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Metodologia scienza giuridica - studio della criminologia Appunti scolastici Premium

Appunti di Metodologia della scienza giuridica vertenti sui seguenti argomenti: la criminologia è un ambito molto interessante, i vari aspetti della criminologia, il diritto penale, penitenziario, la psicologia giudiziaria, la politica criminale e il concetto veritiero di questo tema.

Esame di Metodologia della scienza Giuridica docente Prof. F. Ciaramelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

La teoria non-direzionale, formulata dai coniugi Sheldon e Eleanor Glueck, si

propone di identificare i fattori individuali e quelli familiari-situazionali che

sono più frequenti nei giovani criminali. Questi fattori emersero dal controllo di

due gruppi di minorenni, l’uno composto da giovani che avevano commesso

delitti e l’altro da coetanei che avevano avuto condotta normale, così da poter

analizzare, a parità di condizioni, in cosa differivano i delinquenti dai non

delinquenti. I due gruppi vennero poi divisi in coppie che avevano in comune

la residenza in zone povere e periferiche, l’età, il livello intellettivo e la razza,

così da poter neutralizzare i fattori che di per sé si sapeva avessero efficienza

nel favorire la delittuosità e poter scoprire cosa era intervenuto a far sì che

uno divenisse delinquente e l’altro no. I delinquenti minorili apparvero, come

gruppo, diversi dai loro coetanei non divenuti criminali, per cinque

raggruppamenti di caratteristiche di personalità e dell’ambiente familiare, che

spiegherebbero appunto la differente condotta:

- dal punto di vista fisico, per essere frequentemente di costituzione

robusta, solida, muscolosa;

- per il temperamento, per essere più facilmente irrequieti, energici,

impulsivi, estroversi, aggressivi, distruttivi;

- per l’atteggiamento psicologico, per essere più frequentemente

ostili, antagonisti, pieni di risentimento, rivendicanti diritti, sospettosi,

desiderosi di affermazione, avventurosi, non convenzionali, non

remissivi;

- intellettivamente, perché capaci di apprendere preferibilmente

secondo modalità concrete e dirette, piuttosto che tendere al pensiero

astratto, simbolico, logico-razionalizzante;

- per la condizione familiare, caratterizzata dall’inadeguatezza di tutto

l’ambiente familiare e dalla presenza di genitori generalmente non

adatti a essere guide e protettori, inidonei a fungere da modello di

identificazione ed a fornire una buona socializzazione.

Il fatto che le caratteristiche differenziali fra i due gruppi presentò un’elevata

frequenza statistica indicò la loro effettiva importanza nella criminogenesi,

tanto è vero che il riscontro di tali caratteristiche in un dato soggetto fu

utilizzato dai coniugi Glueck come indice predittivo di sua probabile futura

criminalità. Occorre inoltre segnalare il fatto che la predizione della futura

condotta criminosa manteneva lo stesso elevato margine di validità se,

anziché considerare congiuntamente i dati psicologici e quelli familiari, la

predizione veniva effettuata sulla scorta delle sole caratteristiche della

famiglia: ciò dimostra l’importanza dei fattori legati all’inadeguatezza

dell’ambiente familiare, che costituirebbe pertanto una condizione di rilevanza

tale da comportare di per sé un elevato rischio di futura criminalizzazione. In

sintesi possiamo affermare che le aree sociali meno privilegiate dalle quali

provenivano i due gruppi di giovani esaminati dai Glueck contenevano

molteplici fattori potenzialmente criminogeni, ma solo nel caso in cui i fattori

negativi ambientali si sommavano a certe caratteristiche psichiche

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dell’individuo e/o all’inadeguatezza dell’ambiente familiare, si realizzava più

facilmente la condotta criminosa.

La teoria dei contenitori, formulata da Walter C. Reckless, mira a spiegare in

generale il comportamento sociale identificando quei fattori che favoriscono il

contenimento della condotta nell’ambito della legalità, la cui carenza,

viceversa, costituisce elemento significativo nel favorire la scelta criminale.

Reckless distinse:

contenitori interni, rappresentati da quegli aspetti della struttura

- psicologica dell’individuo più significativi per favorire l’integrazione

sociale (buon autocontrollo, buon concetto di sé, forza di volontà, buon

sviluppo delle istanza etiche, buona socializzazione, tolleranza alle

frustrazioni, forte resistenza agli stimoli disturbanti, senso di

responsabilità, orientamento verso fini ben chiari, abilità a trovare

soddisfazioni intuitive, razionalizzazioni idonee a ridurre le tensioni);

- contenitori esterni, rappresentati dall’insieme delle caratteristiche

dell’ambiente nel quale il singolo soggetto si trova a vivere (ragionevole

insieme di aspettative di successo sociale, opportunità di incontrare

consensi nel proprio ambiente, presenza di figure capaci di offrire

coerenti modelli di identificazione e una salda guida di condotta

morale).

Poiché le variabili psicologiche non sono di per sé sufficienti a render conto

del comportamento socialmente conforme (ovvero di quello criminoso), in

quanto esse agiscono in modo differenziale a seconda dello status del

soggetto e delle caratteristiche peculiari del suo ambiente, è necessario

considerare contemporaneamente l’integrazione e la correlazione tra le

variabili psicologiche e quelle ambientali. Esiste dunque un complesso

sistema di correlazioni fra i vari contenitori che consente di comprendere

come l’accentuata carenza di taluni di essi renda proporzionalmente meno

rilevante la mancanza degli altri: in genere, quanto più difettano i contenitori

esterni, tanto minore importanza nel condurre alla criminalità viene ad

assumere la carenza di quelli interni, e viceversa.

Negli anni ’60, larghi settori dell’opinione pubblica furono caratterizzati da un

deciso viraggio verso le ideologie di sinistra. Si realizzo così una vera e

propria rivoluzione culturale che sottopose la società neocapitalistica a una

critica serrata per tutti i guasti di cui veniva accusata, in primis per le

ingiustizie sociali e per aver ridotto l’uomo al conformismo e al consumismo,

privandolo di ideali. Quelle idee furono fatte proprie dal movimento del

Sessantotto, i cui principi informatori furono il rifiuto del consumismo e, più in

generale, di tutto il mondo capitalistico e della società industriale, la

prospettiva della rivoluzione comunista attesa come imminente e non

dilazionabile, l’emancipazione femminile, il rigetto di ogni inibizione nei

costumi privati, nella famiglia e nella sessualità, il rifiuto delle mete

dell’integrazione sociale, della competitività e della c.d. “meritocrazia”, il

rigetto della professionalità, dell’efficientismo e del successo individuale come

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meta primaria, l’elezione a proprio modello ideale dello cultura dei paesi

dell’Oriente proprio perché del tutto aliena da quella occidentale, il fiorire di

un’etica solidaristica verso i poveri, i diseredati, gli emarginati e addirittura

verso i devianti e i delinquenti, ritenuti anch’essi vittime della società. In

questo clima culturale taluni filoni della criminologia assunsero esplicite

connotazioni ideologiche e politiche di sinistra e si andarono qualificando

come criminologia del conflitto in contrapposizione alla già descritta

criminologia del consenso. Se per quest’ultima la delinquenza era favorita da

certi handicap sociali e individuali e poteva essere attenuata mediante una

serie di riforme, facendo leva su ogni intervento risocializzativo, concepito

come obiettivo fondamentale della politica criminale, per la criminologia del

conflitto, invece, la delinquenza non era eliminabile senza la radicale

trasformazione della struttura economico-sociale e senza la tanto auspicata

soluzione rivoluzionaria, che avrebbe condotto all’eliminazione dei conflitti di

classe e delle ingiustizie e che avrebbe risolto anche la questione criminale.

Gli approcci meno ideologizzati e più cauti della criminologia del conflitto si

svilupparono negli USA prendendo corpo nelle teorie della sottocultura

giovanile, mentre quelli più radicali e massimalisti si svilupparono in

Inghilterra prendendo corpo nella teoria dell’etichettamento, fino a giungere

alla criminologia critica che vedrà la stessa criminalità quale fatto politico ed

addirittura rivoluzionario.

Le teorie della sottocultura giovanile mirano a illuminare circa le ragioni che

favoriscono la confluenza verso le sottoculture criminose dei giovani delle

classi più disagiate. Quelle più significative sono:

la “teoria della cultura delle bande criminali”;

- la “teoria delle bande giovanili” (o “teoria delle opportunità differenziali”).

-

Prima di analizzarle occorre effettuare alcune precisazioni preliminari. Per

“cultura” in senso stretto si intendono modelli astratti di valori morali e di

norme riguardanti il comportamento, che vengono appresi direttamente o

indirettamente nell’interazione sociale, in quanto sono parte dell’orientamento

comune della maggior parte delle persone. Pur nell’ambito di una cultura più

ampia esistono nella società tante culture, per certi aspetti differenziate,

quanti sono i gruppi che in essa agiscono, intendendosi per gruppi le

associazioni dinamiche di individui caratterizzati da una comune

cooperazione e dalla comune condivisione di peculiari norme, valori, principi

e tradizioni. Qualora un gruppo sociale abbia una propria cultura fortemente

differenziata rispetto alla cultura dominante per taluni valori importanti, si

parlerà allora di “sottogruppo”, caratterizzato da una sua propria

“sottocultura”, volendo sottolineare con questi termini il contrasto e la

differenza di taluni precetti normativi rispetto a quelli della cultura generale.

Per “sottocultura delinquenziale” si intende quella di un sottogruppo che ha

una sua particolare visione normativa in contrasto con ciò che la cultura

generale considera come illegale. La sottocultura delinquenziale è pertanto

quella di un sottogruppo che, pur avendo molti valori normativi comuni con gli

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altri gruppi, se ne diversifica per quanto attiene a certi comportamenti inibiti

dalla legge. La sottocultura delinquenziale, come tutte le sottoculture più

strutturate, ha proprie regole, codici morali, usanze, rituali e tradizioni e può

esistere anche largamente distribuita nello spazio e senza alcun contatto

interpersonale fra singoli individui o gruppi interi di individui. La teoria della

cultura delle bande criminali, formulata da Albert Cohen, mira ad identificare

le dinamiche che portano alla delinquenza nelle grandi città i giovani delle

classi più sfavorite. Per Cohen, la sottocultura delinquenziale dei giovani di

bassa estrazione sociale nasce dal conflitto con la cultura della classe media,

che rappresenta i valori più diffusi, ma dalla quale essi si sentono estranei ed

estraniati: talché è per loro impossibile, o molto più difficoltoso, conseguire i

vantaggi ed il successo sociale di cui godono i loro coetanei dei ceti più

favoriti, ed essi vivono pertanto più frequentemente l’insuccesso, la

frustrazione e l’umiliazione. Per Cohen, questi giovani trovano una soluzione

a tale dissonanza nel disconoscere le regole della cultura dominante e nel

cercare di organizzare nuovi e diversi rapporti interpersonali con proprie

norme e propri criteri di status, attraverso il meccanismo difensivo della

formazione reattiva, che implica la sostituzione nella coscienza di un

sentimento che provoca angoscia con il suo opposto. In tal modo, le norme e

gli ideali borghesi, essendo per questi giovani irraggiungibili, non

costituiscono più mete culturali ambite, ma sono rifiutate e disprezzate perché

espressione del sistema dominante, giudicato a loro estraneo, ingiusto, da

rifiutare e disprezzare. Questi giovani sono inoltre favoriti a inserirsi

stabilmente nelle sottoculture dei delinquenti abituali dal fatto che

quest’ultime sono frequentemente insediate proprio nei quartieri poveri dove

essi risiedono, con conseguente maggiore facilità di rapporti con soggetti già

facenti parte della delinquenza comune, che proprio da questi giovani attinge

le nuove leve. La teoria delle bande giovanili, formulata da Richard A.

Cloward e Lloyd E. Ohlin, si basa sull’assunto che le sfavorevoli condizioni

economiche e sociali, e in particolare l’appartenenza alla classe operaia, si

traducono in una limitazione delle opportunità (per questo si motivo si parla

anche di “teoria delle opportunità differenziali”). Essi partono dalla

considerazione che la società capitalistica offre a tutti, in teoria, la possibilità

di conseguire le mete di affermazione e successo ma, di fatto, la

competizione limita le opportunità di chi parte da condizioni più disagiate. Per

Cloward e Ohlin, le bande giovanili si originano dal bisogno di aggregazione

tra soggetti socialmente sfavoriti con analoghi problemi di adattamento e

possono assumere tre differenti forme:

le bande criminali in senso stretto, che sono composte da giovani dediti

- inizialmente ai c.d. “reati da strada” (furto, borseggio, rapina) e che poi,

con l’inserimento nella sottocultura della delinquenza abituale, ampliano

e perfezionano la loro attività criminosa passando a reati ben più gravi

(estorsione, racket, sfruttamento della prostituzione, truffa, controllo del

gioco clandestino); 33

le bande conflittuali, che sono dedite alla violenza e al vandalismo

- sistematico, senza finalità primariamente appropriative o lucrative, e

che mirano soltanto a distruggere i simboli irraggiungibili del successo

esprimendo così irrazionalmente, con la violenza gratuita appunto, la

protesta per esserne esclusi (tipico è il danneggiamento delle auto o dei

negozi di lusso);

le bande astensioniste, che sono composte da quei giovani nei quali la

- frustrazione ha provocato una fuga che esprime il rifiuto globale della

cultura stessa, dalla quale cercano di evadere mediante l’abuso di

droghe e di alcool.

Le teorie della sottocultura giovanile, anche se ci aiutano a capire meglio

come arrivano alla delinquenza i giovani provenienti dai gruppi

economicamente più svantaggiati, hanno dei limiti dovuti al fatto che:

la delinquenza dei più giovani non è necessariamente organizzata in

- bande, ma può esercitarsi anche in modo isolato, e inoltre vandalismi e

violenze, così come le condotte caratterizzate da abuso di sostanze,

non sono esclusive prerogative dei giovani di basso ceto, ma si

ritrovano pure fra quelli abbienti;

hanno una visione massimalista e manichea dei gruppi sociali e sono

- sostenute da un’ispirazione marxista troppo radicalizzata sul conflitto di

classe;

cadono facilmente in un approccio che risulta rigidamente

- deterministico, in quanto finiscono con lasciare l’impressione che i

giovani provenienti da certi gruppi siano quasi fatalmente destinati alla

delinquenza e che essi vivano in costante antagonismo e conflitto con

la società, quando peraltro è solo una parte (e non la totalità) dei

giovani meno abbienti che finisce per confluire nelle file della

delinquenza.

La visione di una società travagliata dalla continua conflittualità tra le classi

sociali venne ulteriormente radicalizzata dal nuovo filone criminologico del

“labelling approach”, che in italiano si denominerà “teoria dell’etichettamento”,

che recuperò la prospettiva dell’interazionismo simbolico di George H. Mead.

I teorici del labelling approach affermano che il deviante non è tale perché

commette certe azioni, ma perché la società, attraverso la reazione sociale,

qualifica come deviante chi compie quelle azioni: il punto focale di questo

nuovo approccio è spostato pertanto dall’atto del singolo, com’era nelle

precedenti teorie, alle reazioni della società nei confronti dell’atto stesso. Più

dettagliatamente, secondo questo approccio il deviante in primo luogo non è

più visto come disfunzionale al sistema sociale, poiché grazie alla sua

condotta la società trova il confine ben delineato della propria conformità, e in

secondo luogo svolge anche un ruolo di capro espiatorio, poiché nel

momento in cui si polarizza contro di lui tutta l’emotività e lo sdegno suscitato

dalla sua condotta, si ha il vantaggio di non far percepire come devianti altre

condotte, parimenti dannose alla società, ma che sono proprie delle classi

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dominanti. Inoltre il criminale, nella comune accezione, non è tanto colui che

commette un crimine, ma piuttosto colui che, fra i molti atti illegali, ne compie

certuni. I concetti di “stereotipo” e di “stigma” illustrano bene questi

meccanismi, nel senso che lo stereotipo culturale del criminale, cioè la

concezione del delitto che è generalmente diffusa nell’opinione pubblica,

corrisponde a quello della criminalità abituale e convenzionale, ma non

comprende tutti gli atti contrari ai codici (basti pensare che se il furto, la

rapina o l’omicidio sono immediatamente percepiti come delitti e suscitano

certe reazioni stigmatizzanti, non altrettanto può dirsi se il furto è commesso

mediante certe operazioni finanziarie). Si verifica perciò una discriminazione

in relazione al tipo di delitto, all’ambiente in cui esso viene attuato e al ceto

dell’autore, che viene attuata dai gruppi sociali di maggior potere, i quali

possono fare leggi a loro più favorevoli e determinare anche la formazione

del concetto sociale e culturale di deviante e di delinquente, talché la

stigmatizzazione di criminalità viene a colpire quei delitti che sono tipici delle

classi soggette, lasciando invece immuni i delitti propri dei gruppi di maggior

potere. Da questo punto di vista la devianza non è una qualità dell’atto

commesso dalla persona, ma piuttosto una conseguenza dell’applicazione di

norme e sanzioni a un delinquente da parte di altri, e pertanto il deviante è

una persona alla quale l’etichettamento è stato applicato con successo. Il

processo di consolidamento della devianza si realizza poi attraverso una

serie di eventi: colui che è definito come deviante, infatti, tende a stabilizzare

la sua condotta in una carriera deviante, il che comporta l’assunzione di un

ruolo deviante, e conseguentemente anche il sentimento della identità

personale diviene quello di un Io deviante. A tal proposito si distingue:

la devianza primaria, con cui si intende una condotta deviante senza

- che si mettano in moto reazioni sociali e psicologiche che modifichino il

ruolo e il sentimento della propria identità del soggetto agente;

la devianza secondaria, che si realizza come effetto della reazione

- sociale (stigmatizzazione e sanzione legale) e comporta peculiari effetti

psicologici sull’individuo che tale reazione ha subito, il quale si

percepisce come deviante, sviluppa tutta una serie di atteggiamenti

oppositivi che il suo ruolo comporta, con conseguente fissazione in tale

ruolo di deviante, ovvero di delinquente.

La teoria dell’etichettamento ben spiega le difficoltà del sottrarsi allo stigma di

deviante e fornisce un’efficace spiegazione dei meccanismi psico-sociali con i

quali si può essere facilitati a diventare stabilmente devianti. Ciò nonostante,

numerose sono le critiche che gli vengono mosse:

la confusione fra devianza e criminalità e la loro equivalenza di fatto

- sono arbitrarie e suscitano gravi equivoci;

rende conto soltanto della devianza non criminosa e della delinquenza

- di poco conto, ma non si presta affatto ad essere applicata nei confronti

della criminalità più grave, della delinquenza violenta, di quella comune

abituale e professionale e di quella organizzata, in quanto i delinquenti

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di questo tipo si auto-emarginano per loro scelta primaria e sono

assolutamente indifferenti alla stigmatizzazione;

è una teoria deterministica, perché la persona che ha subito lo stigma

- sembrerebbe non potersi sottrarre ad un inevitabile destino

delinquenziale, e deresponsabilizzante, perché equiparando delinquenti

e devianti finisce per attenuare la colpevolezza dei primi, i quali

vengono a fruire dell’atteggiamento più tollerante riservato ai secondi.

Il rigido orientamento classista e il giustificazionismo nei confronti della

delinquenza anche più grave, propri di tutta la criminologia del dissenso,

furono sottoposti a revisione in quegli stessi anni da David Matza, il cui

contributo rappresenta il superamento nei confronti delle teorie della

sottocultura giovanile e di quella dell’etichettamento. La critica di Matza verte

sul fatto che i teorici delle sottoculture intendono la sottocultura

delinquenziale minorile come il risultato di un processo di costruzione,

mantenimento e rinforzo, da parte dei giovani della classe operaia, di un

sistema di valori antagonisti rispetto a quelli dominanti (quelli della classe

media). Per Matza questa ipotesi è da rigettare poiché non è possibile

pensare alla condotta delinquenziale come al frutto di una situazione in cui il

soggetto definisce “giusto” il suo comportamento: ciò è dimostrato dal fatto

che molti giovani esprimono, dopo la commissione del reato, vergogna e un

sincero senso di colpa, che non possono essere sbrigativamente interpretati

come tentativo di manipolazione da parte degli appartati istituzionali. Sembra

dunque logico poter concludere che il mondo dei giovani delinquenti non è

completamente avulso dalle richieste di conformità espresse dall’ordine

sociale dominante. Per Matza, la delinquenza non deriva dall’apprendimento

di imperativi o valori devianti, ma è il frutto dell’acquisizione di particolari

tecniche di auto-giustificazione (c.d. “tecniche di neutralizzazione”), ex-ante

rispetto l’atto deviante, che consentono al delinquente di esprimersi in senso

deviante e giungere all’infrazione normativa “neutralizzando” il conflitto con la

morale sociale, da lui almeno parzialmente accettata. Queste tecniche di

neutralizzazione vengono presentate in cinque forme principali:

la negazione della propria responsabilità;

- la minimizzazione del danno arrecato;

- la negazione della vittima, ritenuta dal delinquente meritevole del

- trattamento subito;

la condanna di coloro che condannano (cittadini conformi, polizia,

- giudici, ecc.), spesso giudicati dal delinquente come ipocriti, corrotti,

parziali;

il richiamo a ideali più alti, quali quelli della fedeltà al gruppo di

- appartenenza, della solidarietà fra amici, della giusta lotta fra bande del

quartiere e simili, a vantaggio dei quali vengono sacrificate le istanze

più generali della società (norme, aspettative, doveri).

Un altro significativo aspetto della teoria di Matza è il superamento della

teoria dell’etichettamento e del suo contenuto deterministico: i teorici del

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labelling approach, infatti, sorvolano sul problema della devianza primaria,

cioè di quella devianza agita dal soggetto prima ancora che egli sia

individuato come deviante e venga quindi stigmatizzato dalla reazione sociale

(foriera della devianza secondaria). Matza non abbraccia né l’idea di un totale

libero arbitrio né quella di un rigido determinismo, ma è orientato piuttosto alla

costruzione di un “determinismo debole”, spiegato dal concetto di “drift”, che

rimanda alla presenza di una motivazione all’agire deviante non rigidamente

vincolante. Per Matza, il soggetto si trova in una situazione di limbo tra

conformità e devianza e reagisce, di volta in volta, alle richieste dell’una o

dell’altra, senza mai dirigere definitivamente il proprio comportamento in

senso conforme o in senso deviante. La volontà di violare una norma è un

processo molto complesso che nasce quando alla “preparazione”,

consistente nell’apprendimento delle tecniche di neutralizzazione, subentra

un vero e proprio senso di “disperazione”, dovuto al sentirsi incapaci di

dominare gli eventi e l’ambiente circostante: disperazione che a sua volta si

traduce in un generico desiderio “di far accadere qualche cosa”, pur di

convincere se stessi che si è ancora padroni della situazione. Matza, così,

non solo riesce a spiegare la devianza primaria, ma riconferisce altresì uno

spazio di libertà al deviante stesso (e pertanto di responsabilità), pur

evidenziando i fattori che in parte limitano tale libertà.

I filoni più radicali della sociologia criminale sfociarono tra gli anni ’70 e ’80 in

una scuola che rappresentò l’espressione più estremistica della criminologia

del dissenso: la criminologia critica. In una prospettiva fuori dal comune, la

criminologia critica intese i criminali, assieme a tutte le classi ed i movimenti

di sinistra che si opponevano alla società neo-capitalista, come oppositori del

sistema borghese, talché la criminalità venne considerata un fatto

sostanzialmente politico. I criminali però, non avendo coscienza del

significato rivoluzionario della propria condotta, dovevano essere

“politicizzati” per poter assumere un ruolo consapevole di forza promotrice

dell’innovazione: questo doveva essere il compito dei movimenti di sinistra e

più specificamente della criminologia, la quale doveva cessare di proporsi

come scienza con finalità di ricerca per assumere precise connotazioni

militanti e politiche. Il primo filone della criminologia critica si sviluppò in

Inghilterra attorno alla National Deviancy Conference e prese le mosse da

una critica della vecchia interpretazione marxista della criminalità, secondo la

quale questa era un diretto prodotto della società capitalistica, ma riteneva il

criminale privo della consapevolezza del significato classista del suo essere

deviante, in quanto reputato mosso solo da istanze individualistiche. La new

criminology inglese affrontò invece il problema della devianza come scelta

consapevole dei singoli dinanzi ai disagi e alle contraddizioni sociali e pose

inoltre l’accento sull’effetto criminalizzante che le istituzioni legali e i vari

sistemi di controllo sociale, attraverso la “persecuzione” e la stigmatizzazione

di criminali e devianti, avrebbero esercitato nei confronti di questi, allo scopo

di escluderli dal contesto sociale e di vanificare le cariche potenzialmente

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rivoluzionarie, consapevoli e non, insite nella devianza stessa. Per i teorici

della criminologia critica la devianza assume estensione sempre maggiore

man mano che l’egemonia della classe dominante viene minata, venendosi a

costituire come un polo oppositivo e alternativo, rappresentato dal movimento

organizzato delle classi lavoratrici, accomunate dall’ideologia comunista.

Venne così distinta una devianza individuale, che nelle sue varie forme

(criminalità, evasione nella droga, rifiuto dell’inserimento lavorativo, ecc.)

costituisce una modalità di rigetto della società borghese, ma che però è

priva oltre che di consapevolezza anche di prospettive, e una devianza

organizzata, che rappresenta la lotta delle classi lavoratrici, chiaramente

politicizzata e ordinata nei movimenti politici delle masse. La lotta sociale

organizzata per il superamento della società capitalistica e per l’edificazione

del comunismo avrebbe dovuto consentire anche il riassorbimento delle

devianze individuali, che sono solo parziali e alienate, nella devianza

collettiva e organizzata dei lavoratori. In quest’ottica di estrema deformazione

ideologica, non solo il termine di “devianza” divenne sinonimo delle classi

lavoratrici impegnate nella più matura lotta di classe, ma addirittura la pena

carceraria e tutto il sistema penale vennero visti come strettamente legati alla

società capitalistica e funzionali agli interessi economici e di controllo sociale

delle classi dominanti. La criminologia critica, pur se ha avuto il merito di

contribuire ad un movimento per la decarcerizzazione e l’umanizzazione della

pena, ha finito comunque per alimentare un atteggiamento dell’opinione

pubblica di sinistra di eccessiva solidarietà nei confronti dei delinquenti, visti

come “vittime della società” piuttosto che come individui, non solo

inosservanti delle leggi, ma spesso anche autori di comportamenti

prevaricatori, violenti, crudeli e indifferenti dei diritti e delle libertà altrui, col

risultato che le vere vittime sono state spesso scotomizzate. Essa inoltre ha

identificato la delinquenza come se fosse solo microcriminalità da strada,

agita da soggetti provenienti dai gruppi più sfavoriti, trascurando del tutto la

più allarmante criminalità violenta, la delinquenza economica e quella

organizzata.

Nella seconda metà degli anni ’80, la ormai constatata inefficienza del regime

comunista e del centralismo economico ad assicurare condizioni di vita

comparabili con quelle dell’Occidente, provocò un mutamento radicale anche

nella politica interna dell’URSS, con la richiesta di maggiori libertà

democratiche (si pensi alla perestrojka e alla glasnost’ di Michail Gorbaciov),

per giungere infine al crollo nel 1989 del muro di Berlino e alla dissoluzione

dell’impero sovietico. Gli stessi autori di ispirazione marxista che in Inghilterra

erano stati i promotori del filone della criminologia critica, pur sempre

rimanendo su posizioni di sinistra, diedero avvio alla scuola del Nuovo

Realismo. A circa dieci anni di distanza l’impostazione venne completamente

capovolta dal punto di vista metodologico e da quello dei contenuti: da una

riflessione esclusivamente ideologica e teorica, e di fronte alle esasperazioni

di un approccio che vedeva solo nelle sperequazioni sociali la causa della

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criminalità e che intendeva il deviante esclusivamente come vittima, questi

autori rivolsero la loro attenzione all’osservazione empirica, particolarmente

riguardo ai reati da strada che avvengono nei quartieri popolari delle

metropoli, scoprendo così che la delinquenza (studiata in precedenza in una

prospettiva tutto sommato astratta) è invece una realtà di fatto e che la realtà

della violenza criminale era ben diversamente percepita e sofferta proprio da

quelle fasce di popolazione che attraverso la condotta delinquenziale

avrebbero dovuto esprimere le esigenze alternative alla società data. I Nuovi

Realisti “scoprirono” infatti l’elevata vittimizzazione e la richiesta di protezione

propria dei meno abbienti e dei più indifesi, proponendo ora di conseguenza

programmi sociali miranti a ridurre la marginalizzazione, a offrire alternative

alla carcerazione, a promuovere esperimenti di riconciliazione tra reo e

vittima (nei casi meno gravi) e a creare un’organizzazione nella comunità

mirante a cooperare con la polizia in vista della prevenzione dei reati nei

quartieri. Proprio la prevenzione, prima rifiutata, divenne ora per i nuovi

realisti un obiettivo primario, che dovrebbe essere perseguito attraverso

“progetti di sorveglianza di vicinato”, formati da comitati di zona di cui fanno

parte anche privati cittadini, in una rivalutazione, quindi, dei sistemi di

controllo informali o semi-formali.

Sempre negli anni ’80, altri due filoni di pensiero presero le mosse dopo la

fine della criminologia tutta incentrata sulla ideologia politica di sinistra, come

conseguenza di due differenti e in un certo senso opposte ragioni:

l’abolizionismo e il neo-classicismo. Nell’ambito dell’abolizionismo, a sua

volta, si distinguono l’abolizionismo carcerario e l’abolizionismo penale.

L’abolizionismo carcerario si designa come estrema espressione della critica

all’istituzione detentiva, ritenuta quale strumento inefficace per combattere la

criminalità. Tuttavia esso, pur se ha avuto il merito di mettere in luce gli effetti

negativi dell’istituzione detentiva (inefficienze organizzative, storture e

carenze di gestione, funzione di contagio sottoculturale legata ai disvalori

dominanti al suo interno, potenzialità destrutturante sulla personalità del

detenuto, effetto stigmatizzante e conseguenze negative sul suo

reinserimento sociale, ecc.), ha finito però per massificare tutti i criminali

secondo un’unica prospettiva astratta, vittimistica e indulgenzialistica, che

non tiene alcun conto dell’estrema differenziazione, in ordine ai soggetti, ai

crimini e alle possibilità di trattamento e risocializzazione, con cui il

criminologo e l’operatore giudiziario si trovano invece a confrontarsi

quotidianamente. È fuor di dubbio che una prospettiva così estrema non può

realisticamente conciliarsi con l’esistenza di delinquenti particolarmente

pericolosi, con una fenomenologia di reati di estrema gravità e, non ultimo,

con le istanze di giustizia e di sicurezza che le persone sentono e vedono

concretizzate nella pena carceraria. Ciò che costituisce un atteggiamento

erroneo verso l’istituzione detentiva è piuttosto il considerarla come l’unica o

la principale modalità di punizione, buona per ogni tipo di persona e di reato:

corretto appare pertanto lo sforzo, ispirato dal principio riduttivistico, di

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riservarne più restrittivamente l’impiego, dando spazio alla ricerca di sanzioni

idonee a sostituirla con altri strumenti di punizione meno dolorosi per il reo e,

tra l’altro, meno costosi per l’economia pubblica. L’abolizionismo penale

propugna la soppressione non solo del carcere, ma di ogni tipo di pena e,

conseguentemente, dell’intero sistema della giustizia penale, ritenendolo

inutile e negandone la deterrenza e qualsiasi altra finalità positiva.

L’abolizionismo penale, oltre che di impossibile realizzazione, comporta rischi

di iniquità e aumento di sofferenze per le vittime, giacché è scontato che, in

un sistema dove manchi un’istanza super partes dotata di mezzi efficaci di

deterrenza, la convivenza sociale finirebbe per ridursi a un sistema in cui

vigerebbe la legge del più forte. Inoltre, del tutto inadeguate appaiono le

soluzioni proposte dagli abolizionisti penali, quali la risoluzione in chiave

privatistico-risarcitoria fra autore e vittima del comportamento delittuoso e il

controllo disciplinare esercitato dalle comunità, poiché non tengono conto del

fatto su cosa succederebbe quando il patteggiamento fra le parti non fosse

possibile o non fosse voluto, o quando non vi sia vittima o quando il delitto sia

troppo grave. Il neo-classicismo (o neo-retributivismo) è sorto quale reazione

al fallimento della politica penale incentrata sul trattamento risocializzativo,

proprio in quei paesi (USA e Scandinavia) dove si erano maggiormente

affermati i principi del Welfare State. Molteplici sono le ragioni che hanno

portato alla messa in crisi dell’ideologia del trattamento:

un bilancio negativo in termini di costi/benefici, in quanto si era constatato

- che all’ingente impegno finanziario legato alle molteplici agenzie di

trattamento non corrispondeva una sensibile diminuzione della

delinquenza e delle recidive, anzi, con il passare degli anni, la

delinquenza era aumentata;

la presa di coscienza, da parte degli stessi fautori e degli operatori del

- trattamento, dell’impossibilità che con tutti i soggetti si potessero

conseguire risultati soddisfacenti mediante le tecniche di trattamento

criminologico;

la rivalutazione dell’obiettivo stesso della risocializzazione, in quanto si

- affermò l’idea che essa servisse solo a creare cittadini più ossequienti, a

discapito della loro libertà di autodeterminarsi e di opporsi

consapevolmente al sistema politico vigente;

delle preoccupazioni di ordine garantistico, in quanto si stigmatizzò da un

- lato, la possibilità che la sanzione e la durata della pena venissero decise

da organi amministrativi, e dall’altro, l’eccessivo potere discrezionale dei

giudici, che introducevano una diversificazione estrema nelle pene da

individuo a individuo, anche di fronte a uno stesso reato.

Come conseguenza di queste critiche, si è andato articolando il filone del

neo-classicismo, inteso a rivalutare i principi retribuzionistici della Scuola

Classica del diritto penale, le garanzie processuali e la certezza della pena.

Questa inversione di tendenza si è tradotta, oltre che in una riduzione

dell’impegno nelle misure alternative e nei programmi di trattamento, anche in

40

un drastico e progressivo abbandono di qualsiasi individualizzazione

discrezionale delle risposte sanzionatorie, per sviluppare un sistema penale

che stabilizzi e rassicuri la società attraverso una comminazione oggettiva

delle pene, vincolata a ben precisi criteri quantitativi.

I mutamenti economici della nostra epoca han fatto si che i fattori legati

all’economia si riflettessero anche sul pensiero intellettuale e sulla cultura.

Ciò è accaduto anche nel pensiero criminologico, attraverso la nascita di un

approccio ai problemi della criminalità del tutto nuovo, che vede la condotta

criminosa agita secondo principi razionali, cioè secondo quegli stessi criteri

che guidano le scelte economiche. Una comprensione di siffatto approccio è

possibile utilizzando il contributo dell’economista Gary S. Becker, che già alla

fine degli anni ’60 iniziò ad applicare le teorie economiche a settori di ricerca

usualmente non esplorati dagli economisti, quali la famiglia, l’educazione, le

discriminazioni razziali e, non ultima, la criminologia. Per Becker, alla base

dell’agire criminale non vi è né una propensione biologica o psicologica

dell’individuo, né la presenza di fattori sociali sfavorevoli, bensì vi è una forte

componente di calcolo e una razionale analisi dei costi-benefici connessi alla

commissione del reato. Il delinquente, alla stregua di qualsiasi altro operatore

economico, calcola, valuta e soppesa i vantaggi e gli svantaggi derivanti dalla

commissione di un fatto illecito e, se i benefici attesi risultano essere

significativi e superiori ai costi, si determinerà a delinquere. Riguardo i costi

del delitto, Becker distinse: costi diretti, connessi all’organizzazione o

all’esecuzione del reato; costi indiretti, connessi al rischio di essere individuati

e condannati, ma riconducibili anche alla violazione dei valori etici,

all’educazione civile e religiosa, allo status di benessere all’interno di una

collettività, agli eventuali legami di tipo affettivo e comunque alle variabili di

tipo psicologico. Riguardo i benefici del delitto, in taluni casi questi sono

suscettibili di immediata valutazione economica mentre in altri no (si pensi

alle condotte violente di mero danno a persone o cose, le quali apportano un

beneficio in termini di piacere o di soddisfacimento di pulsioni). Ai fini di

un’equilibrata politica criminale, per i teorici dell’approccio economico-

razionale occorre aumentare i costi del reato, non soltanto attraverso

l’efficienza dei sistemi normativi e l’incremento delle pene, ma soprattutto

attraverso la predisposizione ai consociati di più mezzi e più opportunità per

incentivare quelle variabili soggettive legate all’educazione, alla famiglia e a

un sufficiente status di benessere all’interno di una collettività, che possono a

loro volta limitare le condotte delittuose. L’approccio economico-razionale,

pur se non può trovare applicazione per i delitti d’impeto o connessi a disturbi

psichici, fornisce comunque una nuova e realistica chiave di lettura di

moltissimi delitti, in primis quelli compiuti per lucro, i quali assorbono la

stragrande maggioranza di tutti i reati, e le condotte criminali violente sulle

cose o sulle persone, per le quali l’utile perseguito non è economico, ma

semmai psicologico quale soddisfacimento di pulsioni e desideri. La visione

che viene fornita da questa teoria è quella di una persona umana

41

responsabile che, prescindendo dalle motivazioni profonde come dai

determinismi sociali, è consapevole di quel che compie e delle scelte che

effettua sia nell’ambito delittuoso che in quello lecito.

III. PSICOLOGIA E CRIMINALITÀ

Le teorie sociologiche rendono conto delle molteplici ragioni legate

all’ambiente, ai rapporti fra gruppi e alle loro reazioni che favoriscono le

scelte criminose di molti individui, ma esse non possono spiegare la

variabilità del comportamento individuale dinanzi ad analoghi fattori socio-

ambientali che si osserva di fatto nei singoli casi. Per “componenti di

vulnerabilità individuale” si intendono tutti quei fattori diversi da persona a

persona, psicologici o biologici essi siano, che rendono ragione della

resistenza o della maggior fragilità o dell’elettiva propensione di taluni a

comportarsi, a parità di condizioni macro-sociali e micro-sociali, in modo

conforme alle norme, ovvero all’opposto criminoso, dinanzi ai

condizionamenti provenienti dall’ambiente sociale. Lo studio delle componenti

di vulnerabilità può essere condotto:

in primo luogo, attraverso lo studio delle teorie psicologiche della

- personalità, le quali mettono in evidenza i complessi meccanismi che

possono spiegare la variabilità individuale delle risposte

comportamentali e identificare gli aspetti della personalità che

espongono maggiormente al rischio criminale;

in secondo luogo, in una prospettiva biologica, per identificare i fattori

- che rendono ogni essere vivente diverso dagli altri a cagione della

differente struttura del patrimonio genetico, i problemi legati

all’ereditarietà, la rilevanza dei fattori neuro-fisiologici nei confronti

dell’organizzazione psichica e la questione del comportamento

istintuale e di quello appreso;

in terzo luogo, in una prospettiva clinica, attraverso l’esame dei fattori

- psicopatologici, nel quadro delle correlazioni fra disturbi mentali e

condotta criminosa.

Da questi approcci trova conferma l’evidenza che la persona umana è

un’entità unica e irripetibile e che pertanto è necessario, per un corretto

studio della criminologia, considerare in modo congiunto e integrato i fattori

ambientali e quelli dovuti alle variabilità individuali. Nel considerare le

correlazioni fra individuo e ambiente va sottolineato che esiste in ogni tipo di

comportamento umano una loro costante integrazione. L’aspetto più

caratteristico di questa correlazione è rappresentato dal rapporto

inversamente proporzionale fra le componenti di vulnerabilità individuale e i

fattori ambientali, vale a dire che quanto più criminogenetici sono quest’ultimi,

tanto meno rilevanti sono le componenti psicologiche o biologiche legate

all’individuo e, viceversa, quanto più marcate sono le componenti della

42

personalità che rendono l’individuo più incline alla condotta criminosa o

deviante, tanto meno rilevanti risultano i fattori criminogeni legati alla società.

Poiché il nostro interesse si incentra sullo studio della “personalità”, è

necessario tentar di precisare il significato di tale concetto, posto che le sue

definizioni sono molteplici e anche molto diverse fra loro: si passa infatti da

un’accezione di personalità di un individuo intesa come capacità ed efficienza

di questo nel reagire positivamente nei contatti con persone diverse e nelle

circostanza più varie (parliamo così di soggetto “dotato di personalità” quando

sa far valere le sue ragioni e sa profittevolmente perseguire i suoi obiettivi,

ovvero di soggetto con “problemi o disturbi di personalità), ad un’accezione

incentrata sulla reazione del prossimo al modo di interagire di un individuo

(parliamo così di personalità prepotente, affascinante, difficile, debole, ecc.),

ad un’altra ancora intesa come insieme delle qualità e caratteristiche di un

soggetto suscettibili di osservazione e descrizione obiettiva. Tuttavia,

considerando che la condotta criminale è in sostanza un particolare tipo di

comportamento nella società legato alle caratteristiche della persona ed ai

reciproci influenzamenti fra persona e ambiente, dal punto di vista

criminologico la personalità può definirsi come il complesso delle

caratteristiche di ciascun individuo quali si manifestano nelle modalità del suo

vivere sociale, e può essere intesa come la risultante delle interrelazioni del

soggetto con i gruppi e con l’ambiente. Poiché tali interrelazioni sono in

continua evoluzione dinamica, la personalità non può considerarsi come data

una volta per tutte, immodificabile ed obbligata. Parlando di “temperamento”

ci ricolleghiamo alla base innata, ancorata alla struttura biologica, delle

disposizioni e tendenze peculiari di ogni individuo nell’operare nel mondo e

nel reagire all’ambiente (parliamo così di temperamento mite o violento,

subordinato o dominatore, di tendenza innata alla creatività, alle nuove

iniziative e alle esplorazioni di ciò che non è conosciuto, ovvero all’opposto di

passività o indifferenza verso il nuovo). Poiché il temperamento è legato al

patrimonio genetico acquisito al momento del concepimento, esso è da

ritenersi come poco modificabile. Peraltro le infinite circostanze dell’esistenza

incidono sul temperamento, facendo assumere al soggetto modalità di

pensare, di atteggiarsi e di agire più o meno diverse da quelle innate: ciò

intendiamo per “carattere”. Quest’ultimo costituisce pertanto la risultante

dell’interazione fra temperamento e ambiente e non è quindi una componente

statica della personalità, ma piuttosto una componente dinamica che si

modifica col tempo e con quelle vicende di vita che ne plasmano gli aspetti.

Al fine di apprendere in quali modi viene interpretata la condotta criminosa

dalle discipline psicologiche è necessario rifarsi alle teorie della personalità,

le quali forniscono vari modelli della personalità umana in un contesto teorico

razionale e unitario.

Fra le teorie della personalità, la psicoanalisi di Sigmund Freud può

considerarsi la prima ad essersi posta l’obiettivo di fornire un sistematico

paradigma interpretativo della struttura psicologica e dei meccanismi

43

psicodinamici agenti nella persona umana. Sebbene i diretti contributi della

psicoanalisi nel fornire una sua specifica teoria criminologica sono stati assai

modesti, ben più rilevante è stato il suo apporto nell’aprire nuove vie per

comprendere in generale la condotta umana, e quindi anche quella

delittuosa. I contributi fondamentali della psicoanalisi sono stati

essenzialmente due: il concetto di inconscio e la visione dinamica della

psiche. Riguardo al primo, sebbene in precedenza la personalità era

identificata con l’area della coscienza, intesa come consapevolezza, Freud

indicò come i pensieri, le scelte e i bisogni coscienti dell’uomo siano collegati

con forze psichiche profonde, prima sconosciute: l’inconscio, appunto.

Secondo Freud, si possono identificare nella personalità tre istanze

fondamentali, da intendersi come tre livelli o momenti dell’attività psichica:

l’Es, l’Io e il Super-io. Sebbene ognuna di queste istanze sia dotata di

funzioni, proprietà e dinamismi propri, la loro interazione è così intima da

rendere difficile scinderne i singoli effetti e valutarne separatamente le

conseguenze sul comportamento umano. L’Es è l’istanza posta all’origine

della personalità, composta da tutti i fattori psicologici ereditari e presenti alla

nascita, compresi gli istinti e gli impulsi, le passioni, le idee e i sentimenti

rimossi, e rappresenta inoltre il serbatoio dell’energia psichica, nel senso che

è la sorgente della forza dalla quale deriva ogni spinta ad agire. Tutto ciò che

è contenuto nell’Es ha la caratteristica di essere inconscio, talché l’uomo non

è consapevole di quali siano le pulsioni e gli istinti collocati nel suo profondo,

che pure costituiscono il motore di ogni sua attività. In una prima fase, Freud

adottò una visione “monopolare”, identificando nell’istinto sessuale la fonte

primaria e unica dell’energia (libido) e lo stimolo vitale da cui derivava ogni

spinta; in una seconda fase, invece, egli passò ad una visione “bipolare”,

identificando nell’Es due istinti contrapposti, quali quello di vita (Eros), che

mira a ricondurre all’azione, e quello di morte (Thanatos), che mira invece a

ricondurre verso l’inerzia e l’inattività. In ogni caso, gli istinti per realizzarsi

danno origine a una carica interna che comporta un aumento di energia, e ciò

si traduce in uno stato di tensione. Il superamento della tensione si realizza

soddisfacendo con l’azione le pulsioni istintuali. Questo meccanismo di

riduzione della tensione mediante il soddisfacimento immediato e diretto delle

pulsioni, da cui l’Es è governato, viene denominato “principio del piacere”.

L’Io è l’istanza esecutiva della personalità, capace di distinguere i contenuti

mentali dalla realtà del mondo esterno, che si sviluppa in conseguenza dei

bisogni dell’individuo che richiedono rapporti adeguati col mondo oggettivo

della realtà. Mentre l’Es obbedisce al principio del piacere, l’Io opera invece in

funzione del “principio di realtà”, organizzando l’azione in modo da consentire

all’uomo di soddisfare concretamente i bisogni mettendoli a confronto con le

possibilità offerte dal reale. Il Super-io è l’istanza dove si annidano i valori

etici e le norme sociali che l’individuo apprende, sin dall’infanzia, dai genitori

e dalle altre persone con le quali viene a contatto. Il Super-io esercita la

funzione di arbitro morale interno della condotta, sia disapprovando i

44

comportamenti contrari alle norme sociali e facendo sentire l’uomo colpevole,

sia approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di sé quando la sua condotta

è conforme alle regole e adeguata a quell’ideale di sé che ciascuno tende a

perseguire secondo i modelli che genitori e società impongono. La

concezione psicoanalitica della personalità è essenzialmente dinamica, nel

senso che: è proposta tutta una continuità di meccanismi interiori che rende

conto del formarsi e del modificarsi nel tempo della personalità; l’energia

vitale è vista in continuo movimento tra le istanze; esiste una reciproca

azione di forze impulsive (cariche) e di forze costrittive o antagoniste

(controcariche) dal cui reciproco confronto e dalle cui reciproche

compensazione e armonia deriva l’equilibrio dell’individuo. Tanto i conflitti

della personalità, quanto quelli fra la persona e l’ambiente sociale, possono

ridursi a contrapposizioni tra queste due categorie di forze. Quando l’Io viene

sopraffatto da uno stimolo eccessivo che non riesce a dominare e non è

possibile un equilibrato compenso fra le forze antagoniste dell’Es e del

Super-io, l’Io stesso vive una situazione di pericolo che porta all’angoscia (o

ansia). Freud distinse tre tipi di angoscia: l’ansia reale, che è il timore di un

pericolo insito nella realtà oggettiva; l’ansia sociale, che è il timore della

riprovazione degli altri per aver commesso qualcosa di contrario alle norme

che regolano la convivenza; l’ansia nevrotica, che è il timore della severità

del Super-io quando gli istinti, sfuggendo al controllo, costringono la persona

a pensare, sentire, fare qualcosa per cui verrà riprovata appunto dal Super-io,

ingenerandosi così il senso di colpa. Normalmente l’Io è in grado di risolvere i

contrasti fra le opposte istanze in modo armonico utilizzando i meccanismi

psichici razionali, ma quando questi non sono sufficienti, l’Io possiede altri

particolari meccanismi psichici che gli consentono di trovare ugualmente

l’equilibrio: si tratta dei c.d. “meccanismi di difesa dell’Io”, mediante i quali ci

si difende dai contrasti che potrebbero mettere a repentaglio l’equilibrio

interno. Tali meccanismi sono molteplici:

la rimozione, consistente nel respingere dalla coscienza nell’inconscio

- quei contenuti che provocano un allarme eccessivo, ma se questi non

trovano compensazione cagionano nell’inconscio una tensione da cui

può derivare una condizione di squilibrio;

la dislocazione, consistente nel fatto che una pulsione istintuale rivolta

- verso un obiettivo e che sia respinta (dalla morale pubblica,

dall’educazione o dalle controcariche interne della coscienza) può

essere deviata su altri oggetti o altre mete, posto che questi riescano a

ridurre completamente la tensione originata dalla pulsione istintuale non

soddisfatta, pena l’accumulo di un continuo carico di tensione tanto più

elevato quanto più il Super-io è rigido o la società pone norme

costrittive al soddisfacimento istintuale;

la sublimazione, consistente in uno spostamento dell’energia istintuale

- per conseguire le più elevate conquiste culturali o per raggiungere mete

altruistiche o morali; 45

la proiezione, consistente nel disconoscere alcuni aspetti negativi della

- propria personalità attribuendoli ad altri, ottenendo così il risultato di

deviare sul mondo esterno le conflittualità interiori;

la formazione reattiva, che implica la sostituzione nella coscienza di un

- impulso o di un sentimento che genera angoscia col suo opposto;

la fissazione, che implica un arresto, temporaneo o permanente, in una

- certa fase dello sviluppo affettivo-emotivo della personalità, qualora la

frustrazione e l’angoscia, che il passaggio ad ogni fase

necessariamente comporta, divengano eccessive;

la regressione, che implica il ritorno a fasi anteriori e già superate dello

- sviluppo affettivo-emotivo della personalità, qualora vi sia un’incapacità

nel superare esperienze traumatiche;

l’identificazione, mediante la quale un individuo mira a rendersi simile o

- ad assumere tratti psicologici, valori, norme comportamentali e principi

morali propri di un altro individuo che viene eletto a proprio modello

ideale.

La teoria psicoanalitica della personalità offre la possibilità di interpretare

talune modalità della condotta criminale e di identificare taluni meccanismi

della criminogenesi. Il più organico contributo psicoanalitico in ambito

criminologico fu quello di Franz Alexander e Hugo Staub. Essi intesero la

condotta criminosa come l’effetto di molteplici modalità dello svincolo dal

controllo del Super-io, identificando diverse condizioni nelle quali il controllo

dell’istanza superiore si riduce progressivamente fino ad abolirsi del tutto,

secondo il seguente schema:

la normalità (o integrazione sociale), nella quale il controllo delle

- pulsionalità antisociali da parte del Super-io è pieno, e pertanto vi è

piena conformità di condotta e rispetto delle regole;

la delinquenza fantasmatica, nella quale il controllo delle pulsionalità

- antisociali è ancora pienamente efficiente sul comportamento, talché

l’individuo non delinque, ma esistono però in questo caso istinti

antisociali più pressanti, che il soggetto riesce comunque ad arginare

mediante il processo della dislocazione dell’antisocialità sul piano della

semplice fantasia (ad esempio con l’identificazione in personaggi

devianti e/o l’ammirazione delle loro gesta sadiche);

la delinquenza colposa, cioè la condotta motivata da imprudenza,

- negligenza o imperizia senza volontà di ledere o di recar danno, che

può essere interpretata sulla base del meccanismo della dislocazione

delle pulsioni aggressive, la cui diretta realizzazione non sia stata

consentita dal Super-io, in una condotta imprudente, negligente o

imperita che provoca ugualmente danno alle persone e alle cose;

la delinquenza nevrotica, nella quale il Super-io non ha completamente

- rinunciato al controllo dell’antisocialità e questa si realizza unicamente

per l’esistenza di profondi contrasti interiori che trovano una possibilità

di soluzione nella condotta deviante, la quale non è dunque l’effetto di

46

un progetto razionale e consapevole o di un ideale dell’Io di tipo

criminale, bensì una sorta di ripiego per eliminare la tensione delle

conflittualità interiori;

la delinquenza occasionale e affettiva, la quale si manifesta solo in

- circostanze eccezionali, particolarmente favorevoli o allettanti allo

svincolo delle controspinte superiori (si pensi ai delitti per passionalità,

o scaturiti da violenti diverbi, o da uno stato d’ira e così via);

la delinquenza normale, nella quale il controllo del Super-io cessa

- completamente e l’Io può realizzare senza ostacoli le pulsioni

aggressive e antisociali.

In definitiva, l’adeguamento alla vita sociale è da vedersi essenzialmente in

funzione dell’efficienza del Super-io, il quale può essere: anomalo, nel caso in

cui sia strutturato in modo antisociale, e pertanto il soggetto adegua la sua

condotta in modo criminale; debole, nel caso in cui non costituisca una guida

sufficientemente costante e valida per la condotta, in quanto vi siano stati

fattori diseducativi ambientali, difetti dei processi di identificazione,

inadeguatezza della famiglia o mancanza di modelli; del tutto assente, nel

caso in cui vi sia un grado di evoluzione assolutamente primitivo, che

comporta un inadeguamento globale alla vita sociale. Altri importanti

contributi di matrice psicoanalitica sono stati utilizzati al fine di comprendere

la criminogenesi (il “perché” del comportamento criminoso) e la

criminodinamica (il “come”). Se si tiene conto dei rapporti tra famiglia e

processo di formazione del Super-io, ben si comprende come l’armonica

struttura dell’istanza superiore possa essere compromessa da disturbi nel

rapporto con le figure parentali. Il processo di identificazione con le figure dei

genitori rappresenta infatti il primo nucleo attorno al quale si forma il Super-io

e disturbi in questa fase si ripercuotono sulla definitiva struttura della

personalità. Non a caso, l’assenza o la lontananza dei genitori, la presenza di

genitori iperoccupati, autoritari, troppo deboli, iperprotettivi, indifferenti,

carenti di affetto o addirittura antisociali, sono stati indicati dagli studiosi come

cause di disturbo nella formazione del Super-io, così da favorire la condotta

criminosa. Sempre in ambito psicoanalitico è stata identificata anche una

delinquenza per senso di colpa, vale a dire che alcuni soggetti agirebbero in

modo criminoso unicamente per essere poi puniti e soddisfare così un

bisogno inconscio di espiazione di stampo nevrotico. In certe situazioni i

comportamenti criminali sono stati interpretati come originati dalla fissazione

alla fase del principio del piacere: in questo caso, la delinquenza

esprimerebbe un modo di dar soddisfacimento diretto alle pulsioni, senza

alcuna capacità di dilazionarle, come viceversa accade adeguando la

condotta al principio di realtà. Tipiche situazioni che ostacolano il processo di

maturazione verso la fase governata dal principio di realtà, favorendo la

fissazione o la regressione a modalità più immature di condotta, possono

essere le frustrazioni ambientali e familiari, la marginalità, le sconfitte e

l’assenza di ragionevoli prospettive di successo. Un meccanismo reattivo

47

messo alla luce dalla psicoanalisi e tipicamente collegato all’immaturità

affettiva è quello dell’acting-out, che rappresenta una modalità impulsiva di

comportamento mirante a risolvere l’ansia, e in particolare quella derivante da

eccesso di conflittualità o di frustrazione, con una condotta anomala: in

questo caso, le condotte criminose assumono il significato di azioni realizzate

come compenso di gravi carenze affettive o materiali, e non in relazione a

motivi o scopi normali e coscienti (lucro, vendetta, ecc.). Un altro aspetto

collegato all’immaturità è rappresentato dalla bassa soglia di tolleranza alla

frustrazione, che inevitabilmente comporta la convivenza sociale: in questo

caso, quanto più bassa è la tolleranza alla frustrazione di un soggetto, tanto

più facilmente egli sarà indotto a reagire con aggressività o con impulsività,

alla frustrazione stessa. Ad analoga situazione si ricollega anche il

meccanismo della difesa dalla frustrazione mediante l’identificazione del

frustrato nel frustratore: in questo caso, il soggetto che ha subito ripetute

frustrazioni può eleggere come propri modelli di identificazione, figure per lui

altamente frustranti, divenendo pertanto egli stesso un soggetto frustratore.

L’incapacità di identificarsi col prossimo caratterizzerebbe, secondo gli

psicoanalisti, molti degli autori di reati contro la persona: in questi soggetti

mancherebbe infatti quella qualità, comune invece nelle altre persone, per la

quale normalmente si condivide il dolore e la pena altrui come se fossero

nostri, che consente di controllare la violenza. Al meccanismo di difesa della

proiezione è da attribuirsi l’atteggiamento di deresponsabilizzazione

riscontrabile in tanti criminali: in questo caso, proiettando su altri la

responsabilità della propria condotta criminosa, ci si sente anziché colpevoli

piuttosto delle vittime, ci si libera dal senso di colpa e si mette il prossimo

nella posizione di chi infierisce su un innocente. L’incapacità di sublimazione

della libido, riscontrabile in personalità immature, sia sotto il profilo intellettivo

che sotto quello emotivo-affettivo, rende conto di comportamenti

delinquenziali primitivi, immediati e miranti a soddisfare i bisogni e le pulsioni

nelle modalità più rozze. In conclusione, sebbene la psicoanalisi fornisca

molteplici e suggestivi modelli esplicativi della condotta criminosa, l’eccessivo

indulgere nella ricerca di interpretazioni psicodinamiche può comportare il

rischio di fornire una lettura della condotta criminosa che finisce per essere

deresponsabilizzativa, perché il delinquente viene percepito come se fosse

costretto a delinquere da forze da lui non governabili. Il tanto deprecato

determinismo della psicanalisi consiste proprio nel fatto che vedono da taluni

ignorate, nel gioco delle dinamiche psicologiche, le componenti volontarie e

morali (o immorali) che sono pur sempre alla base delle scelte

comportamentali.

La teoria analitica di Carl G. Jung fornisce una visione dell’uomo diversa da

quella psicoanalitica freudiana, dalla quale pure deriva, e propone concetti

importanti per la comprensione della condotta devianti. In primo luogo, Jung

distinse, oltre all’inconscio nel senso inteso dalla psicoanalisi freudiana, un

inconscio collettivo, che trascende l’individuo e costituisce l’istanza psichica

48

più potente e di maggior influenza. Mentre Freud vedeva le origini della

personalità nell’infanzia, Jung risalì ben più addietro, talché l’uomo fu inteso

come dotato di predisposizioni trasmessegli fin dai suoi più lontani antenati.

Inoltre, mentre Freud attribuiva agli antecedenti un significato e un valore di

causa determinante del comportamento presente, Jung considerava

contemporaneamente, assieme agli elementi sedimentati dal passato che

agiscono in lui inconsciamente, anche la dimensione dell’individuo proiettato

verso il futuro a conseguire conformemente alla sua volontà gli obiettivi che si

prefigge. A tal proposito, per Jung l’istanza fondamentale è rappresentata dal

Sé, che costituisce il punto centrale della personalità e alle cui unità, stabilità

ed equilibrio mira costantemente l’individuo. Altri concetti fondamentali della

psicologia analitica sono quello di “conflitto psichico”, da intendersi come

l’urto fra forze, pulsioni, controspinte insite nella psiche dell’individuo, e di

“frustrazione”, da intendersi come quella condizione di disagio psicologico

che insorge quando taluni bisogni o aspirazioni non possono essere

soddisfatti a causa di ostacoli esterni. Entrambi provocano uno stato di

tensione particolarmente spiacevole, dinanzi al quale si possono realizzare

due modalità comportamentali differenti:

l’atteggiamento introverso (o autoplastico), che orienta l’individuo verso

- il mondo soggettivo della sua realtà psichica ed è tipico di coloro che

risolvono ed esauriscono la tensione all’interno della propria psiche, con

sofferenza, disagio, ansia: questa modalità di reagire è pertanto di tipo

ego-distonico, poiché l’individuo è interiormente combattuto e in

disaccordo con se stesso;

l’atteggiamento estroverso (o alloplastico), che orienta l’individuo verso

- il mondo oggettivo della realtà esterna ed è tipico di coloro che

risolvono la tensione con l’azione, proiettando eventualmente

sull’ambiente i loro problemi con una condotta abnorme: questa

modalità di reagire è pertanto di tipo ego-sintonico, perché l’individuo è

in accordo con se stesso, si sente nel giusto e la sofferenza causata

dalla sua condotta si riversa sugli altri e sull’ambiente.

È evidente che le condotte antigiuridiche saranno più frequenti nel secondo

caso, proprio perché la risposta alla tensione si risolve in azione nella realtà e

non in un conflitto interiore.

Dalla psicoanalisi ha preso avvio l’importante filone della psicologia sociale,

che ha dato corpo ad una serie di teorie che hanno riservato particolare

attenzione alle interazioni che avvengono fra gli individui all’interno del

sistema sociale e alla ripercussioni di tali interazioni sulla personalità. Le

principali teorie psicosociali possono farsi risalire ad Alfred Adler e ad Erich

Fromm. La psicologia adleriana considera l’individuo come mosso, anziché

da cause interiori (quali gli istinti, le dinamiche insite nelle sue varie istanze o

l’inconscio collettivo), piuttosto dalle prospettive e dai bisogni legati al suo

essere inserito nella società. Adler sostituì ciò che per Freud era la libido o

l’Eros con la volontà di potenza, quale impulso fondamentale che muove

49

l’uomo: essa prende avvio dalla sua innata aggressività e costituisce la fonte

di energia psichica che consente all’individuo di realizzare le sue aspirazioni

verso la superiorità, meta ultima di ogni condotta. Per converso, il contatto

sociale può alimentare, con l’insuccesso, sentimenti di inferiorità, intesi come

senso di incompiutezza e di imperfezione, ma questo sentimento, a sua volta,

è il punto di partenza che stimola l’individuo verso il conseguimento di livelli di

aspirazione più alti. In condizioni particolari (iperprotezione, carenza affettiva

familiare o per innata disposizione) il sentimento d’inferiorità può essere

talmente accentuato da provocare una condizione disturbante (complesso di

inferiorità), responsabile di atteggiamenti o condotte anomale per la

consapevolezza della propria inefficienza, ovvero una condizione opposta di

ipercompensazione altrettanto disturbante (complesso di superiorità). Volontà

di potenza, complesso di inferiorità o di superiorità sono processi psicologici

che spesso possono ravvisarsi nella criminogenesi di taluni soggetti. La

psicologia frommeriana sottolineò ulteriormente l’importanza del contesto

sociale, incentrandosi sul tema della solitudine e dell’isolamento provato

dall’uomo se non è inserito armonicamente nel suo ambiente sociale.

Secondo Fromm, la condizione dell’uomo, per il suo equilibrio e la sua

armonia, comporta anche il soddisfacimento di fondamentali esigenze non

material, quali:

il bisogno di relazioni, in quanto per divenire individuo socializzato ha

- bisogno di amore, comprensione e rispetto reciproco continuo;

il bisogno di trascendenza, che si ricollega alla necessità dell’uomo di

- elevarsi al di sopra della sua struttura animale mediante la creatività;

il bisogno di avere schemi di riferimento, cioè di un sistema stabile e

- coerente di valori che gli consentano di percepire e comprendere il

mondo, i quali gli vengono forniti dal costume, dalla cultura, dalle

norme;

il bisogno di identità personale, che si ricollega alla necessità dell’uomo

- di sentirsi un individuo unico e di riconoscersi in un’immagine di se

stesso coerente e stabile.

Da tutto ciò discende la necessità di associarsi, di sentirsi inserito in un

gruppo, appunto per combattere l’isolamento, la solitudine e la carenza di

identità. Dal punto di vista criminologico, l’inappagamento o la frustrazione di

questi bisogni costituiscono dunque possibili spinte alla ricerca di

compensazioni proprio per la condotta delittuosa.

La psicologia sociale ha elaborato due concetti rilevanti in ambito

criminologico: quello di “identità personale”, che si riferisce al sentimento che

in ciascuno si viene a strutturare in ordine all’essenza, unicità, qualità della

propria persona, e conseguentemente ai fini e ai mezzi che devono informare

il suo inserirsi nel mondo; quello di “ruolo”, che si riferisce alle aspettative che

nella società si formano nei confronti di ciascun individuo in conseguenza

della posizione specifica (status) che egli occupa nella società o delle funzioni

che svolge nei gruppi sociali. La formazione dell’identità è un processo che si

50

sviluppa nel corso dell’intera esistenza di ogni persona e che si realizza sia

attraverso l’identificazione con successivi modelli significativi, sia attraverso i

ruoli via via proposti e assunti. La società, i gruppi, la famiglia confermano

continuamente il sentimento dell’identità personale con i giudizi, le

valutazioni, le gratificazioni, le frustrazioni. In talune condizioni la società

provoca una serie di degradazioni e mortificazioni che possono alle volte

condurre ad una immagine di sé svalorizzata, denominata “identità negativa”:

in questi casi, il giudizio squalificato che un gruppo formula verso un individuo

fa sì che quest’ultimo sia facilitato ad adeguarsi a tale ruolo negativo,

assumendo un’identità a esso conforme e adottando, pertanto, una condotta

stabilmente deviante. L’atteggiamento del prossimo e i giudizi istituzionali,

riflettendosi sul sentimento della propria identità, possono quindi tradursi in

fattori di decisivo influenzamento comportamentale, ma non necessariamente

comportano un destino comportamentale delinquenziale. La formazione e il

tipo di sentimento della propria identità sono influenzati, oltre che dal giudizio

degli altri, anche dallo status che ciascuno occupa nella società e dalle

funzioni che vengono svolte in coerenza alla posizione occupata. In ogni tipo

di società ogni status è legato a norme che ne regolano i rapporti con gli altri

e ad aspettative circa l’osservanza dei compiti spettanti a chi occupa quello

status: ciò si intende per “ruolo”. Questo concetto si riflette sull’identità

personale, per cui ciascuno finisce per avere un sentimento di sé coerente e

conforme al proprio ruolo. Parlando di ruolo, è però necessario non cadere

nell’equivoco che esso venga sempre “imposto” dalla società: se infatti esiste

un ruolo prescritto, esistono anche un ruolo soggettivo e un ruolo svolto, che

sono liberamente scelti dai soggetti, anche se condizioni ambientali e varie

circostanze possono favorire l’uno piuttosto che l’altro ruolo. Dal punto di

vista criminologico, il fatto di occupare un ruolo negativo può tradursi in un

fattore di notevole importanza per l’organizzazione di una persistente carriera

delittuosa: una serie di status squalificati (per ceto, posizione economica,

regione di nascita, razza, immigrazione, area di residenza, ecc.) possono

facilitare infatti l’assunzione di ruoli altrettanto squalificati, che favoriscono la

scelta comportamentale delinquenziale. Erving Goffman sottolineò l’influenza

sul sentimento di identità e sulla stabilizzazione in ruoli negativi dell’essere

inseriti negli istituti correzionali, nelle carceri, nei manicomi, negli istituti

rieducativi e in tutte quelle istituzioni che egli chiamò “istituzioni totali” perché

coinvolgono globalmente l’individuo, deformandone la personalità e

limitandone le prospettive. Secondo Goffman, l’individuo inserito

nell’istituzione totale era ridotto ad una condizione di passività che gli

frustrava l’aspirazione ad assumere (o riassumere) ruoli socialmente

accettabili, che gli sarebbero apparsi irraggiungibili con i propri mezzi, e

avrebbe finito pertanto con l’accogliere, quale propria identità, quei modelli

negativi che l’istituzione gli proponeva e gli suggeriva, andando così a

occupare stabilmente ruoli altrettanto negativi. Le istituzioni totali ed i ruoli

negativi che in esse più facilmente si assumono svolgerebbero dunque una

51

parte di rilievo nell’aggravare le difficoltà di reinserimento e nel favorire la

cronicizzazione in carriere criminali persistenti. Queste considerazioni hanno

fortemente influenzato importanti scelte politico-sociali, come l’abolizione dei

manicomi, la tendenza a non rinchiudere i giovani delinquenti in istituti

correzionali, la tendenza a far sempre minore ricorso al carcere se non in

caso di gravi reati o di elevata pericolosità sociale, l’impiego delle misure

alternative o sostitutive della detenzione e così via. In conclusione, le

interpretazioni psicosociali devono favorire la comprensione dei meccanismi

agenti nei rapporti fra gli uomini, ma non devono tradursi in atteggiamenti di

completa deresponsabilizzazione nei confronti della condotta dei singoli

attori, né devono sfociare nella troppo meccanicistica visione di destini

inevitabili o di colpe unicamente attribuibili alla società, senza che l’uomo sia

più percepito come libero e responsabile. Alla psicologia sociale siamo

debitori di altri tre concetti assai rilevanti in criminologia, quali quello di

“devianza”, di “marginalità” e di “emarginazione”. Riguardo al concetto di

devianza, diversamente dal significato attribuitogli dalla sociologia struttural-

funzionalista, quale comportamento anomalo sotto il profilo statistico e

raggruppante tutte quelle condotte che si discostano dalle regole e dai

costumi sociali condivisi dalla maggior parte delle persone, e dalla sociologia

di sinistra, quale sinonimo di criminalità, il significato elaborato dalla

psicologia sociale è quello di comportamento suscitante reazioni di intensa

disapprovazione e censura con richiesta di sanzione, le quali risultano

dunque i parametri fondamentali per identificare le condotte che meritano la

qualificazione di devianza. Tali condotte sono attribuite a titolo di colpa ai loro

autori perché non sono legati allo status in cui una persona si trova per

nascita o comunque non volontariamente (tale è ad esempio lo status dei

vagabondi, degli omosessuali, di chi esercita la prostituzione, ecc.), ma sono

frutto di scelta (ad esempio i tossicomani, i terroristi e tutti i tipi di delinquenti).

Poiché la qualificazione di devianza esprime un giudizio di valore

(ovviamente negativo) in funzione dei principi etici di comune accettazione,

possiamo affermare che la devianza è un concetto sociologico e non

giuridico. Il concetto di marginalità indica lo status di taluni individui che “si

trovano ai margini della società”, vivendo in condizioni diverse e solitamente

peggiori di quelle della società nel suo complesso, con conseguente

riduzione delle aspettative di affermazione sociale, minore responsabilità

sociale, minore partecipazione alla vita e alle decisioni collettive. Il fenomeno

della marginalità si osserva nei confronti di certi status collettivi, quali i

giovani, i vecchi, le donne, gli handicappati, le persone di colore, gli

extracomunitari, i neoimmigrati, gli abitanti delle periferie più povere, il

sottoproletariato, ma anche verso coloro che, nella logica dell’ideologia del

profitto, non sono produttivi o hanno perduto la capacità di produrre beni

economici, e quindi gli inetti, gli invalidi, i pensionati, i disoccupati. Marginale

è anche la posizione nella società di certi malati cronici e dei malati di mente,

e infine dei devianti e dei delinquenti. Tuttavia, mentre i devianti o i

52

delinquenti si vengono a trovare ai margini della società a causa della loro

condotta disapprovata, gli altri si trovano nella medesima posizione per un

pregiudizio aprioristico in funzione del sesso, dell’età, del luogo di nascita,

della posizione socio-economica, della perduta capacità produttiva, ma non

per colpa della loro condotta: vi sono dunque marginali “per loro colpa” e

marginali “senza colpa”. Il concetto di emarginazione indica un meccanismo

messo in atto dai singoli e dai gruppi nei confronti di taluni soggetti che si

tende a escludere dagli abituali rapporti, relegandoli in una posizione di

marginalità, con conseguente riduzione delle prospettive e di responsabilità.

Mentre i devianti e i criminali sono collocati in una posizione di marginalità per

effetto dell’emarginazione agita nei loro confronti a cagione del loro

comportamento delittuoso o disapprovato dalla posizione che prima

occupavano, le donne, i vecchi, i giovani, gli invalidi, i neoimmigrati, la gente

di colore, sono collocati in una posizione di marginalità semplicemente per il

fatto che occupano nella società status più o meno squalificati.

La fenomenologia è una visione psicologico-filosofica dell’uomo che mira a

comprenderlo “dal suo interno” in modo da scorgere le ragioni della sua

condotta quali emergono dal suo punto di vista e non da quello di chi indaga,

contrariamente alle altre teorie psicologiche che spiegherebbero “dal di fuori”

l’uomo, così come viene spiegato dall’esterno qualsiasi fenomeno naturale.

L’essere umano non vive in una realtà oggettiva e neutra che esiste di per sé

e indipendentemente da lui, ma dà egli stesso vita a una realtà. La

diversificazione fra condotta e realtà, per questa psicologia, è solo apparente,

poiché l’unica realtà è la realtà fenomenica, espressione dell’intenzionalità del

soggetto, del suo “agire nel mondo”. Secondo questa prospettiva, l’atto

criminoso viene assunto come rivelatore di un modo di essere che, seppure

si ponga violentemente di traverso nei riguardi degli aspetti etici e normativi

del vivere in società, rappresenta pur tuttavia anch’esso un’estrema

possibilità espressiva dell’umano. La teoria psicosociale del campo di Kurt

Lewin, derivando dalla fisica la legge che ogni elemento all’interno di un

sistema (c.d. “campo”) influenza tutti gli altri elementi e ne viene a sua volta

influenzato, afferma che l’individuo è costantemente influenzato dall’ambiente

e non può quindi essere studiato isolatamente da esso. Augusto Balloni ha

esteso alla criminologia i concetti espressi da Lewin considerando “campo” la

persona, l’ambiente a lui più vicino e l’ambiente nel senso più ampio. La

combinazione di questi elementi può formularsi come una legge fisica in cui il

comportamento, in questo caso criminoso, è in funzione della persona e

dell’ambiente. La teoria dei sistemi, anziché considerare un fatto o una

condotta come effetto necessario di una data causa (“causalità lineare”),

cerca piuttosto di analizzare le reciproche influenze tra i fenomeni:

relativamente al comportamento umano, analizza il processo attraverso il

quale, in un rapporto interpersonale, la condotta di un soggetto influenza

quella degli altri e questa, a sua volta, si ripercuote sul comportamento del

primo agente (“causalità circolare”). In questa prospettiva, fondamentale è

53

inoltre il concetto di “sistema”, che comprende oltre agli attori o agli oggetti di

un fenomeno osservato, anche le relazioni tra di essi, costituendo quindi una

“complessità organizzata” diversa dalla mera somma delle sue parti. Dal

punto di vista criminologico, lo schema interpretativo della teoria dei sistemi è

stato applicato soprattutto nello studio dei rapporti tra reo e vittima,

ritenendosi che talora l’atto aggressivo può essere considerato come il

risultato di una serie di comunicazioni, risposte ed effetti di feedback, in cui

appunto non sempre è possibile sceverare con chiarezza tra l’aggressore, la

vittima ignara, ovvero quella provocatrice e a sua volta aggressiva. Dalla

teoria dei sistemi derivano una serie di studi sulla comunicazione che partono

dal presupposto che esiste, oltre alla comunicazione fatta con le parole,

anche una comunicazione di messaggi non verbali, quella cioè attuata coi

gesti, con la mimica, con la postura, insomma con l’atteggiamento. Pertanto,

sia l’agire che il non agire, sia l’attività che l’inattività, sia le parole che i

silenzi, hanno tutti valore di messaggio. Data la difficoltà, o l’impossibilità, di

inviare messaggi comportamentali privi di significato, l’unico modo di

segnalare la negazione di un comportamento o la non volontà di compierlo è

quella di mostrare e proporre l’azione che si vuol negare e poi di non portarla

a termine: da ciò la possibilità di “leggere”, in chiava criminologica, certi

comportamenti violenti come disperato e fallito tentativo di mostrare le proprie

intenzioni non violente. Un altro contributo che gli studi sulla comunicazione e

la ricerca psicologica in generale hanno fornito al diritto e alla criminologia

riguardano la psicologia della testimonianza, secondo la quale l’esistenza di

messaggi non verbali, la possibile contraddittorietà tra parole, sentimenti e

atteggiamenti, le summenzionate “patologie della comunicazione”, sono tutti

elementi che ridimensionano o in certi casi minano la certezza della prova

testimoniale. Le indagini e gli esperimenti psicologici mostrano infatti che la

deposizione di un teste che “crede” di essere sincero non necessariamente

corrisponde alla verità, poiché molti fattori possono talora interferire sul suo

ricordo e fargli riferire circostanze che egli reputa vere, mentre non lo sono.

Ciò non significa che la testimonianza debba sempre essere posta in dubbio,

in quanto starà al giudice valutare la credibilità di un teste, ben sapendo che

questi può dire il falso senza rendersene conto.

Il comportamentismo (o behaviorismo o psicologia dello stimolo-risposta) è

una scuola psicologica che si limita ad osservare come l’uomo reagisce agli

stimoli provenienti dall’ambiente, partendo dal principio che l’introspezione

non può essere impiegata per comprendere la condotta umana perché tutto

ciò che avviene nell’intimo della persona non può essere conosciuto, ed è al

più solo intuibile o ipotizzabile. Pertanto, al comportamentismo non possono

essere avanzate quelle riserva di non scientificità che sono state rivolte alla

psicoanalisi, poiché i suoi principi sono essenzialmente il frutto della

sperimentazione e della osservazione empirica. Il capostipite del

comportamentismo fu John B. Watson, il quale riteneva che della struttura

della persona può essere conosciuto solo il sistema delle risposte ai

54

molteplici stimoli e sollecitazioni che l’ambiente pone a ciascuna persona.

L’uomo, quindi, non è libero nella sua condotta, ma ne è guidato dalle

condizioni ambientali secondo il meccanismo dello stimolo-risposta: pertanto,

modificando l’ambiente può indirizzarsi il comportamento nel senso voluto.

Sarebbe inutile pertanto invocare tendenze innate, eredità o variabili

psicologiche e biologiche individuali: esiste invece un’elevata regolarità nelle

risposte per cui, in circostanze analoghe, la maggior parte degli individui

reagisce agli stimoli esterni in ugual modo. Secondo il comportamentista

Burrhus F. Skinner la psicologia deve studiare quali sono i rinforzi che

tendono a indirizzare il comportamento e come applicarli più efficacemente.

Vi possono essere “rinforzi positivi” (gratificazioni) ovvero “rinforzi negativi”

(frustrazioni) che sono rappresentati da tutti quegli eventi capaci

statisticamente di influenzare la comparsa delle risposte volute. Una corretta

utilizzazione dei rinforzi avrà come risultato di far sì che le persone indirizzino

stabilmente la loro condotta in un certo senso: da qui la visione utopica di una

società ideale preconizzata da Skinner ove, con una preordinata applicazione

di stimoli e di rinforzi adeguati, potranno essere eliminate tutte le anomalie

comportamentali. La visione comportamentista è dunque quella dell’uomo

determinato e condizionato dalle situazioni ambientali e dalle modificazioni e

dalle manipolazioni degli stimoli, privo perciò di sostanziali alternative e le cui

scelte, apparentemente libere, sono invece semplici e modeste deviazioni

nell’ambito di un indirizzo prefissato dalla struttura sociale o dalla cultura del

suo momento. I principi del comportamentismo sono stati utilizzati in una

specifica prospettiva criminologia nella “teoria della frustrazione-aggressione”

di John Dollard, secondo la quale l’emergere di un comportamento

aggressivo presupporrebbe sempre l’esistenza di una frustrazione (lo stimolo)

che porterebbe sempre a qualche forma di aggressione (la risposta).

Pertanto, quanto più una società pone mete complesse, sempre più

numerose e senza limiti, tanto più facilmente diverrà arduo il conseguirle e si

realizzeranno molte più occasioni di vivere situazioni frustranti. L’aumento di

aggressività, e più in generale di criminalità, nella società moderna sarebbe

dunque la conseguenza di sempre maggiori occasioni frustranti per l’eccesso

di stimoli a conseguire mete sempre più alte. Le critiche che possono essere

mosse alla teoria della frustrazione/aggressione sono:

il meccanismo dello stimolo-risposta ha un valore solo statistico nel senso,

- che somministrato un certo stimolo, la risposta voluta è prevedibilmente

ottenibile solo in una percentuale significativa di soggetti, ma non in tutti

coloro che hanno ricevuto quello stimolo, poiché gli uomini non sono tutti

uguali e ciascuno conserva pur sempre un suo spazio di libertà di scelta;

non tutte le condotte delittuose possono intendersi come atti aggressivi

- anche in senso lato (si pensi al gran numero di reati commessi finalità

lucrative);

non tutte le condotte aggressive hanno la loro origine nelle frustrazioni,

- poiché è ben noto che altri fattori possono favorire l’aggressività, quali ad

55

esempio l’apprendimento sociale, i valori violenti della cultura, i fattori

neurofunzionali e gli stress, intesi come squilibri tra le richieste poste alla

persona dall’ambiente e la capacità della persona stessa a rispondere a

tali richieste;

non tutte le frustrazioni provocano aggressività, in quanto il diverso livello

- di tolleranza alle frustrazioni, così come la loro qualità, intensità e

frequenza, giocano un ruolo molto importante nel provocare tipi diversi di

riposte, come la fuga o la rinuncia;

la frustrazione è una componente ineliminabile della vita umana e l’idea

- che si possa vivere senza è illusoria;

la frustrazione non solo può essere stimolante, ma evitare qualsiasi

- occasione di frustrazione (come nel caso di una educazione troppo

permissiva) impedisce la strutturazione di personalità forti e mature;

affinché l’aggressione si verifichi effettivamente, oltre alla frustrazione,

- devono concorrere anche altri fattori, quali l’esperienza passata,

l’intenzionalità di chi ha provocato la frustrazione e altre circostanze

situazionali;

La psicologia cognitiva, il cui capostipite fu Ulrich Neisser, nacque in

opposizione al comportamentismo: infatti, mentre per i comportamentisti

l’apprendimento e la condotta umana sono interpretate sulla base del legame

associativo stimolo-risposta, per i cognitivisti la mente umana non è un

passivo ricettore degli stimoli che gli provengono dall’ambiente, ma funziona

in modo attivo e selettivo nei loro confronti, recependoli ed elaborandoli

secondo un suo preciso progetto comportamentale. La psicologia cognitiva

concepisce dunque la mente umana come un elaboratore elettronico attivo,

che verifica in continuazione la congruenza fra i propri progetti di

comportamento e le condizioni oggettive esistenti nella realtà e compie

ininterrottamente scelte tra gli elementi in entrata (input) operando una serie

di elaborazioni e decisioni in uscita (output) che sono il risultato delle verifiche

e delle elaborazioni mentali compiute. I presupposti del cognitivismo

confortano pertanto una visione della condotta delittuosa come frutto di un

progetto comportamentale: il delinquente dunque non è più da intendersi

come un individuo governato dalle pulsioni e dalle psicodinamiche del

profondo o dai suo complessi e problematiche psicologiche, consapevoli o

inconsce che siano; pertanto, dopo anni di esasperato sociologismo e di

altrettanto onnipresente psicologismo, la percezione dell’uomo in generale (e

quindi anche quella del criminale) riacquista autonomia, libertà e

conseguentemente responsabilità morale.

56

IV. INTERVENTI GIURIDICO-NORMATIVI CONTRO

LA CRIMINALITÀ

In ogni epoca e società si è mirato a reprimere e prevenire i delitti, cioè le

condotte ritenute maggiormente lesive dei principi normativi fondamentali

delle singole culture, in quanto è fine precipuo di ogni consorzio sociale

assicurare, con l’osservanza delle norme di legge, il mantenimento della

conformità del comportamento dei propri membri e la salvaguardia

dell’omogeneità dei valori portanti. Lo scopo di assicurare l’osservanza delle

regole del vivere sociale è stato ed è ancora oggi perseguito utilizzando

diversi strumenti e sistemi di controllo, il cui principale è rappresentato dal

sistema penale. Va in ogni caso distinto il problema dei fini della pena da

quello dei mezzi con cui la si attua. Relativamente ai mezzi della pena,

possiamo constatare come nella cultura europea preilluministica era nota la

predilezione per la pena capitale quale sanzione elettiva, applicata per

infrazioni ai nostri occhi anche di ben modesta gravità e mediante lo

strumento di punizione del pubblico supplizio, affinché essa servisse da

esempio e da intimazione per tutti. Al supplizio capitale spesso erano unite

torture e sofferenze prolungate, in modo da rendere la morte più dolorosa e

l’agonia più lunga (si pensi alla crocifissione, alla lapidazione, alle pene

corporali, alle mutilazioni, ecc.). A volte venivano usate anche pene

patrimoniali, come le multe, la confisca dei beni unita al bando o l’esilio, e

frequenti furono altresì la riduzione in schiavitù o in condizioni simili. Era in

uso anche la carcerazione, pur se con modalità e diffusione estremamente

variabili e differenti da quelle odierne, spesso con durata indeterminata. Nel

XIX secolo si verificò, sotto l’influenza delle idee illuministiche, un radicale

mutamento degli strumenti punitivi, attraverso il progressivo abbandono della

tortura e delle pene corporali, la riduzione delle ipotesi delittuose per le quali

era comminabile la pena capitale e l’affermazione dell’istituzione carceraria

quale strumento fondamentale di punizione. Avvicinandosi ai tempi nostri le

componenti afflittive della pena sono state via via ridotte, sono andate

progressivamente mitigandosi le sofferenze materiali, ha trovato sempre

meno suffragio la pena capitale, abolita in molti paesi anche se rimane pur

sempre elevato il numero di quelli ove essa è tuttora prevista, e sono state

introdotte misure alternative alla detenzione. Relativamente ai fini della pena,

fin dai tempi più remoti la finalità primaria della pena fu quella della vendetta,

la quale costituì anche un preciso diritto della vittima o dei suoi familiari, fino

al momento in cui lo Stato iniziò dapprima a limitare e regolamentare la

vendetta e, successivamente, ad avocare a sé l’amministrazione della

giustizia togliendola alla disponibilità del privato. Con l’affermarsi degli ideali

etici e filosofici del XVIII e del XIX secolo si passò da una finalità meramente

57

vendicativa della pena ad una finalità retributiva della stessa, i cui caratteri

essenziali erano:

- l’afflittività, intesa come privazione di un bene, quale la libertà, disgiunta

da ogni carattere di inutile sofferenza;

- la responsabilità penale personale, con l’esclusione pertanto delle

punizioni collettive;

- la proporzionalità, cioè la corrispondenza fra male inflitto dal reo e male

penalmente inferto;

- la determinatezza, con l’esclusione pertanto delle sanzioni senza un

preciso confine temporale;

- l’inderogabilità, nel senso che la pena deve essere sempre e

necessariamente scontata.

Contestualmente, sulla scorta dell’influenza dei principi della Scuola Classica

del diritto penale, si affermò la finalità pedagogica e di emenda morale della

pena, in virtù della quale essa divenne anche un mezzo per la riabilitazione

spirituale, attraverso la presa di coscienza della propria colpa: ciò sarebbe

stato ottenuto attraverso la durezza del trattamento e delle condizioni di vita,

il rigido isolamento nell’interno del carcere e l’obbligatorietà della professione

religiosa. Fra le finalità della pena, ultima ad affermarsi cronologicamente è

stata quella risocializzativa, tipica del XX secolo, secondo la quale la pena

deve necessariamente mirare a favorire il recupero sociale del reo, e a cui ha

corrisposto un’“ideologia del trattamento” che ha informato le scelte di politica

penale in tutto il mondo occidentale, divenendo in certi casi prevalente al

punto da sostituirsi alle altre finalità. Altre finalità della pena, da sempre insite

nella stessa, sono:

- la finalità intimidativa (o deterrente), che svolge un effetto general-

preventivo su tutti i consociati consistente nel dissuaderli dal compiere

delitti mediante la minaccia della sanzione;

- la finalità di difesa sociale, che svolge un effetto special-preventivo

consistente nel tutelare la società mediante la temporanea

“neutralizzazione” carceraria, o con altre misure detentive, dei criminali

più pericolosi per prevenire le loro possibili future offese;

- la finalità satisfattoria, che mira a soddisfare non solo una legittima

aspirazione della vittima, ma più in generale la richiesta di punizione

che tutti i cittadini elevano dinnanzi al delitto, al fine di appagare il

proprio sentimento e bisogno di giustizia.

Alla concezione prevalentemente retributiva della pena è correlato il concetto

di “pena certa”, comminata in base:

- a una valutazione fondata su principi etici assoluti (il delitto è il male e la

pena è il suo prezzo);

- alla concezione secondo cui la pena ha essenzialmente finalità

retributiva ed espiativa e il luogo di espiazione è il carcere;

- al principio della proporzionalità tariffaria, in virtù del quale al più grave

reato deve corrispondere una più lunga pena;

58

- al principio di certezza del diritto, in virtù del quale non esiste alcun

margine di discrezionalità da parte del giudice perché la pena è

inderogabilmente ed esattamente fissata dai codici;

- al principio di uguaglianza, in virtù del quale a medesimo reato deve

corrispondere la medesima sanzione per ogni reo, a prescindere dei

fattori ambientali e personali che possono essere intervenuti nella

criminogenesi.

Con l’introduzione del principio di trattamento rieducativo e risocializzativo del

reo, avvenuto agli inizi del XX secolo in coincidenza del mutamento

economico, ideologico e sociale rappresentato dall’affermarsi del Welfare

State, cioè quella nuova concezione politica che vede lo Stato quale garante

e promotore del benessere sociale per tutti i cittadini e quindi la necessità del

suo intervento per garantire la sicurezza sociale e i beni essenziali, si

assistette al passaggio dal tradizionale concetto di pena certa a quello di

“pena utile”. Essa venne quindi ad acquistare senso solo quale strumento

correzionale, da attuarsi con l’ausilio dei servizi e degli aiuti sociali, e anche

quale strumento terapeutico, come se la delinquenza fosse una sorta di

malattia da curare. Nacque così l’“ideologia del trattamento”, attraverso

l’introduzione sia di pratiche trattamentali all’interno dei penitenziari, dove le

scienze dell’uomo miravano a modificare la personalità del reo, così da

renderlo conforme alle regole del vivere sociale, sia di pratiche di trattamento

extramurario, mediante misure di decarcerizzazione unite all’assistenza e alla

supervisione in libertà. Accanto a tali strumenti sopravviveva comunque il

carcere, nel quale erano reclusi i soggetti più irriducibili e pericolosi, cioè

coloro che non si erano dimostrati suscettibili di trattamento risocializzativo.

Un’altra conseguenza fondamentale dell’ideologia del trattamento fu poi

rappresentata dalla nascita della “pena indeterminata”, poiché se il suo fine

era quello della risocializzazione, non poteva essere stabilita al momento

della condanna, ma doveva durare tanto quanto era necessario per

conseguire la rieducazione sociale. I principi dell’ideologia del trattamento si

diffusero in tutti i paesi del mondo occidentale, e in particolare in quelli ove il

Welfare State si rivelò più avanzato e in grado di fornire mezzi finanziari per

questi nuovi interventi (USA, Scandinavia e paesi di common law). Sorsero

così nuovi istituti penali, tra cui: il sistema del “parole”, secondo il quale i

tribunali si pronunciano solo sulla natura dell’infrazione e sulla colpevolezza

dell’accusato e il giudice stabilisce con la sentenza un termine minimo e

massimo alla pena carceraria estremamente divaricato, mentre la pena che

effettivamente il detenuto finirà per scontare verrà poi fissata da un organo

amministrativo, estraneo al sistema giudiziario, sulla base di un giudizio o una

previsione di avvenuta o non avvenuta risocializzazione; la “probation”, che

consiste in una misura sospensiva della sentenza con la quale il giudice

rinuncia a condannare l’imputato e lo affida a un operatore sociale per un

variabile periodo di prova, in cui viene assoggettato a prescrizioni imperative

e a regole di vita sotto la costante supervisione da parte di quell’apposito

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della scienza Giuridica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Ciaramelli Fabio.

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