Appunti delle lezioni di metrica
La prosa e la poesia
La prosa e la poesia sono le due grandi bipartizioni dell'universo letterario. Infatti, gli autori scrivono in prosa o in poesia o anche possono utilizzare in una stessa opera sia la prosa che la poesia creando un prosimetro.
La poesia
Un testo poetico è facilmente individuabile nel momento in cui è scritto in versi. Tuttavia, il concetto di poesia è più complesso. Si pensi agli oggetti poetabili, che come tali hanno avuto un significato differente nel tempo: ciò che oggi per noi moderni non è poetabile lo era invece nei tempi passati. Ad esempio, il Tesoretto di Brunetto Latini, che è un'enciclopedia, e come la Commedia dantesca che ha un suo valore enciclopedico in quanto parla in versi di teologia, scienza e medicina. Quindi una serie di argomenti poetabili, ma ovviamente la poetabilità delle materie e degli oggetti è cambiata nel tempo.
La prosa
Esiste una prosa che può avere una particolare attenzione per i valori tipicamente poetici: il suono, il ritmo. Esistono forme di prosa che hanno questi particolari contrassegni, come la prosa di D'Annunzio, soprattutto nella sua opera Il Piacere. Quindi ci troviamo di fronte a una prosa lirica, che è sì una prosa, ma contrassegnata in termini di praticità nel momento in cui è particolarmente attenta a determinati valori come i valori del suono, della ritmicità e della musicalità.
Il rapporto della poesia con il contenuto e il messaggio
È tuttavia certo che per la poesia si deve fare un discorso a parte, anche a proposito di questi valori o contrassegni di poeticità che sono prerogativa del discorso poetico in versi, dal momento in cui solo la poesia stabilisce questi contrassegni con un rapporto di sistematicità con i contenuti e il messaggio che il poeta vuole farci arrivare. Cioè, la poesia si serve della forma per veicolare il suo messaggio e lo fa con una certa sistematicità.
Un primo esempio è il primo brano della dispensa - Inferno XXVII - che ci fa riflettere sulla scelta lessicale che il poeta fa. Infatti, egli sceglie delle parole che non sono casuali, a differenza della prosa in cui le parole possono essere scelte con più libertà. Infatti, Dante ha selezionato una serie di parole che contengono all’interno il suono o accentato; questo stralcio è il momento in cui Guido da Montefeltro sta raccontando il suo arrivo presso Minosse, il giudice infernale, che dopo averlo ascoltato lo assegna all’VIII cerchio attorcigliando per otto volte la sua coda intorno a lui.
Minosse, per far capire il cerchio a cui i condannati sono destinati, attorciglia intorno a loro la sua coda tante volte quanto è il numero del cerchio a cui sono destinati. È evidente che la prudenza della sentenza che Guido da Montefeltro ha subito è una prudenza che riusciamo a seguire tranquillamente già solo dal contesto e dalla circostanza, ma la scelta particolare di Dante dei suoni in -o va a enfatizzare questa percezione da parte del lettore. Inoltre, i due endecasillabi terminano con il suono cupo in -u, tutto ciò collabora a far percepire la dura fatalità della sentenza di Minosse nei confronti di Guido da Montefeltro.
Questo è solo uno dei tanti esempi che si possono riportare a conferma del fortissimo legame che la poesia in versi stabilisce tra i suoi aspetti formali e il contenuto, nel momento in cui la forma riesce a traghettare il messaggio amplificando e rendendolo più percepibile, e così la forma diventa più funzionale ai contenuti. Ciò è tipico dei versi.
Il verso
Il ritmo del verso consiste in una regolata successione di sillabe toniche, ovvero accentate, e sillabe atone, ovvero senza accento. La regolarità della successione fa la differenza tra la poesia e una prosa perché ogni scrittura e ogni parola ha il suo ritmo, perché ogni parola ha i suoi accenti, ma la regolata successione è diversa. Quando si parla di successione di sillabe di un endecasillabo, è diversa dalla successione di sillabe di un settenario, che a sua volta è diverso dal binario.
Per cui ogni verso ha la sua ritmicità in base alle regole che stabiliscono la successione delle sillabe in ogni verso. Ad esempio, l'endecasillabo ha varie caratteristiche tra cui l’accento sull’ultima sillaba che caratterizza questo verso, l’ultimo accento di solito è quello più caratteristico, infatti grazie ad esso si possono distinguere tutti i versi (endecasillabo, settenario, novenario), nel caso dell’endecasillabo parliamo dell’accento in decima posizione.
Per cui, quando ci troviamo di fronte a un verso dobbiamo individuare l’ultimo accento che contrassegnerà il verso; questo accento primario è soltanto uno degli accenti principali, perché l’endecasillabo ha anche l’accento di sesta e di quarta posizione. Quando leggiamo il verso endecasillabo, dovremo far cadere la voce nella quarta, nella sesta e nella decima posizione. Oltre a questi tre accenti primari, ci saranno anche altri accenti detti secondari; ed ecco che si ha la cadenza regolata.
La commedia e l'endecasillabo
La Commedia è interamente scritta in endecasillabi, per cui va letta in un certo modo e dobbiamo rispettare lo schema rimico che prevede o un accento di quarta o un accento di sesta e un accento di decima. Prendiamo in esame le prime due terzine della Divina Commedia - nelle dispense si vedono gli accenti pag 1 - e la voce deve cadere sugli accenti. Che la voce cada sull’ultima sillaba è ovvio perché finisce il verso e l’unità metrica, e quindi la voce cade lì, ad esempio sulla -i di vìta.
Nel caso del primo verso ci sono gli accenti 6-10, nel secondo verso ci sono gli accenti sulla 4-8-10 posizione, nel terzo verso abbiamo gli accenti sulla 6-10 posizione. Nella seconda terzina abbiamo ancora nel primo verso gli accenti sulla 6-10 posizione, nel secondo verso della seconda terzina abbiamo gli accenti in 3-6-10, nell’ultimo abbiamo un accento di 4-8-10.
Il verso costituisce un’unità metrica che può essere messo a confronto con l’unità sintattica tipica della prosa. Nel momento in cui l’unità metrica finisce, è necessario andare a capo per iniziare un verso nuovo, ciò non accade per l’unità sintattica. Può capitare che a volte l’unità metrica della poesia non riesca a concludere il discorso e si debba andare a capo per concludere il senso della frase, ed ecco che abbiamo l'enjambement.
L'enjambement
L'enjambement consiste proprio nella mancata coincidenza dell’unità metrica e dell’unità sintattica; si può anche dire che è una sorta di spezzamento. Si altera dunque la scansione tradizionale del verso spezzando la frase, l’effetto che dà può essere la dilatazione del ritmo. Esso serve anche a separare la parola che finisce per rappresentare anche la parola chiave.
L’effetto dell'enjambement può essere di diversa intensità a seconda delle parole che vengono separate. Ad esempio, si dà un enjambement quando si separa il soggetto dal verbo, per cui possiamo trovare un verso con il soggetto senza il verbo, per cui per verificare l’azione compiuta dal soggetto dobbiamo andare a capo. Questo tipo di enjambement è molto marcato perché il soggetto e il verbo costituiscono sintatticamente un legame molto forte. Un enjambement poco marcato è la separazione del sostantivo dal suo articolo.
I letterati più antichi tendono ad evitare questo effetto. Un esempio è proprio Dante che nella sua Commedia fornisce pochissimi esempi. Nel 1500 si nota un uso maggiore dell'enjambement e per cui il semiabbandono della corrispondenza dell'unità metrica e dell’unità sintattica. Un esempio può essere il testo Rime di Giovanni Della Casa (pag 1); tuttavia gli enjambement si trovano anche nelle opere ottocentesche.
Infatti, nell’Infinito di Leopardi (pag 1-2) che va a sviluppare la riflessione del naufragare dolce grazie all’espediente dell'enjambement, infatti esso testa in maniera forte il motivo dell'enjambement. La poesia Soldati di Ungaretti (pag 2) sottolinea la drammaticità della condizione umana e la tragedia della guerra e lo fa spezzando i versi con il meccanismo dell'enjambement. Ancora un altro esempio sono due versi della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso (pag 2), nei quali attraverso l’espediente dell'enjambement il poeta racconta un passaggio fortemente drammatico del poema, il momento della morte di Clorinda per mano di Tancredi.
Clorinda, che è donna e guerriera, viene esaltata con le parole trafitta, che si riferisce al suo essere una guerriera, e vergine, che si riferisce al suo essere donna. L'enjambement qui va ad amplificare quest’effetto. Alla Sera di Foscolo (pag 3) in cui è separato il verbo dal complemento che lo troviamo a capo. A Mia Madre di Montale (pag 3) in cui i due versi amplificano il senso dei versi e della parola vita che viene esaltata. Per cui il ricorso a questo espediente stilistico ha molto valore per servire i contenuti.
Nei Sepolcri di Foscolo (pag 3) la parola sole rimane isolata nel secondo verso e si carica di particolare significato come la parola vergina usata nella Gerusalemme Liberata. Possiamo dire che l'enjambement ha il potere di evidenziare determinati passaggi ed è utilizzato proprio per questo, tuttavia spezza l’unità metrica e sintattica ed ecco perché non tutti i poeti usano questo espediente.
L'enjambement, trattandosi di una sfasatura, può essere letto o meno ma il suo non essere letto non fa comprendere bene il senso; in ogni caso esso interrompe il ritmo del verso. Tuttavia, esso può essere non letto quando si vuole privilegiare il ritmo della struttura metrica. Ogni lettura è legittima, sia che si decida di leggere sia che non si legga l'enjambement; in generale si tende a privilegiare la sintattica per cui si tende ad andare a capo e leggere l'enjambement.
Il computo delle sillabe
Nel momento in cui ci troviamo davanti ad un endecasillabo e dobbiamo saper riconoscere e sistemare gli accenti, per fare ciò dobbiamo procedere al computo delle sillabe, ovvero contare le sillabe. È un procedimento diverso nei versi rispetto a quello che si fa in prosa. Ad esempio, se prendessimo una parola e la dividiamo in sillabe in una frase scritta in prosa, quella stessa parola collocata all’interno di un verso potrebbe avere un numero di sillabe completamente diverso. Ciò succede perché il verso va considerato come un'unica parola, quindi se pensiamo a una cosa come questa il verso ci mette in condizione di dover fare i conti con una serie di incontri tra vocali, che non si trovano solo in una stessa parola ma anche quelle che si incontrano alla fine di una parola e l’inizio di un’altra. Perciò bisogna fare il conto delle sillabe sia con i nessi vocali di una stessa parola sia con i nessi vocalici che si creano all’incontro con due parole.
Dittongo e iato
Questa parentesi è necessaria per saper trattare in un verso un dittongo e uno iato che inevitabilmente all’interno di verso cambiano le loro regole. Il dittongo è un suono formato da due vocali pronunciato con un'unica emissione di fiato, ad esempio la parola piatto ha il dittongo -ia che viene pronunciato con un'unica emissione di fiato e le vocali non si distinguono nel suono; lo iato è sempre un nesso vocalico che però viene pronunciato con due emissioni di fiato differenti, ad esempio la parola paura ha lo iato -au che però vengono pronunciate in maniera distinta pa-ura.
Per riconoscere un dittongo bisogna fare attenzione alla presenza di una -i o di una -u che sono sempre presenti in un dittongo. Nel caso ci fossero due vocali accostate delle quali almeno una non è né una -i né una -u possiamo essere sicuri che quelle due vocali formano uno iato. Per cui sono dittonghi tutte quelle vocali che accostate in una parola contengono una -a, una -e, una -o più una -i o una -u che non devono essere accentate. Sono esempi di dittonghi le vocali che si trovano nelle parole: poi, laico, piove, noi, voi, reuma, cuore, aure; questi sono tutti nessi vocali in cui sono sempre presenti o la -i o la -u che non sono mai accentate.
Il dittongo si forma anche quando si presentano sia la -i che la -u accostate in una stessa parola purché l’accento cada sulla seconda vocale, sono un esempio le parole: fiume e fluire. Se invece avessi la parola fluido in cui la vocale accentata è la -u non abbiamo più un dittongo ma uno iato perché l’accento cade sulla prima delle due sillabe.
Mentre si riconosce uno iato perché troviamo sempre accostate le vocali -i o -u alle vocali -a, -e ed -o ma accentate, un esempio di iato possono essere le parole: io, pio, bue, farmacia. Si forma poi uno iato quando troviamo accostate le vocali -i ed -u in una stessa parola ma con la prima sillaba accentata, un esempio può essere la parola fui. In generale, quando incontriamo il nesso sillabico formato solo da una -a, una -e ed una -o sono solitamente sempre iati, un esempio sono le parole: soave, paese e leale.
Un’attenzione particolare va alle parole derivate che sono ingannevoli, ad esempio se dovessi dividere in sillabe la parola viale sono portato a pensare a -ia come un dittongo e quindi dividerla in due sillabe, tuttavia essendo una parola derivata da via deve essere divisa in tre sillabe: vi-a-le. Lo stesso vale per la parola pauroso che deriva da paura e quindi non farò pau-ro-so ma farò pa-u-ro-so.
Quando si parla di dittonghi e iati parliamo anche di dieresi e sineresi, dato che la sineresi è una contrazione (dittongo) delle vocali mentre una dieresi è una divisione delle vocali (iato). Per cui quando parliamo di dittonghi parliamo di sineresi perché il nesso vocalico viene contratto, mentre nel caso di uno iato vediamo applicato la dieresi che è la separazione delle vocali.
In linea di massima, la poesia italiana si orienta verso la sineresi, per cui verso la contazione delle vocali all’interno di una parola. Infatti, a volte quando non avviene la sineresi e quindi si risolve il nesso vocalico che è un dittongo separandolo, si usa la dieresi poetica ä che passa per la libertà poetica. Si pensi a un verso “E’ l’opra l’udäta” (pag 4), questo è un settenario, esso si riconosce dall’accento dell’ultima sillaba che infatti cade sulla 6a ä posizione, la parola l’udäta fa cadere la voce sulla -a, per cui il nesso vocalico -au costituisce il dittongo, i due puntini segnalano la presenza della dieresi che può essere utilizzata dal poeta per la sua licenza poetica quando decide di separare un nesso vocalico che nella normale grammatica è contratto, infatti nella grammatica la parola laudata forma un dittongo, ma il poeta attraverso la dieresi la separa e la sua sillabazione non sarà più tripartita ma quadripartita, per cui sarà la-u-da-ta. C’è poi la parola opra, che solitamente si scrive opera, il poeta togliendo la -e applica la sincope, la parola opra è la parola sincopata di opera, infatti il poeta ha tolto una sillaba alla parola opera e l’ha aggiunta alla parola ä ä l’udäta attraverso la dieresi, ciò fa sì che la -a finale accentata di l’udäta sia effettivamente la sesta sillaba da accentare permettendo la creazione del settenario, se infatti contassimo ä otterremo che la -a di l’udäta sia effettivamente la sesta.
In un altro verso “Vergogna e pa-u-ra m’anno abbandonäta“ (pag 4), la parola paura dalla definizione di iato sappiamo essere una parola trisillabica perché si tratta di un nesso che vede la presenza della -a e della -u di cui quest’ultima è accentata, si dà dittongo nel momento in cui la -u e la -i alla presenza delle altre vocali non sono accentate, qui è accentata per cui è uno iato, qui il poeta si serve della sineresi che a differenza della dieresi non ha un segno per essere riconosciuto, in questo caso paura diventa bisillabica.
Esempi di endecasillabi
Prendiamo in esame l’endecasillabo “La somma sapïènza e ‘l primo amòre” (pag 4), il poeta si sapïènza sofferma sulla parola di cui il nesso -ie è un dittongo in grammatica per cui se lo dividiamo in sillabe sarebbe trisillabico sa-pie-nza, ma il poeta si serve della dieresi per far sì che l’accento cada sulla sesta sillaba, deve dividere il legame della -i e della -e artificialmente servendosi della dieresi e quindi formando uno iato e separare le sillabe. Se il poeta non avesse operato in questo modo non avrebbe potuto mettere l’accento sulla sesta sillaba.
Possiamo anche prendere in esame il verso “I-o sentìa già da man dèstra ^il gòrgo” (pag 4), anche questo verso mette il poeta di fronte alla necessità di gestire le sillabe del verso, abbiamo lo iato di sentìa e si vedrà come il poeta interverrà su questo verso e soprattutto su questa la parola con la sineresi, per cui stringe in un'unica sillaba questa parola.
La sinalefe e la dialefe
La sinalefe e la dialefe sono i corrispondenti della sineresi e della dieresi, ma rispetto a nessi vocali che si creano tra parole diverse. Come abbiamo detto, il verso per essere diviso in sillabe e quindi capire dove va l’accento deve essere considerato un’unica parola, quindi se la sineresi e la dieresi regolano i nessi vocalici all’interno di una stessa parola del verso, la sinalefe e la dialefe regolano i nessi vocalici tra due parole diverse in uno stesso verso, quindi tra la fine di una parola e l’inizio di un’altra parola. Quindi, se la sineresi contraeva, così sarà per la sinalefe, se la dieresi separava le vocali sarà lo stesso per la dialefe. Come la metrica italiana tende ad usare molto di più la sinalefe...
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