Un libro ancora da scrivere
Oggi i giuristi si interrogano su dove vada il diritto e perché. La risposta a questa domanda è che oggi il diritto positivo è appunto un diritto posto: che non imita né rispecchia un diritto sovrastante, che è ripiegato in sé e da sé non può uscire. Il diritto moderno in pratica si è consegnato per intero alla volontà degli uomini. La tecnica del diritto infatti nell'era moderna si è fatta propria mente tecnica. Non serve più a conoscere la verità o a dedurre norme da un ordine sovra-extra-storico ma a garantire la razionalità della produzione.
Nell'era moderna infatti il termine produrre viene legato alle norme: produrre le norme, le norme sono prodotte, al pari di ogni merce, offerte ai consumatori, usate, logorate, sostituite. Il diritto pertanto si mostra come una mera procedura volta a creare canali, pronti ad accogliere qualsiasi contenuto e perciò indifferenti verso una diversità di contenuto. Il giurista avverte pertanto che le norme possono essere e non essere; che le norme, uscite dal nulla, possono ritornare nel nulla.
Ci troviamo infatti in un'era di nichilismo giuridico dimostrata non dalla mancanza di scopi del diritto, ma dalla apertura di quest'ultimo a tutte le scelte tutte le soluzioni. Chi guarda il mondo del diritto ha un'immagine di una prodigiosa effervescenza, di una vitalità di tutte le fonti che producono norme da quelle comunitarie a quelle statali e regionali. Ognuna di queste ha un proprio senso, un proprio scopo ma tutte tali norme non si raccolgono in una comunità e totalità.
Nichilismo e il metodo giuridico
Il problema del metodo nasce se si considera il metodo stesso come qualcosa che deve riportare il mondo del diritto all'unità. Il diritto infatti si è liberato dal bisogno di tale unità extra terreno ed è stato abbandonato all'uomo; bisogna pertanto evitare di considerare il metodo come il problema del metodo. Per fare questo si inizia con la critica alla concezione ausiliaria e strumentale. Secondo tale concezione il metodo è un utensile, con il quale il soggetto tratta l'oggetto. Il metodo in pratica estraneo sia al soggetto che all'oggetto ma è comunque importante poiché il suo uso fa del soggetto un giurista e dell'oggetto una norma.
Il metodo è qualcosa che giunge dal passato, costruito dalla tradizione e dall'autorità delle scuole, si pone dinanzi a noi che lo prendiamo e lo applichiamo. Ma l'illusione non durò a lungo; ben presto ci accorgiamo del carattere atemporale del metodo che è in noi un disagio, un malessere, accorgendoci che i contenuti normativi non si lasciano manipolare. Ne nasce pertanto un sentimento di delusione. Ecco che allora il metodo diventa il problema del metodo.
La concezione ausiliaria del metodo lo fa esprimere in uno sforzo estremo di salvare sotto la veste del tecnicismo un mondo ormai perduto. Infatti, laicizzate le fonti del diritto e sciolto ogni legame con la teologia, le norme sono venute nell'esclusivo e totale dominio della volontà umana. L'età moderna ha esteso la parola produrre al diritto. E norme giuridiche al pari di qualsiasi altro bene del mercato risultano prodotte, vengono pertanto dal nulla e possono essere tranquillamente ricacciate nel nulla. E poiché la produzione risponde e obbedisce al fabbisogno, le leggi diventano provvisorie o durevoli, di congiuntura o di struttura, di emergenza o di normalità.
Tutto ciò che garantiva unità e verità del diritto è ormai tramontato. La teoria del metodo giuridico ci viene da periodi storici in cui le norme ancora si raccoglievano e disponevano in un'unità di senso. Oggi non esiste più un'unità di senso ma le norme hanno ognuna dei singoli scopi. La stabilità del metodo e l'organicità del sistema esigono sempre invece che le norme, invece di disperdersi nella fortuito occasionalismo, rispondano ad un'istanza di unità. Oggi tutto questo non esiste più; non c'è più un dove a cui si diriga la macchina produttrice di norme: basta che essa funzioni e soddisfi il fabbisogno della più imprevedibile casualità.
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