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Niccolò Machiavelli

Contesto storico

Niccolò Machiavelli si colloca intorno al 400-500. Nasce nel 1469 e muore nel giugno 1527. Le corti italiane, che diventano poi ducati, avevano un equilibrio il cui ago della bilancia era Lorenzo de’ Medici. Poco dopo la sua morte nel 1492, nel 1494 Carlo VIII, re di Francia, conquista l’Italia col gesso, cioè approfitta di una questione dinastica interna per conquistarla senza combattere, senza che nessuno prenda in mano le armi per difenderla.

A Firenze Piero il Fatuo, figlio di Lorenzo, che prende il nome dal nonno Piero il Gottoso, addirittura gli consegna le chiavi della città per evitare spargimenti di sangue. In quello stesso anno i Medici furono cacciati da Firenze per la seconda volta nella storia, dopo la cacciata di Cosimo nella lotta contro gli Albizi.

Dal 1494 al 1498, viene istituita una repubblica, guidata da fra Girolamo Savonarola, castigatore dei cattivi costumi, che arriva a bruciare i libri e le pitture devianti in grandi falò, cui prende parte anche Botticelli. Savonarola viene destituito nel 1498 dopo essere venuto in contrasto con Roma.

Dal 1498 al 1512 Pier Soderini diventa gonfaloniere a vita, ovvero sindaco e capo del governo. È il momento centrale dell’attività politica di Machiavelli, che diventa ministro. Nel 1512 i Medici, visto anche il potere che avevano acquistato, vista la successione dei due papi della loro casata, Leone X e Clemente VII, ritornano a Firenze.

Dal 1512 al 1527, dunque, Giuliano e Lorenzo de’ Medici, distruggono chi aveva governato in precedenza e ne fa le spese anche Machiavelli. Viene accusato, incarcerato, torturato e infine esiliato. Nel momento del ritiro all’Albergaccio a san Casciano, termina l’azione di Machiavelli e inizia la riflessione. In questo momento, privato delle sue precedenti funzioni di ministro degli esteri e segretario di stato, egli non può fare politica. Costretto a non agire, può solo riflettere e ragionare. Per questo nel 1512 inizia Il Principe e nel 1513 i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.

Nel 1527, a maggio, la storia si interrompe, in quanto delle truppe tedesche, chiamate poi lanzichenecchi, scendono in Italia e arrivano a Roma. È la data del famoso sacco di Roma. La politica italiana precedentemente era divisa tra Carlo V Asburgo, imperatore e re di Spagna e Luigi XII, re di Francia. È l’unico momento in cui il titolo di re e imperatore coincidono, in quanto lo stesso Carlo V lascerà al figlio la Spagna, con annesse le colonie americane e al fratello l’impero.

Adesso l’imperatore vuole un assoggettamento completo: l’Italia non deve più dividersi tra Spagna e Francia. Machiavelli vive questa tragedia e muore un mese dopo. I Medici, cacciati da Firenze nel 1527, torneranno definitivamente nel 1529 dopo un accordo tra papa e imperatore e dopo un lungo assedio.

Discorsi

È un’altra opera che riflette il profondo bisogno di Machiavelli di occuparsi di politica, al di là di chi detiene il potere, la sua necessità di fare l’unica cosa che è in grado di fare cioè aiutare lo Stato. Dopo san Casciano si ritira negli Orti Rucellai, tra il 1515 e il 1516. La famiglia Rucellai è filo medicea e Machiavelli, Buondelmonti e alcuni esponenti di questa famiglia animavano discussione su arte, storia e politica. Ne vengono fuori varie opere, tra cui anche la Vita di Castruccio Castracani, che si rifà al genere delle vite, come le varie vite di Dante, di Petrarca o degli artisti sul modello di Giorgio Vasari.

Ragiona sugli Ab urbe condita e fu pubblicata postuma: a una prima circolazione dal 1513 al 1518, segue un’altra nel 1520. Si tratta di una circolazione manoscritta priva della fissità della stampa, ma la pubblicazione ufficiale avviene solo nel 1531. I Discorsi si articolano in tre libri e trattano della repubblica romana, che è la repubblica perfetta, diversamente da Firenze, che pure si pone come la novella Atene o la novella Roma.

La questione principale è capire come è possibile che una repubblica come quella romana non abbia ruinato. Rientra sempre in un cortocircuito tra passato e presente, in un confronto tra il tempo millenario e il breve tempo di cedimento di quelli che lui definisce i potentati, che sono Venezia, Napoli, la Chiesa, Firenze e Milano.

Emerge il rapporto con gli antichi, cruciale nel senso che lui attribuisce al mondo: cambiano i tempi, ma non gli esseri umani, perciò è necessario coniugare l’esperienza con il dialogo con gli antichi che possono essere interlocutori anche di questioni moderne. Nel proemio questo punto è ben chiaro: si domanda come sia possibile che le statue antiche, in quanto oggetto di imitazione, abbiano un prezzo così alto e che invece non vi sia imitazione da parte di un condottiero.

A Roma infatti le lotte intestine avevano un ruolo positivo, quello di tenere insieme l’ordine regio, i consoli, i nobili, rappresentati dal senato e il popolo, rappresentato dai tribuni. Le lotte concedevano a ciascuno dei tre ordini rappresentanza e sottraevano Roma a quella ciclicità del tempo, che portava alla degenerazione della monarchia nella tirannide, dell’aristocrazia nell’oligarchia e della democrazia nella demagogia.

Un altro elemento di forza a Roma era la religione: egli attua un confronto tra il ruolo degli dei antichi e quello della religione cristiana che infiacchisce gli uomini e li rende poco pronti a combattere. Nell’antichità invece la religione era un vero e proprio instrumentum regni che garantiva unità e forza alla civiltà romana. Nel ragionamento di Machiavelli non resta spazio per alcuna forma di spiritualità, la religione non è altro che un tassello dello stato.

I critici si sono chiesti se sia un repubblicano o un fautore di uno stato retto da una sola persona. Ha retto infatti la repubblica di Pier Soderini, svolgendo il prestigioso incarico di ministro degli esteri. Sul piano teorico è un repubblicano, ma la risposta ai problemi del tempo presente è uno stato forte. Se necessario, serve un principe che sappia anche uccidere, farsi rispettare, poiché la priorità è mantenere lo stato. Dopo la situazione drammatica del 1494 c’è una frattura tra ciò che è la realtà effettuale e come le cose dovrebbero essere.

Il principe

Lettera a Vettori

È un’opera la cui composizione è collocato nello spazio e nel tempo: fu scritta all’Albergaccio, ed è datata in un periodo indefinito tra il 1510 e il 1512/13. Questo inizio della composizione trasmesso mediante la lettera all’amico Vettori, che si trovava al momento presso l’ambasciata di Leone X, scritta mentre Machiavelli è a san Casciano, privato del potere politico.

È un importante documento che registra la sua vita e il suo rapporto con i classici: emerge un senso di vergogna verso il suo modo di trascorrere le giornate, tra luoghi come l’osteria e occupazioni come il gioco, eppure è costante la presenza di classici, quali Ovidio, Tibullo, Dante, che porta con sé anche nelle passeggiate. Rispetto alla negatività della giornata, la sera è invece il momento più elevato, il momento in cui l’autore può essere sé stesso, il momento della riflessione e del dialogo con gli antichi attraverso la scrittura e la lettura.

Riprende l’immagine del cibo, di cui già si era nutrito all’osteria, ma qui si tratta di un cibo che nutre la mente, ovvero la lettura. Emergono già termini tipici del lessico machiavelliano, come non di manco, espressione avversativa che sarà fondamentale nel porsi in opposizione all’opinione corrente o latinismi come solum.

La scrittura del Principe è inserita dunque nell’ambito dei ragionamenti con gli antichi. Machiavelli nella lettera specifica in cosa consistono queste cogitazioni: egli ragiona su che cos’è un principato, su quali specie di principato esistono e come si acquistano, si mantengono o si perdono. Chiarisce dunque quali saranno gli argomenti trattati nel Principe, o almeno solo nella prima parte, in quanto successivamente tratta delle qualità.

Lo dedica a Giuliano, fratello di Leone X, poi a Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, in quanto spera di essere richiamato a Firenze anche per le minime mansioni. La sua riflessione non tratta però solo il presente, che pure è, come si è visto, un suo primario interesse. Essa ha infatti due direzioni, due termini: il dialogo con gli antichi, la lettura e la riflessione sul passato, coniugate con l’esperienza.

Introduzione generale

Viene definito da lui stesso, anche quando ne parla nella lettera a Vettori, come un opuscoletto. A differenza di opere come l’Orlando furioso o il Canzoniere, fu scritto in breve tempo. Si ipotizza dedicato a Giuliano, figlio di Lorenzo il Magnifico, poi, in seguito alla morte di quest’ultimo nel 1516, a Lorenzo, figlio di Piero il Fatuo, come scrive nella lettera dedicatoria, in un procedimento tipico di captatio benevolentiae, tipica di quello che Amedeo Quondam definisce l’antico regime. L’opera viene svalutata, definita più volte non degna, in un atteggiamento servile, volto a ottenere la pubblicazione o l’entrata nel circolo cortigiano.

Consta di ventisei capitoli, dai titoli in latino e, a differenza di quanto accade con altre opere, ad esempio i Sepolcri di Foscolo, fu diviso in sezioni, non dall’autore stesso, ma successivamente a scopo didattico. Nei capitoli I-XI descrive i tipi di principato con i relativi vizi. Nei capitoli XII-XIV c’è una breve sezione dedicata alle milizie. Nei capitoli XV-XXIII si riversa la tradizione degli specula principis e vengono descritte le qualità di un principe con relative immagini bestiali, quali la volpe e il leone, o il centauro. Nei capitoli XXIV-XXVI, infine, le caratteristiche precedentemente esplicitate si declinano lungo i casi specifici della storia d’Italia.

L’argomento che gli interessa principalmente è come possa un principe italiano non ruinare tra stati grandi come Francia e Spagna. Nello specifico, nel capitolo XXV è trattato il rapporto tra virtù e fortuna, nel XVI, c’è un appello ai Medici, aff...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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