goldoniano negli anni della riforma. In questo tentativo di promuovere e di cementare, attraverso l'associazione, la conversazione, la ricreazione in comune, una solidarietà di vita e di costume oltre che professionale, si potrebbe scorgere la vaga aspirazione dei borghesi veneziani a dare una maggior consistenza ideologica, e in definitiva politica, al loro gruppo.
La vita morale e affettiva del mercante goldoniano si esaurisce nell'ambito della famiglia che, come ha osservato Mario Apollonio, resterà di valore più forte e costante del teatro di Goldoni fino alle ultime grandi commedie veneziane. L'interesse per i beni materiali, il buon senso professionale, la polemica contro le tradizioni e i costumi della nobiltà assumono una funzione nuova, diventano le basi sulle quali il borghese costruisce la felicità della propria vita domestica, che sola dà un senso a tutto il resto, nella difesa dell'intimità e della quiete domestica.
Il mercante costruisce la prosperità economica della famiglia ed è ai figli esempio di probità e di prudenza: sua moglie è garante della pace e del benessere nell'ambito della casa, che di questo mondo fondato sulle proprietà – e gli stessi affetti sono sentiti come un possesso – è un poco il simbolo. Di qui la profonda avversione borghese per i cavalieri serventi.
Nel mondo goldoniano la famiglia rappresenta il baluardo dei cittadini non solo contro la corruzione e l'arroganza di certi patrizi, ma anche contro l'andazzo di certe mode d'Oltralpe, e segna quindi il limite di penetrazione delle idee filosofiche, la difesa e il trionfo di un particulare borghese, almeno nelle commedie scritte negli anni per il Teatro Sant'Angelo (1748-53) e nei due o tre immediatamente successivi.
Mentre la storia della Dominante si svolgeva senza scosse, i borghesi erano profondamente interessati alle vicende dell'economia nazionale, che restava per il momento l'unico teatro della loro ascesa; si spiega così come le frequenti allusioni a problemi mercantili non solo costituiscano un richiamo alla realtà che più di ogni altra gli spettatori veneziani possono capire, ma risentano della generale discussione su quella crisi commerciale veneta che la guerra di successione austriaca (1740-48) aveva solo finito di aggravare e rivelare.
Lo scrittore di commedie Goldoni non affronta questioni tecniche e scottanti come quelle della fiscalità veneta o del contrabbando, che i mercanti ammettono o praticano comunemente per non pagare gli eccessivi dazi; ma con un processo di individuazione artistica che gli è abituale, egli cala i termini del dibattito in uno scontro di uomini: e il sentimento dell'autore traspare dalla concorde avversione dei suoi personaggi borghesi per i finanzieri, cioè per i conduttori privati dei dazi concessi in appalto al governo.
Nelle commedie scritte per il Teatro di San Luca, alle dipendenze dei fratelli Vendramin, nella Buona Famiglia, che è del 1755, non c'è più l'ottimismo di pochi anni prima. Il tema già così fertile dei mercanti sembra esaurirsi: la loro presenza, le loro virtù professionali non determinano più lo svolgimento delle commedie; Goldoni appare in anticipo sulla cultura «ufficiale» veneziana: mentre la rappresentazione dell'ambiente mercantile nasce da un'esperienza tutta veneziana, a spiegare l'interesse per la campagna in una serie di commedie scritte fra il 1750 e il 1760, conviene tener conto del soggiorno toscano del Goldoni (1744-48); il ritorno alla campagna stava diventando un tema comune a tutta la pubblicistica veneta.
Il patriziato veneto non fu all'altezza del problema: mentre l'importanza economica della campagna trovava un riconoscimento ufficiale del governo veneto nell'istituzione dei Deputati dell'Agricoltura (1756), il Goldoni, ospite in villa dei suoi numerosi protettori e ammiratori patrizi, poteva rendersi conto de visu che in sostanza, nei nobili veneziani, la coscienza del problema non si traduceva in lucida attività, ma restava piuttosto sul piano della constatazione o del desiderio platonico.
In bocca ai nobili proprietari che vivono nell'ozio e di tutto si curano meno che di agricoltura, il motivo della semplicità campestre si tinge chiaramente di ridicolo. La satira del cavaliere in campagna rientra in quella più generale della nobiltà impoverita e ridicola. Questa rappresentazione dei nobili di campagna sembra la scettica risposta del Goldoni all'esortazione delle Accademie di agricoltura e degli economisti veneziani: «si applichi dunque all'agricoltura la Nobiltà che non ha vocazione alla guerra».
La moralità del lavoro, dell'incremento al pubblico bene, non trova più un'illustrazione positiva, resta sottointesa nella satira, che si fa più distaccata: le punte polemiche si smussano nel divertimento di una lucida contemplazione. Al laborioso impegno dei mercanti sembra contrapposto l'otium cavalleresco dell'apatista, lontano dalle responsabilità e dalle attività logoratrici: pallido riflesso del mito settecentesco dell'uomo che riesce a vivere in perfetta serenità, imperturbabilmente secondo ragione.
Durante il decennio dal 1750 al 1760, i viaggi e le colte amicizie francesi e inglesi allargano gli orizzonti dell'esperienza goldoniana, forniscono al commediografo gli strumenti per interpretare più lucidamente la crisi del regime oligarchico veneto. Si assiste al sensibile irrigidirsi delle strutture politiche, alla mobilitazione, in un estremo tentativo di resistenza, di tutte le energie conservatrici; ne risulta un progressivo ristagno della vita culturale.
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